VI.

Allontanai di là il mio povero amico; lo ricondussi ad Intra; cercai di

distrarlo; ma fu inutile. Teneva sempre gli occhi fissi su quella mano

tatuata e stava zitto delle ore guardandola. Lo indussi a venire con me

a fare un giro artistico in Isvizzera sperando che quella natura

pittoresca, ridestando in lui le inspirazioni dell'arte, mitigasse

l'intensità del suo dolore.

Ed infatti quando si vedeva in faccia ad una bella scena, si metteva con

ardore a farne lo schizzo. Ma poi sospendeva il lavoro e rimaneva cogli

occhi sbarrati e penosamente fissi sulla mano tatuata.

L'indussi a portare un guanto, anche quando lavorava. Ma era la stessa

cosa. Fissava il guanto, pensava a quello che c'era sotto, e piangeva in

silenzio; gli cadevano dei lacrimoni che mi straziavano il cuore.

In un mese si fece magro come un'ombra. Prima parlava pochissimo; poi

finì per non parlare più affatto. La solitudine ed il raccoglimento che

si procurava coll'insistente silenzio, lo concentravano sempre più in

quell'idea fissa.

Qualche volta faceva dei gesti disperati. Dopo qualche tempo cominciò ad

accompagnare i gesti con qualche parola che non rivolgeva a nessuno. Un

giorno, dopo una lunga gita, vedendolo più triste che mai, gli rizzai

davanti il cavalletto nella nostra camera d'albergo, e vi posi sopra un

suo quadro incominciato. Al vederlo si ritrasse con raccapriccio,

respinse la tavolozza che gli porgevo, e si pose a gridare mille cose

insensate.

«Ch'egli era venuto al mondo in un quadro, e con due cuori. Ed aveva

sempre vissuto in un quadro: e perchè aveva due cuori era morto due

volte. Ma però la vita della gente che parla e ride e cammina non la

sapeva, perchè nei quadri si vive in una continua tempesta; ed omai

voleva provarla anche lui quella esistenza tranquilla senza cornice...»

La sua ragione era perduta, o almeno in grave pericolo. Lo condussi a

Milano dal dottor Biffi.

Egli mi disse che non c'era punto sicurezza di ricuperare quella testa

malata. Tuttavia si proverebbe a curarla; era tanto giovine....

Visitai lo stabilimento. Quelle camere ariose, pulite, quel servizio

accurato, quella posizione salubre, quell'insieme di cura intelligente e

cordiale, mi persuasero ad affidare al dottor Biffi il mio povero amico.

Egli rimase là senza la menoma resistenza. Comprendeva vagamente di

essere ammalato, o almeno fuori dal suo stato normale, e d'aver bisogno

di cura.

Allontanandomi dalla via San Celso, solo in una carrozza da nolo,

piangevo come un disperato. Mi ero affezionato a Gustavo di

quell'affetto intenso che nasce nella comunanza dei grandi dolori. Ed in

quella casa di tristezza avevo lasciata una parte del mio cuore, la più

cara e la migliore.

Quanto a Gustavo mi aveva veduto allontanarmi senza dare alcun segno di

rammarico, come se avesse esaurita tutta la sua potenza di soffrire.

Quell'apatia straziava l'anima a me, e faceva crollare il capo al

medico.

Seppi che Vittoria si trovava a Genova ed aveva lasciato il teatro. Vi

corsi subito. Le narrai lo stato di Gustavo e la rimproverai

acerbamente. Oh mi dimenticai che fosse una donna per rimproverarla. Ed

ella chinò il capo e mi ascoltò col più profondo pentimento, e pianse

come non piangono che le anime buone.

Imprecò a sè stessa, al destino, al teatro.

— Maledetto il teatro, esclamò. È quello che m'ha guastata la testa. Ero

avvezza a vedere delle catastrofi, ed avevo bisogno di metterne una in

fondo al mio dramma. Mi pareva che dopo dovessimo ritrovarci tutti

dietro le quinte, e darci la mano sorridendo tra noi, per venir fuori a

sorridere al pubblico. Aveva ragione la mamma. Ecco quello che ho

guadagnato. Mi sono guastata la testa ed il cuore. È la sua maledizione

che mi colpisce. Poi, gettandosi addosso un mantello senza guardarsi

allo specchio, senza prender nulla con sè, uscì in furia con me, e ci

recammo allo scalo. Per fortuna c'era un treno in partenza e potemmo

partir subito per Milano. Vittoria mi diceva traverso i singhiozzi e le

lacrime:

— E se sapesse come l'amavo, e che vita miserabile ho fatta in questo

tempo. L'aspettavo sempre, mi pareva di vederlo entrare, gettarmisi in

ginocchio davanti; e di stendergli le braccia, e di piangere insieme.

