Quando un figliuolo d'Adamo ha pagato il suo tributo al Dio delle
foreste, ed ha fermato in mente di ritornarsene agli Dei Lari, la sola
cosa che gli rimanga a fare è di volgere i tacchi e rimettersi sulla
via. E dacchè egli lo abbia fatto, io giuro che non ha più altro
desiderio che quello di arrivare.
Tale appunto il caso mio--nè aveva mosso ancora trenta passi, che già
col pensiero io era giunto ad M** e ripartitone. Ma forse che una
segreta malia mi attirava, però che io vi ritornassi più volte--e non
una che ponessi colla mente il piede sulla soglia, e che non mi
scontrassi alla prima con Ortensia.
Pace a quell'anima tapina che, rimontando la corrente degli anni, non
possa arrestarsi a contemplare un viso di donna pallido ed affilato, un
occhio profondo come gli abissi del mare, uno sguardo lungo e sereno
come il raggio melanconico d'una stella lontana. E se v'ha chi, spossato
dalla fatica, volga il pensiero alla mano candida ed ospitale d'una
creatura sedicenne, e provando indistintamente le fitte del desiderio e
dell'amore, e potendo lusingarsi d'essere atteso, non si senta crescere
le ali alle piante, tal sia di lui.
Di tal guisa ragionando, acceleravo il passo. Se non che l'appetito ha
buone gambe--e se l'amore va di trotto, egli cammina almeno almeno di
galoppo. Augusto era al mio fianco a farne fede.
"Anche tu!" mi disse egli tra l'ansia e lo sbadiglio.
"Anch'io.
"Vorrei essere arrivato.
"Anch'io.
"Ed assiso a mensa.
"...Anch'io.
Deh! che il cinismo non innalzi la sua bandiera; e che non si creda pur
un istante ch'io voglia rinnegare il sentimento. Ma poi che so che a
questo solo patto mi sarà data fede, io lo confesso arrossendo: "avevo
appetito."
D'onde avviene egli mai che i nostri propositi più saldi, che parevano
sfidare l'infuriato scatenarsi dei venti, si scompongano e si sfascino
al primo urto delle passioni? E con quale intendimento, mio Dio, hai tu
voluto sottomettere l'uomo, quest'essere dai giganteschi concepimenti,
dalle fantasie fervide e creatrici, alla più meschina delle sue
debolezze? Però che se tu ne hai dato l'amore e la compassione per
nobilitarci, gli impeti spesso generosi dell'ira e il martello del
rimorso a temperare la fibra del nostro cuore, dovevi risparmiarne la
_Vanità_, questa sterile e bugiarda compiacenza di noi stessi, che ne ha
raddoppiato sul volto la maschera dell'istrione, e ribadito al piede la
catena del servaggio.
E non mi era appressato alla soglia, che già il tarlo, che su per le
scale avea incominciato a rodermi dentro, mi torturava a smaniarne. Io
pensava all'allodola, al mio travestimento da cacciatore, ad Ortensia.
"Ahimè! che tu sarai ridicolo, e n'avrai le beffe--brontolavami
sordamente il mio demonio--Vedi, ricco bottino! E come vorrai tu con
questa raccomandazione guadagnare il cuore della tua donna?
"Me misero! me misero!--ripetevo avvilito--ahi! tristo cavaliero ch'io
sono!
Però io mi trovai innanzi ad Ortensia così confuso, da parere uno
scolaretto colto in fallo che s'aspetti lo staffile.
* * * * *
Meraviglioso incanto di Natura, il sorriso sulle guancie incarnate d'una
fanciulla. Ma più ancora la mestizia;--e per fermo colui che primo
raffigurò la _Pietà_ in sembianza di donna, l'anima amantissima educava
alla severa scuola del dolore; poi che sommo amore e dolor sommo
s'incontrino sempre nel cammino, e da così fatta armonia traggano virtù
d'addurre il pensiero alle concezioni gentili.
La stolta ammirazione esalti pure a sua posta le eroine; e dica al mondo
com'esse cingessero armatura, e trattassero il ferro, e fiutassero avide
il sangue dell'inimico.
Una lagrima, una lagrima sola sul ciglio vellutato della donna--e sia
pur essa madre, sposa, sorella, od amante, nissuna corazza incantata
spezzerà meglio le lancie della collera.
