Il mio amico Augusto era un buon figliuolo. Doti d'intelletto e di cuore
avea moltissime; e se gli falliva la modestia, vi era però nel suo dire
ampolloso quasi altrettanta franchezza, quanta vanità--così che l'una
pagava in certa guisa l'altra. Onde sebbene da principio quel suo eterno
cicaleccio sovra argomenti assai spesso frivoli, paresse porre una
barriera fra i nostri umori--e disperassi, o sdegnassi, di varcarla--non
andò guari che, bandita la prima selvatichezza, io gli divenni
famigliare. E tra la naturale arrendevolezza di lui, e la mia filosofica
pazienza, in breve fummo inseparabili. Nè mai la giovialità e il
sussiego fecero tanta pompa, cred'io, di perfetta fratellanza.
Povero Augusto! E parmi ora, pensando alla tua tomba così presto
scavata, alla zolla che ha seppellito le tue giovani illusioni in una
terra avarissima a te d'affetti e di lagrime, parmi che tu t'apponessi
al vero--e non mettesse proprio il conto in quell'età di prenderla in
sul serio colla vita, com'io faceva. Ma io non fui altro che un
piagnuccoloso primaticcio, e tu di noi il vero filosofo--poi che vivesti
e moristi come l'usignuolo, cantando.
Ma in quel mattino pareva avesse esaurito la vena del suo spirito
giocondo; e mi camminava a fianco taciturno ed imbroncito, allungando il
viso ad una smorfia grottesca da screditarne Eraclito. Perchè io da
principio, stimando guarirnelo, feci sembiante di non porgli mente, e
recatomi il fucile, a partirne il disagio, d'in sull'omero destro al
sinistro, mi diedi a canticchiare fra i denti una vecchia canzone da
caccia. E dappoi che questa era il solo frutto che io m'avessi ricavato
dal breve commercio e dalle rare peregrinazioni venatorie, e la sola
virtù che potesse darmi aria di cacciatore, non è a dire come io me ne
deliziassi.
Ma pare che il rimedio non fosse opportuno, o ne avessi inavvedutamente
esagerato la dose, perchè il dispetto d'Augusto crebbe fino alla stizza.
E non sapendo con chi disfogarla--e smaniandone--allungò un calcio al
nostro vecchio bracco, che stanco delle inutili ricerche di selvaggina
in mezzo ai boschi, veniva in quel mezzo mendicando una carezza.
Il mal capitato animale guaì due volte lamentevole, e venne a riparare
al mio fianco, come a quello d'un amico. E siccome le sue querele
dapprima, e quel confidente appellarsi alla mia tutela da poi, m'avevano
cercato il cuore--questo cuore così infaustamente aperto ai dolori--io
mi feci, del mio meglio, a pagarlo di conforti.
Il poveretto non sapeva come rendermi grazie; e deposto il rancore, a
testimoniarmi la sua gioia, venivami attorno con mille feste. Nè mai la
riconoscenza ebbe fra gli uomini tanta eloquenza e spontaneità di
linguaggio. Ond'io m'ebbi fermo in mente per tutto quel dì che la
riconoscenza sia meglio una virtù di cani, che d'uomini--e a
riconciliarmi coll'umanità avrei benedetto un argomento. Ma allora non
mi giunse, e forse non m'è giunto tuttavia; così che si può supporre il
vecchio chiodo mio, anzi che strappato, aver cogli anni acquistato
saldezza.
Guardai Augusto, ed egli me--poi entrambi il cane.
Parvemi allora che un animale così generoso fosse ingiustamente
condannato a camminare su quattro zampe--e che dovesse rizzarsi su due,
e levare orgoglioso la fronte, e guardare faccia a faccia l'Umanità. Ed
ora ne sorrido--ma in quel momento mi sentii muovere fino al fondo
dell'anima; e rappresentandomi agli occhi come vera quell'immagine,
temetti non l'uomo avesse dovuto rinselvarsi per celare il rossore delle
guancie.
Senonchè il povero _Febo_ (tale il battesimo del bracco) aveva
indovinato il senso del nostro sguardo--e poi che egli non domandava di
meglio, si trascinò col capo chino fino al suo padrone.
V'era nel suo atto tanta umiltà; ed agitava la coda, e si ripiegava sui
fianchi con tanta rassegnazione, che la sua preghiera, cred'io, sarebbe
salita all'Olimpo a disarmare Giove dei suoi fulmini.
