IX.

Volgo! Volgo! Tu non sarai dunque mai altro che volgo? Ci saranno sempre

uomini il cui uffizio sulla terra sia quello di obbedir ciecamente,

stolidamente, quando abbiano il giogo sul collo e ingombri loro lo

spirito il terrore, o di far tremare altrui, quando il sentirsi slegati,

con la coscienza della loro forza soverchiante e la impunità del mal

fare, li faccia uscire in bestiali ruggiti? La cupidigia dell'oro che

compra la stupida ebbrezza, la livida e scarna invidia di tutto quanto

risplende per bontà, bellezza o potenza, il lercio compiacimento di

tutte le più basse manifestazioni dell'istinto, saranno dunque per

sempre il loro retaggio?

Oh volgo! il mio cuore si stringe al considerare le opere tue, e mi

coglie un senso di amara pietà per la tua miseria, non per il male che

cagioni altrui. A me non duol tanto del fiore che giace avvizzito sotto

la striscia di bava segnata dal passaggio di un rettile, quanto del

rettile istesso, a cui natura non ha dato di potersi comportare diverso.

Ma dove diamine vado io mai? Scusate, o signori; sono vecchio, e la mia

testa indebolita vagella. Dove ero rimasto? Ah, ecco, mi ricordo. I

soldati avevano paura e non ardivano levare il capo a guardarmi. Ma li

guardavo ben io, stando innanzi a loro, con la fronte alta e le braccia

conserte sul petto.

Uno di loro finalmente si fece innanzi, tutto dubitoso e con umile

atteggiamento mi disse:

— Tu sei il nostro centurione. Comanda pure a noi, tuoi soldati e tuoi

servi.

— Sì, sì! — gridarono tutti ad una voce. — Tu sei forte! tu sei

magnanimo! —

E così dicendo, vennero con molto strepito e scompiglio a postrarmisi

intorno, i più vicini abbracciandomi le ginocchia, o tendendo le palme.

Io durai molta fatica a svincolarmi da quelle strette.

— Basta! basta, vi dico. Andate là; conducete via i prigioni. I vostri

diportamenti mi mostreranno se meritate perdono. E tu, — dissi al primo

che aveva parlato, — aiutami a rialzar questa donna. Come ti chiami?

— Manete; — rispose egli.

— Manete, — soggiunsi allora, — se tu avessi dette un'ora prima quelle

parole, tu avresti serbato alla terra la più bella delle sue creature. —

Il soldato chinò la testa con aria impacciata, e mi si fece accanto per

aiutarmi nel pietoso ufficio. Gli altri intanto s'erano sparpagliati

lungo le buie arcate, per condurre all'aperto i prigioni.

Guardai allora la misera trafitta. Lo sdegno mi era uscito dal cuore e

le forze m'erano venute meno del pari. Povera Cecilia! Ella era distesa

al suolo e pareva che pudicamente dormisse, colle membra in bell'atto

composte. Aveva pallido pallido il volto; la ferita le tingeva di una

larga macchia le bianche vesti. Corsi a metterle una mano sul cuore. Dio

immortale! il gelo della morte non si sentiva per anco; il cuore

batteva.

Manete, pensando di farmi cosa grata, si provò a sollevarle dolcemente

il capo e ravviarle i capegli.

— No, no! — gridai. — Vanne da' piedi, tu; io solleverò questo capo.

Ecco; una mano là! Secondami a tempo e senza scuoterla troppo. Così va

bene. E tu, manigoldo, che stai guardandoci allibbito, piglia una face e

va innanzi. —

Il soldato a cui volsi queste ultime parole, sebbene tutto pesto e

insanguinato (era egli uno dei primi che avevano ricevuto i miei colpi),

obbedì sollecitamente. Di questa guisa, andando innanzi con passo

misurato, rifacemmo la strada per l'andito e risalimmo i trenta scalini

della botola. Il bel corpo che io tenevo nelle braccia, era tiepido;

l'alito sommesso della donna mi veniva a morire sulle guance.

Non fiatai nè a Manete, nè ad altri, di questa scoperta che mi faceva

palpitare tra l'ansia e la speranza. Deposi Cecilia sul letto della

vedova, che era andata a nascondersi in un angolo, restando là più morta

che viva, e mandai i prigionieri, accompagnati dalla coorte, alle

carceri Mamertine.

Manete stava ritto sull'uscio, aspettando i miei comandi; ed io,

risovvenutomi di Trebazio e di Almaco, presi una rapida deliberazione.

