Qui il povero suonatore si fermò, e rimase coi pugni stretti, appuntati
contro la tavola, ansante e lo sguardo fiso.
Noi già da buona pezza, tutti intenti ad ascoltare il suo bizzarro e
mesto racconto, avevamo buttato via il sigaro, quasi per tema che i
buffi di fumo ci distogliessero dalla nostra attenzione. Era egli un
pazzo? Sì, certamente; ma, seguendo il filo della sua narrazione
fantastica, ci eravamo per così dire immedesimati con lui, come egli coi
tempi e le cose di cui ragionava.
Che uomo è costui, pensavamo (e gli occhi nostri, mutamente
interrogandosi a vicenda, chiarivano la formazione di un medesimo
pensiero in noi tutti), che uomo è costui, il quale, nella sua pazzia
immaginosa, ha saputo andare tanto diritto? C'è del vero in quello che
egli racconta? E, vero o falso, come mai s'ha da trovare tanta
digestione di anticaglia, tanta disposizione ordinata di fatti e tanta
facilità di sciorinarli con un certo qual garbo alla sua colta udienza,
in un gramo suonatore di piazza, del quale, a vederlo, non avreste dato
tre soldi?
Quando egli adunque si fermò, noi cinque rimanemmo duri duri a
guardarci, e la conclusione delle nostre interrogazioni fu questa, che
non avevamo raccapezzato nulla in quel suo geroglifico, mezzo storico e
mezzo romanzesco.
Che ci hai da far tu, pensavo io, che ci hai da far tu, gramo
personaggio di questi bassi tempi, con la vita, già molto apocrifa per
sè stessa e da te raffazzonata per giunta, di santa Cecilia, vergine e
martire, che i suonatori cristiani (anco se suonino da turchi) hanno
pigliata a loro santa tutelare, in luogo della vecchia Calliope?
Il lettore ha già pensato, con quella avvedutezza che non manca mai al
lettore, che io non potevo lasciar correre la faccenda a quel modo, e
che, postomi sott'occhi un indovinello di quella fatta, non mi sarei
mosso, innanzi di cavarne un costrutto.
E il lettore non s'inganna; io volli appunto il resto del carlino.
— Morta! — soggiunsi; — e poi?
— E poi.... — ripetè egli, senza muovere il capo, — e poi, più nulla.
— Io vi chiedo, maestro, che cosa avete fatto voi da quell'ora, da quel
giorno, anzi da quella notte fino al dì d'oggi. —
Era, come si vede, un metterlo tra l'uscio e il muro. Ma sentite come
egli mi rispondesse.
— Io? Che cosa? Non so.... non mi rammento.... C'è molto buio qua
dentro, molto buio.... —
E così dicendo egli accennava la testa; poi, come se gli fosse sovvenuto
di qualche cosa, chinò gli occhi sulla tovaglia e si diede a scorrer con
le dita sull'orlo della tavola, come sulla tastiera di un cembalo,
canticchiando tra i denti una bizzarra melodia.
— Che cosa suonate? — gli domandai allora.
— Suono il suo inno. Sapete? la Chiesa le ne ha intitolati moltissimi, e
di gran pregio; ma questo li supera tutti quanti a gran pezza. Io suono
sempre questo, e quando lo suono, odo gli applausi di una moltitudine
estatica, che dalla terra si stende su fino al cielo per una scala
invisibile. Soltanto Cecilia vedono i miei occhi, soltanto Cecilia, che
viene a posare le candide mani sul mio capo, a tergerne il sudore, e a
rallegrar di un sorriso angelico le mie veglie sconsolate. —
Dette queste cose, il suonatore ricadde nel suo silenzio, nè ci fu modo
di smuoverlo.
Erano già le undici di sera. Il tempo era trascorso rapidamente e senza
che noi ce ne fossimo pure avveduti, tanta era la nostra attenzione al
suo maraviglioso racconto. Tiberino fu il primo a notarlo, come il solo
di noi cinque, il quale in que' tempi avesse tenuto fede al suo
orologio.
— _Claudite iam rivos, pueri, sat prata biberunt_; — diss'egli, dopo che
ci ebbe fatte considerar per bene le lancette.
