Siccome non c'è male a cui non si mesca qualche cosa di bene, così
anche l'aver a che fare coi caratteri leggeri ha, di fronte ai
gravissimi inconvenienti, qualche piccolo vantaggio. E uno di tali
vantaggi è la facilità di dissimular con loro lo stato del proprio
animo. Eravate lieti alla mattina e siete mesti la sera; essi se ne
accorgeranno al primo momento, ve ne domanderanno conto forse, ma poi
s'appagheranno di qualsiasi risposta, e, purchè non li turbiate nelle
loro abitudini, vi lasceranno in pace. La tempra del loro spirito li
dispone a interpretar tutto nel modo più tranquillante; c'è così poca
serietà nella loro vita; perchè devono supporre che ce ne sia nella
vita altrui? Roberto era cambiato, profondamente cambiato. Ma nè la
signora Federica, nè Lucilla attribuivano questo mutamento a ragioni
gravi.--Roberto ebbe anche nella sua infanzia di questi periodi di
_spleen_. Ma passano--diceva la signora Federica. In quanto a Lucilla,
ella trovava che Roberto voleva far l'uomo d'importanza. Dacchè aveva
ricevuto elogi speciali dai professori del Politecnico, non era più
quello d'una volta. Roberto soffriva di questa spensieratezza della
fanciulla amata; egli avrebbe voluto ch'ella si mostrasse sollecita di
saper le ragioni vere della sua mestizia, che gli strappasse di bocca
quelle confidenze ch'egli non poteva farle spontaneamente; ma poi
cercava di giustificarla, cercava di persuadersi ch'è un egoismo
l'affliggere gli altri con la scusa che siamo afflitti noi. Del resto
era inevitabile tra non molto una spiegazione. S'avvicinava il tempo
in cui Roberto avrebbe dovuto partire pel suo viaggio, e poichè egli
non partiva più, sarebbe ben convenuto dirne il motivo.
Lo stato del signor Mariano non peggiorava visibilmente. Egli era
sotto una cura, ma il dottor Rebaldi aveva accondisceso al desiderio
dell'infermo, e non s'era lasciato sfuggire una parola con la signora
Federica circa alla gravità della malattia. Dal canto suo, la signora
Federica era irritatissima contro il medico, il quale secondava le
ubbie di suo marito.--A badare a tutto--ella diceva--si sta freschi.
Anch'io, se dèssi retta a' miei nervi, dovrei prendere medicine tre
volte alla settimana. Ci vuol altro! Mariano ha sempre avuto il vizio
di ascoltarsi troppo.
Era un'abitudine della signora Federica di trovar un precedente a
tutto ciò che avveniva. Spesso questo precedente ella lo inventava di
pianta, ma esso le serviva a ogni modo per concludere:--Ciò che è
passato una volta passerà ancora.
La signora Federica era stata bellissima in gioventù, ed era sempre
piacente, quantunque avesse una certa tendenza alla pinguetudine. Già
non aveva che quarantadue anni e conservava le sue pretese di donna
galante. Bisogna dir per altro, a onor del vero, che la sua era stata
sempre una galanteria innocente. Vestir bene, andare a teatro, in
società, lasciarsi fare un po' la corte, tutto finiva lì. Le sue amiche
non avevano mai potuto accusarla di nessun intrigo serio, e quando non
lo potevano le sue amiche! Anzi esse dicevano che la sua vera
salvaguardia era la sua frivolezza.--La Arconti--continuavano--non è
capace d'innamorarsi. Noi, più giusti, diremo, che, in fondo, a modo
suo, ella amava suo marito, e siccome non le mancava nulla, le
tentazioni grosse non venivano ad assalirla.
