LA PRIMA DISGRAZIA

M'era caduta addosso quasi colla vita, la mia prima disgrazia, e da quel

giorno fummo inseparabili, immedesimati l'uno coll'altra; io ero essa ed

essa era me; mi chiamavo Eustacchio.

Eppure passarono degli anni assai, prima che m'accorgessi che quella era

una disgrazia.

La mia mamma era vedova, ed aveva un negozietto di droghe a Fossano. Io

passavo le giornate sullo scalino della bottega, mentre la mamma

accartocciava caffè e zucchero con tanta arte, che si sarebbe detto che

quello zucchero e quel caffè fossero nati in quei cartocci come frutti

nella buccia.

Venivano i figliuoli dei vicini a trastullarsi con me; e, naturalmente,

si giocava alla bottega. Due pezzi di carta appesi ad un bastoncino con

tre fili di refe, facevano da bilancia; un po' di terriccio, sassolini e

mattone pesto, costituivano il fondo di negozio.

— Mi dia un'oncia di caffè, diceva il ragazzo che rappresentava

l'avventore; e lo diceva gongolando e frenando a stento le risa come se

fosse la cosa più umoristica del mondo.

Ed io, che, come proprietario dello scalino di bottega su cui si

giocava, avevo sempre la più bella parte, che è quella del bottegaio, mi

affrettavo a mettere un po' di terriccio sulla bilancia di carta, poi ad

accartocciarlo studiando i movimenti simultanei delle mani, che col

pollice e l'indice tengono uniti i due capi della carta ai lati, e col

medio ripiegano gli orli, salendo man mano, e restringendo sempre.

Tratto tratto la mamma mi chiamava per presentarmi a qualche sua

cliente, la quale mi trovava sempre cresciuto.... uno sproposito! e mi

domandava quasi invariabilmente:

— Come ti chiami?

Io stavo zitto e cercavo di tornare al gioco. — Ma la mamma andava

superba della mia intelligenza precoce, ed insisteva:

— Via, rispondi. Di' alla signora come ti chiami.

— Tacco Locci! Rispondevo un po' per ubbidienza un po' per vanità di

sentirmi lodare. Ed infatti erano esclamazioni ammirative da non finir

più:

— Carino! Come parla bene! Che cosa ha detto?

Eustacchio Rossi, chiosava mia madre insuperbita da quel successo. Lui

dice Tacco per dire Eustacchio.

— Oh caro! Quant'è caro! Che intelligenza! Quanti anni ha?

— Ne ha tre; ne ha quattro, ne ha cinque; ne ha sei; rispondeva la mamma

crescendo d'anno in anno, finchè arrivò a dire:

— Ne avrà presto sette.

Ma la mia intelligenza e l'ammirazione delle vicine erano sempre le

stesse. Intanto la mamma aveva cominciato per vezzo a chiamarmi Tacco

come dicevo io, poi aveva fatto il diminutivo Tacchino, ed era diventato

un nomignolo di famiglia, dato e ricevuto come una carezza.

* * *

Fu soltanto il primo giorno che andai a scuola, che mi accorsi che quel

diminutivo vezzeggiativo era ridicolo.

Dopo avermi raccomandato lunghissimamente alla maestra, la mamma se ne

andò dicendomi:

— E stai buono, sai Tacchino?

— Oh! oh! oh! Tacchino! s'udì susurrare sui banchi, si chiama Tacchino!

— Chi?

— Il ragazzo nuovo.

— Come si chiama?

— Tacchino.

— Ah! ah! ah! Tacchino!

— Oh! oh! oh! Tacchino!

E tutti a ghignare guardandomi; e man mano che passavo loro accanto per

andare al posto che m'era assegnato, facevano _glu... glu... glu...

glu..._ E daccapo a ridere.

Io non sapevo cosa volesse dire quella specie di gorgoglio, come se

gargarizzassero; ma alla lunga capii che credevano d'imitare il grido

del tacchino quando fa la ruota.

E questo durò per tutti gli anni di scuola.

Io cercavo di nominarmi spesso per poter dire il mio nome senza

diminutivo. Ma che! L'avevano udito una volta; non potei più

liberarmene.

