Non sarebbe stato difficile ad Amy Strog lo indovinare che avveniva
qualche cosa d’insolito nella mia vita, ma ella parea tanto preoccupata
del soggetto della sua visita, che non parve punto farvi osservazione,
e venne subito al fatto.
Dick, il fratello d’Amy Strog, che, come si ricorda, era venuto con noi
a Londra, in una leva di marina era stato preso e destinato a far parte
dell’equipaggio del comandante John Payne.
Trattavasi di ottenere dall’ufficiale la liberazione del giovine, ed
essendo stato detto ad Amy Strog che il galante capitano non sapea
nulla negare ad un bel visino, ella avea pensato a me per farmi
l’interceditrice della grazia cui voleva ottenere.
Allora ella s’era data a cercarmi: avea chiesto notizia di me al signor
Hawarden, che l’avea rimandata al signor Plowden: il signor Plowden le
avea dato l’indirizzo di miss Arabella, dicendo che io era scomparsa,
ma che probabilmente mi si ritroverebbe colà.
Due volte nella serata ella era venuta, ma le era stato risposto ch’io
mi trovava assente; e difatti lo si ricorda, io era andata a Drury
Lane; ma, ferma nel proposito di voler vedermi, ella era tornata una
terza volta, ed avea talmente insistito che, quantunque fosse vicina
la mezzanotte, l’aveano introdotta nella mia stanza. Ed era giunta,
come si è veduto, precisamente al momento in cui la nutrice chiama
Giulietta, ed avea fatta una doppia variante: la prima, chiamandomi col
nome d’Emma invece di quel di Giulietta, e la seconda, astringendomi
a prender commiato dal mio Romeo, prima assai che nol faccia la vera
Giulietta.
Io era in quella disposizione di cuore e di spirito, nella quale pare
abbiasi tanta felicità da espanderne su tutto il genere umano.
Promisi ad Amy di occuparmi il domani della libertà di Dick; e siccome
ella non potea tornare a casa sua ad una simile ora, le preparai un
letto sopra un divano, affine di potere, al dì dopo, prendere insieme
le opportune misure.
Amy avea già saputo che il signor John Payne era a bordo del suo
bastimento il Théseus, ancorato nel Tamigi, fra Greenwich e Londra.
Amy s’avvide che, all’opposto di lei, io aveva il volto sorridente, e
lieto il cuore: com’ella mi avea raccontato le sue pene, le narrai io,
non la mia felicità, perchè non avea ragione alcuna di trovarmi felice,
ma le illusioni della mia immaginazione di quindici anni, i quali se
non sono per le fanciulle la felicità, ne hanno almeno lo splendore.
È vano il dire che, fino che fummo deste, il mio incognito Romeo fu il
soggetto della nostra conversazione: mi addormentai col cuore pieno del
nome di Romeo e le labbra sulla mia mano al posto ove egli avea posate
le sue.
La intera notte non fu per me che un sogno di fuoco.
Il domani, nell’aprir la porta della mia camera, vidi una lettera
a terra sul pavimento: era stata probabilmente spinta all’interno
dell’apertura che trovavasi fra il pavimento e la finestra del
poggiuolo.
Portava questa soprascritta:
_A Giulietta._
L’apersi e fissai vivamente gli occhi sulla firma: il nome di quegli
che l’avea scritta poteva essere un nome di battesimo come un cognome;
era sottoscritta: Harry.
Allora la lessi o piuttosto la divorai.
Avevo presso a poco divinato il vero; Romeo Harry era il mio vicino,
mi avea vista alla mia finestra la sera, in cui, credendomi sola,
io ripeteva la scena di Giulietta al balcone. Era egli che m’aveva
applaudita al finir della scena e m’avea fatta fuggire applaudendomi:
allora egli s’era fissato nell’idea di scendere al domani nel giardino,
senza punto occuparsi, come Romeo, de’ pericoli cui potea correre con
tale imprudenza, e tentar di attirarmi alla finestra, dicendo i primi
versi della bella scena del giardino.
Si sa com’ei vi fosse riuscito.
Le spiegazioni ch’egli davami sul conto suo eran brevi: era studente
all’università di Cambridge, ma trascinato da un’irresistibile
passione per il teatro, e credendo che io dividessi questa vocazione,
mi proponeva di tentare insieme i favori della sorte e della gloria
artistica.
Supplicavami a venir la notte seguente al poggiolo per dargli una
risposta da cui dipendeva, diceva egli, la felicità della sua vita
futura.
Questa lettera era stata evidentemente scritta dopo l’interruzione
della nostra scena; e quegli che ne era l’autore aveva scalato il
mio balcone, e dopo essersi accertato che io non ero sola e nol
sarei probabilmente in tutta la notte, era penetrato dal di fuori
all’interno.
Ciò indicavami che io non era gran che sicura nel mio appartamento, e
che passerei bentosto, come la vera Giulietta, dalla scena del giardino
a quella del balcone.
