II.

Siccome non c'è male a cui non si mesca qualche cosa di bene, così

anche l'aver a che fare coi caratteri leggeri ha, di fronte ai

gravissimi inconvenienti, qualche piccolo vantaggio. E uno di tali

vantaggi è la facilità di dissimular con loro lo stato del proprio

animo. Eravate lieti alla mattina e siete mesti la sera; essi se ne

accorgeranno al primo momento, ve ne domanderanno conto forse, ma poi

s'appagheranno di qualsiasi risposta, e, purchè non li turbiate nelle

loro abitudini, vi lasceranno in pace. La tempra del loro spirito li

dispone a interpretar tutto nel modo più tranquillante; c'è così poca

serietà nella loro vita; perchè devono supporre che ce ne sia nella

vita altrui? Roberto era cambiato, profondamente cambiato. Ma nè la

signora Federica, nè Lucilla attribuivano questo mutamento a ragioni

gravi.--Roberto ebbe anche nella sua infanzia di questi periodi di

_spleen_. Ma passano--diceva la signora Federica. In quanto a Lucilla,

ella trovava che Roberto voleva far l'uomo d'importanza. Dacchè aveva

ricevuto elogi speciali dai professori del Politecnico, non era più

quello d'una volta. Roberto soffriva di questa spensieratezza della

fanciulla amata; egli avrebbe voluto ch'ella si mostrasse sollecita di

saper le ragioni vere della sua mestizia, che gli strappasse di bocca

quelle confidenze ch'egli non poteva farle spontaneamente; ma poi

cercava di giustificarla, cercava di persuadersi ch'è un egoismo

l'affliggere gli altri con la scusa che siamo afflitti noi. Del resto

era inevitabile tra non molto una spiegazione. S'avvicinava il tempo

in cui Roberto avrebbe dovuto partire pel suo viaggio, e poichè egli

non partiva più, sarebbe ben convenuto dirne il motivo.

Lo stato del signor Mariano non peggiorava visibilmente. Egli era

sotto una cura, ma il dottor Rebaldi aveva accondisceso al desiderio

dell'infermo, e non s'era lasciato sfuggire una parola con la signora

Federica circa alla gravità della malattia. Dal canto suo, la signora

Federica era irritatissima contro il medico, il quale secondava le

ubbie di suo marito.--A badare a tutto--ella diceva--si sta freschi.

Anch'io, se dèssi retta a' miei nervi, dovrei prendere medicine tre

volte alla settimana. Ci vuol altro! Mariano ha sempre avuto il vizio

di ascoltarsi troppo.

Era un'abitudine della signora Federica di trovar un precedente a

tutto ciò che avveniva. Spesso questo precedente ella lo inventava di

pianta, ma esso le serviva a ogni modo per concludere:--Ciò che è

passato una volta passerà ancora.

La signora Federica era stata bellissima in gioventù, ed era sempre

piacente, quantunque avesse una certa tendenza alla pinguetudine. Già

non aveva che quarantadue anni e conservava le sue pretese di donna

galante. Bisogna dir per altro, a onor del vero, che la sua era stata

sempre una galanteria innocente. Vestir bene, andare a teatro, in

società, lasciarsi fare un po' la corte, tutto finiva lì. Le sue amiche

non avevano mai potuto accusarla di nessun intrigo serio, e quando non

lo potevano le sue amiche! Anzi esse dicevano che la sua vera

salvaguardia era la sua frivolezza.--La Arconti--continuavano--non è

capace d'innamorarsi. Noi, più giusti, diremo, che, in fondo, a modo

suo, ella amava suo marito, e siccome non le mancava nulla, le

tentazioni grosse non venivano ad assalirla.

