IV.

L’anniversario.

In quel giorno si compiva il quattordicesimo anno dacchè la signora

Elisa aveva sposato il padre di Faustino. Infatti il 5 settembre

1835 era stata benedetta nella chiesa parrocchiale di S. Alessandro

l’unione di Elisa V. con Odoardo S. La donzella contava diciassette

anni, e il giovane ventiquattro, ammirabile coppia fra quante ne

avesse mai assortite il cenomano paese. Tutti lodavano l’avvenenza, le

doti egregie e le conformità dell’indole degli sposi, e ne traevano

auspici di sicura felicità. La stima scambievole aveva generato lo

scambievole amore. Elisa pose il colmo al suo quando seppe di Odoardo

il seguente fatto. Era il giovane uscito appena di minore, e divenuto

padrone delle sue sostanze. Accadde che per l’improvviso traslocamento

di un magistrato suo inquilino rimanesse vuoto l’appartamento che egli

occupava in casa sua. Un colonnello austriaco desiderò di appigionarlo,

confacendogli assai per la sua bella e comoda situazione. Odoardo

ricusò replicatamente di accordarglielo, malgrado le istanze del

municipio e del comando militare, che non trovavano buone le ragioni

del suo rifiuto. Temendo egli che la forza potesse per avventura

costringerlo a cedere, mandò un giorno una truppa di muratori a

demolire l’appartamento, sotto pretesto di volerlo con altro disegno

rifabbricare. Per eseguire il suo pensamento non badò al sacrificio

di alcuni pregevoli affreschi di Lattanzio Gambara. Così fu liberato

dal fastidio di dover albergare in casa sua un guerriero dell’Austria.

Il giovane ebbe il voto e gli applausi dei concittadini liberali, non

che una maggiore intensità d’affetto e molti sorrisi dolcissimi della

sua Elisa. Le nozze vennero celebrate poco appresso, e la felicità

degli sposi fu intera e costante. I detrattori del matrimonio, nella

corruzione dei loro sentimenti, lo chiamino pure la tomba dell’amore, e

scherzino sulla luna di miele e sui papaveri conjugali. Due belle anime

troveranno immancabilmente in questa unione una fonte perenne di pure

gioie, un alimento alla virtù, un conforto nelle sventure, un sostegno

scambievole nel cammino della vita. I ritrosi al matrimonio non amano

davvero, e non hanno fede nell’amore. Una tale riflessione è stata

fatta mille volte, ma, perchè la ci piace sommamente, abbiamo voluto

ripeterla anche noi, sebbene persuasi di dire ciò che tutti sanno.

La signora Elisa pensava adesso ai beati giorni andati, sedendo nella

sua camera, cogli sguardi fissi nel ritratto di Odoardo che teneva

in mano. La bella infelice, vestita a bruno, atteggiata pietosamente,

coll’angoscia dipinta in volto, avrebbe commosso chiunque fosse stato a

vederla. Essa ricordava la storia del suo amore, i cari impulsi che vi

diedero principio e incremento, i palpiti giojosi della corrispondenza,

l’ora delle speranze e delle brame compiute, le delizie insomma della

sua vita di sposa. In mezzo a queste rimembranze di felicità sorgeva

la tremenda coscienza di quanto era accaduto all’uomo diletto, nella

cui vana immagine teneva l’occhio ed il pensiero intenti. A tale

confronto la misera imbiancava di pallore, e comprimeva sul ritratto

le labbra tremanti. Alzatasi da sedere, traeva da uno stipo alcune

lettere affettuose di Odoardo, e leggevale colla vista velata dal

pianto. Discendeva al sepolcro, e quivi più acerbe sentiva le memorie e

più cocente l’affanno. Immaginava di udirsi chiamare flebilmente dallo

sposo, di vedere il suo corpo agitarsi pel desio di lei. Parevale che

la croce si movesse, che i fiori dell’ajuola si rovesciassero, e la

terra si aprisse per dar passaggio al redivivo.

Intanto Faustino si avvicinava a casa, e sull’erta strada la sua

voce risuonava da lungi, e veniva a scuotere la madre che studiando

di ricomporsi in calma, si mosse ad incontrarlo. Il giovinetto era

acceso in volto dei bei colori umidi della sanità, che appariscono

dopo un lungo moto allorchè le forze furono soverchiamente esercitate.

Bisognava vedere come la madre gli tendesse le braccia, come lo

stringesse al seno, e con quale effusione di tenerezza lo guardasse

mentre gli spartiva sulla fronte sudata i capegli disordinati, e lo

garriva dolcemente del suo affaticarsi. In questo modo ella esprimeva

di non essere nella sua sciagura deserta d’ogni consolazione, poichè

le restavano i tesori dell’amore materno. Faustino non poteva giungere

in un momento più opportuno, e forse comprese che la sua presenza

quietava un doloroso tumulto nell’animo della madre. Così faceva

credere corrispondendo alle carezze di lei colla tenera premura non

solo di chi divide l’amore, ma di chi è conscio del beneficio che opera

in quell’istante. Francesco se ne stava a guardare come assorto in

estasi, e si sentiva felice d’essersi dato anima e corpo a quelle due

creature che innamoravano di loro. È senza dubbio uno spettacolo che

rapisce soavemente il vedere una bella madre in espansione di cuore

col suo bel figlio, che la rassomiglia tutta nelle sembianze, nei

sentimenti e nelle inclinazioni virtuose. Noi ammiriamo in quel gruppo

l’opera stupenda della natura, la sua misteriosa potenza che, nella

riproduzione degli esseri, sa dare quando vuole alla materia e allo

spirito i caratteri della più perfetta somiglianza.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 9 / 31 题