presenta i futuristi nel “Piccolo„.
Serata di poesia futurista: la chiamano veramente i manifesti e gli
striscioni apparsi in gran numero a tutte le cantonate della città.
Infatti i sei giovani poeti che reciteranno mercoledì i loro versi al
Politeama Rossetti hanno accettato come insegna del loro sodalizio il
manifesto del futurismo lanciato l'anno scorso dal Marinetti: del quale
manifesto molto si rise e molto si discusse, e si rise perchè veramente
andava oltre a ogni seria intenzione di rinnovamento letterario; e
si discusse perchè spalancava ambo le porte a un problema che è forse
il supremo problema della letteratura: è fatale che l'arte si atteggi
sempre conforme al passato, e si giudichi sempre con le opinioni che
furono del passato? ovvero non deve trarre essa i suoi impulsi dalle
concitazioni della vita moderna, e giudicarsi a norma delle aspirazioni
che ciascuno di noi ha verso il futuro?
Il manifesto del futurismo premette dunque una contraddizione alla
legge del perpetuo ritorno di ciò che fu; e se questa è una legge, esso
contiene un'illusione o un inganno, se no è una legge, esso contiene,
in forme brutali, un'enunciazione di verità. Il che non può decidersi
dopo un anno dall'apparizione del manifesto, e mentre il mosto fermenta
e non si è fatto vino. Non giudichiamo dunque il futurismo che allo
stato di ebollizione; limitiamoci a presentare i futuristi che sono
allo stato solido di personalità: uno di essi, e il loro capo, F. T.
Marinetti, non ha più nemmeno bisogno di presentazione; poichè già
lo conosce il nostro pubblico come un poeta d'impulso e di fervida
fantasia: all'opera sua nell'ultimo anno non aggiunse che un dramma,
_Les poupées électriques_, inventato molto ingegnosamente sul tema
delle segrete affinità delle anime che sì sostituiscono inconsce l'una
all'altra, dapprima nell'indeterminatezza delle commozioni psichiche,
poi nella concretezza delle sensazioni. Non è necessario nemmeno
presentare il giovane siciliano Federico De Maria, che fu l'anno
scorso fra i lettori dell'Università del popolo: il suo libro _La
leggenda della vita_, scritto quasi tutto in versi liberi, ma con rime
e assonanze e ricchezza di melodia, lo rivelò come uno dei poeti che
meglio fanno suonare il lor pensiero nella armoniosità della lingua
nostra.
Una sorpresa per il pubblico potrebbe essere Paolo Buzzi, il più
complicato temperamento del gruppo. Vasto intelletto; volontà ambiziosa
e tenace che lo disciplina a una costanza di lavoro quasi sovrumana;
gusto non ancora purificato, non ancora naturalmente sensibile alle
proporzioni di ogni opera d'arte, qualunque essa sia. È milanese.
Sorse anni or sono, vincitore di un concorso letterario della rivista
_Poesia_, con un romanzo, _L'esilio_, dove aveva cercato di mettere
tutta la sua mente: e poichè la mente era vasta, il romanzo uscì in tre
volumi. Troppo; non tutto aveva lo stesso valore; ma c'erano capitoli
mirabili per verità e ricchezza di colore, per lucida esposizione di
idee, per trascrizioni d'una vorticosa vita fantastica. La stessa
impressione d'un uomo che ha molte cose da dire si riceve dal suo
volume di versi _Aeroplani_. Il contenuto ne è più denso, più vario
che nei consueti libri di versi; la vita delle città vi è vissuta con
una anima complessa d'uomo che sente dentro di sè una folla; la natura
vi è descritta con colori che paiono e sono nuovi soltanto perchè
sono più esatti. Ma anche qui regna talvolta il disordine, la febbre
dell'improvvisare, l'irriflessione, la mancanza di associazione delle
idee e di continuità delle forme; è un vigoroso e penetrante ingegno
non ancora tanto padrone della sua vita strabocchevole da placarla in
un'opera d'arte.
Enrico Cavacchioli invece, è un artista: cesella le strofe, e le
fonde nello stampo del bronzo; scrive di rado in versi liberi come i
suoi compagni, e non sono i suoi versi migliori. La sua originalità
è fatta di precisione: precise le visioni, per quanto strane, morbose
e macabre; preciso il vocabolo; preciso e ben ponderato il suono. Se
qualche suo componimento ha la forza dell'allucinazione, la ricava
dalla saldezza, dall'incisività di ogni segno tracciato dal suo stile
acuto ed acre.
Di Aldo Palazzeschi confessiamo di non conoscere che una poesia, ma
bellissima: _La regola del sole_. È scritta con una espressione di
candore e di umiltà appropriata alla visione ingenua; con un ritmo da
fiaba, morbidamente irregolare e dolcemente monotono. Ricorda, per la
ispirazione e per le forme, il Maeterlinck della prima maniera: _Les
sept princesses_. Ma non si può dire che lo imiti; fa una propria opera
d'arte, molto limpida, molto chiara, interessante. Infine Armando
Mazza, poeta pur lui, ci è annunziato come un magnifico dicitore
di versi, e come tale ebbe gran plauso a Palermo. Egli reciterà non
soltanto le proprie poesie, ma anche quelle d'altri futuristi: Libero
Altomare, Corrado Govoni, e infine di colui che questa pleiade di poeti
venera come il suo sole: Gian Pietro Lucini, un poeta lombardo che da
più di vent'anni vive in continuo arricchimento e in continuo rigurgito
del pensiero e in indefesso fermento e che ha scritto, tra dieci libri,
in una forma di versi inventata da lui, un fervido, caleidoscopico
poema di evocazione del settecento filosofico e lussurioso: _La
prima ora de la Accademia_. Egli, per vero, si schermisce dall'essere
futurista; ma i futuristi dicono che è il loro padre. Già, ogni futuro
ha un passato.
_Silvio Benco._