Finii per fare l'abitudine a quegli scherzi, che erano poi sempre gli

stessi, ma la scuola mi venne in uggia. La mamma trovava quelle burle

insistenti, estremamente sciocche; ed infatti ripensandoci ora, non

capisco come potessero alimentare per tanto tempo l'ilarità di quei

monelli. Ma generalmente gli scherzi che divertono i ragazzi non sono

più sensati di così.

* * *

A quattordici anni mi sentii abbastanza forte e testardo per far fronte

a tutte le obbiezioni della mamma, e ribellarmi risolutamente alla

scuola. Del resto avevo in mio favore un argomento irresistibile: non

imparavo nulla.

Mi posi al banco nella mia bottega; firmai parecchie ricevute col mio

bravo nome tutto intero, feci perdere a mia madre il vezzo di chiamarmi

Tacchino, gli avventori presero l'abitudine di dirmi signor Eustacchio;

e mi credetti salvato dal ridicolo.

Furono buoni anni quelli. Nella mia bottega ero una potenza; ero

padrone; e non avevo altra fatica fuorchè quella di accartocciare,

pesare, contar denari e dire paroline inzuccherate alle servotte

giovani, ed anche a quelle che non lo erano più tanto.

Ma _cosa bella e mortal passa e non dura_. Il vecchio garzone patentato

che avevamo in negozio morì. Non era lui la _cosa bella_; ma la mia vita

beata, che fu interrotta da quell'incidente funebre. Non potevo

continuar a tener bottega aperta senza procurarmi una patente da

droghiere; oppure un altro garzone patentato. Ma questo mi sarebbe

riescito dispendioso ed umiliante.

Decisi di prendere gli esami io stesso. Non si richiedevano studi molto

profondi, ma sufficienti per turbare la mia pace, e farmi svaporare quel

poco cervello che avevo.

Si fece venire interinalmente un garzone patentato per rappresentarmi in

bottega, ed io partii per Torino.

* * *

Affittai una camera mobigliata al quarto piano, in una gran casa sotto i

portici della Cernaia; e mi affrettai a prenderne possesso appiccicando

all'uscio un cartellino su cui avevo scritto: E. Rossi.

Sul pianerottolo c'era un altro uscio proprio di contro al mio, e ci

abitava una sarta. La mia unica finestra verso il cortile, era in faccia

alla finestra del laboratorio.

Io ci guardavo dentro. C'era un gran paniere di vimini, pieno di stoffe

e ritagli d'ogni colore, e di abiti in via d'esecuzione, intorno a cui

cucivano, sedute in giro, cinque ragazze dai quindici ai diciotto anni.

Avevo diciotto anni io pure; e sapevo che gli studenti a Torino

trovavano delle avventure. Dacchè ero a Torino per prepararmi ad un

esame e pigliare una patente, mi consideravo uno studente anch'io, ed

aspettavo le avventure. Sentii vagamente che per me dovevano cominciare

da quel laboratorio; e non fui malcontento di quella persuasione.

Dal bel primo giorno passai subito tutto il mio tempo alla finestra per

attirare l'attenzione, e non mi riuscì difficile.

Era un gruppo irrequieto, garrulo, giocondo, come una nidiata di

passeri.

I primi a volgersi dalla mia parte furono due occhietti furbi, neri come

il nerofumo che avevo in bottega, lucenti come la lampada a petrolio del

mio banco; due occhietti che ridevano senza bisogno d'averne un

pretesto. Una parolina susurrata e due colpetti di gomito a destra ed a

sinistra, fecero alzare due grandi occhioni fieri e terribili, e due

occhi azzurri come due pallottole d'indaco per la biancheria.

Le altre due fanciulle che compivano il circolo intorno al cesto,

volgevano il dorso alla finestra, e per guardarmi dovettero torcere il

collo e volgere lo sguardo indietro, ed io vidi i loro occhi soltanto di

sbieco, e mi parvero loschi.

Stavo là ritto, impalato, lasciandomi ammirare.

