X.

Nella notte, le emozioni della serata continuarono a svilupparsi:

parevami di avere cominciato anch’io un romanzo.

Due cose mi perseguitarono nel mio sonno, penetrandomi ambedue fino

al core per la porta dei sensi: l’una, la dolce e amorosa visione che

rappresentavami quelle due belle teste sì vicine l’una all’altra da

confondere i loro capelli, il loro alito, i loro sospiri, dispiccantisi

vivamente dal fondo della camera splendidamente illuminata; l’altra,

quell’ascoltatore invisibile che mi avea senza dubbio seguita con gli

occhi nei più piccoli movimenti di quella scena notturna ch’io credeva

solitaria.

Tutto si riuniva così per perdermi: gli avvenimenti del giorno, i sogni

della notte.

Miss Arabella non fu visibile che ad ora tarda: ella mi fe’ chiamare,

la trovai nello stesso salottino ove l’avea vista il dì innanzi.

— Mia cara fanciulla, mi disse con accento da regina, io lascio Londra

per qualche giorno; vorrei condurvi meco, ma è impossibile: resterete

dunque qui, me assente. So che amate il teatro, e metto il mio palco

a vostra disposizione: potrete andarvi sola, se vi aggrada, ma siete

troppo giovane, e troppo bella, e quindi sarebbe meglio se vi andaste

con mistress Northon, che vi accompagnerà volentieri. La sola cosa di

cui vi prego, si è di non ricevere alcuno: al mio ritorno, se la smania

del teatro non vi avrà lasciata, parlerò di voi a Sheridan e vi faremo

esordire. Se per caso incontraste Romney, fate ch’egli non vi vegga; se

vi vede, evitate di parlargli; e se vi parla, non gli dite presso chi

vi trovate: siamo divenuti mortali nemici.

Promisi a miss Arabella di eseguire i suoi cenni.

— Ed ora, mi disse ella, vuoi aiutarmi a svestirmi?

— Voglio quanto voi mi ordinerete, rispos’io; non sono qui per

obbedirvi?

— Sì, finchè non comanderai altrove, carina, ciò che non può tardare ad

accaderti con quel visino.

E mi prese fra le dita il mento.

— Davvero, ripigliò, credo che Romney avesse ragione, e che sia una

grande presunzione la mia l’avvicinare questo vezzoso visetto al mio

volto. Sai tu di che mi dolgo? diss’ella, passando le sue mani nella

anella dei miei capelli.

— No, risposi io, perchè non saprei veramente che abbiate a desiderare

al mondo, voi, giovane, bella, ricca e amata.

— Mi trovi tu proprio bella, o lo dici come gli altri per farmi un

complimento? seguitò ella posandosi dinanzi uno specchio, e appressando

al mio il suo viso come per paragonare il diverso genere delle nostre

bellezze.

— Bella, bellissima! esclamai coll’accento della più perfetta verità.

— Ebbene, diss’ella, mi duole di non essere _bello, bellissimo_, invece

di _bella, bellissima_; perchè, te lo giuro, se fossi uomo, farei per

te tutte le follie possibili: e, vedi, ecco che senza esser uomo, le

comincio, giacchè mi dimentico, parlando teco, che farò attendere il

principe.

Mi diè un bacio in fronte e suonò il campanello: la cameriera comparve.

— Or bene? chiese miss Arabella, i miei abiti non sono ancora pronti?

Il sarto me gli avea promessi per le tre del pomeriggio.

— Sono qui da una mezz’ora madama.

— Datemeli allora.

La cameriera uscì e rientrò all’istante con un completo vestiario da

uomo della più perfetta eleganza.

— Come! esclamai, vi vestite così?

— Sì, è un capriccio del principe. Andiamo a passare qualche giorno

in campagna con alcuni dei suoi amici; faremo la vita de’ castellani,

cacceremo, e che so io. Egli mi ha detto ieri: — Sapete quel che

dovreste fare, Arabella? vestitevi da uomo.

Io ho mandato a chiamare a sarto, e gli ho ordinato un vestito per

quest’oggi alle due: egli me l’ha promesso e, come vedi, mi ha tenuto

parola.

— Ebbene, soggiunse, volgendosi alla cameriera che fate voi là?

— Aspetto gli ordini di madama per abbigliarla.

— No, Emma mi aiuterà: non è vero, carina, che vorrai prestarmi questo

servigio?

— Senza dubbio.

— Lasciateci dunque, e fate venire i cavalli da posta, affinchè io

possa fra mezz’ora partire.

La cameriera uscì.

Miss Arabella esaminò allora ad uno ad uno i diversi oggetti del suo

vestimento; tutto era del miglior gusto, ed atto a far risaltare la

persona che lo indossava.

