V.

Amori nascenti. — Don Aurelio. Arnaldo da Brescia.

Il domani all’ora consueta Faustino si recò alla città per prendere

lezione. Entrando dal maestro, s’imbattè in Luigia, una giovinetta di

undici anni, figlia del padrone di casa, la quale soleva intrattenersi

famigliarmente con don Aurelio e con la governante di lui. All’arrivo

di Faustino, si congedò in fretta e partì. I due fanciulli si

guardarono come di furto, si confusero un poco, e non si dissero

parola. Altre volte si erano veduti in questo luogo, e sebbene col

loro contegno non lo manifestassero, pure avevano sempre desiderato

e avuto caro d’incontrarsi. Quando Luigia udì raccontare per qual

fatto crudele Faustino perdette il padre, la pietà commosse vivamente

il suo tenero cuore. Questo sentimento ne generò un altro che ella

non sapeva definire e non osava esternare, ma di cui provava ognor

più gli effetti potenti. Avrebbe voluto che Faustino fosse stato

suo fratello, che avesse diviso con lei l’abitazione, gli studi ed

i trastulli. Quel vederlo di rado e solo per caso le dispiaceva, e

dopo vedutolo si dava della sciocca perchè non era stata capace di

fermarsi un momento a parlare con lui di qualche cosa. In avvenire

voleva comportarsi diversamente, vale a dire mostrarsi disinvolta e

garbata. Ma toccherebbe a lui, pensava, di entrare in discorso, perchè

i giovani non sono timidi come le fanciulle. Invece egli sembra muto e

non curante di me. Che sia superbo? Che io gl’inspiri soggezione? Che

il suo dolore gl’impedisca di far complimenti? Poverino, se volesse

parlare con me del suo dolore, se mi dicesse: Signora Luigia, o Luigia

semplicemente, io non ho più padre, perchè gli Austriaci me lo hanno

fucilato; egli vedrebbe come saprei compiangerlo e confortarlo. Ma non

appartiene a me di toccare questa piaga. La fanciulla, nell’ora che

sapeva finita presso a poco la lezione di Faustino, mettevasi, potendo,

in agguato alla finestra per vederlo dilungarsi nella contrada. Lo

seguiva coll’occhio, facendo un giudizio assai favorevole sull’armonia

della sua persona e sulla grazia del suo portamento. Col pensiero lo

accompagnava anche dopo scomparso all’occhio, e inoltre volava a lui

nel tempo che stava silenziosa nelle sue occupazioni.

Non altrimenti sentiva Faustino riguardo a Luigia. La sua immagine

gli era entrata gradevolmente nell’animo, e gli dava soggetto di

raccoglimenti e di silenzi pensierosi. Egli aveva notato nella

giovinetta un dolce suono di voce, una bella capigliatura bionda,

e due occhi pieni di soavità. Cercava in sè la spiegazione del come

questi particolari avessero il potere di occuparlo in tal modo, e la

cosa gli riusciva inesplicabile. Sebbene la penetrazione e lo sviluppo

intellettuale fossero in Faustino superiori alla sua età, nondimeno in

ciò che riguarda l’amore e la condizione dei due sessi, egli viveva

ancora nell’ignoranza, eccettuato quei vaghi presentimenti, quelle

inspirazioni confuse, quelle voci lontane e misteriose con cui la

natura preludia nei giovinetti. Egli sentiva che Luigia esercitava

sopra di lui una dolce influenza, che sarebbe stato contento di mirarla

a suo agio, di averla in compagnia al _ronco_, e di ammetterla essa

pure alle carezze di sua madre. Con tutto ciò era quasi vergognoso

in sè medesimo di questo nuovo affetto, e lo nascondeva a tutti

studiosamente, non sapendo come giustificarlo. Luigia non era un

fanciullo per potersene fare un amico, nè una sorella per trattarla

come tale.

