"Clelia era madre.
Finchè ella lo aveva dubitato, era stata come in preda ad un vago
turbamento, ad un timore nuovo, inesprimibile. L'importanza della cosa
aveala atterrita, ma d'un terrore dolce che aveva della sorpresa e nulla
del dolore. Essere madre, portare nel seno un'altra vita, vivere di
quella; era troppo grande voluttà, era una prova suprema, una
risponsabilità senza limiti, tutto un avvenire in sue mani. Quell'anima
ingenua e dolce ne era rimasta stordita, aveva misurato le sue forze e
si era creduta debole ed aveva pianto per paura. Ma non appena ebbe la
certezza del suo stato, succedette a quella titubanza una allegria
matta, un soave raccoglimento alla pace e ad un tempo il più grande
abbandono alla gioia. La sua anima era nei suoi occhi, e i suoi occhi
s'erano come velati; quando li sollevava per guardarmi era un raggio di
sole che veniva a battermi sul viso. Si attaccava al mio braccio con una
compiacenza infantile, e voleva che io la conducessi così per le camere.
Si abbandonava talvolta ad una gioia pazza, e si diceva lieta d'essere
madre.
--Mi pare di appartenerti di più, mi pare che nulla più possa separarci,
mi diceva in quei momenti con abbandono.
M'avvidi che l'amore materno si faceva strada a stento attraverso
l'amore di sposo, e che io era tuttavia solo a regnare nel suo cuore.
Una volta mi si fece innanzi impensierita e mi disse seriamente:
--Guardami bene.
--Ti vedo, le risposi sorridendo.
--Non è vero che sono piccina?
--Non mi pare.
--Sì, lo sono, voglio esserlo.... Dimmi che lo sono. Mi parrà d'esser
più tua, di far parte di te, di penetrare di confondermi nella tua
essenza.
Più spesso assumeva un fare serio e contegnoso, una gravità che
contrastava bizzarramente colla freschezza delle sue guancie. In quei
momenti non mi diceva parola e si mostrava assai distratta; pareva che
fantasticasse prevenendo il futuro e che volesse far la mamma in sul
serio; però se io mi fossi attentato a scherzare, ella mi avrebbe
risposto che il tempo delle celie era passato, e che bisognava pensare
da senno al nostro _bambino_.
--Puoi dire: la nostra _creatura_; le osservai un giorno sorridendo.
--Perchè?
--E che hai tu da sapere se sia un bambino o una bambina?
--E chi l'ha da sapere se non io? Ti dico che è un bambino.
--Ed io voglio che sia una bambina.
--Per l'appunto, no. Io voglio che sia un bambino e che ti assomigli;
voglio che porti i baffi come tu li porti e il pastrano abbottonato
sotto il mento, come te; e che cammini a passi gravi come tu fai. Non
replicare, altrimenti vado in collera davvero.