Ma è raro che l'ingiustizia si arrenda, e non si ritorca dapprima in sè
stessa, e non si dibatta come il serpe. Onde Augusto che era pentito e
non voleva cedere tuttavia, se ne stava un pochino in sul tirato--da
parere un amante imbroncito che non voglia fare una carezza alla sua
bella, e se ne strugga.
Se ti intervenga di assistere a rottura fra due amici, e che tu voglia
rappattumarli, non pretendere che quegli che s'ha il torto lo confessi;
fa piuttosto che l'altro--e sarà sempre il più arrendevole, perchè più
calmo--muova il primo passo, e s'addimostri in certa guisa carezzevole.
E mentre in ogni altro modo andresti errato e non verresti a capo di
nulla, così facendo ti troverai avere in mano un rimedio facile e
sicuro. Però che ove la ragione sapesse discendere fino a vestire le
apparenze del torto, il suo trono sarebbe, parmi, assicurato nel mondo.
E non andò guari che Augusto ebbe troncato ogni quistione con _Febo_. Nè
le distillazioni di cento volumi filosofici avrebbero tanto potuto
sull'animo suo, come la virtuosa mansuetudine di quel cane.
* * * * *
Io aveva indovinato alla prima la cagione del malumore d'Augusto. Ma o
perchè non fossi passionato della caccia, o perchè mi avessi qualche
altro martello nel capo--e il leggitore potrà decidere in appresso--la
nostra disavventura m'avea trovato insensibile.
E tuttavia mi accorsi che il disagio del cammino, il caldo, la fame, e
forse un cotal poco il dispetto, incominciavano a ribellare il mio
spirito alla pazienza--e poi che ne feci motto ad Augusto, avvenne, ed
era cosa naturale, che le parti si mutassero--e ch'egli si facesse a un
tratto a sermoneggiare, ed io ad arrabbiarmi.
Ma non così che una folata d'allodole levatasi a volo a pochi passi da
noi potesse parerne lieve ventura, e non giungessimo in tempo, o
sdegnassimo di far con essa le prime prove. E in un baleno Augusto ebbe
scaricato le canne del suo schioppo--io a brevissimo intervallo del
pari; onde credendoci in buona fede aver costata la vita a quegli
innocenti, tra la compiacenza e il rammarico venivamo aguzzando le
ciglia per scorgere attraverso il fumo la caduta della nostra preda.
Ma pare che l'alata famiglia non patisse danno--nè se più parte vi
avesse il miracolo o l'inettitudine nostra, per quanto v'abbia
strologato, giunsi mai a decifrare.
Se non che i latrati di _Febo_, e a quando a quando un lieve dibattere
d'ali, ci trassero da canto ad un roveto. _Febo_ smaniava; allungava il
muso tentando penetrare fra le spine, e si ritraeva vie più inasprito.
L'aspettazione era grande. Foss'egli da quel cespuglio venuto fuori
colle fauci spalancate un cocodrillo, parmi non n'avremmo avuto stupore.
Sì, n'ebbimo--e quanto ci costasse il disilluderci, pensi chi ha cuor
pietoso--quando invece del coccodrillo ci apparve un'allodola sbigottita
da parer l'immagine viva della paura. Essa si levava a piccoli voli,
tentando scampare all'inevitabile disastro che l'attendeva; ma così
malconcia com'era dalle zanne di _Febo_, i suoi sforzi non la
soccorrevano a lungo, e ricadeva dopo breve tratto.
Non so più dire che mai si passasse in quel mentre nel mio cuore--e
n'arrossirei; ma se non avessi temuto di parer debole--e forse questa fu
vera debolezza--avrei perorato la causa di quella misera allodola. E se
mai vi fu avvocato che avesse cuore gagliardo, sarei stato io quello--e
non avrei avuto da invidiare a Demostene la sua eloquenza.
Ditelo voi potenze dell'anima, non è egli impeto gentilissimo quello che
ci fa piangere dei mali altrui? E a quale altri mai se non a questa
compassione benefica, laboriosa, ricca di conforti e di balsami,
chiederà l'umanità sconsolata la parola che la incoraggi nel cammino
faticoso? Che se gli Dei avanzano in ogni perfezione i mortali, dalle
pietosissime lor viscere trassero, cred'io, quel po' di bene onde ne
raddolcirono le amarezze della vita.
