Raimondo tacque, e lasciò cadere la testa fra le mani, come oppresso
dalla folla di memorie che aveva risuscitato più vive col suo racconto.
Io lo aveva ascoltato con tristezza; aveva seguito avidamente il suo
dire, ora amaro, ora dolcemente passionato; era penetrato in lui, avevo
vissuto della sua vita e patito dei suoi dolori.
E m'ero fatto mesto anch'io; però non feci motto, e durai alcuni istanti
in quel silenzio.
La luce incerta del primo mattino penetrava dai vani delle finestre
socchiuse; il fuoco del caminetto, trascurato da qualche tempo, s'era
spento; le fiammelle del candelabro brillavano pallidamente.
Poco stante Raimondo si rizzò in piedi, e passeggiò a gran passi per la
camera; il suo viso conturbato tradiva l'affanno d'un pensiero
importuno.
Allora solo mi sovvenne che io non sapeva ancora tutto, e che se mi
aveva fatto chiamare con tanta premura, non poteva essere certamente per
sola vaghezza di farmi la narrazione del suo passato.
--Egli viene; mi disse dopo breve tempo, accostandomisi.
--Chi?--ma la mia mente avea pensato: Eugenio!
--Eugenio--aggiunse Raimondo con voce cupa.
E passeggiò ancora agitato per la camera; poi sedendosi un'altra volta
daccanto a me, proseguì con ironia:
--Il mio buon amico ha mandato a termine l'affare dei freschi; ha
pensato che a Roma si sta meno bene che a Milano, e s'è ricordato del
suo amico d'infanzia.
--Tutto ciò è naturale--gli dissi severo come a fargli rimprovero del
suo sarcasmo.
Comprese, e tentennò il capo.
--Ma non vedi tu dunque, come il suo ritorno debba farmi male in questo
momento? Eccolo qua, il Don Giovanni virtuoso; mi ha risparmiato il
disonore allontanandosi, ed ora sa il pericolo cessato e ritorna.
--Tu sei ingiusto, ribattei; se pure Eugenio ebbe in mente,
allontanandosi, di non turbare la tua pace, non fu altrimenti che un
uomo virtuoso...
--Di' piuttosto un uomo orgoglioso. E sapeva egli se Clelia lo amasse, e
ch'io fossi geloso di lui? Non vò dire che la sua partenza sia stata
un'ingiuria; piuttosto, che il ritornare così presto dopo la morte di
Lei sia un dirmi palesemente: "vedi, l'affare dei freschi fu un
pretesto, ho voluto sagrificarmi per te, siimene grato." Ora, poi che
egli ha voluto essere tanto generoso, avrebbe dovuto risparmiarmi questa
vergognosa gratitudine.
--La gratitudine non è mai vergognosa, se il benefizio non è menzogna.
--E lo è; non solo, ma inganno. Qual benefizio ho io ricevuto da lui?
Vicino, Clelia si sarebbe fatto forza, l'avrebbe forse dimenticato più
presto; lontano, ciò divenne impossibile; egli s'ingrandì coll'apparenza
d'un atto virtuoso agli occhi dì Lei; esercitò da lungi lo stesso
fascino, ma più terribile, più fatale per il cuore di quella santa
creatura. Vicino, egli non avrebbe avuto altro che un po' d'amore,
combattuto, dissimulato, forse vinto in breve; lontano invece fu amato
con abbandono, con pienezza; e se vi fu lotta, fu lotta debole, paurosa,
perchè non avvalorata dal pericolo. Parlami pure della sua generosità e
della mia ingratitudine. Ma se tu ti fossi trovato al capezzale di
Clelia, e avessi letto nel suo ultimo pensiero, e indovinato nel suo
ultimo sorriso l'idea e l'immagine di lui, e il suo nome associato
teneramente al mio, oh! tu stesso mi diresti di non perdonare a colui
che mi ha conteso l'esclusivo dominio di quel cuore adorato.
Gratitudine! E via! per avere spezzato i miei affetti ed essersi posto
fra me e il mio amore, per avermi rapito ciò che io aveva di più
caro?--Oh! per Iddio, no; fin dove il suo alito giungeva, egli ha
avvelenato la mia vita; fin dove giungevano le sue mani, egli ha
lacerato e rubato. Se le sue braccia fossero state più lunghe, e il suo
alito più potente... Si arrestò a mezzo.
