XXXI.

"Clelia era madre.

Finchè ella lo aveva dubitato, era stata come in preda ad un vago

turbamento, ad un timore nuovo, inesprimibile. L'importanza della cosa

aveala atterrita, ma d'un terrore dolce che aveva della sorpresa e nulla

del dolore. Essere madre, portare nel seno un'altra vita, vivere di

quella; era troppo grande voluttà, era una prova suprema, una

risponsabilità senza limiti, tutto un avvenire in sue mani. Quell'anima

ingenua e dolce ne era rimasta stordita, aveva misurato le sue forze e

si era creduta debole ed aveva pianto per paura. Ma non appena ebbe la

certezza del suo stato, succedette a quella titubanza una allegria

matta, un soave raccoglimento alla pace e ad un tempo il più grande

abbandono alla gioia. La sua anima era nei suoi occhi, e i suoi occhi

s'erano come velati; quando li sollevava per guardarmi era un raggio di

sole che veniva a battermi sul viso. Si attaccava al mio braccio con una

compiacenza infantile, e voleva che io la conducessi così per le camere.

Si abbandonava talvolta ad una gioia pazza, e si diceva lieta d'essere

madre.

--Mi pare di appartenerti di più, mi pare che nulla più possa separarci,

mi diceva in quei momenti con abbandono.

M'avvidi che l'amore materno si faceva strada a stento attraverso

l'amore di sposo, e che io era tuttavia solo a regnare nel suo cuore.

Una volta mi si fece innanzi impensierita e mi disse seriamente:

--Guardami bene.

--Ti vedo, le risposi sorridendo.

--Non è vero che sono piccina?

--Non mi pare.

--Sì, lo sono, voglio esserlo.... Dimmi che lo sono. Mi parrà d'esser

più tua, di far parte di te, di penetrare di confondermi nella tua

essenza.

Più spesso assumeva un fare serio e contegnoso, una gravità che

contrastava bizzarramente colla freschezza delle sue guancie. In quei

momenti non mi diceva parola e si mostrava assai distratta; pareva che

fantasticasse prevenendo il futuro e che volesse far la mamma in sul

serio; però se io mi fossi attentato a scherzare, ella mi avrebbe

risposto che il tempo delle celie era passato, e che bisognava pensare

da senno al nostro _bambino_.

--Puoi dire: la nostra _creatura_; le osservai un giorno sorridendo.

--Perchè?

--E che hai tu da sapere se sia un bambino o una bambina?

--E chi l'ha da sapere se non io? Ti dico che è un bambino.

--Ed io voglio che sia una bambina.

--Per l'appunto, no. Io voglio che sia un bambino e che ti assomigli;

voglio che porti i baffi come tu li porti e il pastrano abbottonato

sotto il mento, come te; e che cammini a passi gravi come tu fai. Non

replicare, altrimenti vado in collera davvero.

Due amori · 第 39 / 101 题