Era io stessa fortemente turbata, e con voce commossa spiegai
all’ammiraglio lo scopo della nostra visita, affermandogli ch’egli
acquisterebbe un diritto eterno alla mia riconoscenza se mi desse il
congedo del povero Dick.
Sia ch’ei lo credesse di fatto, sia che volesse dirigermi
un’adulazione, mi domandò quale motivo una persona della mia condizione
potesse avere ad interessarsi d’uno scapestrato, come quegli di cui
chiedevo la liberazione.
Risposi allora con umiltà mista ad un certo orgoglio, che io non era
una persona _di condizione_, ma una povera contadina compatriotta di
Dick.
Egli mi prese una mano, la guardò, e scosse il capo con aria di dubbio.
Di fatto le mie mani, di cui con una civetteria superiore alla mia età
aveva sempre avuto la più gran cura, erano assai belle.
— Queste mani, mi diss’egli ridendo, non sono mani da contadina.
Assicurai l’ammiraglio ch’ei s’ingannava.
— Allora, seguitò egli, levandosi dal dito mignolo un diamante, non
mancano che di quest’anello per divenir mani da duchessa.
Io mi sentii arrossire, più di piacere che di vergogna però, e
quantunque la mia mano mi sembrasse molto più bella coll’ornamento
ricevuto, pure volli restituire all’ammiraglio l’anello che egli mi
offeriva tanto galantemente; ma ei rattenne la mia nella sua mano,
dicendomi che se io persisteva nel mio rifiuto, avrei a temere ch’egli
pure persistesse nel suo.
Volsi gli occhi ad Amy; ella mi guardò con uno sguardo tanto
supplichevole in mezzo alle lacrime che irrigavanle le gote, ch’io non
ebbi il coraggio di durare una più lunga resistenza. Tenni l’anello.
Allora Amy ripigliò coraggio.
— E il mio povero Dick? chies’ella.
— Ascolta, rispose l’ammiraglio; io non sono solo a decidere la
quistione: posso proporre il congedo, ma debbo farlo accettare
dall’ammiragliato.
— Sì, diss’io, prendendo le mani di sir John Payne: ma domandato da
voi, questo congedo sarà accordato, non è egli vero?
— Lo spero.
— Dite che ne siete certo.
— Farò quanto mi sarà possibile per esservi accetto, disse
l’ammiraglio, inchinandosi cortesemente.
— Oh! se riusciste, ve ne sarei tanto riconoscente! esclamai.
— È egli proprio vero quel che mi dite? chiese l’ammiraglio,
guardandomi fisso e con occhio, se non pieno d’amore, almeno pieno di
desiderio.
Io arrossii, e chinai il capo senza rispondere.
Parvemi allora vedergli scambiare uno sguardo con Amy; ma questo
sguardo poteva essere come il mio, uno sguardo di preghiera.
— Ascoltate, ci diss’egli, voglio darvi una prova del mio buon volere:
oggi stesso andrò a Londra, e farò i passi opportuni.
— Oh! quanto siete buono! esclamai.
— E, domandò Amy, come e dove avremo noi la risposta?
— V’ha un mezzo assai semplice, rispose l’ammiraglio, attendetemi qui.
— Qui? chies’io con esitazione, giacchè pensavo al mio appuntamento
della sera.
— No, a Londra nel mio palazzo di Piccadilly.
Guardai Amy come per interrogarla.
— Domandatelo ad Emma, diss’ella; io sono agli ordini della Signoria
Vostra.
— Aspetterò dove vi piacerà, Mylord, rispos’io, nella fiducia che la
risposta sia buona: solo...
— Solo che? ripetè l’ammiraglio.
— Devo esser rientrata a casa alle dieci della sera.
— Sarete padrona di ritirarvi quando vi piacerà; ma siccome la risposta
può farsi attendere e ritener me stesso fino a tard’ora, prenderete
almeno una tazza di thè ed un dolce, dopo di che vi rendo la vostra
libertà e vi chiedo la mia, cosa che non farei certamente, se non fosse
per rendervi servigio.
