XVIII.

Alla dimane, sul mezzogiorno, il suo fittaiuolo Gerolamo venne a

cercarmi nel paesello, per dirmi che il signorino desiderava vedermi.

Corsi al Castagneto senza indugio, e lo trovai nella sua camera, sparuto

e pallido come un morto, con gli occhi rossi e i capelli rabbuffati, ma

tranquillo, o, per meglio dire, spossato.

Mi ringraziò della sollecitudine con la quale ero corso al suo invito,

e, fattomi sedere, mi raccontò tutto: come avesse speranza di essere

riamato dalla contessina; come la improvvisa venuta del giovine marchese

di Cardiana lo avesse posto in tali distrette, dalle quali aveva voluto

uscir nobilmente, mercè un colloquio col conte Emanuele.

Io già sapevo, come vi ho detto, dell'amor suo per la giovinetta; un

amore, del resto, che non era ignoto ad alcuno, tranne al conte, che

avrebbe pur dovuto essere il primo ad avvedersene. La catastrofe, che

egli mi narrò, mi commosse fortemente, sebbene non fosse a prevedersi

diversa.

— Qui, — mi disse il giovine Calisto, mettendo la mano su d'un libro

manoscritto, che era ancora aperto sullo scrittoio, — c'è tutto il mio

povero romanzo, che doveva finir così male! Ho notato tutto, dal mio

ritorno tra queste montagne fino al colloquio di ieri e alla

deliberazione che ho presa stanotte.

Egli pronunciò queste ultime parole con un'aria così cupa, che io tremai

tutto, e mi affrettai a prendergli la mano tra le mie, lasciando

trapelare l'ansietà dell'animo e il desiderio di rimproverarlo.

— Non temete, don Luigi, — soggiunse egli, sorridendo malinconicamente,

— non ho nessuna voglia di uccidermi. Le mie opinioni intorno al

suicidio saranno certamente alquanto disformi dalle vostre, imperocchè

io non nego all'uomo il diritto di levarsi la vita, quando questa gli

sia divenuta increscevole. Avrò il torto; ma la è una quistione cotesta

che non ho avuto ancor tempo nè agio a studiare per bene, e i miei

giudizi, comunque vi paiano, sono a quel punto che vi ho detto. Per

contro, se diverso è il pensare tra noi due, io convengo nella vostra

sentenza riguardo al fatto, e sono avverso al suicidio, perchè non

voglio far ridere gli stolti, nè muovere a pietà i buoni che vedono

sempre in quest'atto, o la rovina degli averi, o un amore sfortunato, o

finalmente un ramo di pazzia. Da queste tre argomentazioni non si esce,

a sentire la gente; il perchè, se uno si uccide, ha da rassegnarsi in

anticipazione ad una di queste varianti, appiastrate alla sua

riputazione, come una lapide infame nel luogo ove era edificata la casa

di qualche celebre disgraziato, compianto dagli uni, maledetto dagli

altri, sempre mal giudicato da tutti. No, don Luigi, non mi ucciderò, ve

lo giuro; non ho in animo di lasciare eredità di mestizia agli onesti,

argomento di ciarle assassine all'universo. —

Mi sentii raffidato da quelle parole; intanto egli proseguì:

— Ho divisato di andarmene da questo paese. A Torino troverò modo di

vendere il Castagneto, o pigliarvi su denari ad imprestito, e poscia me

ne andrò lontano lontano, che l'aria nol sappia neppur essa. In qualche

angolo della terra troverò pure il modo di proseguire onoratamente la

vita, o levarmene il tedio, senza disonore, o viltà. Ed ora, buon amico,

che avete compassione di me, eccovi il mio libro. Voi siete un uomo di

cuore; lo screzio delle opinioni che corre tra noi non mi ha punto

impedito di amarvi, e di cattivarmi la vostra amicizia. Eccovelo dunque,

il testimone eloquente dei miei affetti sconsolati; voi lo terrete come

un ricordo di me. Anche iersera, dopo averne sfogliate alcune pagine,

che m'ero fatto a leggere con amara voluttà, fui sul punto di

consegnarlo alle fiamme. Ma, dissi a me stesso, quella divina creatura,

di cui esso è la glorificazione quotidiana, non mi ha fatto nulla;

innocente cagione dei miei mali, essa ne avrà rammarico, se non così

forte come il mio, certo assai somigliante. Ho in quella vece deliberato

di finirlo, scrivendo la storia dolorosa di questi ultimi giorni, e di

consegnarlo a voi. Lo leggerete; vedrete i miei pensamenti, tutte quelle

sfumature di concetti che rispondono ai fatti più minuti della vita, e

vi servirà per dire un po' di bene di me, quando altri forse addenterà

la mia fama. —

Povero giovane! Così la storia del suo amore si fosse fermata a quel

punto! Così fosse egli morto davvero, come egli chiedeva con tanta

sincerità di desiderio.

Io accettai il manoscritto e gli promisi che non mi sarei scordato di

lui.

In mia presenza diede sesto a tutte le sue cose, e dopo aver preso un

po' di cibo con me, col cuore gonfio di amarezza, ma tranquillo negli

atti e nel portamento, partì alla volta di Torino, sulla via di Mondovì,

dopo aver detto ai suoi fittaiuoli che andava per un viaggio di pochi

giorni.