— O come? — chiese Battista, tornando a contarsi i peli sulle guance, in
segno di grande incertezza. — Ce ne andremo così senza saperne altro?
— Cavane di più, se ti vien fatto; — rispose l'altro. — Quella è una
botte a cui s'è spillato tutto il suo vino, e tu vorresti suggere il
cocchiume.
— Aspettate! — diss'io. — Anche a suggere un cocchiume di botte, ci s'ha
da sentir qualche cosa; non foss'altro, il sapore del vino, che ha
tenuto racchiuso.
— Provati dunque, — ripigliò Tiberino, — e spicciati. —
Spicciati! Era presto detto, ed io non avevo ancora in testa un disegno
formato. Intanto gli altri s'erano volti a me, come se io già avessi
trovate le parole magiche di Alì Baba, per aprir la spelonca dei ladri.
Feci allora come que' tali improvvisatori, che incominciano un sonetto
senza aver preparata la chiusa, fidandosi alla ispirazione che verrà
loro da questa o da quell'altra delle rime obbligate, e ripigliai
l'interrogatorio del pover'uomo.
— Vi chiamate voi proprio Calisto?
— Ne dubitate? — rispose egli, alzando gli occhi a me con aria di
maraviglia.
— Sì, ne dubito, e non ve ne incresca. Io non crederò mai che voi siate
degno della protezione della santa, se non mi fate vedere il vostro
passaporto, od altra carta che faccia testimonianza della vostra
persona.
— Eccovela, questa carta! — soggiunse il suonatore. — È appunto il mio
passaporto. — E così dicendo trasse dal seno un sudicio libretto colle
copertine di marocchino, tutte corrose dal tempo, dal sudore e dallo
strofinio delle mani.
Presi il libretto, e spiegata la carta che v'era accomodata per entro,
lessi, alla data di cinque anni prima, le note seguenti: «_Calisto
Caselli, di anni quarantatre, nato a Dego, suonatore ambulante._»
Venivano poi i contrassegni, con tutti i loro bravi _idem_, e il solito
svolazzo di penna sotto la rubrica dei _segni particolari_.
— Si chiama infatti Calisto; — dissi io, guardando i compagni, che mi si
erano fatti attorno per leggere anch'essi.
— Calisto, infatti, e Calisto Caselli! — soggiunse Tito. — E adesso ne
sappiamo come prima.
— Adagio! — risposi. — Sappiamo dove è nato, come si chiama, e vi par
poco? Faremo le nostre indagini....
— Bravo! — interruppe Tiberino. — Per sapere che c'era, che poi se ne
era andato a buscarsi il pane, e che è divenuto pazzo, se pure non lo
era di già.
— Vedremo. Da cosa nasce cosa, e il tempo la governa.
— _Amen!_ — risposero tutti in coro, come per darmi la baia.
Tra amici queste erano cose permesse, ed io non me ne recai più che
tanto. Uscimmo allora dall'osteria, e il signor Calisto Caselli con noi.
Il pover'uomo sembrava non ricordarsi più di nulla, ed era tornato opaco
come una lucciola, dopo che ha messo fuori il suo raggio fosforescente.
Egli ci seguitava come se fossimo i suoi più vecchi amici, e si andasse
di brigata a zonzo per la città.
Noi lo conducemmo a casa di Tito e di Battista, i quali tenevano insieme
un piccolo quartierino di quattro stanze in via Giulia. Gli demmo una
giubba, un paio di calzoni, una camicia e qualche altro capo di
vestiario; ci mettemmo a tributo, per dargli qualche lira oltre lo scudo
di Tiberino; e così rimpannucciato lo mandammo con Dio.
Il povero pazzo non sapeva a che cosa attribuire tanta liberalità, e si
sbracciava in ringraziamenti.
— Andate pure, maestro, — gli dissi io; — voi non ci siete debitore di
nulla. Io caverò un costrutto dal vostro racconto, un giorno o l'altro,
e Dio voglia che lo paghino a me gli editori, come era giusto che lo
pagassimo a voi. —