E suonò un campanello chinese che fece udire un suono prolungato e
vibrato.
Entrò un servo.
— Il thè, domandò l’ammiraglio.
Senza dubbio gli ordini erano stati dati dapprima, perchè il domestico
rientrò subito con un vassoio coperto di pasticcerie che posò sopra un
tavolo.
— Vediamo, mia bella interceditrice; fateci gli onori del thè, mi disse
l’ammiraglio.
Obbedii arrossendo, e versai una tazza di thè che gli offersi con una
mano, presentandogli coll’altra lo zucchero, e facendogli un inchino da
collegiale.
— In verità, mi disse sir John, non m’era stato detto nulla di troppo,
e voi siete adorabile.
Volsi uno sguardo di rimprovero ad Amy: ciò che era sfuggito di bocca
all’ammiraglio provavami che la mia venuta non era imprevista, come io
il credeva, ma attesa.
— Sapreste a lei mal grado, ripigliò il capitano, di avermi detto
ch’ella aveva ad amica la più bella creatura terrena, ed a me di aver
bramato vedervi? La sarebbe cosa crudele, perchè rifiutando di venire,
avreste fatto del vostro amico Dick un marinaio, stato che parmi non
sia di sua inclinazione, e non mi avreste permesso di dirmi vostro
servitore, ciò che parmi proprio la mia.
Non sapevo che rispondere a questa cortesia facile ma irrispettosa:
egli mi porse la sua tazza perchè vi lasciassi cadere qualche goccia di
crema, e s’accorse del tremito della mia mano.
— Che? mormorò egli, in una donna sola virtù, cortesia e pudore, oltre
la bellezza e la gioventù?
Io lo guardai sorpresa.
— Non avete visto recitare Amleto?
— No, rispos’io.
— Ebbene, ciò che vi ho detto è quel che Amleto dice ad Ofelia quando
è sorpreso di trovar tanta grazia, tanto affetto e tanto pudore riuniti
in una stessa donna.
Scossi il capo.
— E, seguitò sir John, siccome ella non crede all’amore del principe di
Danimarca, questi prosegue:
«Dubita pure che gli astri splendano,
Dimmi che il sole più non appar,
Dimmi che il vero mente e sa fingere
Ma, deh! ch’io t’ami non dubitar.»
Sir John mi prese ambo le mani, e dando alla sua voce la più tenera
espressione, seguitò:
«O cara Ofelia! il mal che m’addolora
Cresce con questi versi. I’ non ho l’arte
Di vestir di bel metro i miei sospiri,
Ma pure io t’amo tanto! Oh non è cosa
Che agguagli l’amor mio! Credilo, addio.
Per sempre tuo, soave e cara donna,
Fin che sia questa macchina d’Amleto,»
— E che risponde Ofelia a questi versi?
Sir John si alzò.
— Amleto, rispos’egli, non le lascia tempo di rispondere, ed esce,
rimettendo al cuore di lei, che egli ama, la cura di parlare per lui
nella sua assenza.
— Voi ci lasciate? chiesi a sir John.
— Dopo le tre non rinverrei più i lordi dell’ammiragliato, e voglio
avere almeno il merito di mantenere la mia promessa, dandovi oggi,
buona o cattiva, una risposta.
— E noi? domandò Amy.
— Voi, rispose sir John, avrete la bontà di attendermi a Piccadilly,
ove il mio servitore vi accompagnerà.
— Dareste frattanto un congedo di 24 ore al povero Dick?
— Sì, disse l’ammiraglio ridendo, purchè miss Emma impegni la sua
parola che il mariuolo non diserterà: nel qual caso, miss Emma
risponderà di lui corpo per corpo.
— Odi, Emma? disse Amy.
Stesi la mano a sir John.
— Lo prometto, Mylord, diss’io.
— Ed ora ripigliò l’ammiraglio, non desidero che una cosa, la fuga in
capo al mondo del mariuolo. Venite voi con me, o bramate ch’io vi metta
a terra?