Iddio tolga che il linguaggio del rimorso parli all'anima vostra, e vi
riveli a un tratto tutto il sagrifizio che una creatura amantissima vi
ha profferto, e che voi accettaste con indifferenza--ma s'egli avvenga,
e vi baleni un solo istante al pensiero quella battaglia d'un cuore
avido d'affetti, combattuta nel silenzio e nella solitudine, e quel muto
sofferire senza lamento--deh! la lagrima della meschina non sia caduta
sul vostro cuore senza fecondarlo.
Fatevi compagni dell'angiolo--e l'angiolo vi farà bella la vita.
Domanderete a lui una fede; egli vi additerà gli astri lontani e
silenziosi--gli domanderete un mondo, e vi darà una famiglia--gli
domanderete una possanza, e mostrandovi il seno colmo d'amore, vi dirà
la gioia d'esser vostro schiavo.
Chiedete tutto alla donna. Ella può tutto--vi darà tutto. Vi schiuderà
un nuovo orizzonte d'innanzi.
Una parola, un sorriso, un fiore--questo è il debito vostro. Eccola
felice; eccola rassegnata, rinvigorita alla battaglia.
Levate ora gli occhi sulla sua fronte purissima--vi si legge un'anima. E
se nel vostro seno v'ha tuttavia un altare alla virtù, benedite al
tesoro pudico di quell'anima gigante; salutate in essa la vera, la
grande, la santa eroina della famiglia.
* * * * *
Ortensia era mesta--non avrebbe riso di me.
Ma se questo pensiero mi rasserenava l'anima, vi suscitava in altro modo
una tempesta. E chiesi a me stesso quale si fosse la cagione di quella
melanconia, e se io vi avessi parte in qualche guisa. Così di fantasma
in fantasma credetti aver dimenticato il mio primo timore.
Ma a provarmi come io avessi contato troppo presto sulla vittoria, e
come l'amor proprio sia tale inimico onde è folle cosa sperar la resa al
primo scontro, sopravvenne in quel punto Augusto. Il quale, senza un
riguardo al mondo al mio imbarazzo, veniva querelandosi e beffandosi a
un tempo della nostra mala ventura--e ad avvalorare le sue parole,
deponeva l'ampio carniere a fianco della sorella.
Se io dirò che in quel punto non erami facile sorridere, sarò creduto;
ma per non parere da meno, composi le labbra ad una smorfia che voleva
essere un sorriso. E chi pensi come incominciassi appena allora ad
invaghirmi d'Ortensia, e come l'amore muova i primi passi sulla via
della vanità, accolga la confessione ch'io faccio, e giustifichi la mia
debolezza.
Ortensia pose la mano nel carniere, e trassene l'allodola. Io che andava
spiando sott'occhi per indovinare dal viso le prime impressioni del suo
spirito, vidi il suo ciglio volto al povero animale, e raddensarsi sulla
sua fronte marmorea la nuvola di mestizia che l'oscurava.
Non disse motto--ma porgendo d'una mano la morta allodola ad Augusto,
posò l'altra sulla spalliera d'una sedia, e vi si lasciò cadere con
abbandono.
Augusto fè una giravolta sui tacchi, chiamò a sè Febo, e s'allontanò
fischiando fra i denti.
Rimasi solo con essa. Il cuore mi batteva a spezzarsi. Non sapendo
distaccare gli occhi da quelli di Ortensia che mi ammaliavano, io mi
sentiva come avvolto da un fascino magnetico. Vi fu un istante in cui la
mia vita si era a così dire moltiplicata, in cui mille diverse
sensazioni succedendosi bizzarramente, si contendevano l'imperio dei mio
spirito.
Animato nel proposito di palesare l'amor mio--dappoi che lo sentiva
crescere a un tratto nel mio core, e mi pareva propizio l'istante--io
vedeva Ortensia più bella e più seducente, e leggeva nel suo sguardo un
tacito invito. Ma in pari tempo notava il pallore delle sue gote,
l'immobilità delle membra--allora io smarriva ogni forza.
"Sedetevi" mi disse Ortensia sorridendo mestamente.
M'assisi.
"Qui, vicino a me."
M'accostai con uno slancio improvviso--e mi posi al suo fianco; e così
da presso, che alcune anella della sua chioma di ebano mi sfioravano il
volto.
"Che avete?" le domandai con dolcezza.
"Nulla;" ma non potè celare il turbamento, e si lasciò sfuggire dalle
mani la pezzuola. La raccolsi in un baleno. Se non che anch'essa s'era
chinata a quel fine; e però nel risollevare il capo, incontrai il suo
volto vicinissimo al mio, e sentii sulle labbra la fragranza del suo
respiro. Si lasciò sfuggire un picciol grido, e diede addietro
nascondendo il volto incarnato da lieve rossore--poco stante mi rese
grazie della pezzuola, e sorrise.