Don Aurelio era un prete di cinquantacinque anni, distinto per le virtù

del sacerdote e del cittadino. In lui la religione formava un tutto

coll’amore di patria. La sua vasta dottrina e l’esemplarità de’ suoi

costumi avrebbero potuto collocarlo in alto seggio, se la sua modestia

e la moderazione de’ suoi desideri non lo avessero fatto alieno dagli

onori e persuaso alla vita umile e tranquilla. In gioventù era stato

pubblico professore di belle lettere, ma presto si ritirò dall’arringo,

non sapendo piegarsi al sistema d’istruzione voluto dal governo

tedesco. Da ultimo aveva accettato di essere maestro a Faustino,

derogando per lui solo alle proprie abitudini in grazia dell’affetto

che nutriva pel fanciullo, e della memoria cara e dolorosa che serbava

per suo padre. Provveduto di tremila lire di rendita vitalizia, abitava

un piccolo ma decente e allegro appartamento in una casa posta nella

contrada di S. Barnaba. Le stanze erano mobigliate con semplicità non

priva di buon gusto, e spiravano un’aura di bell’ordine e di mondezza,

mercè le cure di Marta la governante, ottima donna e di piacevole

aspetto, benchè avesse varcato da un pezzo l’età sinodale.

Don Aurelio sorrise benevolmente a Faustino, gli domandò novelle di sua

madre, e si dispose a dargli lezione. Il giovinetto avendo osservato

sullo scrittoio un libro col titolo _Apologia di Arnaldo da Brescia

scritto dal canonico Guadagnini_, domandò al maestro chi fosse questo

Arnaldo. Don Aurelio, sedendo nella sua poltrona, così prese a dire:

— Arnaldo era un pio e sapiente monaco bresciano del secolo XII, uno

dei tanti uomini grandi che in ogni epoca e in ogni paese patirono e

morirono per la causa della verità e della giustizia. Porgimi attento

orecchio, e sarà soddisfatta ampiamente la tua non vana curiosità. I

costumi della corte di Roma e del clero cattolico in generale erano

vergognosamente corrotti ai giorni di Arnaldo, con grave scandalo

e dolore dei fedeli. Alcuni pontefici, e più degli altri Gregorio

VII, cercarono di rimediare a questa depravazione, ma inutilmente,

perchè il male aveva messo profonde radici. Era difficile che uomini

sbrigliati nei vizi potessero sottomettersi al freno di austere

riforme. Nei secoli antecedenti, quando i papi non erano re, ma

soltanto capi della religione e vicari di Cristo in terra, i costumi

degli ecclesiastici erano puri ed esemplari, e quei tempi furono i più

gloriosi al cristianesimo. Ben a ragione si attribuiva dunque il brutto

disordine alle cure mondane, alle ambizioni di potere, all’amore delle

ricchezze e del fasto, a cui il clero si era abbandonato. Gli uomini

saggi e dabbene conoscevano queste verità, e le andavano propagando.

A capo di essi figurava Arnaldo, il quale nella signoria temporale

dei papi vedeva inoltre un ostacolo grandissimo al riordinamento

politico d’Italia. Egli predicava altamente che per purificare la

vita dei chierici, per giovare alla chiesa cattolica, e per provvedere

insieme alla libertà della patria, di cui era tenerissimo, bisognava

separare i due poteri, e fare che l’autorità dei pontefici e dei

vescovi si esercitasse unicamente nelle cose spettanti al regno

de’ cieli. La vita intemerata del monaco bresciano, i suoi studi

profondi, la dignità del suo aspetto, il fervore e l’eloquenza con cui

predicava la sua dottrina, gli attiravano un gran numero di fautori

e di seguaci. Era naturale che la corte romana e tutti i preti che

abborrivano dal ritornare alle virtù evangeliche diventassero suoi

nemici e persecutori, come infatti avvenne. In mancanza di ragioni per

combattere la validità delle sue massime, ricorsero alla calunnia e lo

accusarono che spargesse la discordia e l’eresia nella cristianità. Il

popolo e molti signori che lo amavano e tenevano in altissima stima,

presero a difenderlo caldamente, e sempre più si sdegnarono contro

i suoi avversari. La lotta durava da gran tempo, e il partito della

riforma e della libertà ingrossava ogni giorno. Roma era il teatro

della guerra civile, e la sovranità temporale del papa minacciava

di cadere. Se non che dopo un lungo alternare delle sorti, la causa

dei liberali ebbe la peggio, e Arnaldo, fuggitivo e perseguitato, si

ricoverò in un castello dei conti della Campania suoi potenti amici.

Federico Barbarossa veniva intanto a Roma onde ricevere la corona

imperiale dalle mani di Adriano IV. Per compiacere a lui, che glie ne

faceva grandi istanze, e che anzi lo esigeva come condizione di buon

accordo fra loro, Federico costrinse colla forza i conti di Campania a

consegnare Arnaldo al pontefice. Inorridisci, figlio mio; il virtuoso

monaco fu impiccato, il suo corpo arso infilzato in uno spiedo, e

le sue ceneri disperse nel Tevere per timore che il popolo avesse a

venerarle come quelle di un santo.

