XI.

Un'altra lezione.

--Ebbene, il sindaco di Meffilld ha finito la sua apologia degli Stati

Uniti?--domandai alla signorina Mary la prima volta che la vidi dopo

la nostra gita a Boston.

--No--rispose sorridendo--egli parla anche del mandato imperativo, che

è una delle nostre cose migliori.

--Non ve lo contesto, quando penso a certi deputati dei paesi latini i

quali dicono ai loro elettori: «Studierò la questione, agirò secondo

la mia coscienza...» quasi che venissero mandati al Parlamento per

fare un corso di studi e non già per agire secondo il programma dei

cittadini che li hanno eletti.

--Precisamente il contrario di quello che succede qui, dove l'eletto

non è che il portavoce dell'elettore e non può agire che nel senso del

suo mandato. Il membro del Congresso non deve far altro, nei suoi

discorsi e nei suoi voti, che difendere i principi dell'assemblea di

elettori che lo ha nominato.

--E colui che qualche volta tentennasse?

--Sarebbe additato come un traditore e disprezzato anche dal partito

avverso a cui avrebbe portato il suo aiuto. Tempo fa un certo Haigh,

rappresentante della California, avendo, in una questione di

principio, votato contro l'opinione democratica che era quella dei

suoi elettori, fu, uscendo dalla seduta, ucciso in un duello al

revolver, sulla scalinata del palazzo legislativo, dal giudice Field,

che rappresentava esso pure la California. E ciò accadde fra gli

applausi dei rappresentanti dei due partiti, unanimi nell'odiare tutto

ciò che è viltà e capitolazione della coscienza politica.

--Il sistema di punizione è molto radicale!

--Noi pensiamo--diceva il sindaco di Meffilld--che la maniera con cui

il nostro rappresentante eseguirà il suo mandato, sarà subordinata al

suo grado d'intelligenza, alla sua abilità, alla sua capacità; non

possiamo su tutte le questioni tracciargli la linea di condotta: ma

c'è un punto sul quale siamo in diritto di pretendere che non transiga

sotto pena di non rappresentarci più; egli deve restare fedele al

partito dei suoi elettori. Che se nel corso della legislatura le sue

opinioni cambiassero su qualche punto importante, egli dovrebbe

dimettersi, poichè non fu inviato al Congresso per fare la sua

educazione politica o per eseguire delle variazioni di coscienza, ma

bensì per rappresentare un dato numero di concittadini dei quali ha

accettato il programma.

--Giustissimo.

--Voi vedete--seguita a dire il buon sindaco--che da una macchina

incosciente per votare, all'onesto uomo il quale resta fedele al

programma politico che ha giurato ai suoi elettori di difendere, c'è

una bella differenza. Invece di accettare un candidato che domanda la

deputazione, respingetelo, concludeva, per questo solo che egli si

presenta da sè (non può essere che un ambizioso volgare); scegliete

voi stessi il vostro rappresentante fra i galantuomini che avranno

accettato il vostro programma, e allora non esporrete più il vostro

paese a cadere sotto il giogo demoralizzatore di un parlamento il

quale non tiene conto alcuno della volontà nazionale e di cui tre

quarti dei membri hanno la pretesa di non rappresentare che «la

propria coscienza.»

Dopo una breve pausa, la mia studiosa amica continuò:

--Negli Stati Uniti abbiamo poi l'istruzione veramente estesa a tutti,

ricchi e poveri, in un modo più pratico che non si faccia in Europa,

senza greco e senza latino. Noi non ammettiamo che, vivendo in

società, un padre possa fare di suo figlio un essere nocivo o inutile

coll'ignoranza. A questo proposito il vecchio di Meffilld diceva a

Jacolliot: «Fate dell'ordine con molta libertà ed una istruzione

solida ed eguale per tutti. Invece di concentrare la vita pubblica in

poche città che custodite con molti soldati, date a tutti i comuni la

loro completa autonomia amministrativa, non occupatevi dei loro affari

come non vi occupate di quelli di un privato, e vedrete che finiranno

le rivoluzioni. Ma sopratutto non separate la libertà dall'istruzione:

l'una non può esistere senza l'altra. La scuola deve essere lo

stabilimento più importante del comune: fate passare il vostro

suffragio universale dalla scuola ed esso si dirigerà da sè.» Ecco

tutta la scienza sociale...

--Non dico di no, ma...

