LXIX.

Raimondo tacque, e lasciò cadere la testa fra le mani, come oppresso

dalla folla di memorie che aveva risuscitato più vive col suo racconto.

Io lo aveva ascoltato con tristezza; aveva seguito avidamente il suo

dire, ora amaro, ora dolcemente passionato; era penetrato in lui, avevo

vissuto della sua vita e patito dei suoi dolori.

E m'ero fatto mesto anch'io; però non feci motto, e durai alcuni istanti

in quel silenzio.

La luce incerta del primo mattino penetrava dai vani delle finestre

socchiuse; il fuoco del caminetto, trascurato da qualche tempo, s'era

spento; le fiammelle del candelabro brillavano pallidamente.

Poco stante Raimondo si rizzò in piedi, e passeggiò a gran passi per la

camera; il suo viso conturbato tradiva l'affanno d'un pensiero

importuno.

Allora solo mi sovvenne che io non sapeva ancora tutto, e che se mi

aveva fatto chiamare con tanta premura, non poteva essere certamente per

sola vaghezza di farmi la narrazione del suo passato.

--Egli viene; mi disse dopo breve tempo, accostandomisi.

--Chi?--ma la mia mente avea pensato: Eugenio!

--Eugenio--aggiunse Raimondo con voce cupa.

E passeggiò ancora agitato per la camera; poi sedendosi un'altra volta

daccanto a me, proseguì con ironia:

--Il mio buon amico ha mandato a termine l'affare dei freschi; ha

pensato che a Roma si sta meno bene che a Milano, e s'è ricordato del

suo amico d'infanzia.

--Tutto ciò è naturale--gli dissi severo come a fargli rimprovero del

suo sarcasmo.

Comprese, e tentennò il capo.

--Ma non vedi tu dunque, come il suo ritorno debba farmi male in questo

momento? Eccolo qua, il Don Giovanni virtuoso; mi ha risparmiato il

disonore allontanandosi, ed ora sa il pericolo cessato e ritorna.

--Tu sei ingiusto, ribattei; se pure Eugenio ebbe in mente,

allontanandosi, di non turbare la tua pace, non fu altrimenti che un

uomo virtuoso...

--Di' piuttosto un uomo orgoglioso. E sapeva egli se Clelia lo amasse, e

ch'io fossi geloso di lui? Non vò dire che la sua partenza sia stata

un'ingiuria; piuttosto, che il ritornare così presto dopo la morte di

Lei sia un dirmi palesemente: "vedi, l'affare dei freschi fu un

pretesto, ho voluto sagrificarmi per te, siimene grato." Ora, poi che

egli ha voluto essere tanto generoso, avrebbe dovuto risparmiarmi questa

vergognosa gratitudine.

--La gratitudine non è mai vergognosa, se il benefizio non è menzogna.

--E lo è; non solo, ma inganno. Qual benefizio ho io ricevuto da lui?

Vicino, Clelia si sarebbe fatto forza, l'avrebbe forse dimenticato più

presto; lontano, ciò divenne impossibile; egli s'ingrandì coll'apparenza

d'un atto virtuoso agli occhi dì Lei; esercitò da lungi lo stesso

fascino, ma più terribile, più fatale per il cuore di quella santa

creatura. Vicino, egli non avrebbe avuto altro che un po' d'amore,

combattuto, dissimulato, forse vinto in breve; lontano invece fu amato

con abbandono, con pienezza; e se vi fu lotta, fu lotta debole, paurosa,

perchè non avvalorata dal pericolo. Parlami pure della sua generosità e

della mia ingratitudine. Ma se tu ti fossi trovato al capezzale di

Clelia, e avessi letto nel suo ultimo pensiero, e indovinato nel suo

ultimo sorriso l'idea e l'immagine di lui, e il suo nome associato

teneramente al mio, oh! tu stesso mi diresti di non perdonare a colui

che mi ha conteso l'esclusivo dominio di quel cuore adorato.

Gratitudine! E via! per avere spezzato i miei affetti ed essersi posto

fra me e il mio amore, per avermi rapito ciò che io aveva di più

caro?--Oh! per Iddio, no; fin dove il suo alito giungeva, egli ha

avvelenato la mia vita; fin dove giungevano le sue mani, egli ha

lacerato e rubato. Se le sue braccia fossero state più lunghe, e il suo

alito più potente... Si arrestò a mezzo.

