L’interrogatorio.
I prigionieri stettero quindici giorni prima di subire un esame.
Lo stato d’assedio, cui era sottoposta la città, voleva che fossero
giudicati da un tribunale straordinario. Finalmente la signora Elisa
venne condotta dinanzi alla commissione che soleva radunarsi in una
sala del castello per esaminare gl’incolpati politici colà rinchiusi.
— Sa ella il motivo del suo arresto? domandò il presidente della
commissione.
— Io lo suppongo, rispose l’interrogata. Ma quello che riguarda mio
figlio non posso immaginarlo. La sua tenera età e la sua innocenza
lo avrebbero dovuto preservare dal carcere, o almeno fargli dividere
quello di sua madre. Non ignoro per altro che l’Austria si permette
ogni sorta d’iniquità.
— Si ricordi, signora, a chi sta dinanzi, e non voglia con propositi
oltraggiosi al governo, far danno a sè medesima. Come ha ella potuto
procurarsi il cadavere di suo marito, e a quale scopo lo faceva
seppellire al suo _ronco_?
— Me lo sono procurato col danaro e colle preghiere. L’ho fatto
seppellire al _ronco_ perchè le persone care si vogliono avere
possibilmente vicine quando sono vive e quando morte. Dalla mia camera
vedo il luogo dove riposa. Ogni mattina, aprendo la finestra, invìo
colà un saluto, e altrove una maledizione.
— Suo marito era un sedizioso che infiammava i cittadini alla rivolta,
che fu preso colle armi alla mano, e punito come meritava, disse uno
dei due consiglieri.
— Un Italiano così parla di un Italiano assassinato dagli Austriaci!
Mio marito è muto in eterno, ma io rispondo per lui.
— La signora avrà abbastanza da rispondere per sè stessa, ripigliò
il presidente additando la croce che stava in un angolo della sala.
Riconosce lei quella croce?
— Infamia! disse la signora Elisa diventando smorta. Hanno dunque
invaso di nuovo il mio domicilio, strappata la funerea pietra, e forse
manomesso il sepolcro? Che avvenne del cadavere di mio marito?
— Non importa che ella lo sappia.
— I barbari! gl’iniqui! che violano anche le tombe delle loro vittime.
Non vollero lasciarmi neppure le ossa dell’infelice. Essi temono che,
bagnate dal pianto della sposa e del figlio, abbiano a ricomporsi e
sorgere animate e minacciose agli oppressori.
— Chi ha composto l’epigrafe scolpita su quella croce? domandò l’altro
consigliere.
— Io medesima «Per aver amato e difeso la patria fucilato degli
Austriaci tiranni e carnefici d’Italia.»
— E chi fu il manuale che incise quelle audaci parole?
— Il signor consigliere sarà ben persuaso che lo domanda invano. Questo
delitto lo aggiunga all’altro mio. Come ho composto l’epigrafe, così mi
carico pure di averla scolpita. La cosa non sarebbe impossibile.
— Ella è già aggravata abbastanza. Le sue opinioni, i suoi discorsi, i
suoi atti arditamente contrari al governo, il mal esempio che diffonde,
i cattivi principii in cui educa suo figlio, tutta insomma la di lei
condotta potrebbe attirarle il più grave castigo.
— La morte mi sarebbe meno dolorosa dell’esistenza a cui l’Austria mi
ha serbata. Io sono rea agli occhi della tirannide, e sia fatto di me
secondo le sue bieche deliberazioni. Ma mio figlio è innocente, e non
deve gemere alla sua età nella solitudine e nello squallore di una
prigione. In nome di Dio e dell’umanità sia lasciato libero, o se non
altro gli venga concessa la compagnia di sua madre.
— Egli non potrebbe avere peggior compagnia di quella di sua madre,
rispose accigliato il presidente. La signora si avvezzi al pensiero
di separarsene per sempre. Suo figlio sarà posto in un collegio
governativo per esservi educato come si conviene.
— Ciò non potrebbe accadere neppure dopo la mia morte. Vi sarebbe
cosa più misera di questa, più infame e più insopportabile sulla
terra? Io rabbrividisco al solo immaginarla. Mio figlio educato per
cura del governo austriaco, l’assassino di suo padre! No, no, tale
progetto esecrabile non può effettuarsi in verun modo. Il mio Faustino
vi troverebbe scampo col precipitarsi da una finestra. Così sarebbe
compito l’eccidio dell’intera famiglia. Mi si riconduca alla mia
prigione.
