LA VITA NUOVA DI DANTE E I QUADRI DI D. G. ROSSETTI.

Le parole «_Manus animam pinxit_» dettate dal Rossetti in un suo

racconto di carattere trecentista[1] compendiano tutta una teoria

pittorica e svelano il segreto — se meglio delle parole non lo

dicessero i quadri — di quella sua opera profondamente suggestiva che

rinnovò l’arte inglese e che ha tutt’ora un tanto grande influsso su

l’arte contemporanea del continente.

Il Rossetti fu il pittore delle anime. Il simbolismo dei suoi quadri è

meno evidente nella scelta degli accessorî, di ciò che sia nella posa,

nell’azione e nell’espressione delle figure dipinte e disegnate da lui.

I profondi occhi fissano intensamente come interroganti

un’impenetrabile mistero, mentre le bocche, sublimi di bellezza, nate

al bacio, hanno un qualche cosa di doloroso che sembra dire mille

pensieri nascosti, desideri ardentemente perseguiti; paiono ad un

tempo sorridere blandamente e dolorosamente socchiudersi, come in

quei che scoprono innanzi a sè cose non mai immaginate nè intraviste,

e ne sono addolorati e lieti e sorpresi ad un tempo; e dicono parole

che l’orecchio mortale non intende, ma che le anime ascoltano e

comprendono, dal di là del dominio dei sensi e delle cose materiate

nella esistenza:

«_Ed avea seco umiltà sì verace_

_Che parea che dicesse: Io sono in pace_».

Quel vivere di lui solitario, lontano dai tumulti, dalla battaglia

aspra che egli e gli amici suoi sollevavano con i loro lavori, gli

aveva permesso d’interrogare e di sentire profondamente dentro sè

stesso e di rendere poi, in immaginazioni ricche di sentimento, di luce

e di colore, quella sua vita spirituale che gli dettava i sonetti della

_House of life_, e gli aveva insegnato a cercare nei trecentisti, poeti

e pittori, — a’ quali per l’anima si sentiva tanto vicino — i maestri

del dire e del fare nell’opera sua.

Forse a questo suo modo di comprendere e di fare non fu estraneo

l’ambiente nel quale si sviluppò e crebbe la sua giovinezza. Forse il

pensiero e l’opera di Dante Gabriele Rossetti sono un risultato di più,

fra i tanti meravigliosi, della lotta per il risorgimento italiano.

A Londra, nella casa del padre suo — l’esule poeta vastese —

s’incontravano i profughi italiani, i fuggiti al capestro o alla galera

del Borbone e dell’Austria, e chi sa quante volte correva e ricorreva

su le labbra di quei forti, destinati a vivere nel paese umido e

nebbioso, il nome della terra ricca di sole e di fiori. E chi sa quante

volte sonò alle orecchie del giovine il nome di Dante, benedetto come

quello di colui che, primo, aveva detto all’Italia la parola della sua

libertà nazionale.

W. M. Rossetti, il fratello del poeta-pittore, ha in un suo libro[2] un

capitolo, ove appunto egli descrive gli italiani che frequentavano la

casa paterna, e ne accenna le discussioni più frequenti, le speranze,

gli entusiasmi, gli scoraggiamenti; tutta la vita di uomini che hanno

dato tutto il proprio essere ad un ideale, per quello solo vivono e

solo in quello sperano. E frequentissime dovevano essere le discussioni

su l’Alighieri, poichè, già prima che Dante Gabriele nascesse, il padre

suo aveva pubblicato un’edizione in due volumi dell’«Inferno», nel

commento del quale s’annunziava già la teoria che egli avrebbe difesa

più tardi, compendiando, e poi avanzando molto nell’audacia delle

affermazioni, il Filelfo, il Perez, ed il Biscioni.

Forse le teoriche del padre su gli intendimenti nascosti dell’Alighieri

— teoriche espresse e difese con grande copia di erudizione nei libri

«Dello spirito antipapale», «L’amore Platonico», «La Beatrice di Dante»

— non ebbero grande influsso sul pensiero del figlio. Nessuna traccia

si riscontra, nel lavoro di Dante Gabriele, delle idee del padre

pubblicate nel 1832, nel ’40, nel ’42; ma certamente tutto l’insieme

dell’ambiente italiano agì su di lui; egli sentì il profondo sentimento

vivo dell’Alighieri, la passione di lui lo infiammò; egli riuscì ad

immedesimarsi tanto l’opera del Divino che nel 1849 già gli era nata

nella mente l’idea d’illustrare l’amoroso pensiero di Dante.