Quel sorriso parve alcun poco dominare la mia timidezza. M'impossessai
della sua mano con vivacità e volli appressarla alle labbra, ma a mezzo
l'atto mi mancò l'ardire; sentii quelle dita di fata stringersi
dolcemente alle mie, e sfuggirmi senza che avessi forza di rattenerle.
Se mai proposito fallito ebbe virtù di accasciare l'anima dell'uomo,
quello certamente è fatalissimo che, generato di debolezza, più ne
tragge forza e valore, ed armi potenti, quanto più indifeso e vacillante
è il petto che essa offerisce ai suoi colpi. E mi rimasi sbigottito ed
immobile come chi, essendo assai poco soddisfatto dei fatti suoi, ne
incolpi sè medesimo, e mentre voglia disfogare il dispetto in rimbrotti,
misuri le sue forze, e le riconosca troppo fiacche per potersi lusingare
di porre almeno riparo alla prima debolezza. Perchè, sentendo vacillare
la confidenza in sè medesimo, così si smarrisca e si prostri, da non
poter levare la voce severa del rimprovero.
Ortensia mi guardò e chinò il capo. Forse ella leggeva nel mio seno la
tempesta che vi ruggiva, comprendeva il mio imbarazzo, ne aveva
pietà--forse lo divideva.
Così l'_Amor proprio_ ritentava le sue lusinghe.
E s'io non dicessi che n'ebbi conforto, mi risparmierei forse una
confessione penosa, ma getterei un mantello lacero sulle forme ignude
della _Verità_, creandole--frutto di colpa che non è in essa--la
_Vergogna_.
Poco stante mi sentii riconfortato; e questa volta da senno; e levai la
fronte securo, come chi sa d'avervi scolpito l'animo suo. Però se la
frase acconcia mi giungeva compagna col proponimento, quello, io credo,
sarebbe stato l'ultimo battito ignorato del mio cuore.
Ma in quella che io mendicava al linguaggio degli uomini la parola che
rispondesse al sentimento profondo dell'anima, Ortensia fissò lo sguardo
sovra di me, e con insistenza così palese, e con espressione di tanta e
dolcissima mestizia, che io ne perdetti affatto affatto la rettorica.
"Quanto doveva essere felice!" disse ella sospirando.
"Chi?" domandai a me stesso--e non osavo interrogarla. Mi lesse in
volto, e sorridendo:
"Non è egli vero, signor Giorgio?
Dio mi era testimonio se era vivo in me il desiderio di non
contraddirle; e fu ventura che lo zelo non mi acciecasse, e non mi
venisse detto colle labbra "verissimo." Ma già io l'aveva detto col
cuore--e s'egli fosse vero che v'ha un linguaggio misterioso che traduce
con accenti susurrati da anima ad anima le più riposte pagine, dove non
è occhio che penetri, certamente Ortensia avrebbe udito quel motto.
"E chi?" mi domandai un'altra volta senza frutto. "E se voi, aggiunsi
più forte volgendomi ad Ortensia, e se voi, avvenente ed inconscia della
vita, non siete felice, chi mai, buon Dio, potrebbe esserlo?"
Come ebbi detto tali parole mi atteggiai in atto di aspettazione, così
pago di quest'eloquenza suggeritami dall'imbarazzo, e così fiducioso del
buon andamento del nostro dialogo, che mai uomo non fu più lieto e
securo dei fatti suoi.
Ortensia sospirò. Secondo i miei calcoli anche questo sospiro ci avea da
entrare--e ne trassi pronostico buono.
"Aimè! sì... ell'era felice; aveva due alettine vellutate che la
sollevavano nell'aria, poteva volare... che bella cosa! levarsi su, su,
tra le nuvole--ed ora..."
Così quell'innocente veniva ridestando gli affanni del mio cuore. Per un
istante volli provarmi a sorridere; ma era sul suo viso infantile tale
una espressione vaga di mestizia, e tanta semplicità, da confondere il
riso beffardo dei cinici. Però io ne rimasi debellato.
Domandai a me stesso perchè quelle parole mi ferissero, e se mai fossero
dirette a ferirmi.
Aimè, sì. "Tu sei stato l'uccisore" ripetevami la coscienza.
Senonchè il mio ribelle desiderio tenne duro, e si dibattè buona pezza.