Oimè! era ancora uno dei pericoli della mia situazione lo arrestare
senza spavento il mio spirito sopra un vincolo del genere di quello
che venivami offerto. Se Giulietta, l’erede dei Capuleti, vale a dire
d’uno de’ più nobili casati di Verona, cui spettava sostenere l’onore
d’una famiglia che adoravala, che l’avea con ogni cura educata a tutti
i principj di virtù, a tutte le esigenze della società, aveva, in una
di quelle giovanili attraenze nelle quali il cuore prevale su tutte le
umane considerazioni, fatto al suo amante sacrificio della sua virtù,
della sua fama, del suo onore, come poteva io, povera fanciulla isolata
e senza nome, educata quasi dalla pubblica carità; io, che non avea mai
conosciuto mio padre, mal vigilata da mia madre, che guadagnava il suo
pane giornaliero col travaglio dell’intero suo giorno; come, io, cui
la prima di tutte le lezioni, quella dell’esempio, mancava; io, che non
dovea conto ad alcuno della mia condotta; io, che cadendo non macchiava
nè un nome, nè una famiglia, e perdendomi, perdeva me sola, come poteva
io neppur pensare a resistere, se Giulietta avea soggiaciuto?
E difatti non vi pensai; non pensai altro che alla felicità di
rivedere, o piuttosto vedere la sera il mio incognito Romeo, giacchè
non avea potuto distinguere il suo volto nell’oscurità: solo, dalle
intonazioni della sua voce avea riconosciuto la gioventù, e, dalla sua
calligrafia e dal suo stile, divinata un’elegante educazione. Quanto
alla bellezza, io era certa della sua, chè aveanvi in quest’avventura
non solo le ispirazioni della gioventù, ma quelle eziandio dalla
leggiadria.
Baciai la lettera e me la posi sul cuore.
Frattanto Amy si vestiva: avevamo presso a poco una lega e mezzo da
fare per giungere vicino al Tamigi, al luogo ove era ancorata la flotta
inglese; ma noi non dovevamo presentarci all’ammiraglio che verso
il mezzogiorno, ed avevamo quindi il tempo d’asciolvere al palazzo e
partirne dopo colezione.
Chiamai per chiedere se si potesse servirmi di colezione nel mio
appartamento: il domestico rispose che miss Arabella avea lasciato
ordine che mi si obbedisse come a lei stessa.
Mentre noi asciolvevamo mi fu chiesto se volevo che si mettessero i
cavalli alla carrozza, ma io, non volendo si sapesse ove andavamo,
rifiutai, dicendo soltanto che probabilmente non farei ritorno che la
sera.
Verso il mezzodì ci ponemmo in cammino. Più avvezza di me agli usi
di Londra, la mia compagna prese una vettura, ne fissò il prezzo per
l’intero giorno e partimmo.
Io mi lasciava del resto assolutamente condurre da Amy: il mio spirito
era tutto all’avventura del dì innanzi: ad ogni istante ponevami al
cuore la mano per accertarmi che non avea perduta la lettera di Harry;
la sola cosa che facea nube a quella serena illusione era lo aver
incontrato un semplice studente, un semplice artista, che m’offriva
di percorrere al suo braccio lo spinoso sentiero dell’arte, invece
d’un bel gentiluomo, d’un ricco signore che mi menasse alla gloria di
mistress Siddons e alla fortuna di miss Arabella in un’elegante vettura
a quattro cavalli.
Ma ciò che era protratto non era perduto: il teatro è un piedestallo,
sul quale la statua della bellezza ha un culto come quella
dell’ingegno; e siccome io era certa d’esser bella, — oimè me lo avean
già tanto ripetuto, dal povero Dick che primo me lo avea detto nelle
montagne del ducato di Galles, ad Harry-Romeo che me lo avea scritto
il mattino stesso, — siccome, ripeto, era sicura d’esser bella ed avea
speme di posseder del talento, non era che un affare di data, e potevo
attendere.
Vedasi che io sono fedele al programma che mi ho imposto scrivendo la
mia vita, e svelo il fondo de’ miei pensieri agli uomini, che mi hanno,
forse troppo severamente, giudicata, come a Dio che, ne ho fiducia, mi
sarà più indulgente all’ora di morte.
Se scrivessi un romanzo, potrei invertire o mutare i fatti, celare
i miei torti e scusar le mie colpe, ma ho posto in titolo a questo
libro la mia vita, e non ho quindi il diritto di nulla alterare negli
avvenimenti di essa; deggio svolgerli nel loro ordine e nella loro
sincerità. Confesso che, come romanzo scritto da pugno umano, questo
libro sarebbe mal fatto; e, quel che è peggio, mal ideato, perchè,
frutto dell’immaginazione, non potrebbe avere influenza alcuna sulla
vita degli altri, ma non è di tal guisa: io stacco una pagina di storia
dal gran libro universale dell’umanità, scritta dalla penna di ferro
del destino che mi ha fatta passare come fatale meteora attraverso al
mio secolo, ed usare un’infausta autorità su’ miei contemporanei. Devo
dir tutto, anche i miei cattivi pensieri, come tutto svelare, anche
le cattive azioni; sono gli uni che menano alle altre; la mia sola
scusa sia nel non aver nulla preparato, nulla macchinato, nulla voluto
di quanto mi accadde, ma di aver in vece sempre ceduto ad un fascino
stabilito da cagioni indipendenti dalla mia volontà, e soprattutto più
forti di essa.