Io non gli risposi. Vedevo l'esaltazione del suo spirito, e comprendevo

che le mie parole non sarebbero state che un alimento alle sue ingiuste

rampogne. Egli aveva pur dianzi dimostrato troppo chiaramente la stima

in che teneva la virtuosa indole d'Eugenio, perchè io dovessi tormi sul

serio la briga di contendergli uno sfogo di bile ingenerosa che sarebbe

stato necessariamente seguito dal pentimento.

Il mio silenzio valse meglio che il rimprovero.

Non andò molto che Raimondo si rasserenò, e facendosi più d'appresso a

me:

--Tu pure dunque lo difendi? mi disse con voce tranquilla--e vedendo che

io non gli rispondeva, aggiunse melanconicamente: anche il mio cuore si

ribella a me stesso e mi condanna, e difende lui che pure m'ha fatto

tanto male.

Per qualche istante grave silenzio.

--A che ora arriva egli? domandai.

--Fra due ore.

--Tu lo vedrai dunque?

--Nol voglio. Io posso perdonargli, amarlo non mai; e mi pare che il

vederlo mi toglierebbe anche la virtù del perdono.

--Egli non ti ha offeso.

--Qui, nel cuore... ribattè senza amarezza; il sasso che ci fa

inciampare per via non è la causa della nostra caduta; è soltanto

l'occasione cieca, inconscia, fatale. Tuttavia nissuno saprebbe amare

quel sasso.

E proseguì dopo breve meditazione.

--Io posso essere ancora tranquillo se non felice; posso vivere della

memoria di lei, illudere il mio povero cuore e fargli credere d'aver

posseduto solo tutto il suo amore; posso dimenticare che un altro....

Vedendo lui, rivedrei il passato, che io vorrei pure obliare per

foggiarmene uno a mio modo; subirei le torture di memorie strazianti. E

non sarei più solo...

S'interruppe.

--Che intendi?

--Non sarei più solo a piangere sulla sua tomba, ad evocare in segreto

il suo fantasma adorato. Egli mi contenderebbe l'unico bene che rimane

agli sventurati, la vita del pensiero, la religione delle

memorie--dimezzerebbe un'altra volta il mio amore, questa pallida larva

d'amore che mi rimane dacchè ella è morta. Egli vorrebbe la sua parte di

queste melanconiche gioje che mi inebbriano. È una triste cosa l'amore

degli estinti, ma è tutto per me--e mi vorrebbe togliere anche questo.

--Credi tu dunque che Eugenio abbia amato Clelia?

--Lo temo.

--E se anche fosse, chi ti dice che egli vi pensi ancora?

--Il cuore, questo cuore lacerato che non m'inganna mai... "Il segreto

dell'eternità dell'amore è la morte..." aggiunse come parlando a sè

medesimo.

--Non in tutti i casi.

--Ma nel mio. Amar Clelia è morire d'amore.

--Tu dunque non vedrai Eugenio? domandai.

Fece atto di no.

--Lo vedrò io.

--Tu! diss'egli con slancio; volevo pregartene.

--Sono passati quindici anni; non lo riconoscerò.

--Vedilo; e m'indicò un albo di ritratti.

L'apersi, e lo sfogliai rapidamente; m'arrestai all'immagine d'un

giovine.

--È lui! esclamai con convincimento interrogando a un tempo Raimondo

collo sguardo.

--È lui, ripetè Raimondo guardando alla sfuggita.

--Ne so abbastanza, io vado.

E strinsi la mano a Raimondo come per lasciarlo. Mi rattenne indeciso.

--S'egli non l'avesse amata, s'egli almeno non l'amasse!

Quelle parole mi scesero al cuore come un gemito. Lo guardai in volto

come a dirgli: "devo io ritornar solo?" Ma egli non mi comprese.

--Ritornerò io solo? dissi a bassa voce.

Parve lottare un poco dentro di sè; e non rispose. Lasciai la sua mano

ed uscii...

--Ti aspetto, gridò egli seguendomi.

Mi rivolsi, il mio sguardo gli diceva la pietà.

Due amori · 第 90 / 101 题