I.

Sguardo retrospettivo — La confessione — Il ritorno di Francesco.

La tessitura di questo racconto vuole che ora facciamo un gran salto

sopra il tempo, e che prendiamo i nostri personaggi come stavano in

autunno del 1857. Quanti nuovi mali percossero l’Italia in questo

intervallo di sette anni! Con quale inasprimento di tirannia la

trattarono i suoi nemici! Principiando dal Lombardo-Veneto, quante

persecuzioni e crudeltà, quanti ladroneggi vi andavano commettendo!

Il governo militare prolungato per anni, le imposte d’ogni maniera

accresciute enormemente, violate e derise le promesse riforme,

gravosi e stolti insieme i nuovi ordinamenti, deportazioni e patiboli

per punire i generosi impazienti del ferreo giogo. I feudatarj

dell’Austria si comportavano non meno iniquamente di essa. A Parma

regnava un malarnese di duca spavaldo e prepotente, che divorava

le sostanze dei sudditi per alimentare i suoi vizj. Caduto sotto

il pugnale della vendetta, la vedova di lui tirava innanzi con un

governo da donnicciuola, che alla schiavitù dei governati aggiungeva

l’avvilimento e la vergogna. A Modena il degno figlio di Francesco

IV, seguendo la fortuna dell’Austria, si restaurava sul trono paterno,

reggendosi col sistema di prima, e moltiplicando, a danno del popolo

impoverito, le sue già esorbitanti ricchezze. Il Granduca rientrava

con male disposizioni, smentiva la sua fama di mitezza, e chiamava

o sopportava in casa diecimila soldati austriaci. Questa insolita

e lunga occupazione forestiera inasprì sommamente i Toscani, e li

dispose contro la dinastia di Lorena ad un odio che portò più tardi

i suoi frutti. Il Papa tornava anch’egli dalla fuga, protetto dalle

armi straniere, e la reazione pretina faceva le sue vendette. Quel

governo scompigliato e cieco non solo perdurò caparbiamente negli

antichi errori, ma ne accrebbe la somma. Per non cadere di nuovo, gli

fu mestieri puntellarsi colle bajonette francesi e tedesche. Finalmente

il Borbone di Napoli, astuto e inflessibile tiranno, proseguiva a

regnare col solito dispotismo feroce, disprezzando ogni buon consiglio

da qualunque parte gli venisse dato. Egli giurò e spergiurò, come gli

altri, una costituzione strappatagli dalla paura, fu bugiardo nelle

amnistie, condannò al carcere ed all’esiglio un numero infinito di

patrioti, e singolarmente incrudelì contro i Siciliani. In mezzo a

tanta tristizia di governi e miseria di governati, il solo Piemonte

camminava francamente nel suo libero reggimento, maturava i suoi

disegni generosi, e teneva vive le speranze della redenzione italiana,

che ora si va compiendo.

Faustino toccava il ventunesimo anno, ed era uno de’ più bei giovani

di Brescia. Le grazie della persona e dello spirito, che abbiamo

conosciute in lui adolescente, avevano raggiunto uno sviluppo ed una

perfezione ammirabile. Egli presentava incarnato il bello ideale della

scultura coll’animazione che essa non può dare. Fanciulle e donne lo

guardavano un po’ troppo lungamente, e l’impressione che ricevevano

del suo volto durava anche dopo sparito. Faustino ignorava di avere

tanta virtù di attrazione e di essere l’oggetto di molte brame secrete,

che avrebbe dipeso da lui il convertire in passioni profonde. Ma

sapendolo pure, non ne avrebbe profittato, come giovane non inchinevole

per natura alle lusingherie amorose, e non cercatore di galanti

avventure. Amando sempre la sua Luigia, egli serbava per le altre

donne l’indifferenza e quasi la ritrosia del Pastor Fido. In quanto

all’istruzione, la possedeva ampia, moltiplice ed esatta per sola opera

di Don Aurelio e di un altro insegnante privato; istruzione libera e

sciolta dalle pastoje liceali e universitarie dell’Austria. Egli non

voleva dal governo impieghi nè uffici di sorta. Le sue visite a Don

Aurelio non erano più quelle dello scolaro al maestro, ma dell’amico

all’amico, e conversando seco lui accresceva tuttavia il tesoro delle

sue cognizioni.

