Qui il bravo don Luigi, parroco di M...., pose fine al suo racconto, che
inumidì più volte le ciglia al dotto carabiniere.
— Voi narrate con un garbo meraviglioso, — diss'io, — e nel correre del
vostro discorso vi dimenticate perfino.... scusate....
— Che cosa? Vorreste dire che mi dimentico di esser prete?
— Non dico già questo; ma mi parete uomo da aver fortemente sentito gli
affetti, e lo fate nobilmente scorgere a chi vi ascolta.
— Eh, figliuol mio, — rispose con molto candore il parroco, — tutti
contiamo le nostre; ora io faccio il prete e tiro innanzi. Mi saranno
forse uscite di bocca delle massime poco ortodosse; altre faranno a
calci con certune che professo di presente; ma voi, che capite certe
stranezze del cuore, le metterete sul conto della umana natura, della
quale ha sentenziato Sallustio....
— Lasciamo Sallustio nel suo scaffale, — interruppi io, — e narratemi
invece dove andò a parare il mio povero Calisto.
— Calisto? Non ve l'ho detto? era impazzito. Il conte Emanuele, pochi
giorni dopo, lasciò il castello, e si ridusse a vivere gli ultimi anni
della sconsolata sua vita in Torino. Il povero pazzo, che non aveva
tetto nè letto, fu ricoverato presso gli Scolopii di Carcare, dove
attendeva ad umili uffici. Per lunga pezza stette tranquillo, e, salvo
l'ostinata sua taciturnità, non mostrava quasi di aver perduta la
ragione.
Ma venne un giorno che i gravi sintomi di una monomania religiosa si
manifestarono in lui; e fu allorquando egli narrò pubblicamente di
essere stato l'amante riamato di santa Cecilia, vergine e martire. La
cosa, come potete facilmente credere, fece chiasso, e se n'ebbe a
commuovere tutto il collegio.
Che eragli avvenuto? Lo seppe, o per meglio dire, lo indovinò il
rettore, quando si fu accorto che da mesi parecchi il Caselli non aveva
altro in mano che le _Vite dei Santi_ e non leggeva altra vita che
quella di santa Cecilia.
Era questo il nome della sventurata Castellana di Villa Cervia, e
l'epiteto di santa lo aveva avuto dalla immaginosa riverenza di quei
terrazzani. Lascio pensare a voi come quel poveretto, che aveva il
cervello in volta, si mettesse tutto quanto in quella lettura, fino al
segno di confondere la martire cristiana con la donna uccisa nelle sue
braccia.
La sua pazzia, come vedete, seguiva un indirizzo più certo che non
quella di tanti altri sventurati, i quali si son fitti in capo di
essere, quale il Padre Eterno, quale lo Spirito Santo, Napoleone, o
Carlomagno. E Dio sa che faticoso lavoro si facesse in quell'anima
ottenebrata; che lenta cristallizzazione di concetti, per giungere fino
a quella creazione fantastica che egli vi ha narrata in Genova! Il
Cardiana diventò Valeriano; la contessina una martire del cristianesimo;
il Bruno s'ingigantì e si scempiò nei due personaggi di Almaco e di
Trebazio; l'organo e il cembalo furono il nesso logico, o, se vi piace,
illogico della sua mesta allucinazione.
Il Caselli stette qualche anno a Carcare, e pareva risanato. Di tratto
in tratto si rifaceva da capo con la narrazione; poi ricadeva nello
scemo. Un bel giorno volle andarsene via, e seppi più tardi che si era
dato a girare il mondo con un certo suo arnese sgangherato in forma di
cembalo. Il resto lo sapete voi.
— Poveretto, — dissi io, asciugando una lagrima. — Egli è più sventurato
di tutti gli altri che non sono più; imperocchè egli vive e porta il suo
dolore, assiduo compagno, adagiato, come un despota solitario, in quella
parte di sè, dove prima albergava la ragione. E così Dio voglia metter
fine ai suoi mali, come egli ha diritto a riposarsi, dopo tanti
travolgimenti affannosi.