Egli era meco. Ma posso io dire che egli fosse ancora quel Raimondo
d'una volta, il collegiale taciturno e severo, ma ad ora ad ora
confidente ed entusiasta? Io cercavo indarno sotto la sua nera barba le
note linee di quel volto pallido ed affilato--il suo sguardo era sempre
mesto, ma avea perduto quel fuoco che irraggiava a sprazzi vivissimi di
luce la sua testa. Ov'erano quelle espansioni ingenue d'una volta, e
quel tenero e soave raccoglimento alle speranze?
--Quanto siamo mutati! mi disse egli un giorno fissandomi in volto
impensierito.
--Tu più di me, gli risposi.
--Lo credi. Ma provati a rimontare la corrente degli anni e non
t'incresca di rovistare nelle ceneri di quello che fu già di te
medesimo.
--Ho paura di farlo.
--Hai ragione, le sono ubbie. Il tempo fa il suo mestiere. Oggi abbiamo
i peli sul mento; fra una ventina d'anni saremo canuti--ed ecco la vita.
--L'anima sola non muta, aggiunsi tocco melanconicamente dalle sue
parole.
--L'anima!.... ripetè distratto. Tu ci credi....
Fui atterrito da questo dubbio.
--Ma che cosa dunque è avvenuto dentro di te? Qual terribile urto ha
spezzato la tua fede così salda?
--La mia fede! So d'averne avuto una. V'è un'età nella vita in cui si è
fanciulli; allora è un bisogno; si guarda il cielo, si vedono le stelle,
si respira il profumo dei fiori, si è ignari del resto, e si crede.
Quel giorno non parlammo più oltre.
Quando fui solo, ricordando Raimondo e i nostri anni di collegio, fui
tratto a pensare ad Eugenio. Egli si era recato da qualche anno a Roma
per perfezionarsi nell'arte del disegno, e vi aveva fama di buon
pittore. Gli scrissi una lunga lettera e gli palesai, come la fantasia
me lo raffigurava, lo stato dell'anima di Raimondo, i suoi dubbii, le
sue ansie. Ma non osai dirgli come io lo credessi tanto mutato da essere
fatto insensibile all'affetto; non osai dirgli, e non osavo dirlo a me
stesso, come io riputassi affievolita d'assai nel suo cuore
quell'amicizia che già ne aveva uniti così teneramente.
Quand'ebbi chiuso quel foglio, lo rimirai buona pezza in silenzio. E in
un momento di terribile scetticismo temetti anche d'Eugenio.
Che importa egli mai l'aversi ricambiato un saluto ogni mese, se due
cuori han cessato di battere vicini da gran tempo? Ahimè! cotesto è il
destino delle amicizie strette nell'infanzia. Ci separiamo fra le
lagrime, e portiamo scolpita nel petto l'immagine diletta; il tempo ci
trasforma e ci guasta, ma quell'immagine non ci abbandona giammai. Di
tal guisa noi viviamo in qualche parte la vita d'allora, e alimentiamo
col pensiero il nostro affetto. Ma nissuno di noi pensa che l'oggetto
del nostro amore non è più; e che la pallida larva che avanza è
menzognera. Però se egli avviene che i cadaveri si scontrino per via, e
non si riconoscano, e ricordino appena d'essersi amati molto, allora
essi scuotono il capo sfiduciati e si chiamano ingrati a vicenda.