Da lungo tempo Faustino e Luigia avevano cessato di vedersi in casa di

Don Aurelio, e così bisognava fare. Benchè durassero i rapporti delle

famiglie e l’occasione della vicinanza, non vi erano più dalla parte di

Luigia le ragioni e le libertà fanciullesche per condurla di frequente,

come una volta, presso l’inquilino. Ora doveva avere altre cure in casa

propria, e andare da lui colla debita moderazione, e non mai quando vi

potesse incontrare Faustino. I due giovani furono egualmente persuasi

di questa convenienza, e vi ubbidirono. L’amore e la beltà crebbero in

essi cogli anni, e pareva che la beltà e l’amore si fossero giovati a

vicenda nell’incremento. Le loro anime si erano perfettamente intese.

Ora si amavano colla pienezza d’affetto e di fidanza, che ha in sè

tante gioie da supplire a quelle mancate del trovarsi insieme. Da

supplire fino ad un certo segno, aggiungiamo. Il compenso sarebbe stato

scarso quando non avessero avuto il modo di ricambiarsi tratto tratto

una letterina e qualche occhiata in distanza. A dir giusto, quello

delle occhiate in distanza non era un fatto nuovo, se il lettore se ne

ricorda. Faustino aveva terminato di essere scolaro, ma egli passava

ancora sotto quella tale finestra, salvo il mutamento dei giorni e

delle ore.

Poteva l’amore del giovane rimanere sempre nascosto alla signora

Elisa e a Don Aurelio? Poteva l’occhio della madre e quello dell’amico

non leggere nel suo cuore? E Faustino medesimo non doveva finalmente

confidarsi colla madre e coll’amico? No, essi non ignoravano il suo

secreto, e ne tenevano discorso fra loro. Siccome l’amore pareva ben

collocato, e molta la probabilità del matrimonio, così non ne erano

inquieti, e fingevano di non addarsene, aspettando la confessione di

Faustino. Un giorno di ottobre egli ricevette un foglio di Luigia,

e tornò al _ronco_ tutto consolato di quel dono, che mancavagli da

qualche tempo. Era singolarmente strano il suo contegno in tale giorno.

Discorrendo a tavola, passava di sbalzo da un soggetto all’altro, da

una facezia ad un serio proposito, dal ridere al comporsi in gravità,

dalla distrazione al raccoglimento. Tutto ciò perchè avrebbe voluto

entrare in un certo tema, e non osava. Sotto gli sguardi fissi della

madre si sconcertava di più e arrossiva. La signora Elisa indovinò

il motivo di quell’impaccio, e si divertì nell’aumentarlo. Dopo

pranzo Faustino la prese sotto il braccio, ed uscirono a passeggiare

all’aperto.

— Mia cara madre, io sono innamorato, diss’egli di botto come se il

secreto gli scappasse con impeto di fuga. Nello stesso mentre distolse

l’occhio da lei per non vedere l’effetto che produrrebbe sul suo volto

la confessione.

— Innamorato da molto tempo? domandò tranquillamente la signora Elisa.

— Ah sì, da molto tempo! rispose Faustino maravigliato della calma con

cui gli veniva fatta quella domanda. Egli ricondusse lo sguardo alla

madre, che componeva le labbra ad un lieve sorriso.

— E perchè non confidarmelo prima d’ora?

— Lo avrei voluto molte volte, ma....

— Ma che?

— Me ne vergognava. Il mio cuore si era aperto troppo presto e mio

malgrado all’amore. Facilmente si sarebbe considerato come un balocco

da fanciulli..... avrebbe dato motivo a ridere.... Ah no, il mio amore

era serio e grande fino dal suo nascere. Tuttavia non sapeva risolvermi

a palesartelo. Io aspettava, aspettava.... mi perdonerai, madre mia?

— Chi è la fanciulla?

Faustino la nominò, e ne fece il ritratto col più tenero entusiasmo.

— Ed io credeva di occupare sola il cuore di mio figlio, proseguì

la signora Elisa con accento da lasciare in dubbio se veramente le

rincresceva di essersi ingannata.

Noi siamo persuasi che il suo lamento fosse sincero, ma come riferibile

ad un antico e dileguato dispiacere. Quando la signora Elisa ebbe

scoperto colle proprie osservazioni il secreto di Faustino, si dolse

in sè medesima che egli dividesse i suoi affetti. Tutti gli amori sono

esclusivi e gelosi di regnare assolutamente. Il materno, conoscendo

l’assurdità del suo egoismo, lo nasconde, ma ne ascolta se non altro

i primi moti. Faustino doveva credere che la madre si lamentasse di

un’amarezza nata allora, e si adoperò caldamente a dissiparla.

