secondo PAOLO ARCARI
nel giornale clericale
“L'Avvenire d'Italia„ di Bologna.
Parliamone, adunque, poichè non se ne vuole parlare in Italia. Molti
pubblicisti hanno, credo, un alto concetto dell'efficacia della loro
parola ma è certo che sentono ancora più profondamente l'importanza del
loro silenzio. Essi credono che un movimento non possa in niun modo
venir meglio combattuto che tacendone gli inizii e smorzandone gli
echi. Chi facesse ingiusto giudizio del valore della stampa potrebbe
sentire in tale opinione il sofisma della mosca cocchiera: chi invece
ha l'orgoglio di questa tribuna quotidiana vi avverte un'illusione
visuale dannosa.
Il silenzio non ha mai impedito a chi sia nato vitale di crescere e di
espandersi ma lo ha anzi quasi invigorito fasciandolo di orgoglio; così
come gli strombazzamenti elogiosi non hanno mai conteso vittoriosamente
all'oblio nulla che fosse meritevole di cadervi presto e per sempre.
Tutte le dominazioni intellettuali della seconda metà dell'ottocento si
sono imposte non solo attraverso le più aspre polemiche ma sopratutto
vittoriose delle più deliberate trascuranze.
Eugenio Torelli Viollier, quando assisteva alla maggiore influenza del
_Corriere_, riluttava per nobili scrupoli morali a parlare di Gabriele
D'Annunzio. Ora, nell'egemonia del cantore delle _Laudi_, il giudizio
che quel, pur accorto, pubblicista credette di esprimere col silenzio
è infecondo di effetti: e la fama si stabilisce e si allarga malgrado
passati e presenti taciturni. Niuno invece può far il nome di certo
componimento drammatico di Felice Cavallotti senza che gli si presenti
spontaneo ed inseparabile il ricordo delle aspre polemiche dallo
stesso Torelli Viollier aperte e sostenute sul merito reale della sua
invenzione.
Il che significa che il silenzio nella sua qualità di resistenza
negativa, una volta sorpassato, non esiste più, mentre la parola
insegue la parola, mentre la forza attiva, avida e non disdegnosa del
dibattito, raggiunge e circonda la forza.
I destini della vita e della morte delle correnti ideali non stanno nel
pugno della critica, risiedendo invece nel seno delle energie spontanee
di tutta una civiltà e di un'epoca intiera, ma alla critica appartiene
molto di più: l'ufficio elettissimo che Socrate chiamava la maieutica:
aiutare cioè la generazione degli indirizzi decisivi obbligandoli a
prendere coscienza di loro stessi, la missione insieme di porre in
salvo dalle sconfitte gli elementi di vero che ogni più errata dottrina
porta sempre con sè.
Se dunque il futurismo fosse un pericolo per le direttive dei giovani
artisti non sarebbe mai col silenzio che noi gli stenderemmo attorno
una guardia profilattica. Ed in questo senso vedeva assai giusto
Innocenzo Cappa quando, a proposito di Enrico Cavacchioli, di uno cioè
dei maggiori fra le schiere del Marinetti e del futurismo, scriveva
al _Viandante_: «Milano, accorgendosene, potrebbe impedirgli di
insatanassarsi nell'iperbole».
Ma, dicono altri, questi futuristi non vogliono appunto se non che
noi ce ne accorgiamo. Non vedete che tutto ciò che fanno e dicono ha
il solo scopo di far parlare di loro? Sono pronti a ricevere tutto;
contumelie e sberleffi, tirate d'orecchio e manciate. Hanno pubblicato
in _Poesia_ le risposte più pungenti e più ironiche al manifesto del
futurismo: le letterine pepate di Pierre Loti e del Claretie. Perchè
accontentare questa fame di «grida», passione che li scorona di ogni
luce e di ogni significato?
Ed ecco un secondo abbaglio. L'ipotesi della vanità morbosa, è in linea
non di valutazione ma di studio di qualsivoglia fenomeno, semplicista
ed ingenua come quella della frode nella sociologia settecentesca.