Di questa epoca è il primo bozzetto del quadro «DANTE SORPRESO A

DISEGNARE UN ANGELO»; dell’anno di poi è il primo schizzo del «SALUTO

DI BEATRICE». D. G. Rossetti aveva allora ventun anni.

In quest’anno, 1850, intorno al Nostro, a Holman Hunt e a John Everett

Millais — i primi tre P. R. B.[3] — si scatenò la tempesta degli

Accademici.

I tre l’avevano provocata esponendo, il Rossetti «L’Annunciazione»,

l’Hunt «I Missionari cristiani in Bretagna», e il Millais «La bottega

del falegname».

Erano tre giovani artisti che cercavano di fare bello e bene, e

furono presi per tre missionari cattolici. La critica che allora

fece tremare _le vene e i polsi_ dei tre giovani, fa sorridere oggi

per la sua puerile ostilità; allora parve avere il sopravvento su

loro. Ma dovette tacere, il giorno che la ostinata perseveranza dei

tre, cui si erano aggiunti altri meno di loro valenti, non però meno

volenterosi[4], richiamò su loro l’attenzione di John Ruskin, e questi

scese nell’arringo difendendone, con tutta la foga del suo temperamento

e tutta la maestria della sua arte, i tentativi, le intenzioni e il

lavoro.

E da quel momento essi continuarono infaticabili l’opera loro fino che

un giorno, ad un bivio della via, si divisero: il Rossetti per farsi

più grande, l’Hunt per proseguire nella via che fino dal primo giorno

erasi tracciata, il Millais per rivelarsi minore di sè stesso.

Nel «Giornale» dei Preraffaellisti — regolarmente tenuto da W. M.

Rossetti, che, essendo critico d’arte era il segretario del gruppo —

trovo notate dal sabato 23 al sabato 29 (1853) queste parole: «Egli

(Gabriele) è ora ripreso dall’idea di pubblicare la sua edizione

della _Vita Nova_ corretta ed illustrata». Infatti questa traduzione,

cominciata nel 1847 e terminata nel 1849, uscì nel 1861 col titolo

«_Early Italian Poets_». Questa sua traduzione, alla quale il fratello

Guglielmo pose mano per alcuni dei brani di prosa, è riconosciuta come

la più perfetta traduzione inglese dell’opera giovanile del nostro

massimo poeta, e le fanno degna compagnia le altre traduzioni dei

primitivi poeti italiani che da Folcacchiero de’ Folcacchieri (1170),

vanno a Franco Sacchetti, della fine del 1300.

Si può dire che quest’opera lo interessò, lo tenne a sè tutta la vita.

Infatti nel 1880 — poco più di un anno prima di morire — egli metteva

mano al quadro incompiuto di «BEATRICE» inspirato al sonetto:

«_Tanto gentile e tanto onesta pare_».

In questo quadro il Rossetti dipinse la meravigliosa testa di Beatrice,

che è, forse, la più bella fra le teste di donna dipinte da lui, ed è

superata soltanto dallo splendido disegno a matita che egli fece come

studio del quadro ad olio.

In tutto il lavoro di questo inglese, dallo spirito italiano, palpita

l’amore dei primitivi canzonieri. La donna della _House of life_ è la

fanciulla amata da lui ed anche qualche cosa di più; qualche cosa di

più etereo, di più spirituale, è sorella di

«_Quella donna gentil, cui piange Amore_»

è la ispiratrice purissima, lo scrigno geloso d’ogni gioia divina,

quella che dell’Amore ama il simbolo più bello e della quale egli può

dire

«My lady only loves the heart of love»[5]

e può cantarla come colei che in sè immedesima e da sè intorno, spande

«..... choir-strains of her tongue,

Sky spaces of her eyes — sweet signs that flee

About her soul’s immediate sanctuary»[6].

