Un'altra lezione.
--Ebbene, il sindaco di Meffilld ha finito la sua apologia degli Stati
Uniti?--domandai alla signorina Mary la prima volta che la vidi dopo
la nostra gita a Boston.
--No--rispose sorridendo--egli parla anche del mandato imperativo, che
è una delle nostre cose migliori.
--Non ve lo contesto, quando penso a certi deputati dei paesi latini i
quali dicono ai loro elettori: «Studierò la questione, agirò secondo
la mia coscienza...» quasi che venissero mandati al Parlamento per
fare un corso di studi e non già per agire secondo il programma dei
cittadini che li hanno eletti.
--Precisamente il contrario di quello che succede qui, dove l'eletto
non è che il portavoce dell'elettore e non può agire che nel senso del
suo mandato. Il membro del Congresso non deve far altro, nei suoi
discorsi e nei suoi voti, che difendere i principi dell'assemblea di
elettori che lo ha nominato.
--E colui che qualche volta tentennasse?
--Sarebbe additato come un traditore e disprezzato anche dal partito
avverso a cui avrebbe portato il suo aiuto. Tempo fa un certo Haigh,
rappresentante della California, avendo, in una questione di
principio, votato contro l'opinione democratica che era quella dei
suoi elettori, fu, uscendo dalla seduta, ucciso in un duello al
revolver, sulla scalinata del palazzo legislativo, dal giudice Field,
che rappresentava esso pure la California. E ciò accadde fra gli
applausi dei rappresentanti dei due partiti, unanimi nell'odiare tutto
ciò che è viltà e capitolazione della coscienza politica.
--Il sistema di punizione è molto radicale!
--Noi pensiamo--diceva il sindaco di Meffilld--che la maniera con cui
il nostro rappresentante eseguirà il suo mandato, sarà subordinata al
suo grado d'intelligenza, alla sua abilità, alla sua capacità; non
possiamo su tutte le questioni tracciargli la linea di condotta: ma
c'è un punto sul quale siamo in diritto di pretendere che non transiga
sotto pena di non rappresentarci più; egli deve restare fedele al
partito dei suoi elettori. Che se nel corso della legislatura le sue
opinioni cambiassero su qualche punto importante, egli dovrebbe
dimettersi, poichè non fu inviato al Congresso per fare la sua
educazione politica o per eseguire delle variazioni di coscienza, ma
bensì per rappresentare un dato numero di concittadini dei quali ha
accettato il programma.
--Giustissimo.
--Voi vedete--seguita a dire il buon sindaco--che da una macchina
incosciente per votare, all'onesto uomo il quale resta fedele al
programma politico che ha giurato ai suoi elettori di difendere, c'è
una bella differenza. Invece di accettare un candidato che domanda la
deputazione, respingetelo, concludeva, per questo solo che egli si
presenta da sè (non può essere che un ambizioso volgare); scegliete
voi stessi il vostro rappresentante fra i galantuomini che avranno
accettato il vostro programma, e allora non esporrete più il vostro
paese a cadere sotto il giogo demoralizzatore di un parlamento il
quale non tiene conto alcuno della volontà nazionale e di cui tre
quarti dei membri hanno la pretesa di non rappresentare che «la
propria coscienza.»
Dopo una breve pausa, la mia studiosa amica continuò:
--Negli Stati Uniti abbiamo poi l'istruzione veramente estesa a tutti,
ricchi e poveri, in un modo più pratico che non si faccia in Europa,
senza greco e senza latino. Noi non ammettiamo che, vivendo in
società, un padre possa fare di suo figlio un essere nocivo o inutile
coll'ignoranza. A questo proposito il vecchio di Meffilld diceva a
Jacolliot: «Fate dell'ordine con molta libertà ed una istruzione
solida ed eguale per tutti. Invece di concentrare la vita pubblica in
poche città che custodite con molti soldati, date a tutti i comuni la
loro completa autonomia amministrativa, non occupatevi dei loro affari
come non vi occupate di quelli di un privato, e vedrete che finiranno
le rivoluzioni. Ma sopratutto non separate la libertà dall'istruzione:
l'una non può esistere senza l'altra. La scuola deve essere lo
stabilimento più importante del comune: fate passare il vostro
suffragio universale dalla scuola ed esso si dirigerà da sè.» Ecco
tutta la scienza sociale...