Come non vi è astuzia umana capace di creare istituti e gerarchie
atte a resistere alla più breve esperienza di tempo, così artificio
speculatore di notorietà, assillante ricerca di atteggiamenti anomali,
bisogno ed ossessione di vellicare il pubblico curioso non giungono
a produrre una foggia del pensiero sottratta a legami di accordo e di
antitesi colle storiche adiacenze, ribelle ad esprimere suo malgrado le
tendenze dell'epoca nella quale essa si manifesta.
Nella frase volutamente provocatrice dello stupore, dello sprezzo o
dello sdegno dei contemporanei è nascosto un contenuto inconscio e
quindi sincero: la rappresentazione ideale dell'attaccamento comune
all'idolo aggredito, o di una larga stanchezza per culti durati da
troppo tempo.
L'anima dell'insulto, sotto al desiderio di offendere, è il
convincimento che alcuno possa esserne offeso. Così il desiderio
resta immutabile, ma i convincimenti cambiano e si sostituiscono e tal
aggettivo suona innocente oggi che ledeva ieri l'onore, ed espresse
l'elogio tal altro che servirà a significare il biasimo domani.
Senza iniziare ancora questa esegesi psicologica osserviamo che già
un primo valore sintomatico il futurismo l'ha nel suo bisogno di echi
immediati. I futuristi si accontentano di «un decennio per compiere
l'opera loro». Oggi i più anziani, fra essi, hanno trent'anni. «Quando
avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi
ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. — Noi lo
desideriamo!».
Il Loti, piacevolmente, se ne conturba ed azzarda la domanda: «A
che cosa posso dunque esser buono ancora?». Ma Andrea Ibels, senza
preoccuparsi dei limiti d'età, enuncia rigido la propria teoria:
«Ogni epoca non deve avere che i suoi artisti: e questi, una volta
invecchiati, devono sparire tosto che sorga la novella aurora. Che cosa
mi cale di vivere domani nella memoria degli uomini? È il sole radioso
dell'oggi che desidero e che voglio con tutte le forze del mio corpo e
del mio spirito».
Il poeta non vuol più vincere il tempo, ma frustare e sottomettere gli
astanti. Dove troviamo più il casto desiderio dell'«amplesso aereo in
faccia all'avvenir» onde erano febbricitanti le giovinezze poetiche?
La rapida evoluzione dei gusti e delle tendenze ha scosso la fede nel
sopravvivere delle opere d'arte; insieme l'intensità, la ricchezza
della vita presente, l'odierno lussureggiare dei frutti della notorietà
fanno più desiderabile all'orecchio il sussurro dell'attenzione
generale. Ma accanto a siffatto accendersi di cupidigie vi è uno
scoppiettìo di dispetti e d'invidie.
Invidia contro qualche recente, il Carducci o il D'Annunzio per
l'Italia, la cui poesia sia doviziosa di troppa cultura storica.
I futuristi alla storia sostituiscono la geografia: scavalcano il
Gange, si sdraiano nei golfi di Oman e del Bengala, si precipitano
contro i fianchi del Gorisankar, ed il prossimo romanzo del Marinetti
ci condurrà in Africa colle avventure del futurista Mafarka. Invero
la poesia non abbandona per questo il gravame didascalico e non si
avvicina troppo al reale. Ma in arte la bontà d'una tendenza non va
giudicata dalla pratica e tutti i risvegli del pensiero, tutte le
indipendenze e le insurrezioni dei fantasmi sono state prodotte da un
violento richiamo all'oggi, da una scossa alla letteratura d'accademia
che sempre, per sua natura, si volge verso l'ieri ed in questa
contemplazione, come la moglie di Lot, impietra.