E l’amore è, nel pensiero dell’Artista, un insieme di simboli, di sogni

e di potenza; qualche cosa che viene da lungi, dall’alto; un’onda di

mistero; qualche cosa di severo e di pensoso che domina tutte le cose,

passa attraverso a tutte quelle che per lui e in lui vivono:

«_Amor che muove il sole e l’altre stelle_».

Non lo ha egli detto in quel suo tocco in penna, il più strano che

mente di pittore abbia mai immaginato, del «DANTIS AMOR?»

In questo quadro egli è riuscito a rendere quel simbolismo che Dante

ha espresso coi numeri. Tutti e due sono platonici; il Poeta come

un filosofo, il pittore come un poeta. L’Alighieri ci racconta la

perfezione della sua donna, e ce la dimostra cosa divina, in quel

fortuito concorso del numero perfetto che presenziò alla morte di Lei;

il Rossetti ci presenta l’Amore — l’Amore che il poeta incontrò

«..... _nel mezzo della via_

_In abito leggier di peregrino_» —

e ce lo mostra circondato dai simboli dello spazio e del tempo, del

giorno e della notte, e porta il quadrante che accenna l’anno del

dolore e l’ora dell’angoscia.

In tutta l’opera di Rossetti, poemi e pitture, c’è come un’ombra di

dolore. Egli ha sentito che il dolore è la trama su la quale è tessuta

la vita. Ogni breve gioia della esistenza è soffocata dalle sofferenze,

e l’occhio è più sovente umido di pianto, che non brillante di sorrisi.

E questo suo intimo senso del dolore umano gli ha permesso d’essere

tanto suggestivo nelle sue figure. Ed anche per questo suo squisito

sentire nella profondità della coscienza umana, maciullata dal dolore,

i suoi capolavori sono appunto i quadri ne’ quali domina, non veduta,

eppure presente, la Morte.

«BEATA BEATRIX» non è morta no, — egli lo ha scritto: — gli occhi di

Lei sono socchiusi nell’estasi divina che la rapisce alla terra e le

schiude le meraviglie del cielo. Vengono, avvolti nell’aureola che

circonda la testa di Beatrice, Dante e l’Amore che lo guida, e si

scorge, nello sfondo lontano, nella penombra leggera, la città che

udirà fra un istante le parole che l’ambascia strappa al desolato Poeta

«_quomodo sedet sola civitas!_» parole non sue, lingua non sua, come

s’egli non sapesse trovare nel dolore, nulla di suo per esprimerlo. Ma

tutta la vita non è fra quei vivi. Meravigliosa, nella luce d’oro che

le sfavilla intorno e vela lo sfondo del quadro, Beatrice sola sembra

vivere; eppure i simboli che la circondano dicono la fine della vita

corruttibile; le mani giunte di lei, l’uccello nunzio di morte, il

quadrante accennano l’ultimo sonno.

Questo quadro, ora nella National Tate Gallery, fu dipinto da lui

la prima volta nel 1863, due anni dopo il «DANTIS AMOR», e un anno

dopo ch’egli aveva pubblicata la sua traduzione inglese degli «_Early

Italian Poets_».

Lo ripetè poi altre tre volte, per commissione sempre, nel 1869, nel

1872 e nel 1877.

Egli sarebbe stato felice se avesse potuto pubblicare la _Vita Nova_

illustrata da acque forti sue, ed in una sua lettera lo dice. Forse

è stato bene che egli non abbia mai potuto limitare l’opera sua a

quel lavoro. Noi abbiamo avuto così i quadri della _Vita Nova_, una

meravigliosa opera, arricchiti dalla magìa del colore oltre che dalla

forza della rappresentazione grafica.

Io ho detto altrove[7] che egli, col trascorrere degli anni e

l’indefesso lavorare sarebbe riuscito a farsi «disegnatore più abile

e corretto... ma come colorista non aumenterà nè diminuirà di potenza,

perchè non si può essere colorista più perfetto di lui, nè più di lui

possedere la scienza dell’armonia nelle tonalità chiare, negli ampî

spazi riverberanti di luce e di sole».