Io non gli risposi. Vedevo l'esaltazione del suo spirito, e comprendevo
che le mie parole non sarebbero state che un alimento alle sue ingiuste
rampogne. Egli aveva pur dianzi dimostrato troppo chiaramente la stima
in che teneva la virtuosa indole d'Eugenio, perchè io dovessi tormi sul
serio la briga di contendergli uno sfogo di bile ingenerosa che sarebbe
stato necessariamente seguito dal pentimento.
Il mio silenzio valse meglio che il rimprovero.
Non andò molto che Raimondo si rasserenò, e facendosi più d'appresso a
me:
--Tu pure dunque lo difendi? mi disse con voce tranquilla--e vedendo che
io non gli rispondeva, aggiunse melanconicamente: anche il mio cuore si
ribella a me stesso e mi condanna, e difende lui che pure m'ha fatto
tanto male.
Per qualche istante grave silenzio.
--A che ora arriva egli? domandai.
--Fra due ore.
--Tu lo vedrai dunque?
--Nol voglio. Io posso perdonargli, amarlo non mai; e mi pare che il
vederlo mi toglierebbe anche la virtù del perdono.
--Egli non ti ha offeso.
--Qui, nel cuore... ribattè senza amarezza; il sasso che ci fa
inciampare per via non è la causa della nostra caduta; è soltanto
l'occasione cieca, inconscia, fatale. Tuttavia nissuno saprebbe amare
quel sasso.
E proseguì dopo breve meditazione.
--Io posso essere ancora tranquillo se non felice; posso vivere della
memoria di lei, illudere il mio povero cuore e fargli credere d'aver
posseduto solo tutto il suo amore; posso dimenticare che un altro....
Vedendo lui, rivedrei il passato, che io vorrei pure obliare per
foggiarmene uno a mio modo; subirei le torture di memorie strazianti. E
non sarei più solo...
S'interruppe.
--Che intendi?
--Non sarei più solo a piangere sulla sua tomba, ad evocare in segreto
il suo fantasma adorato. Egli mi contenderebbe l'unico bene che rimane
agli sventurati, la vita del pensiero, la religione delle
memorie--dimezzerebbe un'altra volta il mio amore, questa pallida larva
d'amore che mi rimane dacchè ella è morta. Egli vorrebbe la sua parte di
queste melanconiche gioje che mi inebbriano. È una triste cosa l'amore
degli estinti, ma è tutto per me--e mi vorrebbe togliere anche questo.
--Credi tu dunque che Eugenio abbia amato Clelia?
--Lo temo.
--E se anche fosse, chi ti dice che egli vi pensi ancora?
--Il cuore, questo cuore lacerato che non m'inganna mai... "Il segreto
dell'eternità dell'amore è la morte..." aggiunse come parlando a sè
medesimo.
--Non in tutti i casi.
--Ma nel mio. Amar Clelia è morire d'amore.
--Tu dunque non vedrai Eugenio? domandai.
Fece atto di no.
--Lo vedrò io.
--Tu! diss'egli con slancio; volevo pregartene.
--Sono passati quindici anni; non lo riconoscerò.
--Vedilo; e m'indicò un albo di ritratti.
L'apersi, e lo sfogliai rapidamente; m'arrestai all'immagine d'un
giovine.
--È lui! esclamai con convincimento interrogando a un tempo Raimondo
collo sguardo.
--È lui, ripetè Raimondo guardando alla sfuggita.
--Ne so abbastanza, io vado.
E strinsi la mano a Raimondo come per lasciarlo. Mi rattenne indeciso.
--S'egli non l'avesse amata, s'egli almeno non l'amasse!
Quelle parole mi scesero al cuore come un gemito. Lo guardai in volto
come a dirgli: "devo io ritornar solo?" Ma egli non mi comprese.
--Ritornerò io solo? dissi a bassa voce.
Parve lottare un poco dentro di sè; e non rispose. Lasciai la sua mano
ed uscii...
--Ti aspetto, gridò egli seguendomi.
Mi rivolsi, il mio sguardo gli diceva la pietà.