Questo richiamo viene da uno scrittore, il Marinetti, che è insieme
francese ed italiano. Ed è il parossismo di reazione a due malattie
uguali e diverse delle due nazioni. In Francia il culto della
tradizione sociale, dopo l'_Etape_ del Bourget, minaccia di diventare
una sonnolenza e nasce infatti da uno stato d'animo per eccellenza
antipoetico ed antifattivo, dallo spavento della borghesia di fronte
alle nuove crisi ed alle prossime battaglie della società democratica.
Nasce cioè dal grande contatto della letteratura francese colla società
circostante e sopratutto con quei suoi centri dove la ricchezza insinua
la cultura. Questa società, quando si sentiva padrona, ispirava gli
scrittori alle maggiori audacie: poi che teme di perdere, non il
solo prestigio ma la forza reale, esercita sui letterati un malefico
influsso di terrore dell'oggi e dell'avvenire. Di fronte a questo fatto
è quasi bene che gli amici del Marinetti, come Adelsward de Fersen,
proclamino: «è meglio per l'artista congiungersi alla divina essenza
dell'avvenire, piuttosto che all'umana materialità del passato».
In Italia il soverchio culto dell'ieri nasce da circostanze opposte;
dalla mancanza di contatto, che persiste ancora ad eccezione di alcune
metropoli, fra il letterato e la società. L'attività letteraria sboccia
quindi da un intenso commercio intellettuale col nostro passato e corre
assai spesso il pericolo di fermarsi, di morire in esso, di essere
apparentemente d'imitazione e di conferire per ciò alle manifestazioni
artistiche del nostro paese una patina d'anticaglia. Sentiamo pertanto
in questo futurismo, che tuttavia è per metà straniero, una protesta
d'orgoglio patriottico. Alcuni ce lo invidiano questo sapore di
vecchio.
«Limitata all'Italia — scrive Enrico Bataille al Marinetti — la
rivoluzione da voi desiderata acquista un significato che fatalmente
essa non può acquistare in Francia. Ma se mai si avverasse, quanto
ce ne dorremmo, noi francesi, se ai nostri occhi di stranieri il più
gran fascino dell'Italia è di essere ritardataria». Per i futuristi
il fascino è un morbo: «Vogliamo liberare l'Italia dalla sua fetida
cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquarii.
Già troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri.» Occorre
liberarla dai Musei «cimiteri innumerevoli». «Date fuoco agli scaffali
delle biblioteche! sviate il corso dei canali contro le tele gloriose».
Quanta retorica di proteste per rispondere a questa retorica di
aggressione! E fa quasi pena a chi ama l'esercizio del saldo pensiero
critico sui fenomeni letterarii il vedere i più andar tastoni fra
piccoli rottami di vero. Alcuni ansiosi vogliono cancellare dalla lista
di proscrizione i nomi cari, salvare dall'esterminio questo o quel
capolavoro. Ma certo! Ma tutto! Gli dei maggiori ed i minori. È una
civetteria di predilezione che sa d'orgoglio: e la vanità di Erostrato
può anche palesarsi nel salvare il tempio di Efeso.
Non si strappano all'incendio i canti di Omero in grazia di
Carneade. E, davanti ad Omero, siamo tutti Carneadi! Il martello
degli iconoclasti che annienta in polvere inutile i marmi superbi
nella loro mutilazione è — dicono altri — istrumento di crimine,
arma di delinquenza. Tranquillatevi, più della vigilanza dei custodi
e degli amici dei monumenti sarà inibitrice possente la paura del
Codice. Tranquillatevi: il piccone non è un arnese ma una frase nella
letteratura italiana. Allora, aggiungono i terzi, se essi minacciano
senza propositi, son istrioni che vogliono divertirsi e divertire.
Anche questo è vero, un po'. Ma sul pensiero umano, miope cronico,
le immagini non si riflettono e non penetrano che ingrossate dalla
caricatura. Parlare non basta quasi mai nella polifonia di questa
vita multipla: urlare, bisogna. Perchè la letteratura si decidesse a
chiedere nuovi spiriti dallo studio dei Greci e dei Romani occorse che
qualcuno pronunciasse la blasfema invocazione di liberarcene del tutto.
