Raimondo non avea taciuto nulla nella sua lettera; e tuttavia il vederlo
crebbemi il dolore.
Mi ripetè il suo spasimo, i suoi dubbii, il suo timore di riuscire
ingrato agli occhi di Clelia; e poi che gli uomini temono sopra ogni
cosa il ridicolo e lo vedono da per tutto dove il compasso non ha
portato la sua misura, io compresi che Raimondo era torturato da questo
pensiero. Arrossiva di amare; col suo volto, coi suoi modi parevagli
debolezza; e quando doveva pure dirla questa parola che Dio ha scolpito
nel cuore delle sue creature, balbettava e mi guardava nel volto temendo
che io lo canzonassi.
Strana vicenda delle cose del mondo è questa che il vizio usurpi a
quando a quando le spoglie della virtù e s'incontrino degli sciagurati
che si tengano della loro abbiezione, e parlino delle loro colpe e
mettano a nudo le loro sozzure con compiacenza. Ma che la virtù
arrossisca di sè medesima, e per poco non discenda a domandare il
mantello del vizio, questo in verità non si saprebbe comprendere. Ed io
penso che se gli uomini non si frodassero a vicenda di uno spettacolo
che sana molte piaghe, e sdegnassero questo mentito tributo alla colpa,
il fardello dei loro dolori n'andrebbe alleggerito d'assai.
Persuasi Raimondo a sperare, ad abbandonarsi a me. Non ci volle gran
fatica; la solitudine avealo fatto arrendevole, però io posi per primo
patto che egli venisse meco quella sera medesima in casa della contessa.
Rifiutò sulle prime vivamente; non avrebbe osato incontrarsi subito con
Clelia; ma quando io gli dissi come da una settimana ella non fosse più
venuta nelle sale della contessa, allora fu un tempestare di domande,
alle quali io non sapeva rispondere. Da quel punto non stette più sul
diniego; senza che io insistessi più oltre, era inteso che quella sera
sarebbe venuto.