Tutti i suoi quadri sono una gloria di luce e di colori. Egli bandì

dalla sua tavolozza il bitume per i fondi, le tonalità scialbe,

i colori dimessi che l’Accademia proclamava indispensabili, i

mezzi-rossi, i mezzi-verdi, le luci colate attraverso il vetro ed

il tendone dello studio. Guardando i quadri degli artisti che lo

precedettero ed i suoi, si ha l’impressione di vederlo spalancare

una finestra alla rutilante luce del sole, gridando ai vicini ed ai

lontani: — Lasciateci godere intiero quel bene che Dio ci dà!

Infatti nel «SOGNO DI DANTE», ora nella Walker Fine Art Gallery di

Liverpool, cominciato nel 1869 e terminato nel giugno del 1872, egli

si mantiene lo stesso glorioso e meraviglioso colorista della «BEATA

BEATRIX»; ed è anche il disegnatore che possiede ormai il segreto della

perfetta armonia dei gruppi e dei colori.

Nell’alto del quadro una ghirlanda d’angeli portano al cielo l’anima di

Beatrice:

«..... _pareami di vedere una moltitudine d’angeli i quali

tornassero in suso ed avessero dinanzi loro una nuvoletta

bianchissima_.....».

Intorno a loro raggia la luce d’oro, di neve e di fuoco che abbagliò

Dante, quando alzò gli occhi per mirare la rosa Paradisiaca. Nel

quadro è una luce tenera, delicata, irradiata da Beatrice morta e da

Amore che, conducendo Dante per la mano, bacia la vergine estinta. Un

ritorno al pensiero che la vita e l’amore stanno oltre la vita terrena,

è rivelato dalle vesti dei diversi personaggi del quadro. Quelli che

appartengono alla terra, Dante e le donne che coprono d’un velo la

morta, sono vestiti di colori più dimessi; Dante ha la tunica bruna;

le donne han le vesti verde-oliva: Beatrice e l’Amore vestono i colori

della gioia, Beatrice di bianco e l’Amore d’una lunga tunica porporina

che sembra effondere vampate di fuoco su la veste di Dante.

Nel 1881 egli rifece questo quadro; vi aggiunse la predella che

illustra in un dittico il passo della _Vita Nova_:

«_Ond’io, essendo alquanto riconfortato, e conoscendo il fallace

immaginare, risposi loro: Io vi dirò quello c’ho avuto_..... »

e i primi versi della canzone:

«_Donna pietosa e di novella etate_»

e la espose al pubblico.

Uno slancio d’ammirazione circondò il pittore.

Certamente, e da lungo tempo, egli aveva trionfato della critica inetta

e della invidia maligna; s’era affermato come il più grande pittore

inglese vivente; ma si aspettava ancora, da lui, il capolavoro, l’opera

magistrale, l’opera immortale. E fu questo quadro. Egli riunì qui la

sua scienza, la sua tecnica, la sua arte, il suo pensiero, e riuscì

perfetto. Il simbolismo dei fiori e degli accessori del quadro, ricorda

il profondo misticismo dei poeti del XII e XIII secolo. I fiori di

papavero, de’ quali è sparso il suolo, le rose e le viole, i fiori di

bianco spino, la lampada che dà l’ultimo guizzo di luce, tutto ha un

significato speciale, e non meglio di così potevano essere illustrati i

versi del poeta:

«_Mi condusse a veder mia donna morta_

_E quando l’ebbi scorta_

_Vedea che donne la coprian d’un velo_».

Il pensiero mistico del poeta non poteva trovare una interpretazione

più perfetta di questa che ne fece il Rossetti.

Alla bellezza del quadro contribuisce la bellezza dei tipi scelti a

modello. In questo, egli seguiva veramente il metodo dei primitivi

italiani e sono pochissime, in tutti i suoi quadri, le teste dipinte

di invenzione o molto modificate da lui. Certo, in quasi tutti i suoi

tipi v’ha quasi come una lontana rassomiglianza; un’aria di famiglia

le ravvicina tutte e dipende dalla profonda intensità dello sguardo

delle sue figure. I tratti generali, anzi il tipo, l’espressione,

sono dei suoi modelli. Nè volle che fossero il primo modello venuto.

