Il mio appartamento componevasi di tre belle camerette che guardavano
sul giardino: avevano l’altezza dei mezzanini comuni. Il balcone di
quella del mezzo, tutto ricoperto di edera e di vite, prolungavasi
a mo’ di terrazzo dinanzi alle finestre delle altre stanze, sotto a
grandi alberi verdeggianti e frondosi.
La vista di questo poggiuolo fe’ balzarmi il cuore di gioia: mi ricordò
la decorazione del secondo atto di Giulietta e Romeo: a mezzanotte,
al chiaror della luna, con un accappatoio bianco, affacciata a questo
balcone, nulla m’impediva di credermi Giulietta: non mancavami che un
Romeo.
Appena mi vidi sola, pensai al nuovo mutamento fattosi nella mia
vita, alla fatalità che mi spingeva, ed all’avvenire verso cui era
trascinata. Certo, un volere più forte del mio disponeva della mia
esistenza, senza lasciarmi tempo di resistergli.
Dapprima, un inaspettato sussidio del conte di Halifax mi toglie
all’umile mia posizione ed alla mia ignoranza natía, per darmi un
principio d’educazione più nocivo forse che utile; poi, questo soccorso
mi manca, e il destino mi spinge in seno ad una buona ed onesta
famiglia puritana, ove credo per qualche tempo fissata la mia vita,
quando lo inaspettato incontro di Amy Strog, non crea, ma sviluppa con
tal forza nel mio spirito nuovi progetti, che tento invano resistere
alla mano che mi trascina, e vengo a Londra rispondendo all’appello
d’una donna sconosciuta. La Provvidenza, che degna abbassare il
suo sguardo infino a me, svia questa donna dal mio sentiero, e
trovo, in luogo suo, un uomo dal cuore nobile, una donna dall’animo
compassionevole e dolce; per essi io m’innalzo in un momento dallo
stato di straniera a quello d’amica. Mi si cerca, mi si trova un posto,
tanto più alto di quello ch’io occupava presso il signor Hawarden
padre, quanto questo era già superiore alla mia prima posizione presso
madama Davison. Da guardiana di montoni giungo ad essere damigella di
fiducia d’uno dei più ricchi gioiellieri di Londra, e qui, la fatalità
cui ho sfuggito, mi ritrova, mi avvinghia di nuovo, e mi getta, senza
che io abbia il tempo d’accorgemene, in quella via tortuosa della quale
il signor Hawarden mi ha fatto una così triste pittura.
Che fare?
È ancor tempo: correre dal signor Hawarden, fuggendo questa casa
perduta; dirgli tutto, confessargli tutto, anche il mio desiderio di
farmi attrice; pormi sotto la di lui protezione e dirgli: — Eccomi,
salvatemi, salvatemi; e ciò prima che trascorra la notte, chè decorsa
una notte sulla mia assenza, tutto è perduto.
O restare; lasciar la navicella, seguire il corso dell’acqua che la
trascina, senza pilota e senza governale, in mezzo alle onde ed ai
turbini che la spingono all’Oceano, vale a dire all’ignoto, forse al
meraviglioso Cattai di Marco Polo, ma forse ancora ai geli del Polo.
Ma qual differenza fra la vita di questa donna che ha magnifici
cavalli, splendide vetture, lacchè riccamente vestiti, un sontuoso
palazzo, gemme a profusione e un amante cui dice: — Entrate, mio
caro principe, io vi attendo, e l’esistenza di questa povera figlia
di banco, che si alza alle otto del mattino, passa le sue giornate
a toccar fregi, di cui le sue mani non serbano che l’impronta, e
gli occhi il riflesso; che si corica alle dieci, non osando neppure
declamare qualche verso di Shakespeare nella sua camera, per tema che i
vicini se ne lagnino ed il suo padrone le chieda se parla dormendo.
Oh mio Dio, Signore! Sante sono quelle che hanno la forza di resistere
al torrente, ma degne di scusa, nella posizione che le leggi umane
lor fanno in società, scusabili assai, o mio Dio, sono quelle che si
lascian da esso trascinare!
Oimè! io fui di queste! La sera trascorse: venne la notte senza che
io avessi il coraggio di nulla decidere: avrei almeno dovuto scrivere
al signor Hawarden; avrei dovuto dirgli di baciare per me i piedi
della sua degna consorte: non solo mi rifugiai da lui, non solo non
gli scrissi, ma, vergognosa di rivederlo, evitai il suo incontro, e
sentendo che il ricordo stesso di lui m’era un rimorso, mi studiai a
dimenticarlo, e non potendo riuscirvi, tentai almeno sbalordirmi.
Fu la mia seconda ingratitudine!
Eppure mancò ben poco che non facessi tutto all’opposto: voleva
scrivergli: entrai in un piccolo gabinetto ove avea visto uno
scrittoio, nel quale sperava trovare l’occorrente: ma non vi rinvenni
altro che un libro: machinalmente lo apersi e vi lessi: Clarice
Harlowe.