— Eravamo venute a bordo di questo bastimento per Mylord, diss’io;
e dal momento che Mylord lo lascia, non abbiamo nessun motivo di
restarvi.
Sir John suonò una seconda volta il campanello. Lo stesso domestico
comparve.
— La iolo, disse l’ammiraglio.
— È pronta, Mylord.
— Venite a terra con noi, e conducete le signore a Piccadilly. La cena
per le sette.
Volli fare un’osservazione sulla cena alle sette, ma sir John non me ne
diede il tempo, ed offrendomi il suo braccio, mi condusse alla scala.
Tutti gli ufficiali erano schierati in doppia fila a noi dinanzi.
Io chinai non solo gli occhi ma il capo: tutti quei sguardi pesavano in
certo modo sulla mia fronte, curvandola sotto il loro peso.
Mi trovai nella iolo senza saper come vi fossi discesa: udii la voce
di sir John ordinare a Dick di seguirci; poi la barca si staccò dal
bastimento leggera come un uccello, e mosse verso terra.
Quivi attendevaci la carrozza di Mylord, e poco discosta stava l’umile
nostra vettura.
— Non tornerete a Londra lì dentro, non è egli vero? ci diss’egli.
— Ma in che volete voi che vi rientriamo? gli chies’io.
— Piccadilly è sul mio cammino, e quivi vi lascerò passando.
Fe’ un cenno al suo domestico che andò a pagare la nostra vettura; aprì
egli stesso lo sportello e mi fe’ scendere prima, mentre Amy scambiava
qualche parola con Dick per dargli un appuntamento, e farlo avvertito
del risultato della faccenda.
Dick, meno fiero di noi, entrò nella vettura e si fe’ trionfalmente
condurre a Londra.
Sir John sedette al dinanzi, cedendoci i due posti di fondo:
il domestico montò accanto al cocchiere, e la carrozza partì,
riconducendomi, strana condizione del mio destino, immersa in
tutt’altri sogni di quelli con cui era partita.
Oh! fu ben per me che la vita ebbe a simbolo una ruota che gira
incessantemente; ma da qual lato girava questa ruota? Era per elevarmi
o per avvilirmi?
Mi era io innalzata dal dì in cui era la pastorella di mistress
Davison, od aveva disceso?
La mia meditazione era tanto profonda, che quasi non sentii sir John
impadronirsi della mia mano: gliela lasciai inerte nelle sue.
Dopo una mezz’ora di corsa la carrozza si arrestò: ci trovavamo a
Piccadilly.
Lo sportello si aprì: scese primo sir John per darci la mano: io mi
sentiva riconoscente ad un gentiluomo di tal fatta, che ci trattava
come duchesse: per un moto involontario strinsi la destra ch’ei mi
stendeva.
— Grazie, mormorò egli sottovoce.
Ritrassi violentemente la mano.
Egli mi guardò con una certa sorpresa, ma vide dal mio sorriso che non
vi era nulla d’offensivo per lui nel mio atto.
Erano le tre: non doveva egli perdere un minuto se volea giungere in
tempo all’ammiragliato; risalì dunque in carrozza; e noi, guidate dal
servo, entrammo in casa.
Questa casa, sita presso a poco a metà strada fra Londra e la stazione,
era una graziosa palazzina costrutta colla maggior eleganza, il cui
solo locatario e proprietario era l’aristocratico protettore di Dick.
Il lacchè lasciatoci per introdurci, ne condusse ognuna nella nostra
camera.
All’entrar nella mia, io mi fermai, cercando nelle mie rimembranze, ove
avessi già veduta questa stanza.
Eravi qualche cosa d’impossibile nella realtà di questa visione: le mie
gite non mi aveano mai condotta dalla parte di Piccadilly, e si sa che
venendo a Londra vi veniva per la prima volta.