Donne elette per intelligenza, coltura, carattere; bellissime donne,

spose, figlie, sorelle d’amici suoi posarono per lui e gli offrirono

il tipo delle sue Beatrici, della sua Maddalena, di tutte le sue donne;

moltissimo si prestarono a ciò la signora Morris, la signora Stillmann,

e sua moglie Elisabetta. In alcuni quadri le teste sono assolutamente

ritratti, come quella meravigliosa della «BEATA BEATRIX» ritratto della

sua Elisabetta.

Nel «SOGNO DI DANTE» la signora Stillmann è, delle due donne che

sorreggono il velo, quella a capo del letto, Miss Wilding è l’altra. La

signora Morris è Beatrice.

C’era in lui, e nel suo carattere, molto dell’italiano. Dei figli di

Gabriele Rossetti egli fu certamente il più italiano. Ma, fenomeno

degno d’osservazione, egli fu un italiano medioevale.

I suoi più intimi pensieri, il suo modo di considerare i grandi misteri

della vita, la sua perfetta indifferenza per le scoperte scientifiche

non erano d’un uomo del nostro tempo.

Egli viveva col corpo nella nostra epoca, la sua anima era d’altri

secoli. Per ciò, forse, egli potette tanto completamente immedesimarsi

l’Alighieri; per ciò forse lo tentarono e lo fecero grande i misteri

della _Vita Nova_, la passione ardente, il profondo amore, il mistico

parlare del Fiorentino.

Mi sembra, talvolta, guardando il lavoro di lui, che esso non sia

opera d’un moderno, ma sibbene d’un antico, contemporaneo di Giotto e

dell’Orcagna per il sentimento, discepolo dei Maestri veneziani per il

colorito, e maestro, vissuto ieri, di nuovi artisti che cercano nella

via della vita e dell’arte un sentiero non ancora battuto; tanto è

profonda la sua coscienza della vita antica, e tanto è perfetta l’opera

della sua mano.

E probabilmente anche ciò si deve alla sua grande scrupolosità nel

lavoro. Qualche volta rifaceva due o tre volte il bozzetto d’un quadro;

e gli studi erano, da lui, condotti a termine con tale perfezione

che rimanevano, di per sè stessi, un quadro. Del «DANTE SORPRESO A

DISEGNARE UN ANGELO» vi sono due bozzetti; due del «SOGNO DI DANTE»;

due del «SALUTO DI BEATRICE». Gli studi separati per il «SOGNO DI

DANTE» e per la «DONNA DELLA FINESTRA» sono numerosissimi. È facile

quindi comprendere come egli, dotato di quel vasto genio, potesse poi

riuscire perfetto.

Egli aveva una teoria particolare del colorito. Per lui, diversamente

dalla opinione della generalità dei pittori, la giusta posizione del

verde e del bleu doveva risultare in un ottimo effetto all’occhio dello

spettatore. Questa teoria, dinanzi alla quale uno meno ardito avrebbe

indietreggiato, fu messa in pratica da lui, e con un successo pari

soltanto all’ardire, nel quadro «BEATRICE NEGA IL SALUTO A DANTE»[8].

La sposa è in bianco, coronata di fiori d’arancio, e sta in un

angolo del quadro, figura secondaria nella pittura, com’è una figura

secondaria nello scritto di Dante.

Le figure principali, le donne e Beatrice, vestono abiti di

lucentissimo verde e di oltremare. Dante è vestito di rosso ed ha il

soppanno nero; la bambina, che porge i fiori, è vestita di giallo. Il

quadro ha un’intonazione calda che fa sentire il sole ardente delle

estati fiorentine. Ora il discordante insieme di queste luci e di

questi colori è attenuato dalla grande arte del Rossetti, così che

l’occhio si riposa in mezzo al quadro, su i colori meno ardenti di

Beatrice e delle donne che l’accompagnano, dalle tonalità sfolgoranti

del giallo, del rosso, del bianco che stanno alle estremità del quadro.

Questo lavoro, l’acquarello nel quale il Rossetti ha riunito il più

grande numero di figure, fu da lui terminato nel 1851 e ripetuto nel

1855-56, a olio, per l’amico suo John Ruskin.

