Poco dopo ritornò a me e mi pregò che lo seguissi.
Attraversai una lunga fila di camere. Da per tutto io vedeva con
sorpresa l'impronta della ricchezza; poiché sebbene sapessi Raimondo
unico rampollo d'una casa distinta, egli non mi aveva fatto alcun cenno
della sua fortuna.
La camera in cui si trovava Raimondo era addobbata con squisita
eleganza. Il suolo interamente coperto di tappeti e di pelli di tigre;
le pareti tappezzate a drappi azzurri.
Raimondo mi aspettava con desiderio; e s'era rizzato per metà sui
guanciali. Mi porse la mano affettuoso, e mi fe' sedere accanto a lui
con compiacenza.
--Ti avrei fatto avvisare; mi disse quando ebbe congedato d'un cenno
l'indiano; avevo tanto bisogno di vederti, di abbracciarti.
V'era tanta mestizia, e così dolce, nelle sue parole, che ne fui
sorpreso, e non seppi rispondere nulla. Ma all'improvviso m'accorsi che
il suo volto era pallido più del consueto, che il suo respiro era
affrettato, e che grosse gocce di sudore gli bagnavano la fronte.
--Che hai tu dunque? gli domandai spaventato.
Sorrise.
--Nulla. Un po' di febbre. Me l'aspettavo; colaggiù era malato di
nostalgia, ed ora... Gli è il mutamento di clima; io mi era abituato a
quel cielo di fuoco.
Poi proseguì lentamente.--V'hanno ben altre doglie che serrano ben
altrimenti il cuore e intisichiscono l'anima. Che avrai tu pensato di me
dopo il mio linguaggio di jeri.
--Pensai che la tua anima è malata; che tu hai d'uopo d'un buon medico.
Raimondo mi porse un'altra volta la destra.
--Ahimè! dissemi; io dispero d'incontrarne uno. Vi sono veleni che non
hanno antidoto--gl'Indiani lo sanno assai benevisono piaghe che
consumano ed uccidono, e contro le quali nulla potrebbero il ferro ed il
fuoco. Hai tu mai dubitato?
--Di che?
--Di tutto: di Dio, dell'uomo, della donna, dell'amore di noi stessi...
--E dell'amicizia, aggiunsi con amarezza.
--Sì; anche dell'amicizia. Or bene se tu l'hai provato cotesto
supplizio, sai tu che vi esista un rimedio?
--Ve n'ha uno.
--Quale?
--Amare; gettarsi nel mondo, respirarne le colpe, e raccoglierne con
ogni cura le poche virtù, udire la bestemmia dei mille e l'umile
preghiera dell'innocente; soffrire l'indifferenza e l'odio fin che non
s'incontri un uomo che ci faccia credere all'amicizia, una donna che ci
faccia credere all'amore, e qualche raro esempio che ci faccia credere
alla virtù. Amicizia, amore, virtù--questa triade benefica sarà la
nostra rivelazione; allora leveremo gli occhi al cielo e troveremo il
nostro Dio.
Per alcun tempo Raimondo non rispose, e parve meditare sulle mie parole.
--Sarà forse come tu pensi; prese a dire poi con abbandono; la mia anima
lotta ancora per crederlo. Ma credi tu che io non abbia pensato a
codesto, che io non abbia sospirato di desiderio, che io non abbia
pianto di sconforto? Amare, aspettare; ma per tutto ciò conviene vivere,
soffrire. Incontrerai una donna che ti amerà, un esempio dì virtù che
mitigherà lo spasimo del tuo cuore--ma quale cammino per arrivare a
questa meta? Noi siamo viaggiatori che ci avventuriamo nel deserto senza
averne misurato l'estensione. E chi ne assicura che l'oasi che
vagheggiamo lontana non sia l'effetto del miraggio--che le sabbie
ardenti non si perpetuino senza fine, finché ci toccherà cadere sfiniti
al suolo ad aspettarvi la morte? Ricercare smaniando! Ma a che giova? ed
è egli possibile rassegnarsi a questo strazio, quando si è incerti
dell'esito, quando s'ignora perfino l'esistenza dì ciò che si vagheggia?
Che diresti d'un pazzo che corresse dietro alla sua ombra? E che altro
sono essi gli uomini colle loro eterne chimere dì virtù e d'amore! Dove
son esse cotali fantasime se non nella loro mente? E quale mai può
vantarsi d'averle vedute?