Mi trovava dinanzi ad un grande specchio dalla cornice dorata, in una
camera elegante con cortine di seta azzurra e mobigliata di toelette
e cassettoni in legno di rosa: aveva sotto ai piedi un tappeto turco,
sovra il capo un soffitto adorno di affreschi, che si sarebbero detti
sortiti dal pennello di Boucher o di Watteau.
Senza fallo io aveva veduta questa camera.
Mi lasciai cadere sopra una sedia a bracciuoli simile alle cortine: e
questo colore azzurro mi ricordò per analogia il primo abito azzurro
da collegiale: mi rividi seduta con quella veste vicino alla sorgente
della collina, ove pascolava il mio gregge, il giorno in cui Dick mi
avea detto:
— Guardatevi nelle nostre sorgenti, madamigella Emma; un giorno
anderete alla città e vi guarderete in grandi specchi e cornici dorate,
come quelli della bottega del negoziante di Hawarden.
Condotta dal filo de’ miei ricordi, rammentai il tutto.
Questa camera, questo specchio, questo turco tappeto, queste cortine
del colore del mio abito da collegiale, così lungi da me, sì, io li
avea visti in un sogno della mia fanciullezza, ed ecco che sette od
otto anni dopo, io li ritrovo in realtà!
E Dick che me ne avea fatta la predizione era causa del suo avverarsi:
strana concatenazione di circostanze che radicò nel mio cuore la fatale
idea, che un potere più possente della mia volontà disponesse del mio
destino, e che invano tenterei di oppormi al fascino di questo potere.
Amy Strog entrò nella mia camera mezz’ora dopo, e mi trovò nello
stesso seggiolone ove m’era abbandonata entrando: il mio meditare parve
inquietarla e tentò distrarmene parlandomi di sir John Payne, della sua
bontà per Dick, e della sua cortesia per noi.
Io sorrisi senza rispondere; comprendeva lo scopo di questa cortesia,
il calcolo di questa bontà, e sentiva per istinto che il mio onore
sarebbe il riscatto di Dick.
Disgraziatamente sir John Payne era giovane, era bello, era ricco;
disgraziatamente era amabile e parea buono: tutto concorreva dunque
alla mia perdizione, perfino i buoni istinti del mio cuore che mi
portavano a salvar Dick ed a consolare Amy.
Alle cinque una vettura arrestossi davanti alla porta: trasalii: Amy
corse alla finestra.
— Non avea bisogno, esclamò, di andare alla finestra per sentire che
era sir John che rientrava.
Un istante dopo la porta si aprì, ed ci comparve tutto lieto.
— Che mi darete voi, miss Emma, mi disse egli, se vi porto una buona
notizia pel vostro protetto?
— Che posso io darvi Mylord, risposi alzandomi e stendendogli ambo
le mani, se non i sinceri ringraziamenti di un cuore oltre ogni dire
riconoscente alle vostre bontà?
— Sta bene, seguitò egli; prendo per ora i ringraziamenti: regoleremo
più tardi i conti.
— Avete dunque ottenuto, Mylord? domandò Amy.
— Sono almeno a buona via di riuscirvi: mi fu promesso il congedo
di vostro fratello per questa sera: lo aspetteremo, se il volete, a
tavola: dovete avere gran fame, avendo appena gustata una ciambella; ed
io confesso, che le corse fatte mi hanno dato grand’appetito.
Stavo per fare un’osservazione sulla necessità che io aveva di tornare
a Oxford Street, quando il domestico entrò, annunciando che Mylord era
servito.
Sir John afferrò il mio braccio, e mi condusse nella sala da pranzo.
— Andiamo, andiamo, mie belle commensali, a tavola, diss’egli.
Il giorno cominciava a cadere, e dalla mezza oscurità della mia stanza,
aumentata dallo spessore delle cortine, entrammo in una sala da pranzo
sfolgoreggiante di luce che riflettevasi nel cristallo dei bicchieri e
nello splendore delle argenterie.
Si sarebbe detta una mensa imbandita dalle fate pel loro re Oberone e
la loro regina Titania: l’atmosfera era tepida ed imbevuta d’un profumo
acre e dolce ad un tempo, che parea penetrarmi per ogni poro.