Non sapevo che fosse un romanzo, come ignoravo, venendo a Londra, quel
che fosse teatro. Apersi il libro, o piuttosto schiusi una nuova porta
in quell’incognito e fantastico mondo, nel quale ero entrata il giorno,
in cui il sipario d’un teatro s’era alzato dinanzi ai miei occhi.
Questo romanzo, che assicurasi scritto con uno scopo morale, produsse
in me un effetto opposto d’assai a quello propostosi dall’autore.
Lovelace invece di apparirmi un infame seduttore, mi parve un
gentiluomo seducente. Invidiai le sventure di Clarice Harlowe a prezzo
della felicità ch’ella aveva avuta in amore; e mi sentii presta ad
arrischiare gli stessi suoi casi, a cimento di cadere nelle stesse
avversità.
Dall’istante in cui il libro mi cadde fra mani, dall’istante in cui
l’ebbi aperto, non pensai più nè a scrivere al signor Hawarden, nè a
tornare dal signor Plowden. La fata mi avea tocca di nuovo colla sua
magica verga, ed io non mi apparteneva più.
Mistress Northon venne a chiedermi se voleva discendere per bere il
thè, e mi trovò assorta nella mia lettura. Le chiesi se era un ordine
di miss Arabella, o un invito di lei mistress Northon; ella mi rispose
che miss Arabella avea gente nel suo appartamento, e probabilmente
non pensava a me. La pregai allora a mandarmi in camera il thè ed i
sandwich, che comporrebbero la mia merenda e la mia cena, e a lasciarmi
alla mia lettura.
Un momento dopo, senza che il suo entrare ed uscire mi facessero alzar
gli occhi dal libro, udii il lacchè portarmi quel che avevo richiesto:
gli feci segno di porre il tutto sopra un tavolo e d’andarsene.
Siccome ei non chiedeva probabilmente meglio che di non servirmi,
obbedì tosto.
Chiusi la porta quasi temessi di venir disturbata.
Obliai il thè, mistress Northon, miss Arabella, il mondo intero: ero
divenuta Clarice Harlowe, come prima mi sentivo Giulietta.
Ma due o tre ore dopo una tanto ostinata lettura, si fe’ tale un caos
nella mia mente, il sangue mi affluì con forza tale al cervello, che
provai imperioso il bisogno di prender aria.
Apersi la finestra e andai a sedermi sopra uno degli scanni di pietra
del poggiuolo.
Era una bella notte d’estate: una di quelle notti che Shakespeare
scelse a popolare d’uno dei suoi sogni.
Il chiaror della luna, adombrato dagli alberi del giardino, marezzava
il verde tappeto delle zolle e l’acqua tranquilla della fontana: il
rosignuolo di Giulietta cantava in un cespuglio. Era una dì quelle
notti che più inebbrianti del sole più ardente, maturano l’amore in un
vergine cuore.
A traverso le seriche cortine, vedevansi le finestre dell’appartamento
di miss Arabella, splendidamente illuminato: udivansi gli accordi di
un’arpa e il suono indistinto d’una voce di donna.
Non avevo mai udito l’armonia delle corde del divino istrumento: quelle
vibrazioni quasi soffocate dall’ostacolo che loro impediva di giungere
fino a me, avevano un’infinita dolcezza: l’arte e la natura si univano
per dare un concerto ai miei sogni: era il rosignuolo di Giulietta, era
l’arpa di Clarice che dicevanmi ad una volta: Tutto ama; noi abbiamo
amato; ama tu pure.
Tutt’a un tratto spalancossi una finestra e una parte del giardino ne
rimase illuminata, lasciando me nell’ombra, di modo ch’io poteva veder
non vista. Vi si affacciò una donna, quella donna era miss Arabella.
Mi mossi per ritirarmi, ma comprendendo che io non poteva essere
scorta, rimasi al mio posto.
Colla luce un soave profumo si sparse al di fuori. Sentii quindi una
voce domandare.
— Dove siete, Arabella?
— Qui, monsignore, rispose miss Arabella.
— Che andate voi facendo alla finestra, mia diletta regina?
— Bruciavo e cerco un refrigerio.
Dietro a lei comparve allora un leggiadro giovanetto, un ragazzo quasi,
e venne ad appoggiarsi coi gomiti sul davanzale; la testa dell’una
era sì vicina a quella dell’altro, che i capelli ondeggianti di miss
Arabella celavano mezzo il volto del ragazzo, confondendosi coi di lui
biondi ricci.
Il giovanetto altri non era, se non il principe di Galles, che fu di
poi re Giorgio IV.
Ei presele con ambe le mani i capelli, e li baciò appassionatamente.
Porgevo attenta l’orecchio per sentir quel che si dicessero; ma
parlavano tanto piano, che le parole loro non giungevano sino a me;
udii soltanto lo scoccar di uno o due baci, quindi il giovane cinse
colle braccia la vita di miss Arabella e la condusse nelle stanze.
La finestra si chiuse, le cortine furono calate; l’amorosa e poetica
apparizione era svanita lasciandomi immersa in un languore fin allora a
me del tutto ignoto.
L’usignuolo seguitava a cantare, ma gli accordi dell’arpa erano
dismessi.