Ho detto altrove[9] delle caratteristiche speciali all’acquarello

inglese, e basterà qui che io accenni che la solidità del colorito,

l’impasto frequente d’un colore su l’altro, dànno agli acquarelli

dei maestri inglesi un carattere assolutamente diverso dal carattere

cognito ed universale dell’acquarello. Bisogna bene conoscere e

guardare attentamente per distinguere un acquarello da un quadro a

olio; talvolta la sola cosa che li diversifica è, in quelli, l’assenza

di lucido e la patina che è sempre in questi.

Un altro quadro, ove questa ardita teoria del colore è vittoriosamente

praticata, è il «_Saluto di Beatrice a Dante_». È inspirato a quel

brano della _Vita Nova_:

«_E passando per una via volse gli occhi verso quella parte ove io

ero molto pauroso e..... mi salutò virtuosamente tanto_».

Anche in questo dipinto Dante è in rosso col soppanno scuro, Beatrice

in bianco con risvolti azzurri, la gentildonna che la precede è in

giallo, quella che la segue in rosso-bruno, cupo. Anche qui il Rossetti

ha adoperato quella sua grande arte nella distribuzione dei colori,

per cui una grande armonia, come un riposo dolce degli occhi, risulta

dal guardare i suoi quadri. Questo suo lavoro incominciato nel 1858 fu

terminato un anno di poi e ripetuto nel 1864.

Rossetti seguiva passo a passo la _Vita Nova_. Ogni fatto notevole,

ogni incidente descritto dal Poeta inspira al Pittore una magnifica

opera.

Io non so se l’impressione che fanno a me i quadri del Rossetti, sia

personale o se sia pure comune a tutti quelli che conoscono l’opera di

Dante e guardano i quadri del pittore inglese. Io trovo un profondo

sentimento dantesco anche in quelle pitture che per spirito e per

soggetto s’allontanano estremamente dal ciclo della _Vita Nova_ e dagli

altri quadri inspirati a fatti della _Divina Commedia_.

Nella «LADY MACBETH» io sento la terribile miseria della infelice

che il rimorso strazia, e il «Out, damned spot! out, I say!»[10]

magistralmente reso nel quadro di Rossetti, mi fa pensare ai maledetti

che, nella morta gora, si stracciano le carni[11]; e nella «MADDALENA»,

la suggestiva testa di Cristo che, da una finestra, l’affascina con

lo sguardo intensamente profondo, mi fa pensare al sorriso di San

Bernardo[12] incoraggiante Dante a volgere gli occhi in alto ed a

pregare Maria.

Se io dovessi definire esattamente questa mia sensazione, o darne

una ragione apparentemente plausibile, forse non saprei, o, forse,

dovrei scendere a tale minuzia d’analisi psichica che la dimostrazione

apparirebbe più oscura del fatto semplicemente enunciato; è innegabile

però che quel senso misterioso e indefinibile che sgorga dall’opera

dantesca e viene a soggiogare l’anima umana, emana anche dall’opera del

Rossetti e c’è parentela perfetta fra la Gentildonna cantata e quella

dipinta; c’è similitudine d’origine e di tipo nell’Amore che va in

veste di pellegrino, e nell’Amore che scende dagli alti cieli, passando

attraverso le stelle e gli astri maggiori che illuminano la terra.

Quella tendenza tutta sua e quella speciale caratteristica dell’anima

trecentista del Rossetti, mirabilmente concorsero con le qualità

pittoriche di lui a che l’opera sua fosse tale da integrare, in

un’opera di grande sentimento e fattura, la grande opera del pensiero

dantesco.

Un punto di contatto significantissimo nella vita e nella importanza

dell’opera del Poeta e del Pittore unisce l’italiano e l’inglese. La

loro è opera d’Amore. A più di cinque secoli di distanza il Pittore

intende attraverso lo spazio la voce del Poeta, e parla con lui. Egli

fa sua l’opera dell’innamorato garzone fiorentino, e di quell’opera,

con l’opera sua, ci fa sentire tutto il profondo grandioso mistero.

Dinanzi alla «BEATA BEATRIX» noi pensiamo che forse la Beatrice, il cui

nome poteva stare solamente insieme al numero perfetto, fu un sogno,

un mistero di più con misteriose parole raccontato ad anime d’iniziati,

una delle quali rivisse cinquecento anni più tardi per parlarne ancora.

La vita nuova · 第 2 / 14 题