— Misero Arnaldo! disse pietosamente il fanciullo, che aveva ascoltato

il racconto senza battere palpebra. Egli fece questa orribile fine per

aver tentato di operare il bene! Il pontefice che ordinò la sua morte

fu troppo ingiusto e spietato. Il rappresentante di Gesù Cristo in

terra non doveva trascorrere a tanta enormità.

— Faustino caro, molti pontefici, prima e dopo di quello, furono

biasimevoli per atti iniqui e per turpitudini vergognose. Non ti cada

però in pensiero di minorare il rispetto ai successori di S. Pietro,

e la fede che dobbiamo avere nella nostra santa religione. Bisogna

distinguere il sacro dal profano, e considerare che il male non si

commette dal sommo pastore delle anime, ma dal principe interessato

negli affari mondani.

— Questo è vero, ma io non riesco facilmente a fare nello stesso uomo

una tale distinzione, e trovo che le opere cattive del principe tolgono

il pregio a quelle sante del papa.

— Ecco perchè il papa non dovrebbe essere principe, e perchè tutte le

persone di buon senso condannano questa incompatibile unione dei due

poteri. Il regnante deve non di rado adoperare dei mezzi ed esercitare

degli atti che non sono in armonia colle leggi della giustizia

eterna, colla mitezza della religione, e colla santità degli uffici

sacerdotali.

— Per esempio, quando si tratta di aggravare il popolo, d’intraprendere

una guerra, di riempiere le carceri d’infelici, e di sottoscrivere

una sentenza di morte. Che queste durezze, o necessità dolorose, si

compiano dal papa, è cosa che fa male a sapersi.

— Non è dunque offendere la religione il desiderare che finisca

l’impero mondano dei pontefici; anzi le verrebbe da ciò maggior lustro

e venerazione. Il nostro divin Salvatore ha detto agli Apostoli che

il suo regno non era di questa terra. Che poi il papa-re sia una

calamità politica del nostro paese, è un fatto evidente e fuori di

qualunque dubbio. La storia di dodici secoli lo attesta con mille prove

irrefragabili. I papi furono sempre la causa principale della debolezza

d’Italia, i mantenitori delle sue divisioni, i fautori costanti del

dominio straniero, in una parola il grande inciampo alla sua unità e

indipendenza. Questo vero abbiamo dovuto sperimentarlo ancora l’anno

passato. Pur troppo la condotta di Pio IX ci è stata fatale. Se egli

avesse levato la sua mano e la sua voce potente a benedire le nostre

armi, non vi sarebbero più Austriaci fra noi.

— Ah, mi dica, signor maestro, come vede lei nel suo senno, come

giudica lo stato presente d’Italia? La nostra ricaduta nel servaggio

durerà lungamente? Potremo noi presto rialzarci?

— Le nostre condizioni attuali sono tristi e deplorabili certamente,

ma non si deve mai disperare della salute della patria. Infecondi non

saranno i dolori patiti nè il sangue versato, se noi sapremo mantenerci

saldi nei proponimenti generosi, e disposti ai grandi sacrifici.

Sopportiamo le catene col fremito dei forti, e non coll’abbattimento e

colla rassegnazione dei pusilli. Viva si mantenga la favilla che deve

un giorno produrre l’incendio distruttore dell’Austria. Alla scuola

dei patimenti e dell’esperienza si emendino intanto gli errori e le

fiacchezze del passato, si scuotano gl’irresoluti, abbiano fine le

contrarietà dei partiti, e vedano una volta gl’Italiani che un solo

e concorde pensiero deve guidarli nell’opera del loro riscatto. Nel

silenzio fervoroso facciasi intanto ai nemici la guerra in petto.

Gli animi trovino lume di consigli e di espedienti, attingano forza e

tenacità di voleri, progrediscano nelle disposizioni per l’avvenire,

e si preparino caldamente all’azione. Il tempo matura gli avvenimenti

preveduti, e ne porta sovente d’inaspettati. Noi dobbiamo essere pronti

a profittarne.

— Questi argomenti rialzano le speranze prostrate. Io pure li trovo

nel mio interno, ma confusi così con dubbi e timori da non poterli

accettare come verità persuadenti e confortevoli. Bisognava che fossero

esposti da lei, e fortificati dalla sua autorità.

Dopo questo ragionamento si occuparono delle cose di scuola.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 10 / 31 题