L’abito era di velluto color granato a bottoniere d’oro: il farsetto di

seta bianco ricamato di un ramo di fiori; i calzoni di velluto azzurro

e gli stivali d’un cuoio tanto fino, che pareva una stoffa, giungevano

più alti del ginocchio, e lasciavano indovinare la gamba, mostrando il

piede più grazioso che potesse vedersi.

Arabella parve contentissima di quell’esame.

— Credi tu ch’io sarò passabile in tal guisa?

— Sarete adorabile, le risposi io.

— Adulatrice! mi diss’ella, svestendosi dell’abito da camera; vediamo,

aiutami.

Trasse dal cassettino della sua toeletta un camiciotto in batista con

una gala di merletto d’Inghilterra ed i manichini eguali, e me lo diede

perchè l’aiutassi a indossarlo. Ell’era già pettinata e la pettinatura

da uomo si addiceva perfettamente al suo bel volto, la espressione del

quale era, bisogna convenirne, più ardita e fiera, che modesta.

Finì allora di spogliarsi delle sue vesti donnesche: Arabella avrebbe

potuto lottare per bellezza plastica, non con le statue antiche, ma

con quelle, forse più seducenti dal punto di vista della grazia e delle

pieghevolezza, del medio evo.

Non era la Venere di Prassitele, o la Vittoria di Fidia, ma per certo,

una delle Grazie di Germano Pilone.

Io non aveva mai vista una donna ignuda; ristetti un istante a guardare

con ammirazione quella perfezione di forme, che nell’antichità era una

religione.

— Ebbene, mi diss’ella, che pensate voi dunque, bella distratta?

— Vi osservo, madama, e penso che il principe è ben fortunato.

Ella sorrise, fece un grazioso moto di spalle, e si chinò perch’io

potessi indossarle la camicia.

Strana cosa è la nostra femminile natura, le cui supreme soddisfazioni

stanno nell’orgoglio, e i complimenti più dolci sono quelli

dell’adulazione! — Che era io per miss Arabella? Poco più d’una

cameriera. — Eppure era evidente ch’ella ricercava i miei complimenti

con avidità pari a quelli del principe.

Il seguito dell’abbigliamento si fece colla stessa lentezza e la

stessa civetteria. Senza dubbio non era la prima volta che la volubile

creatura vestiva l’abito di cavaliero; ultimata la toeletta, la

metamorfosi fu completa, e si avrebbe giurato esser ella un giovine

gentiluomo di sedici o diciott’anni tutto al più, mentre in fogge

donnesche ne dimostrava venticinque, per quanto avesse, secondo ogni

probabilità, già oltrepassata questa età prima fioritura della vita.

Al momento in cui, rimproverandomi la mia goffaggine perchè non sapeva

come si mettesse la cravatta, ed ella stessa se la annodava al collo,

con una prestezza ed un’abilità che ne svelavano l’abitudine, la

cameriera rientrò annunciando che i cavalli eran giunti e la vettura

attendeva.

Miss Arabella diede un’ultima occhiata a sè stessa, poi a me: era

evidente che combatteva in essa una strana battaglia, di cui io non

sapeva rendermi conto.

Poi, curvandosi al mio orecchio:

— Non sai a che penso? diss’ella.

— No, risposi io, con la più perfetta ingenuità.

— Penso che vorrei esser uomo e rapirti in questa vettura, anzichè

esser donna e salirvi, anche per raggiungere l’erede della corona

d’Inghilterra.

Poi, prendendo uno scudiscio nel cui manico era incastonato un

magnifico smeraldo:

— Addio, diss’ella; farò ritorno il più presto possibile, sii

tranquilla: frattanto ti lascio padrona di casa.

E si allontanò rapidamente, frustando il suo stivale e facendo risonare

gli speroni sul pavimento.

La finestra guardava sulla strada: corsi a quella per vedere ancora

miss Arabella: ella saltò leggera nel calesse tirato da quattro

cavalli, levò il capo, mi vide, portò la mano alle labbra e la stese

verso me.

I postiglioni fecero scoppiettare le fruste e la vettura partì al

galoppo.

Restai sola in quella camera tepida e profumata, ove era impossibile

pensare ad altro che alla ricchezza, all’amore, ed alla voluttà. Vi

restai un’ora ad assorbire quella molle atmosfera, che faceva Baia

tanto pericolosa alla virtù delle matrone romane. Quanto era diversa

dall’atmosfera dolce ed intelligente che mi avea confortata nella

casa di Leicester Square, dall’atmosfera aspra e mercantile che avevo

spirata nel magazzino del signor Plowden, da quella, infine, puritana e

rigida dalla casa del signor Hawarden padre!

— Ti lascio padrone della casa, mi avea detto miss Arabella partendo.

— Perchè, come, e con quale diritto aveva io conquistato un tanto

favore?