— La signora non ha dichiarato abbastanza per qual modo ottenesse il
cadavere di suo marito.
— Col pregare, ho detto, e col ricompensare le persone che potevano
contentarmi.
— I nomi di queste persone?
— Io non denunzio nessuno.
— Il tribunale è interessato a scoprire di lei complici.
— Non denunzio nessuno.
— Il silenzio tornerà a suo detrimento.
— Altro non dovrebbero avere a domandarmi, giacchè io mi confesso rea
di quanto sono accusata.
— Noi vogliamo conoscere meglio i suoi sentimenti verso il governo.
— Mi meraviglio che non li abbiano già conosciuti quanto basta. Ah,
l’Austria condanna pure il pensiero, che è libero per legge eterna
indeclinabile di natura? Libero anche negli schiavi, e non sottomesso
neppure alla nostra propria volontà? E loro signori hanno il mandato
d’investigare questo pensiero inviolabile, di trarlo dalle latebre
dell’anima e processarlo? Ecco un nuovo genere di Santo Uffizio della
Inquisizione. Se non che io risparmio loro l’incomodo d’interrogare. Le
mie eresie politiche non le nascondo nè per paura nè per altro riguardo
qualunque. Io detesto in sommo grado il governo austriaco.
— Laonde gli nuocerebbe, potendo?
— Nuocergli? Ne farei l’estrema rovina con mia gran gioia.
— Forse la signora non pensava così avanti la morte di suo marito.
— Il signor consigliere mi fa torto; il mio odio è antico. L’assassinio
che mi ha vedovata è un lutto di famiglia, un dolore a parte che io
metto appena nel cumolo delle patrie miserie. Chi ama il suo paese
piange lo strazio che si fa di esso più che i mali suoi propri. Benchè
grave e miseranda la mia sciagura, che è in confronto delle pubbliche
onde gemono cinque milioni d’Italiani? Io posso quietarmi alle volte
sul mio affanno privato, ma non mai alla considerazione delle calamità
moltiplici e diuturne che pesano sulla patria, non mai al pensiero
della sua oppressione, della sua schiavitù, della sua infelicità.
— Potrebbe darsi che la signora esagerasse il suo amore di patria e
la sua avversione al governo per acquistarsi una tal quale celebrità
nel mondo dei liberali, disse il presidente con un sorriso beffardo.
L’ambizione alle volte suggerisce i più strani partiti, compreso
quello di sacrificare sè stessi alle lusinghe di essere ammirati e
glorificati.
— Il signor presidente vorrebbe offendermi con questa maligna
osservazione, ma io gli rispondo con calma che non esagero l’amore di
patria nè l’abbominio all’Austria. Sono due sentimenti sinceramente
professati fra noi, e così debiti e generali che non destano alcuna
attenzione, come avviene delle doti comuni. Che vi sia un ostentatore
di essi per vaghezza di rinomanza non si può credere, giacchè costui
non arriverebbe a distinguersi dalla folla, nè a farsi un merito. Non
mancano, è vero, anche i disamorati della patria e gli amici della mala
signoria tedesca, ma si restringono a pochi venduti, che sarebbero
pronti a mutare bandiera quando si rinnovassero gli avvenimenti
dell’anno passato.
Il presidente suonò il campanello, e comparve una guardia che
ricondusse la signora Elisa alla sua prigione. Indi a poco il medesimo
tribunale ebbe dinanzi Faustino. Il fanciullo era destinato a servire
di accusatore e di testimonio contro la madre. I giudici, profittando
della sua inesperienza, dovevano trargli di bocca la rivelazione di
fatti a lei pregiudizievoli, quando ve ne fossero stati. Per averlo
pronto a questo perfido e snaturato ufficio, lo facevano intanto
addolorare in carcere. Tale era la moralità e l’eccellenza della
giustizia austriaca. Faustino aveva stabilito in cuor suo di voler
essere impavido e superiore a sè stesso, ma il solenne apparato del
luogo e l’imponenza dei giudici fecero svanire il suo proponimento.
Sgomentato e peritoso, abbassava gli occhi e balbettava le risposte.
Ci voleva lo stimolo dell’amore filiale e quello dell’indegnazione per
fargli alzare il capo e sgombrargli dall’animo lo sbigottimento. Al
rifiuto della sua preghiera di poter vedere la madre, si sentì mutato
interamente.
— O crudeltà inaudita! proruppe egli acceso in volto. Dividere il
figlio dalla madre, chiuderli separatamente, negar loro il sollievo
di abbracciarsi! Di che siamo noi colpevoli per farci tanto soffrire?