--Non dico di no, ma...
--Non c'è ma che tenga. Jackson Davis, un nostro noto pubblicista,
ricordava a questo proposito al signor Jacolliot l'esempio di ciò che
è successo in Francia dopo i disastri del 1870, nella Francia che
manca sempre di uomini politici e che è governata da politicanti
volgari, da ambiziosi senza carattere e senza principi. Caduto
l'impero e proclamata la repubblica, si aspettava qui ansiosamente di
sentir annunziato dal telegrafo il vigoroso proclama d'un governo
provvisorio qualunque, che chiamasse la Francia intiera prima alle
urne e poi alle armi. E immensa fu la sorpresa negli Stati Uniti
quando si sentì che i capi della Sinistra avevano formato un governo
che non sottoponevano neppure all'accettazione della Francia. Essi si
impadronirono di quel potere che nessuno ha il diritto di esercitare
senza una delegazione diretta, regolare, espressa della nazione.
--Il nemico aveva invaso il paese, e tutti avevano perduto la testa:
erano momenti eccezionali.
--Jackson Davis dice appunto che sarebbe uscito qualche cosa di grande
da un'assemblea di sette od ottocento membri, nominati davanti al
nemico, e che avrebbe tenuto le sue sedute tutta fremente, al chiarore
degli incendi di Bazeilles e Châteadun. La Francia aveva bisogno di
uomini energici e in quell'assemblea se ne sarebbero rivelati. E poi
sarebbe stato il paese che avrebbe decretato, agito, combattuto, e non
già una dozzina di individualità senza mandato. Jackson Davis crede
che Gambetta, col suo ardente patriottismo e colla sua energia,
avrebbe salvato la Francia senza il tradimento di Bazaine; ma crede
altresì che Bazaine avrebbe esitato a tradire, se la Francia fosse
stata governata da una assemblea uscita dal suffragio popolare.
--È probabile.
--Non dimenticatelo! esclamava Davis: tutte le avventure che
capiteranno ancora alla Francia e ai paesi che le somigliano saranno
dovute ai politicastri, che spingono il popolo nella via delle
rivoluzioni senza averlo preparato alla pratica della libertà e senza
conoscere essi stessi, come hanno dimostrato, le istituzioni che
formano la grandezza e la forza dei paesi liberi. I vecchi paesi
d'Europa non hanno che un mezzo per rialzarsi: fare la crociata
dell'istruzione, fondare delle scuole, combattere senza posa
l'ignoranza, allevare una generazione di cittadini, nella quale non vi
sia uno solo che non conosca la storia politica, sociale, industriale
e scientifica dell'umanità. Poi devono predicare l'indipendenza
intiera, completa, dei comuni, fare dei costumi repubblicani, e allora
avranno fondato per sempre la libertà.
--Siamo d'accordo: solamente....
--Solamente bisogna ricordarsi che la libertà si acquista e non si
conquista, che un progresso è sempre il corollario di un altro
progresso realizzato e che coi colpi di mano e con le rivoluzioni non
si arriva che al dispotismo. Al principio stesso della rivoluzione del
1789 tutti i grandi uomini di Stato americani, Hamilton, Morris,
Jefferson, Madison, John Adams non credettero ad un successo
definitivo perchè era cominciata col disordine e coll'anarchia. Il
giorno 8 ottobre 1789, quando Luigi XVI possedeva ancora una parvenza
di autorità, Washington rivolgeva queste parole profetiche al
rappresentante degli Stati Uniti in Francia: «Desidero di ingannarmi,
ma se ho ben compreso il carattere della nazione francese, io temo che
vi sarà molto spargimento di sangue e un dispotismo più rude di quello
che essa si lusinga di aver distrutto.»
--Washington sapeva che fu più difficile sbarazzare gli Stati Uniti
dal disordine e dai politicanti ambiziosi, che dalle truppe inglesi.
--Non fu già cacciando gli inglesi e versando il proprio sangue per
l'indipendenza dell'America, che Washington e i suoi amici hanno reso
i maggiori servigi al loro paese: fu dandogli una costituzione. E non
era una cosa facile il mettere d'accordo, dopo la vittoria, non solo i
vari Stati unitisi per sottrarsi all'autorità dell'Inghilterra, ma
anche gli uomini che con la penna o con la spada si erano distinti
durante quella guerra. A sentire certi politicanti europei,
nell'America del Nord il terreno era pronto, qui non c'erano nè un
passato monarchico, nè partiti, nè divisioni, nè odii, e la Repubblica
si fondò senza sforzi, come un semplice risultato della situazione.
