L’arresto. — Il cadavere tolto e ripreso. La prigione.
Arcane cose e quasi soprannaturali sono i presentimenti avverati. Come
mai succede che noi abbiamo alle volte sentore di una trista ventura
indeterminata e lontana che ci pende sul capo? Onde in noi quella voce
fatidica, quell’avviso misterioso che ci turba colla minaccia di un
vago e incognito male, che poi si dichiara e ci colpisce? La signora
Elisa era stata pur troppo presaga del vero. Circa la mezza notte
il _ronchiere_ fu destato dal bussare che si faceva al cancello, e
discese ad aprire. Erano i messi della polizia venuti per arrestare la
madre ed il figlio, ai quali intimarono l’ordine emanato dall’autorità
superiore. La signora Elisa e Faustino si vestirono, fecero un piccolo
fardello, si congedarono dai domestici, e in angoscioso silenzio
tennero dietro ai poliziotti. Il _ronchiere_ e Checco avrebbero
volentieri scannato quei brutti ceffi, se l’espediente avesse potuto
impedire la sciagura, e non ritardarla che di poco tempo. Essendo
loro vietato di accompagnare gli amati padroni, rimasero a piangere
di dolore e di rabbia. In una carrozza che aspettava dove la strada è
meno erta, salirono gli arrestati e gli sbirri ciascuno al suo posto.
Dopo una mezz’ora erano entrati in città, ascesi al castello, e passati
sopra il ponte levatojo.
La notte medesima comparve al _ronco_ un’altra visita poliziesca. La
comitiva, più numerosa della prima, si componeva di un commissario, due
guardie, e quattro uomini portanti gli strumenti da scavare la terra.
Accese alcune torcie resinose, andarono al sepolcro, ne trassero il
cadavere, che era chiuso in una cassa calafatata, e lo portarono via
insieme alla croce. Il _ronchiere_ e Francesco, nascosti nelle tenebre
dietro un albero, avevano guardato con un senso di tristezza e di
raccapriccio quella lugubre operazione, che loro parve una tregenda
di stregoni e di demonj, tanto più che le fiaccole mandavano una luce
torbido-rossastra, ed un fumo graveolente di catrame. In distanza e con
tutte le cautele tennero dietro ai sacrileghi rapitori del morto per
vedere se fosse possibile, dove andrebbero a deporlo. I quali rapitori,
giunti alla pianura, entrarono in un campo appena dissodato e preparato
per la semenza del frumento, fecero una buca abbastanza profonda, ve
lo nascosero, e poi spianarono la terra come stava prima. Il vomere
non sarebbe mai penetrato là in fondo, ma forse coll’andare del
tempo i posteri lontani avrebbero trovato, per qualche straordinario
scavamento, uno scheletro umano da fornir materia a molte congetture,
fuorchè a quella del vero. Se non che il _ronchiere_ e Francesco,
appiattati in un fosso asciutto, sporgevano il capo, e con tutta
l’attenzione dell’occhio e della mente notavano il sito del lavoro.
Quando i beccamorti della polizia se ne furono andati, eglino corsero
quivi e piantarono un segno. La notte appresso, armati alla loro
volta dei necessari ordigni, vennero a riconquistare la cassa, e fatti
sparire gl’indizi dell’operato, la restituirono al _ronco_, dandole
sepoltura in una fossa distante dalla prima, e allestita di giorno.
Tutto si fece nel più gran secreto fra loro due, senza cooperatori nè
consapevoli dell’impresa.
La signora Elisa e Faustino non ebbero comune la prigione. Chi potrebbe
esprimere a parole come stessero la madre ed il figlio al vedersi
dividere l’una dall’altro? Si dissero addio cogli occhi e cogli
abbracciamenti più che colla voce, venuta loro meno. Le camere in cui
furono chiusi erano abbastanza decenti, considerate come prigioni;
ma che importava ai poveri separati se anche fossero state quelle
di una reggia? All’avere un letto e delle sedie, avrebbero preferito
un mucchio di paglia ed una panca di legno, ma stando in compagnia.
Faustino ebbe un brivido di spavento, una sensazione tremenda allorchè
udì serrare dietro di sè con cupo rimbombo l’uscio della prigione.
Egli stette un momento come trasognato guardando fisso il lume che il
secondino aveva deposto sopra la tavola. Uscito della sua immobilità,
si sentì in petto i fremiti precursori della tempesta, quella
disposizione all’infiammarsi e all’irrompere, che conduce talvolta una
creatura al delirio, al furore, alla disperazione. Fanciullo ardente,
sensitivo, appassionato, coll’anima già piagata acerbamente, ed ora
distaccato dalla madre carcerata come lui, solo in quel luogo di
ribrezzo, nel colmo della notte, angosciato dai timori del presente
e del futuro, era ad un pelo di ruggire come un lioncello, di correre
la stanza furibondo, e di sbattere il capo contro le pareti. Ma il suo
buon angelo custode lo salvò dal cadere in quella frenesia, facendogli
balenare nella mente il pensiero di Dio, i conforti della speranza, e
le idee della fortezza e del coraggio. La terribile esplosione non ebbe
luogo, e il silenzio della camera non fu rotto che da qualche sospiro e
singhiozzo d’impossibile raffrenamento. Il poverino si gettò sul letto
senza spogliarsi, ma invano tentò di riavere il sonno statogli tolto al
_ronco_ per così trista cagione.