La mattina seguente mi parve che ci conoscessimo un po' di più, dacchè

c'era il precedente delle occhiate del giorno innanzi.

Mi credetti in diritto di fare un saluto, e mi si rispose con un

cinguettìo sommesso fra le cinque testine raggruppate, con uno

scoppiettìo di risate mal represse, con una serie di occhiatine furtive,

maligne, rapidissime.

Quell'armeggio durò una settimana. La nostra muta conoscenza si andava

facendo sempre più intima; ci sorridevamo in faccia; appena comparivo

alla finestra i dieci occhi brillavano come dieci becchi di gaz; ed io

aspettavo ansiosamente la prima avventura che non poteva tardare.

* * *

La sera del sabato udii sul pianerottolo una vocina giuliva che

chiamava:

— Signor Enrico!

Provai una fitta al cuore. Era la voce della bella fanciulla dagli

occhietti nerofumo; quella che m'aveva guardato per la prima, e che

udivo cicalare tutto il giorno nel laboratorio in faccia.

E chiamava un altro sulla scala. Chi poteva essere? Stetti a sentire, e

dopo un minuto la udii chiamare daccapo:

— Signor Eugenio!

Un altro ancora! Ed io che aspettavo l'avventura da lei?

Era quella che mi piaceva di più... Ed invece dovrei accontentarmi della

bionda dagli occhi come pallottole d'indaco.

— Signor Emilio! riprese la fanciulla.

Un terzo!

— Signor Ercole!

— Misericordia! esclamai. Si chiaman legione.

— Signor Ernesto! Signor Ernesto! gridò ancora; e questa volta picchiò

al mio uscio.

Ma non poteva rivolgersi a me. Non mi chiamavo Ernesto.

Stetti zitto, ma il cuore mi batteva come il pestello di sasso nel mio

mortaio da caffè.

— Signor Ernesto! Signor Ernesto! chiamò daccapo picchiando più forte.

Non c'era più dubbio; l'aveva con me. M'affrettai ad aprire.

Era proprio lei che rideva colla bocca, cogli occhi, con tutto il viso.

— Misericordia! mi disse, quanto mi ha fatto chiamare! È sordo? Mi si è

spento il lume.

Corsi a prendere il mio per riaccenderglielo ed intanto risposi:

— No, non sono sordo, la udivo benissimo. Ma non sapevo che chiamasse

me. Non ho nome Ernesto!

— Che ne so io? C'è soltanto un E sul suo uscio. Ho chiamato tutti i

nomi in E che mi sono venuti in mente.

— Ma non ha chiamato il mio.

— Come ha nome allora? Ettore?

— No.

— Edoardo?

— No.

— Oh Dio? Ma come ha nome? dica?

— Eustacchio.

— Eu...?

— Stac-chio.

— Ah! ah! ah! ah! ah! ah! E giù dalla scala sghignazzando come una

matta. Credo che rida ancora.

* * *

Rimasi intontito.

Non bastava il nomignolo che mi aveva avvelenati gli anni di scuola?

Anche il mio nome pronunciato con tutta serietà faceva ridere? Dovevo

ricominciare a tribolare per quel disgraziato nome? Come aveva fatto ad

invecchiare quel balordo zio materno che mi aveva legata col battesimo

quella funesta eredità? Udivo ancora echeggiare le risate di quella

ragazza. Ero ridicolo anche per lei, per tutti!

La mattina seguente mi accostai alla finestra pian piano, in punta di

piedi, peritante, intimidito come un cane scottato. Ma non arrivai

neppure ad affacciarmi. Le cinque bocche rosate si spalancarono ad un

coro di risate sonore, ed i dieci occhi scintillanti mi trafissero come

dieci lame d'acciaio.

Dal fondo della mia camera le udivo sghignazzare ripetendo il mio nome.

— Eu-stacchio. Ah! ah! ah!

Se dovevano esser queste le mie avventure, pensai che non valeva la pena

di desiderarle tanto!