Alla vista di tutto quel lusso, all’impressione profumata di
quest’atmosfera, provai un subito offuscamento: mi sentii quasi
mancare: le mie mani tremavano, la mia testa s’inclinò sulle spalle:
sir John mi sentì pesare al suo braccio, e vedendo al languore dei miei
occhi ed alla curva del mio corpo ciò che avveniva in me.
— Siete della specie delle sensitive, mi diss’egli; donna e fiore ad un
tempo: felice quegli che spirerà l’olezzo del fiore e suggerà la parola
amore sui labbri della donna.
Trassi un sospiro e vacillante sedetti sulla scranna ch’egli mi indicò
accanto a lui.
Il fascino dell’opulenza è sempre stato possente su me quanto l’orrore
della miseria. Sono io dunque realmente d’un sangue aristocratico e
tutti i miei istinti tendono essi a ripigliare il livello distrutto
dalla mia nascita illegittima? La mia vita non fu sotto a questo
rapporto che un lungo inebbriamento; e quando ricca, e gran dama,
non ebbi più nulla da chiedere al rango ed alla fortuna, sentii
l’abbagliamento della gloria, come povera fanciulla aveva avuto quello
dell’aristocrazia e della ricchezza.
Per la prima volta io sedeva ad una mensa riccamente imbandita: per
la prima volta i miei occhi erano accecati dallo splendore di fiamma
dei cristalli simili ai diamanti: per la prima volta io appressava
le mie labbra a quello spumoso vino di Francia, che simile a quel
dell’antichità, pare premuto dalle mani delle Baccanti nella coppa del
piacere.
Nulla di tutto ciò bastava a scuotermi dal mio abbagliamento, a calmare
il sangue che scorrevami più rapido per le vene, a spegnere il fuoco
che, serpeggiando, salivami dal petto alla fronte. Nel sedermi a tavola
era già ebbra di profumo e di luce.
Al pospasto un domestico entrò latore d’un dispaccio a largo sigillo.
Sir John lo ruppe, accertossi che fosse il congedo di Dick e lo porse
ad Amy.
Amy si alzò subito, e sotto il pretesto di non ritardare a Dick
l’annuncio di così buona novella, chiese di ritirarsi.
Sir John non vi si oppose, lodando questo slancio d’una buona sorella.
Compresi che tutto l’avvenire della mia vita dipendeva da’ cinque
minuti che stavano per decorrere: vedendo Amy alzarsi, mi levai pur io,
e sir John non vi si oppose: ma restavami a prendere nell’altra camera
il mio cappello e la mia mantiglia; feci uno sforzo di volontà, decisa
a svellermi dalla seduzione, e mi slanciai nella mia stanza che trovai
fiocamente rischiarata da una lampada d’alabastro.
Nulla di più incantevole di quella camera, vista al suo dolce chiarore,
che parea quel della luna in una bella notte d’estate: restai un
istante muta, immobile, estasiata, in lotta fra il desiderio di
rimanere e quello di seguire Amy: compresi allora che mi era mestieri
cercare un appoggio altrove che in me; misi la mano sul cuore vi cercai
e sentii la lettera di Harry.
Respirai allora e volli uscire dalla stanza; ma dietro a me, la porta
s’era chiusa, e perduta nella modanatura dell’intavolato, s’era fatta
invisibile: sarebbesi detto che la magia fosse entrata nella mia
esistenza e mi spingesse in un palazzo di fate.
Mi volsi per chiamare qualcuno; ma, fra me e il camino stava ritto sir
John, colle braccia aperte, mormorando la parola:
— Ingrata!
Al suono di quella voce, il fascino mai assopito si ridestò: una nube
di fuoco passò dinanzi ai miei occhi e caddi fra le braccia che m’erano
aperte.
Vi ringrazio, o mio Dio, d’aver permesso che la prima mia colpa fosse
una caduta per amicizia e bontà, non per cupidigia e dissolutezza!