I carcerieri sono possibilmente scelti fra gl’individui che hanno fosca
ciera, aspri modi, e secca parola. Si vuole che il prigioniero non
abbia a comunicare con persone di faccia serena, e di maniere tanto o
quanto gradevoli. Egli deve rinunciare anche a questa piccola dolcezza,
perchè appartiene al numero di quelle che si godono nella società,
dalla quale è segregato. Il carceriere di Faustino era egli pure dello
stampo ordinario, ma non aveva duro l’animo come i lineamenti. Il tener
sotto chiave un giovinetto distinto per molti riguardi era cosa nuova
per lui, assuefatto in altri luoghi a chiudere monelli baruffanti e
tagliaborse. Un ospite così singolare gli destava interessamento e
compassione, ma non voleva dimostrargli questi sentimenti, perchè il
signorino serbava al suo cospetto un contegno che pareva inspirato
dall’avversione e dal dispregio. Infatti Faustino non aveva nessuna
simpatia per un uomo del suo mestiere, della sua figura e del suo
cuore, che egli supponeva cattivo senza averlo sperimentato. Non andò
guari però che, rimettendo ciascuno un poco dell’amor proprio, si
disposero meglio alla confidenza e principiarono ad intendersi. Parve
allora al fanciullo che il viso del carceriere non fosse poi così
arcigno, e che sapesse anche comporsi discretamente al sorriso. Di
più si persuase che il suo fare non era quello di un orso, e che una
parola benigna, quando voleva, era capace di dirla. Dal canto suo il
carceriere vide che Faustino diventava più affabile e più espansivo.
Laonde furono contenti l’uno dell’altro, ed ogni giorno passavano
qualche minuto a conversare insieme. Grazie a questo ravvicinamento,
si mutò pure un tantino la condizione del prigioniero, poichè egli
ebbe dal suo custode una matita e alcuni fogli di carta, su cui
tracciare ghirigori e quanto sapeva. Inoltre gli fu prestato un così
detto giuoco di pazienza, cioè un dipinto sopra molti pezzetti di
legno sottile, tagliati in varie forme e congiunti fra loro, i quali
si separano, si confondono, e poi si cerca di rimetterli al loro posto
onde ne risulti di nuovo la cosa rappresentata. In questo lavoro c’è
da lambiccarsi il cervello e da spendere più o meno tempo, secondo
l’acume e l’entratura di chi vi si accinge. Faustino impiegava delle
ore a fare e rifare il quadro, come pure a scarabocchiare fogli di
carta. Ma non di rado s’interrompeva in tali occupazioni, e coi gomiti
appuntati sul tavolino e il capo stretto fra le mani pensava amaramente
alle persone e alle cose dilette che gli erano tolte. Supremo de’ suoi
desideri era sempre la madre; poi venivano Don Aurelio e Checco e tanti
altri amici e conoscenti. Una personcina graziosa non mancava mai di
farsi strada ne’ suoi pensieri, e di volerne avere una buona parte.
Quella Luigia gli era oggetto di sospiro e di conforto insieme. Egli
sospirava del non vederla, e si confortava dell’immaginarsela sensibile
al suo patire. Per certo la fanciulla doveva ricordarsi di lui, e
parlarne pietosamente con Don Aurelio e con Marta la governante. Questa
idea, congiunta alla speranza di rivedere un giorno la giovinetta,
disacerbava alquanto la sua pena. Alle volte, montato sopra una sedia,
guardava dalle sbarre della finestra sui tetti vicini. Il girare e
lo stridere di una banderuola mossa dal vento, il fumo che usciva da
un camino, un gatto che lento attraversava i comignoli o sdrajato si
leccava il pelo, un passero che beccava le tegole, una lucertola che
strisciava lungo una cornice, attraevano la sua attenzione. Porgeva
orecchio alle campane di questa e di quella chiesa che battevano le
ore, o suonavano alla distesa. Badava anche alle nubi che vagavano
pel cielo, formando delle figure gigantesche, bizzarre e varianti,
il quale spettacolo tiene assorti e induce a fantasticare. Tutto ciò
serviva all’esercizio della mente. Riguardo alla ginnastica, vi era
poco da poter fare in una camera di venti metri quadrati. Faustino
la passeggiava in tutte le direzioni, saltava a piè pari contro una
parete, tirava di scherma con una bacchetta verso un punto segnato sul
muro, e cercava di colpire con pallottole di carta il suo cappello,
collocato alla maggiore distanza possibile. Così divertiva la
tetraggine della solitudine e dell’ozio, in cui il dolore lo assaliva
in cento guise spietate.