E tuttavia, se non fosse stata quella miseria del nome l'avventura

sarebbe cominciata. Quella fanciulla era venuta a bussare al mio uscio

per farsi riaccendere il lume; ma il lume era un pretesto. Era venuta

per parlare con me; era stato il mio nome che l'aveva fatta fuggire.

Ah, se mi fossi chiamato Ernesto come diceva lei! Ernesto!

* * *

Era come se quel nome fosse fatto di pece o di trementina. Mi si era

appiccicato al cervello, e non potevo staccarmelo più. Avrei dati fin

gli scaffali della mia bottega per potermi ribattezzare.

Tentai ancora più volte di riaffacciarmi alla finestra; ma suscitai

sempre la stessa ilarità. Dovetti rinunciarvi.

Ad un tratto mi venne, improvvisa come se un amico me la susurrasse

all'orecchio, una idea luminosa.

— Perchè non potrei chiamarmi Ernesto? Chi me lo impedisce? C'è forse

qualcuno che ha acquistata la proprietà di quel nome? Posso pigliarla io

quanto un altro. A Torino nessuno sa che mi chiamo Eustacchio, fuorchè

quelle fanciulle. Che non mi vedano più, ed in un paio di giorni mi

avranno dimenticato, ed avranno trovato un altro argomento da

divertirsi...

Avevo preso in affitto la camera per una settimana. La mia pigione

scadeva appunto il giorno seguente. Invece di rinnovarla feci fagotto,

mandai un sospiro alla finestra del laboratorio, senza affacciarmi per

non udire quelle risate schernitrici, e via per Torino in cerca di un

altro alloggio.

Lo trovai in via Pio Quinto, all'altro capo della città. Mi presentai

sotto il nome di Ernesto, e posi il cartellino collo stesso nome

sull'uscio. Poi scrissi a mia madre che avevo conosciuto un altro

Eustacchio Rossi, e la pregai di dirigermi le sue lettere al nome di

Ernesto per evitare confusioni.

Quel nome mi portò fortuna. Nessuno mi derideva più. Ebbi quasi subito

un'avventura colla serva d'un salumaio sotto i portici di San Salvario.

Non era bella come la sartorina dagli occhietti lucenti, ma era meno

insolente. Mi voleva bene, mi trovava bello, e mi chiamava Ernesto.

Io glielo facevo ripetere cinquanta volte in un'ora. Non potevo saziarmi

d'udire quel nome che mi accarezzava l'orecchio e mi compensava di tutti

i dispiaceri che m'aveva dato quell'altro.

A poco a poco stando a Torino divenni elegante fino a farmi delle carte

da visita. Non facevo visite, veramente. Ma ne avevo data una alla mia

amante che l'aveva piantata nella cornice dello specchio, ne avevo

piantato un'altra nello specchio della mia camera, ed una sull'uscio al

posto del cartellino manoscritto.

Ormai nessuno poteva più negare che mi chiamassi Ernesto; era stampato.

Erano le mie carte da visita quelle. Il giovine del trattore dove andavo

a pranzare mi chiamava famigliarmente signor Ernesto; e mi faceva un

piacere...

Fu un anno felice. Ero completamente libero. Prendevo sempre l'alloggio

di settimana in settimana, e quando la mia servotta cambiava padrone, io

cambiavo di casa per andarle vicino.

Da via Pio Quinto andai in via Vanchiglia, poi in via Plana, poi in Dora

Grossa, poi d'un balzo fino in Borgo Nuovo. Ero perfettamente padrone di

fare a mio modo. Non avevo bisogno neppure di scriverlo alla mamma,

perchè aveva cominciato a mandarmi la prima lettera ferma in posta

aspettando il mio indirizzo, ed aveva poi continuato sempre cosí.

Ci volle un anno intero per prepararmi all'esame. Gli altri si

sbrigavano più presto; ma io non avevo un cervello vulcanico. Però

quell'anno era passato presto.

Stavo per avere la patente.

Poi sarei tornato a Fossano carico d'allori, avrei preso il mio posto di

padrone nella mia bottega, ed in quella circostanza gloriosa, non

disperavo che anche la mamma consentisse a chiamarmi Ernesto. Soltanto

non avrei potuto metterlo sull'insegna in causa della patente. Ah!

questa pur troppo non si poteva avere senza presentare quella

disgraziata fede di nascita!