— Rassicurati, cara mia, che tu mi stai nel cuore sempre al medesimo

posto, egli disse premendola al braccio. Il mio affetto per Luigia

non ha punto pregiudicato a quello che nutro per te. Anzi tu ci hai

guadagnato, se il mio figliale amore poteva crescere ancora. Mia madre

e Luigia mi toccano nell’anima due corde producenti insieme un’armonia

soavissima. Luigia mi abbellisce di nuove gioie la vita che mia madre

mi diede. Allorchè tu conoscerai la creatura che ti fa gelosa, l’amerai

tu pure e ne sarai riamata. Così fra noi tre la scambievolezza del

duplice amore ne farà direi quasi uno solo, che non avrà l’eguale per

l’abbondanza delle sue dolcezze.

— E se il padre di Luigia si opponesse alla vostra unione?

— Ah, non è possibile, disse Faustino assalito da quel dubbio doloroso

che aveva più volte combattuto e vinto in sè stesso. Il padre di Luigia

l’ama troppo per volerla disperare, e me con essa. Io credo di non

essere immeritevole che mi affidi il destino di sua figlia.

— Però tu sei stato imprudente, Faustino mio. Alla tua età non dovevi

accogliere un amore che poteva essere indegno di te, o non diviso, o

contrastato.

— Col primo richiamo tu mi fai torto davvero. Per fanciullo che io

fossi, non mi mancava il discernimento. Ove Luigia non fosse stata

di buona famiglia, d’indole gentile e ben educata, non avrei fermato

lo sguardo sopra di lei, e molto meno cangiata la prima simpatia in

altro più vivo sentimento. Quanto al pericolo che il mio amore potesse

essere non diviso o contrastato, vi era, mi parve, poco da temere.

Non abbiamo tutti il nostro amor proprio che ci fa coraggio? Qual è il

giovane amante che non si lusinghi di ottenere corrispondenza? E donde

mi sarebbe venuto l’ostacolo alla speranza? Io aveva fatto l’esame

di me stesso, e sia detto colla dovuta modestia, mi trovai abbastanza

contento. Il sentire troppo umilmente di noi, e il timore dei rifiuti

e dei contrasti non giustificati, costringerebbero una gran parte degli

uomini ad astenersi dall’amore, o a soffocarlo nascente. Sicchè, madre

diletta, mi darai il tuo consenso? Ti piacerà di avere due figli?

— Potresti dubitarne? Ma ci manca un altro consenso.

— Lo avremo sicuramente. Sarebbe tempo che io mi facessi conoscere

dal padre di Luigia.... che preparassimo le cose. Don Aurelio sarebbe

l’uomo a proposito per toccare i primi tasti. Quindi interverrebbe

la mia dolcissima madre colla sua nobile presenza, coi suoi modi

attraenti, preceduta dalla fama delle sue virtù e de’ suoi patimenti

gloriosi.... a lei non si resiste.

— Basta basta. L’interesse della propria causa rende eloquenti.... ed

anche adulatori se occorre, disse la signora Elisa con una grazia di

sorriso e di gesto da mostrare che meritava l’elogio, mentre intendeva

di declinarlo.

Erano giunti in vista del sepolcro, e tacquero. I due cipressi, già

cresciuti ed educati a protendere basso i rami, lo coprivano colla loro

fosca verdura. Più che un sepolcro, altre volte cagione di emozioni

affannose, era adesso un altare a cui si accostavano con mesta e quieta

venerazione. Passando di là non piangevano più, ma sospendevano un

lieto pensiero che potesse allora occuparli. Il dolore, così a lungo

e aspramente esercitato, aveva spuntati i suoi strali e finito di

adoperarli, lasciando nei feriti le piaghe rimarginate.

Passarono presso un melo, sopra il quale stava il _ronchiere_

cogliendone i frutti.

— Se ti contenti, disse Faustino alla madre, manderemo domani a Don

Aurelio un cestello di queste pome tanto belle e saporite. Io credo che

non fossero più seducenti quelle mangiate da Eva e dal Consorte.

— Sì sì, vorresti anche tu adoperarle a sedurre... cioè a

raccomandare... disse scherzando la signora Elisa.

— Mamma cara e maliziosa!

— Vedi se mi hai capita?

— Don Aurelio mi gioverà senza bisogno di mele, perchè vi sarà

disposto dalla sua bontà, ed io gli pagherò il debito coll’aumentargli

il mio affetto e la mia gratitudine. Dunque il primo giorno che noi

discendiamo insieme a Brescia, e sarà presto, è vero? io ti lascio alla

porta di Don Aurelio, e vado a passeggiare per la città. Dopo un’ora

torno a prenderti, e mi presento franco e disinvolto, come se non

sapessi ciò che intanto sarà accaduto fra voi due.

— E che sarà accaduto?