E se questi futuristi hanno dell'incendiario, del pazzesco e del
ciarlatano la colpa è un po' di tutti: dei pacifici, dei ragionatori e
dei serii che non si sforzano sempre, che non si sforzano abbastanza
a trarre dal passato le luci del presente, troppo spesso soddisfatti
d'una conoscenza virtuosa ma non meritoria, perfetta ma vuota.
Un altro articolo del programma futurista rintrona i nostri timpani:
«Noi vogliamo questo e quest'altro, e il disprezzo della donna».
La donna è cacciata là in fondo al periodo, simbolicamente, così come
la precipiterebbero volentieri negli anfratti tenebrosi, lungi dai
nostri occhi e dai nostri cuori. Il programma prosegue avventandosi
anche contro il moralismo, ma il Marinetti, in un'intervista col
redattore di _Comoedia_, ha difeso il «disprezzo della donna»
atteggiandosi appunto a moralista.
L'aggressore diventa conferenziere, il suo tono si fa pacato,
insinuante, condiscendente: «Ho forse obbedito ad un eccessivo bisogno
di laconicità e mi affretto a stabilire le nostre idee su questo punto.
Vogliamo protestare contro la monotonia d'ispirazione sempre maggiore
nella letteratura fantastica; salvo nobili, ma troppo rare eccezioni,
poemi e romanzi sembrano non poter essere consacrati che alla donna
ed all'amore... Vogliamo sostituire nelle menti la figura ideale di
Don Giovanni con quelle di Napoleone, d'André e di Wilbur Wright, e,
in generale, strappare i maschi di vent'anni alla vanitosa ossessione
dell'avventura galante e dell'adulterio».
Benissimo per il fine ma molto male per i mezzi!
L'ossessione che distrugge la gioventù maschile non nasce appunto che
dal «disprezzo della donna». Tutti i tenori disprezzano la donna! E
il misoginismo fu è e sarà l'ultima espressione della sensualità. Lo
è nel D'Annunzio che vantate convertito al vostro programma per aver
proclamato, nella gestazione del _Forse che si, forse che no_: «Il
disprezzo della donna è la condizione essenziale dell'eroe moderno».
Lo è in voi stessi, futuristi, che nel secondo manifesto e nelle rime
d'uno dei vostri migliori, del Cavacchioli, intorbidate così spesso la
nobiltà delle forme con parole luride.
Se acconsentissi ad adoperare la parola «femminismo» in un significato
di orgoglio sessuale direi che v'è davvero molta parte della nostra
letteratura troppo femminista o femminea. Ma ne fate parte anche voi,
perchè è quella che rinuncia all'aspra e superba virilità del pensiero,
è quella che s'accoscia o si contorce, isterica, sotto le parvenze
più superficiali della vita: è quella che ha svenimenti del senso
logico, capogiri dell'immaginazione, anemia ed incostanza del fantasma,
pallori e spaventi e titubanze, della frase, che avanza e retrocede con
passetti civettuoli, che si dondola in minuetto, incapace di procedere
con fermo desiderio al sintetico possesso del reale. Sul «giaciglio
dei vecchi metri» si sdraia davvero e dorme — come cantava il Gnoli
— la vecchia poesia, ma perchè da troppo tempo le manca il contatto
vivificatore con un vigoroso organismo di pensieri.
Nè questo brivido di risveglio glielo darà la «piccoletta ansia
omicida» — il verso è del Cavacchioli del vostro sensualismo misogino.