La gente a Dego ne fu molto meravigliata; se ne fecero i gran ragionari

per case e botteghe; e vi lascio immaginare quanta confusione di parole

e di lingue ci fosse, dopo che si era detto e creduto generalmente che

l'orso del Castagneto era stato addomesticato dalla schifiltosa

castellana di Villa Cervia, e che si dovevano tra breve far le denunzie

in chiesa.

Ma non istette molto a farsi strada la verità, sebbene sformata a

capriccio nei particolari; e una settimana dopo, tutti sapevano che la

contessina Cecilia andava sposa al giovane marchese Alberto di Cardiana,

quel damerino attillato che passava tutte le mattine a cavallo per la

via principale del paese, e (Dio mi perdoni) faceva l'occhiolino a tutte

le femmine che stavano al davanzale.

Ora mi è necessario narrarvi brevemente quello che avvenne al castello,

dopo la partenza di Calisto.

Il conte Emanuele, tutto pieno di mal umore per il colloquio avuto col

giovane, deliberò di andar tosto dalla figliuola e chiarirle il suo

divisamento sui due piedi. Ma non gli venne fatto, imperocchè la trovò

mezzo svenuta nelle braccia della sua dama di compagnia, buona donna che

non sapeva nulla, e non intendeva nulla, tranne il suo francese, il suo

inglese, i suoi ricami e i romanzi innocenti di Anna Radcliffe.

Costei attribuiva il male improvviso della contessina ad un colpo di

sole; e il conte, sebbene quella ridicola spiegazione lo facesse

borbottare un tal poco, non disse nulla di quello che egli ne pensava, e

si ritirò, lasciando alla figliuola il tempo di riaversi.

La contessina si sentiva tuttavia così debole, che fu necessario

metterla a letto, dove stette cinque giorni, con un po' di febbre e in

uno stato di fiacchezza che il medico battezzò non saprei più dirvi con

qual nome. Questo nome e la spiegazione trovata dalla dama di compagnia

servirono intanto, al conte Emanuele, per dare al suo ospite una ragione

dello stato di Cecilia o scusarne la breve assenza dalla loro compagnia.

Ma appena si fu alzata dal letto ed uscì dalla sua camera, il conte ebbe

con lei un lungo colloquio, in cui le disse dei suoi disegni, e in modo

da farle capire come egli fosse irremovibile nei propositi.

La povera fanciulla non intendeva come una figlia potesse ribellarsi

alla volontà di un padre. Pianse molto in segreto, ma, dopo aver pianto,

accettò la mano del giovane marchese.

Ottenuta quella vittoria sull'animo di lei, si mandò innanzi il negozio

con grande sollecitudine. Fu anzitutto deliberato che le nozze si

sarebbero fatte a Torino. Il marchesino partì, e quindici giorni dopo

giungeva il vecchio marchese di Cardiana in persona, a salutare la

futura sua nuora e accompagnarla insieme col conte Emanuele alla

capitale.

Nel paese di Dego si riseppe poco dopo che la contessina Cecilia era

divenuta marchesa di Cardiana e che era partita col marito alla volta di

Parigi, dove la felice coppia doveva passare l'inverno.

Il conte non rimase a Torino. Fatte le nozze, egli se ne era ritornato

al castello, dove visse solitario e malinconico; e il vecchio Giovanni

più malinconico, più aggrondato di lui.

Non andava più alla Villa Cervia che il parroco don Bernardo, a perdere,

secondo l'uso, la sua partita a scacchi. La messa nella cappella fu

abrogata di fatto, poichè non se ne parlò più, e il conte pigliò subito,

dopo il suo ritorno, il costume di andare egli stesso alla chiesa

parrocchiale.

Il castello era come deserto, e la povera gente dei dintorni rammemorava

più che mai i Caselli, associando tuttavia al ricordo dell'angelica

madre di Calisto, quello della bionda contessina, la quale (dicevano)

nel suo partire alla volta di Torino non ci aveva un'aria molto

contenta.

Non è da tacersi qui che, innanzi d'andarsene, ella aveva fatto molti

donativi a tutte quelle povere famiglie di contadini. Si seppe inoltre

che, accompagnata dal vecchio Giovanni, ella era andata fino al

Castagneto, dove non l'avevano mai veduta a giungere, e, dopo aver

chiesto amorevolmente a que' fittaiuoli della loro salute e del loro

stato, aveva regalato un bel gruzzolo di monete.

Il conte Emanuele cansava ogni occasione di nominare Calisto. Una sola

volta a don Bernardo, che sbadatamente ne aveva fatte le lodi e gliene

chiedeva novelle, rispose secco:

— L'ho visto a Torino. Era venuto a San Giovanni quando fu celebrato il

matrimonio. Io l'ho riconosciuto, ed egli se n'è andato subito via. —

Infatti Calisto era a Torino, da dove mi scrisse tre o quattro lettere.

Stava appunto per pigliare una somma di denaro ad imprestito, quando

giunsero gli sposi alla capitale. Egli volle assistere dal fondo d'una

navata alla cerimonia, e fu male per lui; poichè nel suo cuore riarse la

fiamma più viva che mai, e tutti i suoi proponimenti andarono in fumo.

Nell'ultima sua lettera egli mi annunziò che andava a Parigi. A che

farci, poichè sapeva del viaggio degli sposi a quella volta? A soffrire

maggiormente, non visto? A far soffrire altrui, se ravvisato nella

moltitudine?

Ma il cuore non ragiona; e d'altra parte il destino disponeva le fila.

Santa Cecilia · 第 25 / 31 题