Volgo! Volgo! Tu non sarai dunque mai altro che volgo? Ci saranno sempre
uomini il cui uffizio sulla terra sia quello di obbedir ciecamente,
stolidamente, quando abbiano il giogo sul collo e ingombri loro lo
spirito il terrore, o di far tremare altrui, quando il sentirsi slegati,
con la coscienza della loro forza soverchiante e la impunità del mal
fare, li faccia uscire in bestiali ruggiti? La cupidigia dell'oro che
compra la stupida ebbrezza, la livida e scarna invidia di tutto quanto
risplende per bontà, bellezza o potenza, il lercio compiacimento di
tutte le più basse manifestazioni dell'istinto, saranno dunque per
sempre il loro retaggio?
Oh volgo! il mio cuore si stringe al considerare le opere tue, e mi
coglie un senso di amara pietà per la tua miseria, non per il male che
cagioni altrui. A me non duol tanto del fiore che giace avvizzito sotto
la striscia di bava segnata dal passaggio di un rettile, quanto del
rettile istesso, a cui natura non ha dato di potersi comportare diverso.
Ma dove diamine vado io mai? Scusate, o signori; sono vecchio, e la mia
testa indebolita vagella. Dove ero rimasto? Ah, ecco, mi ricordo. I
soldati avevano paura e non ardivano levare il capo a guardarmi. Ma li
guardavo ben io, stando innanzi a loro, con la fronte alta e le braccia
conserte sul petto.
Uno di loro finalmente si fece innanzi, tutto dubitoso e con umile
atteggiamento mi disse:
— Tu sei il nostro centurione. Comanda pure a noi, tuoi soldati e tuoi
servi.
— Sì, sì! — gridarono tutti ad una voce. — Tu sei forte! tu sei
magnanimo! —
E così dicendo, vennero con molto strepito e scompiglio a postrarmisi
intorno, i più vicini abbracciandomi le ginocchia, o tendendo le palme.
Io durai molta fatica a svincolarmi da quelle strette.
— Basta! basta, vi dico. Andate là; conducete via i prigioni. I vostri
diportamenti mi mostreranno se meritate perdono. E tu, — dissi al primo
che aveva parlato, — aiutami a rialzar questa donna. Come ti chiami?
— Manete; — rispose egli.
— Manete, — soggiunsi allora, — se tu avessi dette un'ora prima quelle
parole, tu avresti serbato alla terra la più bella delle sue creature. —
Il soldato chinò la testa con aria impacciata, e mi si fece accanto per
aiutarmi nel pietoso ufficio. Gli altri intanto s'erano sparpagliati
lungo le buie arcate, per condurre all'aperto i prigioni.
Guardai allora la misera trafitta. Lo sdegno mi era uscito dal cuore e
le forze m'erano venute meno del pari. Povera Cecilia! Ella era distesa
al suolo e pareva che pudicamente dormisse, colle membra in bell'atto
composte. Aveva pallido pallido il volto; la ferita le tingeva di una
larga macchia le bianche vesti. Corsi a metterle una mano sul cuore. Dio
immortale! il gelo della morte non si sentiva per anco; il cuore
batteva.
Manete, pensando di farmi cosa grata, si provò a sollevarle dolcemente
il capo e ravviarle i capegli.
— No, no! — gridai. — Vanne da' piedi, tu; io solleverò questo capo.
Ecco; una mano là! Secondami a tempo e senza scuoterla troppo. Così va
bene. E tu, manigoldo, che stai guardandoci allibbito, piglia una face e
va innanzi. —
Il soldato a cui volsi queste ultime parole, sebbene tutto pesto e
insanguinato (era egli uno dei primi che avevano ricevuto i miei colpi),
obbedì sollecitamente. Di questa guisa, andando innanzi con passo
misurato, rifacemmo la strada per l'andito e risalimmo i trenta scalini
della botola. Il bel corpo che io tenevo nelle braccia, era tiepido;
l'alito sommesso della donna mi veniva a morire sulle guance.
Non fiatai nè a Manete, nè ad altri, di questa scoperta che mi faceva
palpitare tra l'ansia e la speranza. Deposi Cecilia sul letto della
vedova, che era andata a nascondersi in un angolo, restando là più morta
che viva, e mandai i prigionieri, accompagnati dalla coorte, alle
carceri Mamertine.
Manete stava ritto sull'uscio, aspettando i miei comandi; ed io,
risovvenutomi di Trebazio e di Almaco, presi una rapida deliberazione.