Povera madre mia!
— Calmatevi, disse il presidente, e rispondete con sincerità alle
nostre interrogazioni. Questo è il solo mezzo per cui possiate sperare
di riunirvi a lei. Quali amicizie, quali relazioni ha la vostra
famiglia in Brescia?
— Io credo che prima di me avranno interrogato mia madre. Se ella ha
risposto, è inutile che risponda io; se ha taciuto, io pure mi taccio.
— Voi cominciate male per meritarvi la consolazione che bramate.
— Non debbo acquistarmela col nuocere altrui.
— Dunque le persone che vengono in casa vostra parlano contro il
governo?
— Io ignoro l’argomento dei loro discorsi, perchè non vi assisto. Il
governo che ha in ira e perseguita la mia famiglia sospetterebbe e
molesterebbe anche a torto coloro che sono in qualche modo legati a
lei. Ecco perchè non li nomino. Quello che posso dire si è che mia
madre ed io viviamo da cinque mesi ritirati al _ronco_ senza vedere
quasi nessuno.
— Vostra madre debb’essere altresì la vostra maestra, disse uno dei
consiglieri. Che cosa v’insegna di bello?
— Mio maestro è il prete Don Aurelio, che mi spiega la religione, il
latino, e le altre discipline ginnasiali.
— Quali massime v’infonde egli circa la patria ed il governo?
— Ciò non entra nell’istruzione che ricevo da lui.
— L’insegnamento di questa materia lo ha dunque vostra madre riserbato
per sè, ripigliò il presidente. Noi sappiamo che avete profittato delle
sue lezioni, e che portate odio all’Austria.
— Le lezioni di mia madre versano sulla bellezza della virtù, e sulla
deformità del vizio; sui pregi della scienza, dell’onore e della bontà
dell’animo, e sulla vergogna di quanto vi è contrario. Mia madre, colla
scorta di nobili esempj cerca d’instillarmi l’amore di tutto ciò che è
generoso e stimabile al mondo.
— La vostra fanciullezza dovrebbe salvarvi dal dovuto castigo, ma
siccome voi mostrate lo scaltrimento e l’ardire di un uomo, così
potrebbe darsi che per voi si derogasse alla legge, e vi si giudicasse
in via di eccezione.
— E per quale delitto? Io domando perchè mia madre ed io siamo stati
condotti in prigione. Abbiamo forse obbligo di voler bene al governo
che ha fatto di noi una vedova ed un orfano?
— Vostra madre è colpevole di aver corrotto persone che trafugarono il
cadavere di suo marito.
— Ah, povero padre mio, egli doveva dunque essere interrato come un
bruto sui bastioni della città dove subì l’orrendo supplizio?
— Voi saprete per opera di quali uomini ella riuscì a dargli sepoltura
al _ronco_.
— Io non so altro se non che una mattina mia madre mi guidò sopra un
terreno smosso di recente, e mi disse «Qui giacciono le spoglie mortali
di tuo padre». Io mi prostrai affannosamente, e proruppi in lacrime
dirotte. Quel giorno medesimo piantai sul sacro terreno alcuni fiori
che presto germogliarono e crebbero, e che io seguito a coltivare con
religiosa cura.
— Il vostro giardino è stato distrutto; il corpo di vostro padre non è
più là.
Faustino restò muto di quel silenzio a cui una subita e grave ambascia
costringe. Egli ebbe la stessa ferita che colpì sua madre all’udire lo
stesso annunzio. Dopo un istante potè formare la parola, ed esclamò:
— Giusto Dio, vendicate la profanazione dei sepolcri, punite gli
spietati che mi uccisero il padre, e che ora mi tolgono le sue ceneri,
sopra le quali mi era dato di piangere e di pregare. Neppure questo
misero conforto ci è lasciato.
— Vostra madre confessò di aver composto l’iscrizione che stava sulla
croce, disse un consigliere.
— E che perciò? Doveva forse attribuirla ad altri, mentre era sua?
— Confessò pure il nome dello scarpellino che la incise.
— Questo non può essere vero. Mia madre non ha basso animo, e non fa
male a nessuno. Mi accorgo che si tenta di condur me a rivelare quel
nome. Io dichiaro di non saperlo, e quand’anche mi fosse noto, non lo
paleserei neppure sotto la tortura.
— Voi siete una testolina calda, conchiuse il presidente, un piccolo
temerario imbevuto di cattivi principii, avviato a diventare un
facinoroso, come era vostro padre. Tanto peggio per voi se non
metterete giudizio.