--Se non avevano degli uomini come Washington e compagni, stavano
freschi anche qui!
--Oh! meno male. Chi ha studiato un po' la nostra storia, sa che,
all'indomani della pace, esercito e Congresso entrarono in lotta:
vincitore dello straniero, l'esercito aveva la velleità di
rappresentare una parte all'interno; lo spirito pretoriano
s'infiltrava nei ranghi dei soldati, gli ufficiali volevano conservare
e gradi e paghe, e vivere sul bilancio; essi mantenevano l'agitazione
mentre il Congresso, il quale aveva imparato dalla Storia come si
svegliano le nazioni che s'addormentano fra le braccia dei militari,
voleva licenziare l'esercito. Due volte l'esercito si ammutinò,
rifiutando di riconoscere l'autorità del Congresso. E due volte
Giorgio Washington, suo capo supremo, approfittando della sua
influenza e del culto fanatico che l'ultimo dei soldati professava per
lui, lo fece tornare al dovere.
--Se non c'era lui!
--Un giorno un proclama anonimo chiama l'esercito a un _meeting_ e lo
invita a offrire la dittatura al suo capo; Giorgio Washington accorre
e rivolgendosi ai suoi soldati, grida: «Non crediate che io acconsenta
ad accendere la discordia e la guerra fra l'esercito e l'autorità
civile. L'Europa ha ammirato il vostro coraggio e il vostro
patriottismo; distruggerete voi in un istante una riputazione
acquistata con tanta fatica? In nome della vostra patria comune, in
nome dell'onore vostro che deve esservi sacro, in nome dell'umanità,
se ne rispettate i diritti, in nome dell'onore nazionale e militare
dell'America, esprimete l'orrore che deve ispirarvi l'uomo, il quale
con speciosi pretesti tentasse di distruggere i fondamenti della
nostra libertà, di suscitare la guerra civile e di annegare nel sangue
un impero appena nato.» Fu in questi termini che Washington rispose
all'offerta di un trono appoggiato sull'esercito.
--Se egli fosse stato un avventuriero, un ambizioso, addio libertà
nord-americana!
--L'istituzione della repubblica negli Stati Uniti si deve realmente
in gran parte all'onestà di un uomo. Passato quel pericolo, si dovette
lottare cogli interessi differenti e spesso contrari degli Stati e con
le varie teorie degli uomini politici. Dal 1783 al 1789 l'America del
Nord visse schiacciata dai debiti, senza unità all'interno e senza
prestigio all'estero. Invitato da Henry Lee ad accorrere per salvare
la patria, Washington rispondeva invariabilmente che bisognava fare
una costituzione, la quale conservando l'indipendenza degli Stati,
creasse l'unità dei popoli nord-americani, la forza federale. E fu
solo quando si diede retta a Washington e gli Stati nominarono un
Congresso incaricato di redigere quella costituzione, che l'America
trovò la pace. Non si venga a dire, dunque, che la repubblica degli
Stati Uniti si è fatta facilmente e senza disordini, quando per venti
volte corse pericolo di fallire.
--Negli Stati Uniti il federalismo ha costituito l'unità del paese, e
in Europa c'è un partito numeroso che lo respinge come pericoloso per
l'unità nazionale!
--È l'osservazione precisa fatta da Jacolliot a Jackson Davis, il
quale gli rispose che questo partito è quello che tenta continuamente
di far l'avvenire con l'aiuto della leggenda del passato, e che, erede
delle dottrine dei giacobini, sogna una repubblica autoritaria con un
presidente dai poteri estesi. Ora è stato precisamente questo partito
che coi suoi eccessi ha ucciso il movimento pacifico delle idee
dell'ottantanove: è questo partito, che, con la sua ignoranza, con la
mancanza di spirito politico e col sangue sparso inutilmente e
stupidamente, raggruppò la Francia intiera e l'esercito intorno a
Cesare. Fu ancora questo partito che perdette la Francia nel giugno
1848, il 4 settembre 1870 e il 18 marzo 1871. Esso non respinge il
federalismo (il quale creando l'indipendenza e l'autonomia completa
dello Stato-Provincia e del Comune per tutte le questioni
d'amministrazione interna, distruggerebbe per sempre l'idea
monarchica) se non che per governare a sua volta il paese,
imponendogli le sue idee.