E poi, lo dirò io? Sì, perchè deggio dir tutto, anche ciò che dee
servimi di difesa; le mie più cattive azioni, o piuttosto i più
brutti avvenimenti della mia vita, hanno avuto quasi sempre una buona
intenzione, un eccellente principio; e quella che io intraprendeva in
questo momento, la quale dovea menarmi alla prima mia colpa, e per
essa condurmi dagli abissi più cupi e profondi della società alle
più brillanti sua altezze, aveva uno scopo lodevole ed era dettata
dall’umanità, giacchè era per salvare il fratello della mia amica dal
destino più temuto per un libero Inglese.
Ma perchè poi vi poneva io tanta premura, tant’anima, tanto cuore? Non
forse perchè Dick pel primo aveva ammirata la mia bellezza?
Io era tanto assorta nelle mie riflessioni, che non m’avvidi nè del
cammino percorso, nè del tempo impiegato a farlo, quando la vettura
arrestossi.
Ci trovavamo in riva al fiume, poco discosti da un magnifico bastimento
da guerra.
Eravamo noi aspettate? Lo ignoro, e mi ricorse in seguito più volte al
pensiero l’idea che tutto fosse dapprima convenuto fra Amy e sir John
Payne. Avevamo appena posto piede a terra, quando una barca guidata da
sei rematori si scostò dal Théseus e vogò verso noi.
Tutto era sì nuovo per me, ed io mi trovava in mezzo a tante e diverse
emozioni, che questa circostanza mi sfuggì in quel momento, e non vi
pensai che in seguito.
In un istante fummo a bordo del bastimento.
Una delle prime cose ch’io vidi salendo la scala fu il povero Dick già
in assisa da marinaio, il quale, appressandomisi, mi disse con voce
compassionevole:
— Madamigella Emma, abbiate pietà del povero Dick; il mio destino è
nelle vostre mani.
Non poteva io ben comprendere come disponessi d’un sì gran potere, ma
l’infelice giovine avea l’aria sì mesta, che io gli promisi di fare
quanto stesse in poter mio.
Un sottotenente lo respinse brutalmente, e ci condusse alla cameretta
del comandante. Questa stanzina era uno dei più eleganti salottini
che io abbia veduti mai, anche al tempo in cui passava la mia vita
nelle sale d’una regina. Il tappeto era composto di magnifiche
pelli di tigri, e la tappezzeria dei più fini casimiri dell’India!
Nel sollevarsi questi casimiri lasciavano scorgere trofei d’armi
magnifiche tolte dai più ricchi bazar dell’Oriente. La scranna, su cui
il comandante era seduto o piuttosto sdraiato, era uno di quei divani
turchi ricamati a fiori d’oro, quali appena si sognano sulle rive del
Bosforo e del Gange; la base, su cui si posava, era di due cannoni in
bronzo, brillanti come oro: nei giorni ordinari sparivano completamente
sotto alla stoffa: in quei di combattimento levavansi i casimiri
che mettevano a nudo i trofei, i cuscini del divano che scoprivano i
cannoni, e il salottino da elegante signora, tramutavasi nell’arsenale
d’un comandante inglese.
Sir John Payne, avvolto in un magnifico abito da camera di stoffa
chinese, era intento a leggere quando noi entrammo.
Egli si volse dalla nostra parte colla trascuranza di un uomo che
riceve una visita inaspettata; poi, vedendo due donne, si alzò.
Gettai su lui un rapido sguardo, che pure mi valse a veder tutto.
Sir John Payne era un bell’ufficiale dai 30 ai 35 anni, il quale, per
certo, doveva il grado che occupava a tale età, più alla sua nascita
ed alla sua fortuna, che alle campagne fatte: tutto in lui, come a
lui d’intorno, annunciava il lusso. Il coltello con cui tagliava il
suo libro era d’argento dorato, le sue dita eran carche di anelli, un
magnifico orologio posato a lui vicino era adorno delle sue iniziali in
diamanti.
Tutto in lui indicava la suprema aristocrazia.
Amy, singhiozzando (ella aveva un’ammirabile segreto per trovar
lagrime), gli si prostrò ai piedi, o piuttosto volle prostrarvisi; ma
egli la rattenne, chiedendole il motivo che la conduceva.
Ed ella, come se i singhiozzi le soffocassero la voce, mi trasse per
mano, accennandomi di parlare in luogo suo.
Allora soltanto parve l’ammiraglio accorgersi della mia presenza; mi
guardò, parve sorpreso della mia bellezza, e mi fe’ sedere accanto a
lui.
Amy restò in piedi, col volto nascosto dal fazzoletto, dicendomi con
voce soffocata:
— Parla, parla; Sua Signoria ti ascolterà ben più volentieri di me!