presenta i Futuristi nell'“Indipendente„.
Dei sei poeti futuristi che Trieste intellettuale è chiamata a sentire
domani a sera — e sappiamo ben viva la curiosità del nostro pubblico
— Aldo Palazzeschi è uno dei più giovani. Pure egli ha al suo attivo
parecchi volumi: _I Cavalli Bianchi_, _Lanterna_ poemi; _Riflessi_
romanzo. Annunzia: _Il Codice di Perelà_, e intanto raccoglie l'eco
della critica giornalistica sui _Poemi_, ampio volume di aristocratica
edizione fiorentina.
Trovai, tornando appunto da Firenze, i _Poemi_, l'estate passata; e non
ebbi agio nella stagione di segnalarli ai lettori dell'_Indipendente_;
i quali, di quelli della modernissima scuola, conoscono già da lungo
F. T. Marinetti il duce, come i giovani chiamano mano il direttore
di _Poesia_: il _principe dei guerrieri_, come lo chiama Paolo Buzzi
dedicandogli il suo inno alla guerra. Ed è infatti una guerra che
i giovani combattenti per l'avvenire dell'arte sostengono. Questi
giovani sono i primi, contrariamente a tutta la violenza del programma
futurista, a riconoscere, a salutare la bellezza del passato che fu
bellezza. Il loro odio è per le muffe, che mai sono state altro, e
ostentano sempre, in tutti i rami dell'arte e della vita, il più feroce
misoneismo, e vorrebbero soffocare ogni nuova germinazione, ciechi
contro nuovi colori e nuove forme, solo perchè non corrispondono
a colori e forme catalogate e lustre della patina del passato;
disperatamente sorde contro ogni nuova armonia incomprensibile
all'ovatta dei loro orecchi.
Battaglia accanita quella dei giovani che non vogliono entrare nella
strada della vita coi soliti ritornelli belanti, con le solite
genuflessioni a una retorica ch'essi non sentono e non accettano
per canone d'arte. Nè può meravigliare o disgustare l'irruenza,
la scompostezza del loro gesto di battaglia, il linguaggio che par
talora di un fervore pazzesco, se pensiamo alla fredda malignità, allo
scherno velenoso che in ogni tempo accolse ogni giovanile rivoluzione
letteraria. Che non fu lanciato dal livore — eh, la parola è ben
giusta! — di coloro che si videro minacciati nel lor comodo adagiamento
nei versi cantabili, contro le prime barbare del Carducci? Ora le
barbare, invecchiate a loro volta, dovettero cedere al verso libero,
il quale è assai meno libero di quello che a orecchi profani possa
sembrare, e ha leggi d'armonia che sfuggono non soltanto a chi non ha
orecchio poetico, ma anche più a chi non ha anima poetica. Fate pur
prosa, adorna o disadorna, e mettetela a righette e chiamatela verso
libero, se piace a voi. Gli esperti, i senzienti del verso libero, i
poeti, ve la bolleranno per prosa egualmente.
Marinetti esordì con un poema in verso libero magnifico di slancio,
potente di colore: _La Conquête des Étoiles_, del quale fu già parlato
su queste colonne. In Francia, dove da un pezzo i _verslibristes_
s'imponevano, fu da Gustavo Kahn chiamato questo poema: _un bel
effort lyrique de beaux vers français d'une forme libre, originale et
rare_. Prova che i versi liberi possono assai distinguersi tra loro,
aristocrazia e volgo, come ogni cosa di questa terra e del cervello
umano.
I futuristi del resto non si preoccupano d'imporre un genere di poesia
o l'altro, e non comandano i versi liberi. Enrico Cavacchioli ha
quartine mirabili di grazia e freschezza. Paolo Buzzi incatena talvolta
nell'apparente metro libero i metri più ovvii, che tutti direbbero
ottonarî, settenarî, senarî, quinarî, se li vedessero stampati a
lineette, e pochi forse sanno trovare e far cantare nelle prolisse
righe dei versi liberi de' suoi _Aeroplani_.
Federico de Maria è poeta assai noto e caro ai giovani d'Italia, poeta
d'ardimento e di sentimento profondo.
Del Mazza, che dicono mirabile dicitore, ed esporrà versi del Lucini,
del Govoni, dell'Altomare, non conosco l'opera originale.
