Da quel giorno in poi, Calisto non mi scrisse più verbo; nè di lui ebbi
nuova più oltre, salvo che egli doveva trovarsi in male acque, poichè un
anno dopo il podere del Castagneto era stato venduto.
Al castello si menava sempre la stessa vita monotona. Il conte Emanuele
usciva di rado, e non si faceva vedere che alla domenica nel paesello,
dove la sua aria grave e lo sguardo accigliato lo avrebbero fatto
sembrare uno spauracchio da bambini, se non fosse stato conosciuto da
tutti per quel degno gentiluomo che era. Il vecchio Giovanni che lo
seguiva, era anche lui duro come un piuolo, ed era inoltre diventato
severo e muto come una tomba.
Appena giunse l'estate, la marchesa di Cardiana venne col marito a
dimorare nel castello.
Era molto mutata da quella contessina Cecilia che avevamo conosciuta un
anno prima. Il volto aveva sereno, ma pallido, e una cert'aria
pensierosa e il tardo muovere degli occhi, che usava tener quasi sempre
socchiusi in atto di chi si raccoglie nelle sue interne meditazioni,
davano a credere che su quel biondo capo si fossero addensate già molte
procelle.
Io non so se sia vero del tutto; ma pare a me che le persone, le quali
hanno patito, s'abbia a conoscerle a prima giunta. Stanno bene come voi;
sono in carne come voi, sorridono come voi, nel giro di una amichevole e
gaia conversazione; ma un nonnulla sul loro viso, un certo modo di
volgere gli occhi senza guardar nulla, una grinza leggera e quasi
invisibile, vi mutano a un tratto quella figura. Avete dinanzi agli
occhi lo stesso volto, ma non è più la medesima fisonomia.
La grand'arte dei valenti pittori sta nel saperli cogliere, questi
momenti, e di lumeggiarne la testa con un semplice tocco di pennello. I
grami, i dozzinali, non badano a questi gravissimi nonnulla, e vi fanno
un ritratto nel quale ci sono tutti i lineamenti, spesso fedelmente
copiati, ma guasti da quelle smorfie ed atteggiamenti d'uso che
arieggiano la fotografia.
Questa sì davvero è l'ultima ragione dell'arte. Vi riproduce con quella
materiale fedeltà, che io direi piuttosto infedele, di un dato momento,
dopo avervi composte le membra e comandato il piglio che sembri più
acconcio. Cerca di farvi più bello e non vi fa più vero; perciò vediamo
persone gravi per natura, le quali sorridono sulla cartolina come
altrettanti babbei, stolidi che vi assumono un'aria di malinconia soave
da innamorare i sassi.
Poichè sono venuto a parlare della fotografia, lasciatemi dire una cosa,
la quale a voi, che volete darvi allo scrivere dei costumi del tempo
nostro, non tornerà forse inutile del tutto. Voi vedrete, anzi non
vedrete nulla, ma lo vedranno i nostri nepoti, che il tipo della società
civile del secolo nostro andrà sepolto insieme con noi. E mi spiego.
Qual è ai dì nostri la casa che non abbia i suoi vecchi ritratti a olio,
siano eredità di famiglia, o compere fatte dal rigattiere? Sono gravi
magistrati con la zazzera lunga e pendente in ordinati cincinni sulle
spalle; guerrieri con la corazza di acciaio, le brache di raso e gli
stivaloni di marocchino giallo; gentildonne incipriate con un fiorellino
tra le dita; professori con l'abito nero tagliato a coda di rondine, i
ciondoli al panciotto e una lettera in mano colla sua brava soprascritta
in mostra; tutta gente di cui non sapete il più delle volte neanche il
nome, ma che siete avvezzo a vedere, e che vi rappresentano il tipo di
uno o due secoli fa; riscontro utilissimo di una generazione con
l'altra.
A que' tempi ogni famiglia aveva i suoi ritratti e passavano all'erede
insieme col rispettivo gruzzolo di doppie. La moneta si spendeva, ma le
vecchie e venerande figure restavano; correvano di casa in casa,
passavano per mille vicende fortunose, ma restavano.
Oggi, che cosa c'è in ricambio? La fugace fotografia, merce da albo, che
costa poco e dura anche meno. I grand'uomini, poi, sono tutti in
litografia. Io li vorrei aspettar tutti fra cent'anni, e vedere che cosa
rimarrà, quale ricordo efficace della nostra generazione e del suo tipo
particolare. Passeremo come tante ombre; i futuri si ricorderanno dei
nostri vecchi, i quali affidavano la loro immagine alla tela, non già di
noi. E sarà forse il meglio!