Ma ch'ei non ti venga detto giammai "sentimento sterile" di quella
compassione così, in apparenza, passiva, da parerti non aver altro che
lagrima. E se tu la incontri fra gli uomini, benedici--avvegnachè essa
ti addimostri un terreno generoso, ove pur che l'agricoltore getti la
semente, e non avrà più che ad affilare la falce per la messe.
No--il cuore aperto agli affanni non è mai sterile; e se tu vi versi,
benefica rugiada, una lagrima sola, ei ti cresce e ti educa rigoglioso
l'albero del sacrifizio.
_Febo_ continuava ad assalire, e la lodoletta a schermirsi--ma poi che i
Fati avevano così fermato, non vi fu più scampo per essa.
Ma non con lieve fatica Augusto giunse ad averla fra le mani, e credo vi
contribuisse non poco l'opera di certo suo cappellaccio di feltro,
lanciato a tiro opportuno su quella tapina.
--È finita--pensai sospirando.
--Tanto per così poco--borbottò Augusto, riponendo in testa il cappello
e mostrandomi il corpiccino insanguinato dell'allodola.
--È vero--mi correva sulle labbra. Ma non lo dissi. Il mio sguardo s'era
arrestato sovra quel povero animale. Avea gli occhietti velati, il becco
semiaperto, e ne colava una leggiera striscia di sangue--un istante
ancora, e gli ultimi nodi che lo legano alla vita saranno spezzati....
"Ahi! era tutto per essa!"--esclamai con mestizia. Affannoso pensiero! E
che monta egli che sia la vita d'un uomo o quello di un bruco? Lascia
l'uno cittadi e castella, l'altro il musco ospitale. La vita poneva fra
di loro un abisso--la morte, questa grande uguaglianza, segnerà negli
eterni libri del tempo non più che due esistenze distrutte.
* * * * *
Avevamo ripreso la via postale, e ci affrettavamo verso M***.
Io pensava alle brune chiome d'_Ortensia_, ai suoi sguardi per
languidezza lucenti, al suo corpiccino di vespa, alle movenze
incantevoli onde s'abbellivano le sue forme leggiadre.
--Ed oserò io comparire innanzi ad _Ortensia_ in quest'arnese, e col
carniere così sprovvisto? E questa lodoletta meschina potrà essa pagare
la mia vanità di cacciatore? Peggio, s'io penso che non mi viene che una
parte della gloria.
Augusto che non aveva ancora saputo darsi pace della nostra sorte
tristissima, interruppe in quel mentre il corso dei miei pensieri; e
ponendomi sottocchio un'altra volta la vittima:--"E non è a dire che i
miei colpi fossero male aggiustati. Vè, Giorgio, l'ho colpita nel
petto."
Per quanto io fossi poco sicuro dell'efficacia dei miei tiri,
parevami--e forse io non errava--avessero anch'essi lanciato buone
quadrella; però quanta tracotanza fosse nelle parole d'Augusto, e come
dovesse ferirmi nel vivo, non dico. E più perchè gli era già un buon
tratto che l'amor proprio mi veniva susurrando all'orecchio non so quali
argomenti a persuadermi io, non altri, essere il feritore--ed era stato
in sul credervi--e fors'anco se avessi trovato un giro di parole
mellifluo, non avrei resistito alla tentazione di menarne vanto.
Ribattei ironicamente, lasciando parere non so se più la beffa o il
dispetto.
Ma poi che di due che non hanno prove di quanto affermano, il primo ad
affermare ha sempre il sopravvento, Augusto non si affannò punto; ma con
un contegno in apparenza affabile, tentennò il capo e sorrise.
Se mai vi fu avversario potente, che ti si avvinghi mani e piedi, ti
seduca, ti vinca, e volga in canzonatura la tua disfatta, gli è quel
sorriso disdegnoso che provoca la lotta e palesa apertamente il
disprezzo dell'inimico.
E la mia anima ne fu agitata. Avrei voluto che la mente m'avesse
suggerito ancora uno dei suoi mille sofismi, e sarei stato senza pietà.
Ma il dispetto soffocava in me la ragione, la quale è molto se, a non
addoppiare la vittoria d'Augusto, mi concedeva la dissimulazione.
Ma in quel punto--e fu ventura--_Febo_ ritornava ansante verso di noi;
nè mai farmaco più potente o più opportuno poteva scendermi nel cuore a
serenarlo.