* * *

La vigilia degli esami andando alla posta, trovai una lettera profumata

come una scatola di canfora; ma non aveva odore di canfora, e portava

tanto di cifra e di corona sulla busta.

Cosa poteva essere? Un'avventura con una corona! Doveva essere una

regina.

Ed io che m'ero andato a perdere con una serva! Cosa vuol dire esser

troppo modesti!

Tagliai la busta pian piano col temperino, per non guastare la corona

che volevo far vedere a Fossano, ed apersi la lettera.

Erano poche parole. Ma che parole, Santa Sindone... immacolata! che

parole! Sottili che si vedevano appena, e tutte cascanti come donnine

gentili che cadono in svenimento.

«Mio signore,» cominciava... Suo signore! Il cuore mi diede un tal balzo

che credetti vedermelo uscire dalla bocca.

«Sono una povera inferma...

— Ah! è per questo, pensai che le parole cadono svenute.

«Quando tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a portarle

il suo tributo d'ammirazione...

— Diamine! esclamai, io non ho ricevuto nulla! Dove l'hanno portato?

Forse all'indirizzo di via Pio Quinto. Ecco cosa si guadagna a cambiar

casa ad ogni momento. Bisognerà ch'io passi a vedere dal portinaio.

«... il loro tributo d'ammirazione, io, che sono condannata a starmene

in casa, dubito della giustizia di Dio.

«È un dubbio pericoloso per la mia anima cristiana; e dipende da lei il

togliermelo dal cuore, e restituirmi la fede. Vuole? Acquisterà merito

dinanzi a Dio. Basterà che mi provi che un po' di giustizia c'è sempre,

venendo questa sera a prendere un tè in casa mia perchè possa anch'io

conoscerla ed ammirare il suo ingegno. — Contessa Tale dei Tali. — Via

Tale, numero Tale.»

Era soltanto una contessa. Ma quasi lo preferivo. Una regina mi avrebbe

data un po' di soggezione.

* * *

Quel giorno avevo stabilito di ritirarmi in casa a ripassare i miei

studi per esser pronto l'indomani all'esame. Ma dopo quella lettera

capii che ne sapevo abbastanza. Del resto, avevo ben altro in testa che

gli studi in quel momento.

Erano già le undici e dovevo prepararmi per la sera ad andare dalla

contessa Tale dei Tali.

Scrissi subito una cartolina a mia madre, per sfogare la soddisfazione

immensa che mi gonfiava il cuore.

«Cara mamma. I miei studi sono compiuti gloriosamente; l'esito

dell'esame è più che sicuro; credo anzi che mi manderanno la banda

municipale per farmi onore, perchè pare che io abbia un ingegno

sorprendente. Tutti ne parlano; una contessa _di mia intima conoscenza_,

mi assicura che _tutta la parte intelligente e gentile di Torino corre a

portarmi il suo tributo d'ammirazione_. Io però non l'ho ancora ricevuto

in causa di uno sbaglio d'indirizzo; ma prima di partire ne farò ricerca

e te lo porterò.

«Domani coll'ultima corsa arriverò a Fossano colla patente. Annuncia ai

parenti ed amici la buona novella ed invitali a cena per festeggiarla.

«Tuo aff. figlio

«ERNESTO ROSSI

«Droghiere approvato.»

* * *

Ero sempre stato economo; lo ero per natura. Ma in quella circostanza

non era il caso di badare a miseria. La contessa m'invitava a prendere

il tè; bisognava renderle cortesia per cortesia.

Entrai da un droghiere e le feci mandare a casa una bella provvista di

caffè moka ed un pane di zucchero.

Poi, contento di me, pensai al modo di vestirmi per la sera.

Dovendo stare soltanto un anno a Torino, non mi ero provveduto di un

abito da serata; tanto più che avevo l'abitudine di passare le sere al

giardino della Stazione colla serva del salumaio, la quale non era

esigente sulla toeletta.