— La notte è a mezzo il suo corso; — dissi a Manete. — Tu andrai
domattina da Almaco; gli dirai ch'io ti mando, e che mi precedi di pochi
istanti; che l'impresa fu condotta a dovere; che Trebazio fu ucciso da
me, per atto di grave disobbedienza. Gliene dorrà per fermo ed
acerbamente; ma tu soggiungerai prontamente che Valeriano è morto per le
mie mani. Questa novella son certo lo consolerà della perdita di un vil
servitore. Va dunque; sei libero fino a domattina. —
Manete non si mosse.
— Che vuoi ancora? parla!
— Ho a dirti di quel vecchio della tunica bianca, che è tra i prigioni.
Sai tu, centurione, chi egli sia? I cristiani, improvvidamente si
lasciarono sfuggire il nome di lui. È Urbano, il loro pontefice....
— E che importa a me? Quando sarai dal prefetto gli dirai anche di
questa preda. Vattene! —
Manete partì, ed io, pigliati questi provvedimenti, mi volsi alla
giacente, e, trovata una guastada piena d'acqua, mi posi a lavarne la
piaga, sciogliendo i grumi del sangue che stava rappreso sulle vesti.
La sensazione del freddo le fece ricuperare i sensi perduti; ella mise
un sospiro e le palpebre si mossero un poco. Trepidante m'inginocchiai,
aspettando con ansia affannosa il momento che ella mi avesse
riconosciuto. Ma Cecilia, riavutasi appena, senza vedermi ancora con gli
occhi, già mi aveva sentito al suo fianco, e voltando lievamente il
capo, con fioca voce disse il mio nome.
— Calisto!
— Oh! Cecilia! Tu dunque vivi? — esclamai, alzandomi da quella postura
per guardarla nel viso.
— Sì, vivo ancora per renderti grazie. Ma sono presso a morire, sai! Il
tuo ferro pietoso ha colpito diritto.
— Oh no, Cecilia; tu non morrai. Tu devi vivere....
— Perchè? — disse ella con un dolce sorriso di malinconia, e fissando su
me i languidi occhi. — Sentimi! Ho a dirti alcune cose. Dio mi concederà
di parlare.... Quando ti conobbi, la mia fede era già data a Dio uno,
onnipotente, e a lui mi ero legata con un sacro voto. Urbano, il buon
pontefice, mi aperse gli occhi alla fede di Cristo. Egli stesso consentì
le mie nozze con Valeriano, perchè questi era cristiano al pari di me,
e, sapendo del mio voto, aveva giurato di rispettarlo. —
A me, udendo quelle parole della morente, parve di uscire da un sogno
doloroso. Le tenebre si diradavano dalla mia mente scombuiata; ma la
verità era più triste ancora, poichè Cecilia era in fine di vita.
— Valeriano, — proseguì ella, — fu per me solamente un fratello. Ed io
fui felice con lui, poichè piacquero le nozze ai miei parenti, ignari
com'essi erano della sua fede e della mia, ed avemmo agio di dedicar
liberamente gli animi nostri alla causa santissima.
— Oh Cecilia! oh donna divina! ed io ho potuto....
— Non ti dolere, o Calisto. Tu hai errato; ma il pentimento cancella
ogni colpa. Tutto ciò che è avvenuto, sia per meglio. Dio è uno ed
onnipossente; adoriamolo!... —
Ciò detto, ella rimase assorta in una muta preghiera. Io m'inginocchiai
da capo, e fu quella la prima invocazione ch'io facessi al Dio ignoto,
invisibile, di Cecilia; nè più schietta mai, nè più fervida io penso che
ne salisse mai alle stelle.
Mentre io così pregavo, la mano di Cecilia si mosse e venne a cercar le
mie che erano posate sul letto.
— Addio dunque, o Calisto! — ella disse. — Credi tu nel mio Dio, nel
vero nell'unico Iddio, il quale ha fatto gli uomini buoni e tutti
uguali?
— Credo! — risposi, col cuore e gli occhi gonfi di lagrime.
— Grazie, mio Dio, — soggiunse Cecilia. — Tu hai consentito che innanzi
di morire io richiamassi un uomo alla verità.... alla luce.... —
Le sue pupille mandarono un raggio di esultanza celeste. La camera si
illuminò tutta quanta. Io sentii la mano di Cecilia stringer la mia, poi
ricadere inerte sul letto. La divina creatura era morta.
Morta!