--Ed ecco il tuo errore, ripresi con dolcezza. Ti sei fitto in mente che
tutti gli uomini vedano attraverso la nebbia che oscura il tuo
orizzonte. Ma oramai conviene che tu non dissimuli nulla a te stesso. Io
non ti domando una confessione, perchè forse tu stesso non sapresti
farmela; ma esigo dalla tua amicizia che tu getti uno sguardo scrutatore
nell'anima tua. Molto spesso conoscere il male è guarirlo. Ora io ti
domando: che hai tu fatto della tua vita? A diciotto anni ti colse
desiderio dì viaggiare. Avresti potuto recarti nelle città popolose; la
società ti sarebbe apparsa gigante in mezzo alle sue turpitudini;
avresti contato le lagrime della miseria e le carrozze stemmate
dell'ozio, e ti saresti sentito serrare il petto dallo sconforto. Ma dal
turbine delle oscenità da trivio e degli amorazzi di gran dama, avresti
forse sceverato una fanciulla modesta e povera, e l'affannoso lavoro di
un operajo indigente. Increscioso del mondo in cui non avevi ancora
vissuto, misantropo senza aver conosciuto gli uomini, senza ancora
essere uomo tu stesso, hai visitato invece l'America meridionale e gli
sbandati avanzi delle sue tribù di selvaggi. Così hai passato i più
begli anni della tua vita respirando un'aria che non era la tua,
ascoltando un linguaggio che tu comprendevi a stento, avvicinando uomini
i quali per diversa cultura di spirito, per diversa eredità di genio,
per costumi e bisogni diversi, non potevano migliorare od accrescere in
alcun modo il patrimonio delle tue idee, dei tuoi sentimenti. Ritornasti
al tuo paese stanco della vita, odiando vieppiù gli uomini, mentre degli
uomini e della vita non hai formato un giusto concetto. La più gran
parte di coloro che non devono pagare col lavoro il loro pane sono
ammalati del tuo male, la noja. Se non che, mentre altri ricerca
nell'ebbrezza e nel delirio dei sensi la dimenticanza, tu con più falsa
logica domandi la pace alla solitudine, e frugando nel tuo cuore malato
vorresti rinvenire in esso il farmaco del tuo male. Quando si è giovani,
come tu sei, credilo, mio caro Raimondo, la solitudine è una compagna
assai triste. Convien dare allo spirito le sue battaglie, i suoi battiti
al cuore.
La franchezza del mio linguaggio sorprese Raimondo. Parvemi allora
d'essermi spinto troppo oltre nel mio dire, e temetti che egli se ne
fosse offeso. Lo osservai con inquietudine; era calmo. Poco dopo si
scosse, e in un balzo discese dal suo letto.
--Che fai? gli domandai meravigliato.
--Voglio esser teco: pranzeremo insieme, andremo ai teatri, ai caffè....
--Ma tu sei malato. Poc'anzi avevi la febbre.
--È un nonnulla. Quel che più importa è di uscire da questa inerzia,
quel che più importa è di vivere.
Così dicendo, Raimondo si vestiva; compresi come il tentare di
distoglierlo dal suo proposito sarebbe stato in quel momento opera vana;
e però mi tacqui.
In pochi istanti egli ebbe posto termine al suo abbigliamento; mi porse
il braccio ed uscimmo dalla sua camera. Giammai erami sembrato così
allegro come in quel punto; nell'attraversare il suo appartamento si
arrestò innanzi ad un cassetto come colto da un'improvvisa idea; e
trattine due pezzi d'osso che si configgevano l'uno nell'altro, mo li
porse sorridendo perchè io li esaminassi.
--A che serve questo arnese?
--Domandalo a Charrnà; e ti saprà dire con quanto sagrifìzio egli si sia
deciso a privarsi per amor mio dell'ornamento del suo labbro. Gli
indiani lo chiamano il _barbotto_; appena nati lo fanno passare
attraverso il labbro superiore e non lo depongono più nella vita. È il
distintivo del loro sesso, perocchè essi non hanno barba nè diversità di
vestimenta. Comprenderai come sia facile contrarre l'abitudine di tenere
il broncio, quando si porta questo giocattolo sul labbro; aggiunse
scherzosamente; e come il riso diventi una cosa difficile. Ho conosciuto
fra le altre la razza dei _Minuani_, gente severa, e melanconica come i
deserti che la chiudono nel suo territorio--un buon _minuano_ non ride
mai nella sua vita; ecco gli uomini coi quali ho creduto di vivere fin
ora.