Ma ero sicuro che non si poteva andare da una contessa senza avere

l'abito a coda di rondine, i calzoni neri, la cravatta bianca.

Era una spesa enorme. Ma in quel momento non badavo più a spese; avrei

ipotecata la mia bottega, avrei messo sul lastrico me e mia madre per

non sfigurare.

Andai dai fratelli Bocconi e comperai tutto il vestiario, perfino le

scarpe lucide. La stoffa era ordinaria; poichè doveva servire soltanto

una volta, non metteva conto che durasse. Ma tutto era nuovo fiammante;

e tutto stretto stretto; le contesse amano gli uomini magri come croci,

ed io avevo una salute... oh, ma una salute, che mi arrotondava tutto

dai piedi al cervello.

Spesi ottanta lire. Uno spropositone! Ma infine tutti fanno qualche

pazzia in gioventù; e, d'altra parte, quel vestiario poteva ancora

servirmi quando avrei preso moglie.

* * *

La sera quando entrai nell'anticamera della contessa, così ben chiuso

ne' miei abiti che stentavo ad alzare le braccia per togliermi il

cappello, non erano ancora le sette.

— La signora è a pranzo, mi disse il servitore.

— Non importa, risposi. Ditele che son io. M'ha invitato pel tè; mi

aspetta.

Egli mi guardò ben bene dalla testa ai piedi. Forse non aveva mai visto

nessuno così ben vestito. Poi riprese:

— Ma è molto presto.

Io sorrisi della sua ingenuità. Egli non sapeva con che ansietà mi

aspettasse quella povera dama, che dubitava persino della giustizia di

Dio per causa mia.

— Se potesse tornare più tardi... soggiunse.

— No, no. Lasciate pure che pranzi con comodo. L'aspetterò. E mi posi a

sedere in un angolo dell'anticamera dicendo:

— Quando avrà finito mi riceverà.

— Chi dovrò annunciare? domandò il servitore avviandosi per uscire.

— Ernesto Rossi.

Egli si fermò di botto, poi tornò indietro e mi disse con premura:

— Scusi. Può aspettare in sala. Favorisca.

Ed aprendo i due battenti della porta di contro, s'inchinò per lasciarmi

passare in una sala tutta piena di fiori e di specchi, con un tappeto su

cui si camminava senza rumore come fanno i fantasmi.

— Anche i servitori sanno il mio nome e mi ammirano, pensai; ed andai a

contemplare in uno specchio la mia persona divenuta celebre.

* * *

Quello specchio era un uscio, ed era socchiuso. Dall'altro lato si udiva

tratto tratto il leggerissimo tinnire d'un bicchiere, d'una posata, d'un

piatto, subito represso. Doveva essere la sala da pranzo. I signori

usano pranzare pian piano come se avessero paura di venir sorpresi.

— E così? domandò una voce d'uomo.

— E così, rispose una vocina di donna, gli ho scritto, e l'ho invitato

per questa sera al nostro tè.

Capii che parlavano di me, e stetti a sentire coll'orecchio all'uscio.

— È una pazzia, Emma. Un'imprudenza. Ti crederà una donna leggera,

ripigliò l'uomo.

E la vocina graziosa:

— Ma che! Non è un vanerello. Tutti mi parlano di lui, del suo ingegno;

io non posso andarlo a sentire, e mi struggo di curiosità. Era naturale

che lo invitassi a farmi una visita. Di sera poi, in pubblico, presente

mio marito, perchè spero che ti fermerai in casa... Via, che male ci

trovi?

— Trovo che metti troppo entusiasmo nella tua curiosità. Questa sera

sarò io che mi chiamerò Otello.

Questa mi parve curiosa che per ricevermi volesse cambiar nome anche

lui. Del resto se gli piaceva di chiamarsi Otello, era un'idea come

un'altra; ma non potevo a meno di ridere al pensiero delle disgrazie che

gli tirerebbe addosso quel nome, più strampalato del mio Eustacchio.

In quella entrò il servitore e disse:

— Il signor Ernesto Rossi aspetta in sala.

S'udì un susurrìo sommesso, poi un rumore di sedie.