— Nulla di più facile a prevedersi. Tu gli avrai detto: il mio Faustino

ama vivamente e con ricambio la signora Luigia, figlia del padrone di

questa casa. Io non la conosco, ma Faustino me l’ha dipinta come un

modello di perfezione. Lei, signor Don Aurelio, potrebbe dirmi se il

ritratto corrisponde all’originale. Qui il mio caro maestro conferma la

somiglianza, e tu prosiegui: Lei che abita in questa casa da venti anni

avrà naturalmente dei rapporti di amicizia col padre della fanciulla.

Chi non fa stima di Don Aurelio, e non si tiene onorato di essergli

amico? Or bene, io lo pregherei che volesse così bel bello provare

il terreno..... scoprire le intenzioni del padre..... e grado grado

insinuarsi nell’affare. Don Aurelio avrà risposto che assai volentieri

assume questo impegno, e che ha ferma speranza di ben riuscirvi. Ecco

il sommario del vostro discorso. Io tralascio per brevità gli sviluppi

e le disgressioni con cui lo avrete allungato. Non dico neppure la

maraviglia di Don Aurelio all’intendere che Faustino e Luigia si amano.

Come sono stati furbi costoro! avrà esclamato. Ed io non avvedermene

mai!

In questo momento compariva Francesco su pel viale, e gli mossero

premurosamente incontro. Dopo un’assenza di cinque giorni, egli tornava

col suo fagottello sotto il braccio e coll’aria molto più afflitta di

quando era partito.

— Ella è morta! disse sospirando allorchè si fu avvicinato ai padroni.

— Morta! Povero Checco! risposero essi restando immobili in atto di

grande compassione.

Si guardarono tutti tre a vicenda, e gli occhi ed i volti esprimevano

nel silenzio io stato dei loro animi.

— Parla, poveretto, disfoga il tuo dolore, disse la signora Elisa

standogli da un lato, e Faustino dall’altro, e tornando lentamente a

salire.

— Ah, il mio dolore è ben grave! Sono arrivato al paese nell’ora

che la cara vecchia pareva star meglio. Sia lodato il Signore, disse

al vedermi entrare in camera; il suo solito motto di quando veniva

sorpresa da una consolazione. Era seduta in letto, e quasi non

sembrava ammalata, badando alla sua voce ferma e all’insieme del suo

aspetto. Sicchè io non moderai il mio trasporto, e me la strinsi fra

le braccia come se fosse stata sana. «Figlio mio, la tua venuta mi

è di grande sollievo, e contribuirà a guarirmi. Jeri e l’altro mi

sono trovata poco meno che agli estremi, e temeva di non più vederti.

Ma oggi, grazie al cielo, mi sento sollevata.» Così mi disse mentre

eravamo abbracciati. Ah traditore di un male! Il giorno appresso ella

ricadde nello stato di prima, e con segnali più spaventosi ancora. Le

sue divozioni le aveva già fatte. Il curato venne per amministrarle

l’olio santo, e confortarla a morire. Ella non perdette un minuto la

conoscenza, e parlò rassegnata e tranquilla a noi tre fratelli, che

stavamo singhiozzando intorno al letto. Ci disse parole che stringevano

l’anima, ultime parole uscite dalla bocca di nostra madre: «Amatevi

come avete sempre fatto, e non cessate di avere il santo timor di Dio,

ci disse. Io pregherò per voi, e vi do la mia benedizione.» La signora

udrà volentieri che mia madre si ricordò di lei e del signor Faustino,

come pure delle cortesie che le usarono quando fu a trovarmi a Brescia.

«Quei buoni signori che hanno tanto patito! continua a servirli con

amore, ed io pregherò anche per essi.» Una mezz’ora dopo mia madre non

era più.

Francesco si passò una mano sugli occhi. La signora Elisa e Faustino

lo avevano ascoltato silenziosi. Che avrebbero potuto dirgli in tale

circostanza? Quali conforti recargli? Certo è che nessun male di

persona estranea li aveva toccati al pari di questo. Ma Checco non

era un estraneo per essi. Come non sentire vivamente il dolore di chi

aveva sentito più vivamente i loro? La signora Elisa, entrando in casa,

ordinò alla cociniera che gli preparasse da mangiare. Egli inghiottì

a stento qualche boccone e poi, volente la padrona, andò a riposarsi

dalla stanchezza del viaggio. Nella sua cameretta disfece il fardello

per mettere a luogo i panni. Vi erano anche involte alcune cosuccie

appartenute a sua madre, fra le quali una medaglia che essa portava

sempre al collo. Vedendo quegli oggetti, si commosse fortemente, il

cuore gli si disgruppò, e sparse lacrime abbondanti; il che non aveva

ancora potuto fare.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 20 / 31 题