Era il colpo di scena che aspettavo. Non ero che una commediante; che

Dio disperda tutti i teatri del mondo!

Era una bella mattina di marzo quando giungemmo insieme a Milano e con

una carrozza da nolo ci facemmo condurre allo stabilimento del dottor

Biffi. Gustavo passeggiava in giardino. Ci lasciarono andar soli ad

incontrarlo.

Al vederlo mi si strinse il cuore.

I romanzieri ed i poeti dipingono la pazzia in un modo malinconico e

bello: la pazzia d'Amleto e d'Ofelia. Ma la realtà non è così. Sembra

che in quegli esseri privi di ragione la macchina umana si sfasci. I

loro abiti sono mal messi e cadenti, spesso anche sudici; una gran parte

ha la manía delle nudità indecenti. In tutti, la persona perde ogni

grazia, ogni decoro di contegno. L'uomo aristocratico, l'artista dalle

grandi ispirazioni, il contadino ignorante sono tutti uguali là dentro

come nel campo santo. Tutti camminano, gestiscono, si muovono colla

medesima trivialità. Quelli che per una manìa di grandezza vogliono

serbare un contegno dignitoso, lo esagerano e fanno da caricature:

About-Hassan nel palazzo del Califfo.

Ci accostammo a Gustavo che ci guardava senza riconoscerci. Vittoria con

uno de' suoi slanci drammatici gli si gettò ai piedi gridando:

— Oh Gustavo! Mio caro, perdonami per carità...

Egli non si mosse; non comprese nulla. Ella si alzò, gli prese le mani,

le baciò, le riscaldò sul suo petto; gli parlò del passato, di lei, di

Clelia; lo chiamò coi più dolci nomi.

Sempre impassibile.

Volle abbracciarlo, egli si schermì colla selvatichezza d'uno scolaro.

Allora presi a parlargli io; cercai di condurlo ad un altro ordine

d'idee; di rammentargli le partite di campagna, i viaggi, i conoscenti

comuni.

Mi rispose con un sorriso idiota che mi fece piangere.

Vittoria pensò di poterlo ridestare da quel torpore col mezzo dell'arte

che aveva amata. Corse nello stabilimento, e tornò portando un bel

quadro ad olio, rappresentante la Madonna dei dolori.

Ma prima che gli fosse vicina, Gustavo, alla vista del quadro, si diede

a fuggire urlando e facendo salti spaventosi.

Fu arrestato a fatica e gli si dovette mettere la camicia di forza.

Voleva frantumare il quadro e chi lo portava; tornava alla storia della

sua vita, trascorsa tutta in una cornice; voleva essere libero, e

ricominciare un'esistenza fuori dai quadri.

Forse aveva creduto di vedere il dipinto di Clelia colle teste alate.

Tutte le volte che vedeva un quadro dava in quelle smanie; diceva che le

teste che hanno ali fanno morire i cuori, e strappava i capelli agli

infermieri ed a se stesso, credendo di strappare le ali.

Partimmo di là colla morte nell'anima, senza recare con noi nessuna

speranza. Vittoria, violenta nel dolore, come era stata nell'amore e

nella vendetta, si disperava, e mi faceva tremare di vederla subire la

stessa sorte del suo povero amante.

Ci lasciammo a Milano, e non ci rivedemmo più. Ella rimase, per essere

sempre vicina a Gustavo, e continuò a visitarlo, e ad amarlo, ed a

vivere per lui.

Gustavo morì dopo un anno senza aver ricuperata neppur un'ombra di

intelligenza, senza aver riconosciuta mai quella povera donna, che

implorava in ginocchio una parola di perdono.

Nella lettera in cui mi annunciava la morte di Gustavo ella mi scrisse:

«Abbiamo sempre torto quando vogliamo ribellarci alle leggi della

natura. Egli ha cercata la felicità in un amore impossibile; ed io ho

cercata la giustizia in una separazione inumana. E Dio ci ha puniti

entrambi. L'ho fatto portare al cimitero di Monza, ed ho presa una casa

vicina per andarlo a visitare ogni giorno finchè vivrò.»

Erano due anime buone e meritavano una sorte migliore.

Serate d'inverno · 第 11 / 19 题