La marchesa di Cardiana aveva portato alla dimora paterna il suo
ritratto, magnifica opera di un francese, certo Delaroche; il quale
doveva essere un pittore de' buoni, poichè nel suo dipinto ci si
vedevano tutte quelle cose che generalmente non intendono i dozzinali
dei quali vi ho detto. La rassomiglianza della giovane Cecilia col
ritratto della contessa Giulia s'era fatta più spiccata, dopo il suo
matrimonio, e il quadro del francese le aveva dato la stessa malinconia
dello sguardo, lo stesso atteggiamento sereno e severo che si notavano
nel vecchio dipinto dell'antenata.
Il nuovo quadro fu appeso nel salone, a riscontro col vecchio, e la
giovine e l'antica castellana di Villa Cervia parevano due sorelle;
argomento di continua ammirazione e di lunghe estasi per il vecchio
Giovanni, che amava tanto la sua nobile padroncina.
La marchesa non usciva quasi mai, e nelle sue rare passeggiate non si
dilungava mai dal castello. In paese non si lasciava vedere che le
domeniche alla messa. Il marito in quella vece era sempre attorno, e
quasi ogni giorno alla caccia, accompagnato da molti terrazzani, perchè
i dintorni non erano molto sicuri, a cagione di una banda di malandrini,
comparsa fin dall'inverno su quelle montagne.
Costoro erano renitenti alla leva e gente perduta, che dopo essere
sguisciati dalle branche della giustizia si davano alla macchia. Li
comandava allora un certo furfante detto il _Bruno_, che aveva ucciso
padre e madre, ferocissimo uomo, come potete argomentare.
I carabinieri, sebbene vi si mettessero con le mani e coi piedi, non
erano anche venuti a capo di snidarli. Erano avvisati che il Bruno
s'avesse a trovare in un casale; correvano, e vattel'a pesca, il Bruno
non c'era; alla dimane risapevano di un malefizio perpetrato quindici
miglia discosto. Oggi era un povero carrettiere spogliato delle sue
doppie; domani una casa messa a sacco; un altro giorno una donna rubata
alla sua famiglia, e giù di questo passo.
Nei pressi del nostro paesello la banda aveva fatto poche comparse; ma
il Bruno era venuto a ronzarvi, per pigliar lingua, ed aveva perfino
trincato coi tutori dell'ordine pubblico, i quali lo avevano tolto in
cambio di un rispettabile mercante di maiali che andasse alla fiera.
Il castello di Villa Cervia, sebbene un po' fuori di mano, non aveva
molto a temere dalle imprese di que' galantuomini. Alteramente
bastionato sui due lati, non aveva alle spalle che una ripida costiera
piantata di roveri, su per la quale uno poteva inerpicarsi benissimo, ma
senza trovare una finestra, un buco, intorno a cui lavorar di piccone.
La piazzetta non sarebbe stata neppur essa un luogo acconcio ai
tentativi di quei ribaldi, imperocchè il portone e l'uscio della
cappella erano rivestiti di ferro; e nel castello dimoravano sempre otto
o dieci persone.
— Vengano pure! — diceva il conte Emanuele, che si ricordava d'essere
stato colonnello di cavalleria. — Vengano pure e sentiranno che musica!
— Ma i malandrini non tennero l'invito, e dopo parecchi mesi di ciarle
sul conto loro, non se ne fece più motto.
Gli sposi tornarono nel novembre a Torino, dove stettero a passare
l'inverno; ma nella primavera una delle solite malattie del conte
Emanuele li richiamò al castello. Cecilia per affetto di figlia, il
marito per la formalità delle costumanze domestiche. Nei primi giorni di
estate il vecchio potè dirsi risanato; ma stava ancora male in gambe, e
non usciva che sulla piazzetta una volta al giorno. Il Cardiana invece
era sempre a caccia in quei dintorni, dove pareva che avesse trovato
selvaggina confacente ai suoi gusti svariati.
Di questo modo gli sposi vivevano assai poco insieme; anzi notavasi una
certa freddezza tra loro, la quale agli ignari poteva parer sussiego e
cerimoniale aristocratico, che s'inframmette perfino nelle relazioni
matrimoniali. Aveva il Cardiana saputo forse dell'amore di Calisto?
Mostrerei di non conoscere gli accorgimenti del buon narratore, se vi
dicessi fin d'ora sì, o no.
Cionondimeno, un tal poco di gelosia ci doveva essere sicuramente, di
quella gelosia senza ragione che nasce sovente nel cuore dei mariti, i
quali hanno molte scappatelle da farsi condonare, e tanto più sono
ingiusti quanto più essi medesimi hanno peccato.
Ho più tardi saputo che a Parigi il signor marchesino non era stato
molto esemplare nei suoi diportamenti. Di sovente lasciava la moglie
sola, per correre attorno con certe sconcie femmine, di cui quella città
abbonda, eleganti sirene per le quali ci vorrebbe altro che la cera
negli orecchi. La marchesa Cecilia non se ne dolse mai; si dava tutta
alla lettura, e quando aveva aspettato un pezzo, se ne andava nella sua
camera a coricarsi. E neppure ne aveva scritto al padre: chè forse in
cuor suo era contenta di ciò.