— La notte è a mezzo il suo corso; — dissi a Manete. — Tu andrai

domattina da Almaco; gli dirai ch'io ti mando, e che mi precedi di pochi

istanti; che l'impresa fu condotta a dovere; che Trebazio fu ucciso da

me, per atto di grave disobbedienza. Gliene dorrà per fermo ed

acerbamente; ma tu soggiungerai prontamente che Valeriano è morto per le

mie mani. Questa novella son certo lo consolerà della perdita di un vil

servitore. Va dunque; sei libero fino a domattina. —

Manete non si mosse.

— Che vuoi ancora? parla!

— Ho a dirti di quel vecchio della tunica bianca, che è tra i prigioni.

Sai tu, centurione, chi egli sia? I cristiani, improvvidamente si

lasciarono sfuggire il nome di lui. È Urbano, il loro pontefice....

— E che importa a me? Quando sarai dal prefetto gli dirai anche di

questa preda. Vattene! —

Manete partì, ed io, pigliati questi provvedimenti, mi volsi alla

giacente, e, trovata una guastada piena d'acqua, mi posi a lavarne la

piaga, sciogliendo i grumi del sangue che stava rappreso sulle vesti.

La sensazione del freddo le fece ricuperare i sensi perduti; ella mise

un sospiro e le palpebre si mossero un poco. Trepidante m'inginocchiai,

aspettando con ansia affannosa il momento che ella mi avesse

riconosciuto. Ma Cecilia, riavutasi appena, senza vedermi ancora con gli

occhi, già mi aveva sentito al suo fianco, e voltando lievamente il

capo, con fioca voce disse il mio nome.

— Calisto!

— Oh! Cecilia! Tu dunque vivi? — esclamai, alzandomi da quella postura

per guardarla nel viso.

— Sì, vivo ancora per renderti grazie. Ma sono presso a morire, sai! Il

tuo ferro pietoso ha colpito diritto.

— Oh no, Cecilia; tu non morrai. Tu devi vivere....

— Perchè? — disse ella con un dolce sorriso di malinconia, e fissando su

me i languidi occhi. — Sentimi! Ho a dirti alcune cose. Dio mi concederà

di parlare.... Quando ti conobbi, la mia fede era già data a Dio uno,

onnipotente, e a lui mi ero legata con un sacro voto. Urbano, il buon

pontefice, mi aperse gli occhi alla fede di Cristo. Egli stesso consentì

le mie nozze con Valeriano, perchè questi era cristiano al pari di me,

e, sapendo del mio voto, aveva giurato di rispettarlo. —

A me, udendo quelle parole della morente, parve di uscire da un sogno

doloroso. Le tenebre si diradavano dalla mia mente scombuiata; ma la

verità era più triste ancora, poichè Cecilia era in fine di vita.

— Valeriano, — proseguì ella, — fu per me solamente un fratello. Ed io

fui felice con lui, poichè piacquero le nozze ai miei parenti, ignari

com'essi erano della sua fede e della mia, ed avemmo agio di dedicar

liberamente gli animi nostri alla causa santissima.

— Oh Cecilia! oh donna divina! ed io ho potuto....

— Non ti dolere, o Calisto. Tu hai errato; ma il pentimento cancella

ogni colpa. Tutto ciò che è avvenuto, sia per meglio. Dio è uno ed

onnipossente; adoriamolo!... —

Ciò detto, ella rimase assorta in una muta preghiera. Io m'inginocchiai

da capo, e fu quella la prima invocazione ch'io facessi al Dio ignoto,

invisibile, di Cecilia; nè più schietta mai, nè più fervida io penso che

ne salisse mai alle stelle.

Mentre io così pregavo, la mano di Cecilia si mosse e venne a cercar le

mie che erano posate sul letto.

— Addio dunque, o Calisto! — ella disse. — Credi tu nel mio Dio, nel

vero nell'unico Iddio, il quale ha fatto gli uomini buoni e tutti

uguali?

— Credo! — risposi, col cuore e gli occhi gonfi di lagrime.

— Grazie, mio Dio, — soggiunse Cecilia. — Tu hai consentito che innanzi

di morire io richiamassi un uomo alla verità.... alla luce.... —

Le sue pupille mandarono un raggio di esultanza celeste. La camera si

illuminò tutta quanta. Io sentii la mano di Cecilia stringer la mia, poi

ricadere inerte sul letto. La divina creatura era morta.

Morta!

Santa Cecilia · 第 16 / 31 题