Di Aldo Palazzeschi, dico brevemente come me lo concede lo spazio. Non
è facile definirlo, o bisognerebbe conoscere tutta l'opera sua. Non
so i suoi poemi precedenti a questi, nè il suo, o i suoi romanzi. In
questi poemi s'atteggia a semplice. Una grazia un po' malata che si
compiace di foggiarsi modi qualche volta infantili, primitivi; ma che
ha pure una sentimentalità sincera, penetrante.
Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
follia.
Son dunque un pittore:
Neanche.
Non à che un colore
la tavolozza dell'anima mia:
malinconia.
Un musico allora?
Nemmeno.
Non c'è che una nota
nella tastiera dell'anima mia:
nostalgia.
Son dunque... che cosa?
Io metto una lente
dinanzi al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.
Non dice una cosa nuova il Palazzeschi. Fu sempre dato dei giullari ai
poeti d'ogni genere e d'ogni forma. Coloro che si danno da sè stessi
del saltimbanco, figurarsi se sono presi alla lettera dagli uditori
o lettori di buona volontà! Taluno mi disse che il giovane poeta fu
bistrattato dalla critica benevolente. Non so.
Mi parve bene riprodurre questa sua autopresentazione oggi che egli
viene fra noi. Noi sappiamo che non avviene mai che i saltimbanchi
di professione si diano questo nome. Tutt'altro! I Dulcamara della
piazza e dell'arte ostentano anzi titoli accademici e quando lo possono
cavallereschi. E quand'anche fosse, Pierrot in arte non è sinonimo di
pagliaccio ma di melanconico.
Ed è un melanconico sognatore il Palazzeschi, un dipintore di
fantasime. E hanno un fascino le figure ch'egli evoca con versi piani,
piani, ad arte puerili.
Tre piccole figlie stanno — apro a caso i Poemi — innanzi a Madama
Matrigna. Vestono a mezzo lutto, tengono il volto abbassato, sono tutte
confuse. In abito di crespo giallino, a pieghe e rigonfi, la matrigna
guarda, un poco sorridente, le piccine. Esse sono venute a pregarla di
parlar loro, e insistono supplichevoli che parli.
Ma non delle cose passate...
Ma non delle cose avvenire
Parlate, parlate, signora matrigna!
Ci sembra... ci sembra il vostr'occhio
che guardi... e non guardi...
Parlate, parlate!
In punta del labbro ci avete.
Signora Matrigna,
non so... non sappiamo...
ci avete un sorriso... maliardo,
un tenue sorriso ritorto
che nasce, si torce e finisce.
Un riccio eguale portate
in mezzo alla fronte.
Signora Matrigna, parlate, parlate.
Non è mirabilmente espressa in questa accorata sollecitazione l'ansia
delle tre piccole in lutto che si raccomandano alla donna vestita di
giallo, che per loro rappresenta la sfinge?
Di questi quadri vaghi, semplici tratti di penna, eppur profondamente
espressivi, il Palazzeschi ne ha in quantità. Come ha bizzarrie che
parrebbero inqualificabili e nondimeno son note d'un sentimento vivo
che restano nei nostri orecchi, gamma che involontariamente la memoria
ci ripete.
Non sono versi quelli della Fontana malata, per esempio. Ma quella
fontana noi la vediamo e la sentiamo tossire. Così vediamo il Borgo
tramontano, che non ha finestra al sole e le tien tutte chiuse, tutta
la giornata, per aprirle soltanto all'ora del tramonto che gli abitanti
e le campane salutano; per ritirarsi e tacere poi fino al tramonto
seguente. Così vediamo Regina Carmela e Regina Carlotta e le Nutrici, e
le Nazarene, donde forse il primo germe di quella stupenda Regola del
Sole, che il poeta dirà, crediamo, alla serata aspettata. La Regola
del Sole è un ordine di mistiche adoratrici dell'astro. Un gruppo di
signore s'è comperata un'isoletta in mezzo al mare, donde non si vede
terra nè vicina nè lontana, e ivi vivono beate, nella loro strettissima
clausura, aspettando ogni giorno il sole, meste nei giorni di nebbia,
felici in quelli di splendore. E non muoiono d'alcun male, si spengono
dolcemente, e quando una trapassa le altre la cantano beata perchè
salita ad unirsi al sole.
Insomma domani il pubblico triestino avrà l'impressione immediata della
poesia che è l'ultima espressione moderna ed il primo passo verso un
rinnovamento, speriamo, felice.
_Elda Gianelli._