Mi sovvenni della seconda scena di amore fra Giulietta e Romeo, e
parevami di aver impressi in cuore accenti ancor più dolci di quelli
ch’avevanmi colpito al teatro; pure esitai, sebbene sentissi il bisogno
di sfogarmi con quella ammirabile poesia di Shakespeare. Non sapeva
risolvermi a turbare questo silenzio, rotto soltanto dai gorgheggi
dell’usignuolo, e dall’ineffabile rumore, che nelle trasparenti tenebre
delle notti di estate rassomiglia al batter delle ali di Oberon e
Titania.
Eppure, mio malgrado, tanta era in me la piena degli affetti, che
proruppi in questo primo verso:
Partir già vuoi? Non viene il giorno ancora.
Poi, tremante, mi guardai attorno; era ben sola, e d’una voce più
accentata continuai:
Fu l’usignuol, non già la lodoletta,
Ch’or ti feriva il timoroso orecchio:
Là sovra il melograno, ad ogni notte,
Ei se’n viene a cantar. Credilo, o caro,
Fu l’usignuol.
Mi fermai ansante, mi parve d’aver udito il rumore d’una finestra che
s’apriva dalla parte del giardino.
Guardai dalla parte che supponeva venuto il rumore; ma non vidi niente:
tutto era calmo, tutto sembrava solitario. Avea provato un immenso
piacere a sentire il suono della mia voce, e continuai, rispondendo per
l’assente Romeo:
La lodoletta ell’era,
La nunzia del mattin, non l’usignuolo:
Vedi, amor mio, di striscia invida ortale
Le sparse nubi là nell’orïente:
Le notturne facelle omai consunte,
Ve’ il giocondo mattin, che coll’estremo
Piè tocca i monti nebulosi! — È forza
Ch’io parta e viva, ovver rimanga e muoia.
Superato questo primo timore, inebriata dalla melodia della mia voce,
proseguii a declamare, con tutta la maggior espressione possibile, la
scena fino alla fine. Venne il mio turno e con tutta l’anima mia, come
se Romeo fosse stato presente per intendermi, o come se avessi avuto
qual spettatore un pubblico per applaudirmi, risposi:
Quello splendor, ben io lo so, ben io,
L’alba non è; ma qualche eterea sfera
Dal sole uscita a rischiararti in questa
Notte, qual face, a Mantova il cammino.
Deh, resta! di partir non anco è l’ora.
Mi sembrava di non aver sentito abbastanza passione in quest’ultimo
verso, e quindi lo ripetei con forza.
Questa volta fui contenta di me; mi parea di aver fatto vibrare tutte
le corde del mio cuore nelle tre parole: Ti amo tanto!
Indi, rimpiazzando Romeo, risposi a me stessa:
Colganmi pur, mi traggan pure a morte;
Pago son io, se così vuoi tu stessa.
Quel barlume non è, dirollo anch’io,
L’occhio dell’alba; è il pallido chiarore
Della fronte di Cinzia. Oh! non è quella
L’allodola che leva il canto arguto
Sui nostri campi, e ne rïempie il cielo.
Più di restar che di partirmi ho brama. —
Vieni, o morte, e sarai la benvenuta:
Giulietta così vuole. — Anima mia,
Che hai tu? Parliamo ancor, non è il mattino.
Mi ricordai quanto era stata bella madama Siddons in questo momento,
cioè quando, conoscendo ch’ella s’inganna, s’avvede in qual pericolo il
suo errore, o piuttosto il suo amore, ha trascinato il suo amante, ed
esclamai d’una voce non meno vibrante di terrore della sua:
È il mattino, è il mattin! fuggi, t’affretta!
L’allodola quest’è, che in tuon discorde
Sforza aspre note e disgustosi trilli.
E dicon, che può far metri soavi:
Ah no! che di partirci ora non teme.
Dicon che dessa e il sozzo rospo han fatto
Scambio d’occhi fra lor: perchè del paro
Non iscambiâr la voce? È questa voce
Che ne sgomenta, e braccio svelle a braccio,
E te spinge di fuor col suo saluto
Intempestivo al dì. — Pártiti, vanne:
Splendida più e più la luce avanza.
Non appena ebbi detto quest’ultimo verso con tutta quell’espressione
ond’io era capace, una voce gridò: Brava! e risuonarono applausi dalla
parte ove erami sembrato sentir aprire una finestra.
Misi un grido, rientrai nella stanza, chiusi la finestra, e tutta
tremante mi gettai su di un divano.
Erami creduta sola ma m’ingannava, qualcuno stava ad ascoltarmi,
e chi? Un giovane certamente. La fresca voce ed argentina faceami
così supporre. Gli applausi poi avean seguitato anche dopo che io
ebbi chiusa la finestra, sarebbesi detto che, come al teatro, si
raddoppiavano gli applausi per far ricomparir un’artista che avea
esordito in tali strane condizioni.
Ma benchè turbata, il mio turbamento era pieno di dolcezza.
Tutte queste minuzie parranno forse puerili a chi le leggerà,
eppure come dovrei cercare di impetrar perdono alla mia caduta, se
non mostrassi quanto ripida fosse la discesa giù per la quale io
precipitava?