Ricordai Augusto, la sua vantata perizia di cacciatore, il senso di
commiserazione che aveami suscitato la morte dell'allodola--e pensando
essermi scaricato, respirai più libero.
"Non l'ho uccisa io" fermai nella mia mente; e a prevenire l'accusa, mi
rivolsi ad Ortensia.
E già la discolpa venivami per le labbra; ma un sentimento soffocato di
giustizia mormorava sordamente contro la mia intenzione; e ne conobbi
mio malgrado la codardia--però che io avrei addossato una parte del mio
carico ad Augusto. Il quale, s'egli è vero che, tentando di usurpare la
mia porzione di merito, aveva in certa guisa provocato questo castigo,
non avrebbe tuttavia giustificato giammai la mala fede che me, reo di
pari colpa, avesse indotto a farla da giudice.
Però, sdegnando il sotterfugio, mi raccolsi al pentimento; e con tanta
sincerità, che quando gli occhi di Ortensia s'incontrarono un'altra
volta nei miei, e vi lessi la domanda temuta, non pure mi assoggettai
senza lamento alla mia parte di rimprovero, ma col silenzio e col
sorriso lo feci tutto mio.
* * * * *
Uscii. La brezza della sera avrebbe rasserenato la tempesta del mio
cuore.
E poi che pungevami vaghezza di solitudine e di meditazioni, trassi per
un sentiero tortuoso che mettea capo ad una chiesuola romita, ove per
lagrime versate dovea più tardi lasciare tanta parte di memorie. Ma
allora io non vi andava per piangere--però che io non avessi che
diciott'anni, e a quell'età la mestizia non conosca le lagrime più
amare--quelle che spreme la colpa. Sibbene io vi andava per rapire alla
natura il linguaggio dell'amore, per mormorare col labbro giovanile una
preghiera, un inno, in cui si trasfondesse la piena della mia anima
irrequieta.
Diciott'anni!--Che son essi mai diciott'anni?... Una fede, un amore. O
piuttosto una febbre di vita, in cui si trasforma il fanciullo e nasce
l'uomo--un culto da cui si apprendono le prime e spesso seducentissime
immagini del dolore. Ma, ahimè! una febbre che non torna, un culto che
dura severo, ma non si rinnova più mai.
Io salia lentamente. Contemplava la robusta famiglia di gelsi, e i
generosi vigneti che coronavano la collina, i ranuncoli che gettavano i
loro fiori dorati a piè del muricciuolo, e la vitalba dalle braccia
serpeggianti...
Intanto l'agile libellula, l'aerea danzatrice dalle ali di raso, veniami
attorno precedendomi nel cammino.
Il mio cuore quetavasi a quello spettacolo--io ritrovava un palpito, un
saluto per ogni cosa.
"Questo è dunque l'amore" pensai poco stante--"riso di natura e di
cielo, un'ultima rondine che migra, un'immagine fantastica di donna, e
un cuore che batte."
M'arrestai un istante. Il mio pensiero si restituiva con ardore ad
Ortensia. Io la vedevo ancora, analizzava il suo sguardo, il suo gesto,
le sue parole. Nè da prima v'avea posto mente, ma certo io non poteva
andare errato: qualche cosa di segreto si passava nell'anima d'Ortensia.
Che mai? Lo ignoravo. Ma la sua mestizia profonda rivelatasi al primo
sguardo, e l'eccessiva sensazione di compianto prodotta in lei dalla
vista dell'allodola, mi ritornavano alla mente a torturarmi.
A poco a poco però un altro sentimento più potente sviò il corso dei
miei pensieri. E mi raccolsi come per penetrare dentro di me, come per
rapire il mio segreto--e mi domandai sbigottito: "amo io davvero
Ortensia?"
... L'agile libellula dalle ali di raso veniami intorno precedendomi nel
cammino. Dai pampini accarezzati dallo zeffiro, dalle festuche incurvate
veniva languidamente un susurro--dai fiorellini del prato un profumo.
L'anima mia esalava l'amore.
M'assisi. Dolce e melanconica cosa un tramonto autunnale--e scorgere le
prime stelle in cielo, e gli ultimi fiori nella siepe....
"Amo io davvero Ortensia?"
Una pallida margherita, ingenua sibilla d'amore, ridestava codesta idea
che da un pezzo martellavami il capo senza frutto.
Strappai dal suo stelo ricurvo il fiore modesto, e interrogai il suo
linguaggio. I petali distaccati, e rapiti dalla brezza, parevano
inseguirsi alla guisa di selvatiche colombe. L'immagine trassemi a
pensare ad Ortensia, a fantasticare viaggi capricciosi per l'etere, a
scegliere per comune dimora una nuvola infuocata, e velare e confondere
nelle sue trasparenze i nostri amplessi perenni.