La civiltà moderna, coi suoi automobili e coi suoi aeroplani, ha acceso
i nervi di entusiasmo. Volete rivendicarne la bellezza, instaurare
il «lirismo della macchina e del miracolo scientifico» estrarre un
rigoglio di fantasmi dalle officine e dalle stazioni, dalle locomotive,
dagli arsenali, dai cantieri. Dove avete ragione non siete nel nuovo,
dove siete nel nuovo non afferrate ancora l'anima di leggiadria d'ogni
più ferrea espressione della vita moderna. Se dalla scienza possa
scaturire la poesia si è discusso a lungo. Ma il problema innanzi al
filosofo dell'estetica non è mai esistito: perchè è la scienza che può
generarsi dalla poesia come il concetto dall'evoluzione del sentimento.
Perchè, ancora, la poesia non è alcun che di consistente nella realtà
circostante e non abitava nel castello medioevale più di quel che le
sia difficile risiedere nel corpo delle locomotive.
No, futuristi! Siete arretrati in estetica: la poesia non sta nella
locomotiva ma nello spirito dell'uomo, non abita nella Vittoria di
Samotracia ma in colui che la contempla. Non rinnovate, le logomachie
dei didascalici dal settecento a noi, zoppicanti nelle teorie e nei
versi, nel pensiero e nel ritmo.
Per fortuna, però, voi volete esser poeti e si vuol discutervi, coi
fantasmi non colle teorie. Dunque voi dite: «la magnificenza del mondo
si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità».
Se invece di spiegare: «un automobile ruggente è bello», scriveste
che la vostra anima si fa bella, poetica di velocità, contemplando
l'automobile, ragionereste meglio.
Ma non è questo che importa. Importa dirvi che la vostra anima potrebbe
farsi più bella scoprendo negli aspetti della civiltà nuova non la
forma d'aggressione, non i fugaci istanti di ebbrezza divoratrice
delle distanze, non le follie dei salti mortali ma tutto lo stupendo,
intenso, ininterrotto lavoro di calcolo, di pazienza, di tenacia,
di sacrificio, di concordia di opere e di intenti. La poesia umana
del lavoratore dell'officina e della locomotiva di fronte a quella
classica e georgica del pastore e dell'agricoltore, ha questo di suo
caratteristico: che l'opera dei campi si concepisce anche col desiderio
individualista di tranquillità, si immagina nella solitudine di
Robinson, mentre l'attività nuova non esiste, se non in una magnifica
armonia di sforzi collettivi, nella fusione orchestrale di tutte
le attitudini e di tutti i valori, del braccio e del pensiero, in
un'inconscia realtà di fratellanza.
Fratellanza, fratellanza!... Ne avete abbastanza del miele, futuristi!
«O guerra, — domanda Paolo Buzzi nell'_Inno_ al Marinetti, «principe
dei guerrieri» — perchè ci anneghittiamo, ormai, nella pace? — «Attendo
la sfida e la provoco — in questa atmosfera di vili».
Voi siete per il patriottismo. E reagite con bello slancio contro la
propaganda di debolezza contro il terrore di tutte le guerre che si
diffonde insano fra noi quando nulla ci guarentisce di non dover un
giorno difendere colle armi l'integrità della patria.
Ma, futuristi, il novello patriottismo non deve essere esaltazione
del bel gesto individuale della temerità e della violenza. È fatto — o
dovrebbe esser fatto — di disciplina, di silenzio, di abnegazione così
come di tutto ciò è costituito ogni trionfo della vita industriale.
«Bisogna — dice il Marinetti — che i popoli prendano ogni secolo una
gloriosa doccia di sangue per la loro igiene d'eroismo». Il sangue può
dare anche la paura: quello che bisogna preparare prima è l'eroismo.
Ed è di questo che il poeta scopre nell'anima, con magistero inconscio,
igienista più certo, gli elementi primordiali.
Il Bataille sottolineava al Marinetti chiudendo la sua lettera:
«Vogliate vedere una prova della mia alta stima personale nel fatto
d'aver risposto lungamente ed il più seriamente possibile alla vostra
inchiesta».
Io non pretendo alla gratitudine dei futuristi. Perchè il trattare un
problema seriamente non è il massimo che posso fare per piacere a loro,
ma il minimo che debbo per rispetto a me.
_Paolo Arcari._