--Ma chi le insegna al popolo queste cose?
--Eh! pur troppo, son pochi gli onesti e i disinteressati che vogliano
presso voi farsene banditori. Jackson Davis dice che c'è una storia da
rifare in Europa per il popolo ed è quella della rivoluzione dell'89.
La massa, nel suo insieme, ignora il lavoro di preparazione di tutti i
grandi spiriti del secolo decimottavo; essa non sa a che punto le idee
di eguaglianza e di libertà avevano fatto strada nel mondo, e che la
maggior parte dei troni erano occupati da principi molto più liberali
della maggior parte dei loro sudditi; essa non sa che il lavoro delle
riforme era finito il 4 settembre 1791 e che la Convenzione,
innalzando la forca sulle pubbliche piazze e terrorizzando, uccise la
libertà. Ebbene, se il popolo ignora queste cose, se è sempre pronto a
imitare gli eccessi della Convenzione, se la Comune fucila e incendia,
se migliaia di poveri diavoli sono morti sotto la mitraglia nelle
giornate di giugno come in quelle di maggio, di chi la colpa, se non
di quegli uomini che per quindici o vent'anni hanno lusingato la folla
per farsene un piedestallo, parlandole continuamente della sua
sovranità, dei suoi diritti imprescrittibili, dei principî della
immortale rivoluzione, senza farle conoscere che tutti questi diritti
hanno come corollario altrettanti doveri e che nulla si acquista nè si
conserva senza la saggezza e la moderazione?
--Ah! i demagoghi: ha ragione Dario Papa che li odia tanto.
--Jackson Davis diceva a Jacolliot che lasciando l'America del Nord
avrebbe portato con sè una provvista di odio vigoroso contro gli
ambiziosi che insanguinano periodicamente la Francia. E tornava a
battere quel chiodo, che in Europa non avete degli uomini politici, ma
degli agitatori, i quali quando hanno rovesciato un governo, credono
d'aver fatto tutto inalberando sui muri le insegne della repubblica,
invece di preoccuparsi, sopratutto e innanzi tutto, di cambiare le
istituzioni. Le riforme verranno un po' alla volta, essi dicono;
bisogna tener conto dei pregiudizi e degli interessi; e, mentre
distribuiscono i portafogli e mandano i loro amici nelle prefetture,
tutti gli ingranaggi monarchici che essi non hanno osato di spezzare,
si muovono....
--E continua a funzionare la macchina di prima!
--Come americano, conchiudeva Jackson Davis, io non sono partigiano
delle rivoluzioni; credo che il progresso si possa conquistare con le
lotte intelligenti e pacifiche, e che non vi sia governo, il quale non
sia obbligato di seguire il movimento delle idee. Noto che in Europa i
popoli i quali non fanno rivoluzioni a mano armata, l'Inghilterra, il
Belgio, la Danimarca, la Svezia, l'Olanda, la Svizzera, sono i più
liberi.
A questo punto la signorina Mary, che con tanta foga e convinzione mi
aveva riassunto le sue lezioni ed esposte le idee e le osservazioni di
Jacolliot e di Jackson Davis, s'interruppe e mi guardò.
--Ma io mi accorgo--mi disse di lì a un momento--che voi ascoltate
senza manifestarmi il vostro intimo pensiero. Mostrate di approvare,
sì, ma con qualche restrizione.--Che cos'è che avete ancora da dire a
carico degli Stati Uniti dove io sono nata, contro la mia patria?
Stavo finalmente per rispondere ed esporre ciò che mi veniva con
insistenza alla mente durante gli istruttivi discorsi della mia brava
amica, quando il treno dell'_Elevated_, che ci trasportava a casa
dalla passeggiata, si fermò alla stazione vicino all'abitazione di
Mary. Dovemmo scendere in fretta.
--A dopo domani, dunque--mi disse Mary mentre io la salutavo.--Le mie
lezioni sono finite e voglio assolutamente sentire quello che finora
mi avete taciuto.