E poichè l'una cosa chiamava l'altra, volli sapere se Ortensia mi
amasse--ma la margherita erami stata tolta pur essa dal vento; nè io me
n'era accorto; però rimpiansi il segreto della mia pace involatomi colle
ultime foglie della mia povera sibilla.
Ridiscesi il facile pendio della collina, e così chiuso nei miei
pensieri, mi ritrassi nella mia cella.
Non volli vedere alcuno. Augusto venne a picchiare al mio uscio, ma non
risposi, e come egli, credendomi a letto, si fu allontanato sulla punta
dei piedi, mi svestii in furia, spensi il lume, e mi cacciai sotto le
coltri.
* * * * *
... L'agile libellula dalle ali di raso veniami intorno precedendomi nel
cammino.
Ed io salia lentamente verso la vetta della collina indorata dagli
ultimi raggi del sole moribondo.
Talora io mi arrestava ad udire la nota melanconica d'un grillo
solitario, e lo stridulo garrito della gazza bianca che ritornava alla
quercia ospitale, e il lamento ripetuto con cui il gufo suole salutare
la notte amica. Talora io raccoglieva una campanula azzurra, o
divellendo dalle pareti d'un sentiero scavato fra le roccie una manata
di musco, scopriva l'ingresso d'un formicajo, o la tana riposta d'un
agile ramarro. Tutto attorno a me era lieto e silenzioso; la natura
chiudeva gli occhi placidamente ad un sonno non funestato da rimorsi.
Così rapito in muta contemplazione io dimenticava me stesso.
Ad ogni istante mi proponeva di rivolgermi indietro, e di rifare i miei
passi verso M**, ma il proposito moriva meco ad ogni volta. Qualche cosa
di bizzarro avveniva dentro di me. V'erano come due forze in lotta che
dirigevano il mio spirito. Mi lasciai guidare senza resistere per entro
una fitta macchia di caprifoglio--nè sapea dire a me stesso che cosa
andassi a fare, nè comprendere quale misterioso fascino mi attraesse mio
malgrado.
Mossi alcun poco sopra una via scabra, e scorsi a me d'innanzi, non più
lungi d'un trar di sasso, un'ombra.
Mi accostai. L'ombra diveniva più oscura man mano che il sole scompariva
dietro i monti lontani; ma ad un tempo che io mi avvicinava, i suoi
contorni pareanmi più spiccati.
Non so perchè io impiegassi così gran tempo ad arrivare. Ma il mio
giubilo fu più grande, quando, presso a quella creatura, riconobbi
Ortensia. Un grido di meraviglia morì sulle mie labbra. Ella era lì,
presso a me, sola con me, col pensiero forse a me rivolto. Qual mai
mortale gustò in terra tanta ambrosia di cielo?
Mi volgeva le spalle. Io mi accostai ancora posando una mano sul cuore
agitato, e rattenendo il respiro per non palesarmi. Già io sfiorava col
capo incurvato sopra il suo omero i suoi capelli agitati dal vento... E
tuttavia non fè motto. Mormorava non so quali parole, ed aveva in mano
un fiore sfogliato--una margherita bianca, l'ingenua sibilla d'amore.
All'improvviso, non so se per potenza di desiderio o d'amore, ma certo
per forza soprannaturale, mi sentii così in contatto con essa, da
confondere l'anima mia colla sua, e sentire i sentimenti suoi, e pensare
i suoi pensieri, e vivere della sua vita: un accento soave mormorava
nella mia doppia intelligenza una domanda: "amo io davvero Giorgio?"
Più atterrito forse del fenomeno, che giubilante della rivelazione,
diedi un grido... Ella si volse spaventata, e le sue labbra si
scontrarono colle mie...
* * * * *
E mi ridestai sul mio letto, e tesi le braccia come per stringere
qualche cosa che mi appartenesse, e che io non volessi lasciarmi
sfuggire... Ahi! la visione era sparita.
Guardai intorno a me, e mi rivolsi smaniante sull'uno e sull'altro
fianco. Un raggio di luna illuminava a stento la mia cameretta. Augusto
russava in una camera daccanto alla mia.
"Non era dunque che un sogno!" ripetei dolente. "Dormiamo, sogniamo
ancora."
E ritentando i fantasmi svaniti, mi ricacciai un'altra volta sotto le
coltri.