Eppure, qualunque fosse il motivo cui lo doveva, era questo potere

reale: me ne avvidi dal modo con cui la cameriera mi chiese se avevo

nulla ad ordinarle.

Comandare io! io che fino a quel momento avea sempre ricevuti comandi.

Debbo dirlo, ebbi sempre il sentimento della mia umiltà. In certe ore

d’ebbrezza obbliai forse qualche volta il punto da cui era partita: ma

appena mi ritrovava sola con me stessa, sentivami piuttosto disposta

a rampognar la fortuna dei suoi doni, i quali pareano elevarmi solo

per far più profonda la mia caduta, anzichè a ringraziarla di questo

innalzamento, che io sentiva per istinto essere un errore della

Provvidenza.

Risposi che se mistress Northon volea farmi il piacere di pranzar meco

e d’accompagnarmi al teatro, gliene sarei riconoscente.

Mistress Northon non chiedeva di meglio: era una buona fortuna per essa

andare in teatro: mi chiese quale preferissi: io non ne conosceva che

uno, Drury Lane.

Recitavasi Macbeth: era il trionfo di mistress Siddons.

Questa volta le mie impressioni furono ben diverse dalla prima: scorsi

tutte le fasi del terrore. Ai doni di dolcezza e di leggiadria, che

mancavano a mistress Siddons nella parte di Giulietta, supplivano

le doti opposte in quella di Lady Macbeth: l’energia della voce,

l’inflessibilità della fisonomia, davano alle ambiziose aspirazioni di

quell’anima ferrea una perfezione nel dire, che giungeva al sublime.

Nella scena, in cui spinge Macbeth al delitto, nell’altra, ove rincora

il suo sposo minacciato dall’ombra di Banco, in quella, infine, nella

quale affranta nel sonno più dal crollare del suo potere, che dal

rimorso, in veste da notte, cogli occhi aperti ma senza sguardo, con

voce ansante ma senza suono, dà, addormentata, spettacoli di quei

terrori notturni che perseguono l’assassino, ella era d’uno splendore

cui non vidi mai alcun’altra raggiungere. Tornai a casa forse più

sorpresa ancora della prima volta, ma meno commossa, meno intenerita;

ammirai, ma non piansi: sentiva di aver assistito ad una cosa d’arte,

mentre dopo Giulietta e Romeo m’era sembrato prender parte ad una scena

della natura.

Entrai fremente nel mio appartamento e sotto l’impressione di quel

che aveva veduto, volli provarmi, come la prima sera, in cui il

signor Hawarden mi condusse in teatro, a riprodurre ciò che aveva

ascoltato, ma mi avvidi tosto che nè la mia fisionomia, nè la mia voce

si prestavano ai sentimenti terribili: la mia voce era troppo dolce,

la mia fisionomia troppo tenera e troppo giovanile: risi di me stessa

vedendomi incapace a ripetere que’ tetri accenti e quelle irresistibili

tentazioni che fanno dire a Macbeth:

_... Bring forth men-children only,_

_For the undaunted mettle should compose_

_Nothing but males!.........[2]_

Mio malgrado io cadeva nelle dolci e amorose inflessioni di voce, che

facevanmi credere di aver trovato nuovi ed incogniti accenti nella

parte di Giulietta: la mia fisionomia accordavasi allora per eccellenza

coll’armonica solfa delle mie parole: sentiva infine che mi sarebbe

impossibile, per quanto facessi, innalzar meco fino al trono un

Macbeth qualunque, ma che colla sola parola, col solo sguardo, col solo

sorriso, trascinerei il più ribelle dei Romei nella mia tomba.

E mi vedeva allora passare dinanzi agli occhi tutta quella scena

ammaliante del ballo, ove, senza quasi parlarsi, i due giovani si danno

l’uno all’altro, in modo che, all’uscir di Romeo, Giulietta, sentendo

il suo cuore involarsi con lui, esclama spingendogli dietro la sua

nutrice:

Va, chiedi il nome suo. — S’egli è già sposo,

Sarà mio letto nuzïal la tomba!

E ripetevo queste parole con tutta l’anima e tutta la passione

ond’era capace il mio cuore, quando mi parve udire a chiamarmi nel

giardino appiè della finestra, non col mio nome d’Emma, ma con quel di

Giulietta.

Era un errore della mia immaginazione, una sorpresa de’ miei sensi? Era

io entrata sì addentro del sogno da incontrarvi la realtà? Mi appressai

leggermente al balcone, l’apersi, e dolce come un alito di brezza, una

voce ripetè:

— Giulietta, Giulietta!

Romeo era trovato; Romeo era appiè della finestra: ma, chi era egli?

Memorie di Emma Lyonna, vol. 1/8 · 第 27 / 33 题