Ma torniamo alla Villa Cervia. Un bel giorno, mentre la famiglia era
raccolta nel salone, uno dei servi venne a dire al conte Emanuele che da
parecchie notti vedeva avvicinarsi al castello un uomo di apparenza
sospetta. Fattosi una notte a caso presso il balcone della sua camera
che guardava sulla costiera, aveva udito uno strepito come di sassi che
ruzzolavano per la china, e, messo fuori il capo a guardare, aveva
veduto al chiaror della luna un uomo che saliva su per l'erta,
aiutandosi con le mani. Costui, come fu giunto a piè del muro, si fermò
e stette un pezzo a guardare in alto; la qual cosa, a parere del servo
che lo spiava, significava che l'ignoto studiasse i luoghi, con qualche
perverso disegno. Egli non aveva voluto dir nulla, per non destare
inutili timori; ma la cosa si era ripetuta le notti seguenti, epperò
egli aveva risoluto di parlarne al conte, come infatti faceva in quel
punto.
All'udire il racconto del servitore, il conte Emanuele corse subito con
la mente ai malandrini che infestavano i dintorni, e comandò si tornasse
all'antica vigilanza, che si chiudesse per bene ogni porta ed ogni
finestra; al resto avrebbe provveduto egli.
Il marchese di Cardiana non disse nulla; soltanto si contentò di
chiedere a che ora della notte venisse l'ignoto, e avutone in risposta
che egli capitava sempre intorno al tocco dopo la mezzanotte, non
aggiunse più altro.
Poco dopo si diede in tavola, e in quella che il conte stava parlando
dei malandrini e del notturno visitatore col parroco don Bernardo, il
Cardiana bisbigliò alla moglie che gli era seduta accanto:
— Credete, signora, a tutta questa necessità di precauzioni ed
apparecchi di difesa?
— Io? — rispose meravigliata Cecilia. — Che ho da pensarne io? e perchè
mi chiedete cotesto?
— Perchè un uomo, — soggiunse il marito, — che viene tutte le notti
quassù, da quel lato ove guarda appunto una certa camera che so dir io,
mi ha più l'aria di un innamorato che di un ladro. —
La marchesa guardò suo marito con piglio severo, poi chinò gli occhi e
non rispose più altro.
— Ma lo scoverò ben io, questo ladro, o innamorato che sia! — aggiunse
il Cardiana, parlando sempre sommesso, e coi denti stretti. E ciò detto,
anch'egli si tacque.
Giovanni, che stava ad una rispettosa distanza, dietro la sedia della
sua venerata padroncina, udì questo breve dialogo, il quale diceva pure
tante cose, e tante altre ne spiegava, intorno alle quali il povero
servitore da lunga pezza si stillava il cervello.
Egli infatti aveva notato la freddezza del marchese rispetto alla
signora, la tranquilla noncuranza di lei quando egli era presente, la
sua mestizia consueta, e sopra tutto la pallidezza del suo viso. Nè
vuolsi dimenticare che Giovanni sapeva altre cose del passato, di quel
tempo avventuroso in cui gli era parso di trapelare una certa simpatia
della giovinetta per il bello e malinconico signorino del Castagneto.
Aiutato da quella acutezza di veduta che dà a certa gente l'affetto, il
vecchio servitore intese issofatto che c'era un guaio là sotto e che
egli doveva vegliare; che il marchese di Cardiana sarebbe uscito quella
notte medesima e che egli doveva seguirlo.
Il suo conto fu presto fatto. Alle undici del pomeriggio egli non s'era
per anche coricato, e girandolava nel cortile. Il marchese di Cardiana
non stette molto a scendere dal suo appartamento, vestito di tutto
punto, con due pistole alla cintola e il suo consueto scudiscio nel
pugno.
Parve meravigliarsi della presenza di Giovanni a piè delle scale, e gli
chiese che cosa facesse.
— Veglio, signor marchese. Il discorso di quest'oggi mi ha messo in
pensiero. Anche lei (scusi, illustrissimo) si dà questo fastidio?...
— Oh no! io debbo uscire. Aprimi il portone, poichè ti trovo qui, e
dammi la chiave. Riaprirò io stesso, ritornando. —
Il buon famiglio obbedì, senza parlare, poichè a lui pure premeva molto
di uscire. Quando il Cardiana fu partito, egli fece la mostra di
chiudere il portone e lo riaperse tosto. Dopo alcuni minuti anch'egli
era fuori, e in quella che il marchese aveva voltato a destra, egli
voltò a sinistra, rasentando il bastione, per andare sulla costiera,
alle spalle del castello.