Io mi allontanai in fretta dall'uscio; e quasi subito il servitore lo

aprì, e vidi entrare la contessa, piccolina e pallida, che zoppicava

leggermente e si reggeva al braccio del marito.

* * *

Io mi feci innanzi, stendendole la mano quant'era larga, e le dissi:

— Sono venuto un po' presto! ma so che, _aspettare e non venire è una

cosa da morire_, e non ho voluto farla aspettare.

Invece di rispondermi la contessa guardò suo marito tutta confusa come

se non avesse capito.

Egli si mise a ridere, forse della semplicità di sua moglie, poi mi

disse:

— Perdoni. Non abbiamo il bene di conoscerla...

— Ernesto Rossi, risposi. La signora mi ha scritto...

— Ernesto Rossi il tragico? interruppe guardandomi nel bianco degli

occhi come se volesse cavarmeli.

— Nossignore, io non sono tragico. Ho sempre avuto un carattere mite.

— Ma cosa fa? Cos'è?

— Sono studente.

La contessa si mise a ridere come se non l'avesse saputo. Poi mordendosi

le labbra per star seria domandò:

— Studente di legge?

— Nossignora.

— Di matematica?

— Nossignora.

— Di medicina?

— Nossignora.

— Ma studente di che cosa?

— Studente droghiere.

Fu come se le avessi sparato contro una fucilata. Cadde di piombo sopra

un divano in una convulsione di ridere. Pareva che soffocasse. Ne ebbe

per un quarto d'ora.

Io non capivo nulla di quell'allegria straordinaria. Finalmente quando

le riescì di riavere il fiato, mi domandò:

— È lei che mi ha mandato il caffè! e fuori a ridere daccapo.

— Sissignora, risposi. Mi sono presa la libertà...

— Guarda un po', Emma, a che cosa ti esponi colle tue imprudenze da

ragazzetta! le disse il marito coll'aria indulgente con cui si

rimproverano i bambini malati.

— Via, ribattè la signora pigliandogli la mano e facendoselo sedere

accanto. Ora è inutile che tu faccia l'Otello. Vedi bene che Desdemona

potrebbe offrirgli una dozzina intera di fazzoletti, senza nessun

pericolo.

Capii che la signora Desdemona doveva essere una persona della famiglia

che offriva una dozzina di fazzoletti in compenso dello zucchero e del

caffè. Allora presi una sedia, apersi con cura le falde dell'abito e

curvai pian piano le mie ginocchia strette, per mettermi a sedere ed

aspettarla. Ma in quella la signora diede uno strappo al cordone del

campanello che mi fece balzare in piedi daccapo.

Il servitore si presentò all'uscio e la padrona gli disse:

— Pagate a quest'uomo il caffè e lo zucchero che ha mandato quest'oggi,

ed accompagnatelo. È il droghiere; fu un errore introdurlo qui.

E mi fece un cenno colla mano, non tanto per salutarmi quanto per

mostrarmi la porta.

Maledizione! Anche quel nome d'Ernesto che mi pareva tanto bello mi

portava disgrazia come l'altro.

Non ero io, per caso, che portavo disgrazia ai nomi?

Corsi a casa colla testa in fuoco.

Bruciai le carte di visita; strappai il nome dall'uscio; e ripresi il

mio primo battesimo di Eustacchio. Per quello che ne avevo cavato, non

metteva conto di cambiare.

Ma quella scena m'aveva talmente scombussolata la mente, che il giorno

dopo, quando mi presentai agli esami, tutti i miei studi di un anno mi

erano svaporati dalla testa; non ne sapevo più assolutamente nulla.

Tutti i tentativi che feci negli anni seguenti ebbero gli stessi

risultati. A qualunque domanda rispondevo Ernesto Rossi, Eustacchio

Rossi. Non sapevo dir altro.

D'allora il cervello mi è andato in acqua, e si coagula appena qualche

rada volta nei freddi intensi, e per breve tempo. Sono i lucidi

intervalli di cui mi valsi per narrare alla meglio la mia prima

disgrazia.

Serate d'inverno · 第 12 / 19 题