L'assalivano le piccine. Aveva la mania delle toilettes, delle
acconciature, dei gingilli d'ogni specie, e, quand'ella passava per la
galleria Vittorio Emanuele, tutti i bottegai sentivano allargarsi il
cuore. A casa piovevano i conti, e il signor Mariano aveva sempre
pagato con rassegnazione. Adesso però gli pareva che fosse tempo di
por argine a questa prodigalità, e si lasciava sfuggir qualche parola
in proposito. Egli non era più giovine, non aveva più la lena d'un
tempo; gli affari dell'_Unione_ non eran più brillanti come per lo
passato; c'era la crisi commerciale; tutte le cose costavano il
doppio; bisognava moderarsi nei desideri, non gettar via le proprie
entrate fino all'ultimo centesimo; e avanti di questo tono. Ma la
signora Federica si stringeva nelle spalle.--Quante volte ho sentito
questi discorsi! Sempre la crisi, sempre gli affari che non van bene,
e poi tutti gli anni hai dovuto finire per confessarmi che tra le tue
competenze e la tua parte di profitto guadagnavi tra le quaranta e le
cinquanta mila lire. O che si deve logorarsi la vita per un po' di
danaro?--La signora Federica, come si vede, era superiore alla
_question d'argent_, o, a meglio dire, l'aveva risolta a suo modo: ci
fossero quattrini o no, a lei bastava spendere. Nondimeno, ella aveva
la degnazione di concludere che aveva capito e che farebbe volentieri
qualche sacrifizio, pur di non turbare la pace domestica. E infatti
per una settimana ella si metteva in economia; poi l'acqua tornava a
correr giù per la sua china. Roberto s'infastidiva, avrebbe voluto dir
la sua opinione anche lui, ma la signora Federica non lo lasciava
parlare.--Quel Roberto diventa intollerabile--ella brontolava.--Un
ragazzo moralista! Si può dar di peggio?--C'erano momenti in cui il
giovane si sentiva salire alle labbra la rivelazione della catastrofe
ch'era sospesa sul capo della famiglia, ma ne lo tratteneva la
promessa fatta a suo padre. E il signor Mariano, egli pure, aveva
strane indulgenze verso sua moglie. In fin dei conti--egli osservava
talvolta al figliuolo--ella avrà abbastanza privazioni da imporsi
dopo; lasciamo che adesso faccia a suo talento. Il cavaliere Arconti
era uno di quegli uomini, e son tanti, che, dotati di una singolare
energia di carattere, spiegano tutta questa energia nella loro vita
esteriore, e non ne esercitano affatto entro le pareti domestiche.
Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava
impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso
non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato
necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto
era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si
riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti:
Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di
guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che
questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace
opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?
Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della
famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il
cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender
una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa
erano sempre le stesse.
La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo
marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare
Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì
coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo
viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano
fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per
divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far
entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica
tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto
non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione
decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la
gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto _un'idea_.
Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All'_Unione_ c'erano
impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel
che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche
per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società
come l'_Unione_ alcune migliaia di lire sarebbero state una vera
bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi
verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.
Il fatto si è che l'_idea_ della signora Federica era la meno
effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier
Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato
sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per
procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa
influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione
e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad
ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato
un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo
poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che
non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua
se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più
compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol
far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi
colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno
dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In
tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi
che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso
eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto
le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra
gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da
parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da
lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per
basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È
una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper
sopportare il peso della gratitudine. _Pro gratia odium redditur_; lo
disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.
Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a
impiegar Roberto presso l'_Unione_. Aggiungasi che a lui, ingegnere,
sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La
signora Federica dovette quindi intascare _la sua idea_ brontolando, e
dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là
di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il
suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.
Presso l'_Unione_ si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè
dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio
e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si
sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti
azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state
ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli
valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un
mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine
del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della
revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era
accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima
di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso
e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di
nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si
sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse
nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione
parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma
era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra
gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere
sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua
posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa
all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate
presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi
i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose
all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe
forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma
Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe
stato il peggiore supplizio.
Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori
tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e
tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli
sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la
speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva
avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo
l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano
convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a
ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi
argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla
sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe
parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo
esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano
la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima.
Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la
sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che
avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse
aperta.
Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla
salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la
quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire
che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe
venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle
a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla
realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza
misericordia.
Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle
confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani
soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per
alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria,
egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere
almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche
settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime
illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che
la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al
giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più
necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano
davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno
più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.
Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee.
Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino
egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir
col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante
cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava
l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di
discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo,
quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a
Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun
corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita
pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato
i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava
d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli
aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito
l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva
seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde
speranze.