L'assalivano le piccine. Aveva la mania delle toilettes, delle

acconciature, dei gingilli d'ogni specie, e, quand'ella passava per la

galleria Vittorio Emanuele, tutti i bottegai sentivano allargarsi il

cuore. A casa piovevano i conti, e il signor Mariano aveva sempre

pagato con rassegnazione. Adesso però gli pareva che fosse tempo di

por argine a questa prodigalità, e si lasciava sfuggir qualche parola

in proposito. Egli non era più giovine, non aveva più la lena d'un

tempo; gli affari dell'_Unione_ non eran più brillanti come per lo

passato; c'era la crisi commerciale; tutte le cose costavano il

doppio; bisognava moderarsi nei desideri, non gettar via le proprie

entrate fino all'ultimo centesimo; e avanti di questo tono. Ma la

signora Federica si stringeva nelle spalle.--Quante volte ho sentito

questi discorsi! Sempre la crisi, sempre gli affari che non van bene,

e poi tutti gli anni hai dovuto finire per confessarmi che tra le tue

competenze e la tua parte di profitto guadagnavi tra le quaranta e le

cinquanta mila lire. O che si deve logorarsi la vita per un po' di

danaro?--La signora Federica, come si vede, era superiore alla

_question d'argent_, o, a meglio dire, l'aveva risolta a suo modo: ci

fossero quattrini o no, a lei bastava spendere. Nondimeno, ella aveva

la degnazione di concludere che aveva capito e che farebbe volentieri

qualche sacrifizio, pur di non turbare la pace domestica. E infatti

per una settimana ella si metteva in economia; poi l'acqua tornava a

correr giù per la sua china. Roberto s'infastidiva, avrebbe voluto dir

la sua opinione anche lui, ma la signora Federica non lo lasciava

parlare.--Quel Roberto diventa intollerabile--ella brontolava.--Un

ragazzo moralista! Si può dar di peggio?--C'erano momenti in cui il

giovane si sentiva salire alle labbra la rivelazione della catastrofe

ch'era sospesa sul capo della famiglia, ma ne lo tratteneva la

promessa fatta a suo padre. E il signor Mariano, egli pure, aveva

strane indulgenze verso sua moglie. In fin dei conti--egli osservava

talvolta al figliuolo--ella avrà abbastanza privazioni da imporsi

dopo; lasciamo che adesso faccia a suo talento. Il cavaliere Arconti

era uno di quegli uomini, e son tanti, che, dotati di una singolare

energia di carattere, spiegano tutta questa energia nella loro vita

esteriore, e non ne esercitano affatto entro le pareti domestiche.

Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava

impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso

non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato

necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto

era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si

riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti:

Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di

guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che

questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace

opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?

Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della

famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il

cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender

una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa

erano sempre le stesse.

La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo

marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare

Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì

coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo

viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano

fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per

divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far

entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica

tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto

non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione

decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la

gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto _un'idea_.

Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All'_Unione_ c'erano

impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel

che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche

per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società

come l'_Unione_ alcune migliaia di lire sarebbero state una vera

bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi

verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.

Il fatto si è che l'_idea_ della signora Federica era la meno

effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier

Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato

sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per

procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa

influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione

e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad

ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato

un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo

poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che

non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua

se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più

compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol

far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi

colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno

dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In

tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi

che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso

eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto

le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra

gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da

parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da

lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per

basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È

una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper

sopportare il peso della gratitudine. _Pro gratia odium redditur_; lo

disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.

Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a

impiegar Roberto presso l'_Unione_. Aggiungasi che a lui, ingegnere,

sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La

signora Federica dovette quindi intascare _la sua idea_ brontolando, e

dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là

di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il

suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.

Presso l'_Unione_ si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè

dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio

e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si

sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti

azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state

ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli

valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un

mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine

del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della

revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era

accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima

di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso

e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di

nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si

sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse

nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione

parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma

era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra

gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere

sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua

posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa

all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate

presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi

i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose

all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe

forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma

Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe

stato il peggiore supplizio.

Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori

tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e

tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli

sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la

speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva

avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo

l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano

convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a

ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi

argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla

sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe

parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo

esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano

la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima.

Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la

sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che

avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse

aperta.

Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla

salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la

quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire

che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe

venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle

a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla

realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza

misericordia.

Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle

confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani

soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per

alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria,

egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere

almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche

settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime

illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che

la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al

giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più

necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano

davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno

più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.

Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee.

Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino

egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir

col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante

cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava

l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di

discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo,

quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a

Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun

corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita

pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato

i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava

d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli

aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito

l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva

seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde

speranze.

Nella lotta · 第 13 / 45 题