--Non c'è ma che tenga. Jackson Davis, un nostro noto pubblicista,

ricordava a questo proposito al signor Jacolliot l'esempio di ciò che

è successo in Francia dopo i disastri del 1870, nella Francia che

manca sempre di uomini politici e che è governata da politicanti

volgari, da ambiziosi senza carattere e senza principi. Caduto

l'impero e proclamata la repubblica, si aspettava qui ansiosamente di

sentir annunziato dal telegrafo il vigoroso proclama d'un governo

provvisorio qualunque, che chiamasse la Francia intiera prima alle

urne e poi alle armi. E immensa fu la sorpresa negli Stati Uniti

quando si sentì che i capi della Sinistra avevano formato un governo

che non sottoponevano neppure all'accettazione della Francia. Essi si

impadronirono di quel potere che nessuno ha il diritto di esercitare

senza una delegazione diretta, regolare, espressa della nazione.

--Il nemico aveva invaso il paese, e tutti avevano perduto la testa:

erano momenti eccezionali.

--Jackson Davis dice appunto che sarebbe uscito qualche cosa di grande

da un'assemblea di sette od ottocento membri, nominati davanti al

nemico, e che avrebbe tenuto le sue sedute tutta fremente, al chiarore

degli incendi di Bazeilles e Châteadun. La Francia aveva bisogno di

uomini energici e in quell'assemblea se ne sarebbero rivelati. E poi

sarebbe stato il paese che avrebbe decretato, agito, combattuto, e non

già una dozzina di individualità senza mandato. Jackson Davis crede

che Gambetta, col suo ardente patriottismo e colla sua energia,

avrebbe salvato la Francia senza il tradimento di Bazaine; ma crede

altresì che Bazaine avrebbe esitato a tradire, se la Francia fosse

stata governata da una assemblea uscita dal suffragio popolare.

--È probabile.

--Non dimenticatelo! esclamava Davis: tutte le avventure che

capiteranno ancora alla Francia e ai paesi che le somigliano saranno

dovute ai politicastri, che spingono il popolo nella via delle

rivoluzioni senza averlo preparato alla pratica della libertà e senza

conoscere essi stessi, come hanno dimostrato, le istituzioni che

formano la grandezza e la forza dei paesi liberi. I vecchi paesi

d'Europa non hanno che un mezzo per rialzarsi: fare la crociata

dell'istruzione, fondare delle scuole, combattere senza posa

l'ignoranza, allevare una generazione di cittadini, nella quale non vi

sia uno solo che non conosca la storia politica, sociale, industriale

e scientifica dell'umanità. Poi devono predicare l'indipendenza

intiera, completa, dei comuni, fare dei costumi repubblicani, e allora

avranno fondato per sempre la libertà.

--Siamo d'accordo: solamente....

--Solamente bisogna ricordarsi che la libertà si acquista e non si

conquista, che un progresso è sempre il corollario di un altro

progresso realizzato e che coi colpi di mano e con le rivoluzioni non

si arriva che al dispotismo. Al principio stesso della rivoluzione del

1789 tutti i grandi uomini di Stato americani, Hamilton, Morris,

Jefferson, Madison, John Adams non credettero ad un successo

definitivo perchè era cominciata col disordine e coll'anarchia. Il

giorno 8 ottobre 1789, quando Luigi XVI possedeva ancora una parvenza

di autorità, Washington rivolgeva queste parole profetiche al

rappresentante degli Stati Uniti in Francia: «Desidero di ingannarmi,

ma se ho ben compreso il carattere della nazione francese, io temo che

vi sarà molto spargimento di sangue e un dispotismo più rude di quello

che essa si lusinga di aver distrutto.»

--Washington sapeva che fu più difficile sbarazzare gli Stati Uniti

dal disordine e dai politicanti ambiziosi, che dalle truppe inglesi.

--Non fu già cacciando gli inglesi e versando il proprio sangue per

l'indipendenza dell'America, che Washington e i suoi amici hanno reso

i maggiori servigi al loro paese: fu dandogli una costituzione. E non

era una cosa facile il mettere d'accordo, dopo la vittoria, non solo i

vari Stati unitisi per sottrarsi all'autorità dell'Inghilterra, ma

anche gli uomini che con la penna o con la spada si erano distinti

durante quella guerra. A sentire certi politicanti europei,

nell'America del Nord il terreno era pronto, qui non c'erano nè un

passato monarchico, nè partiti, nè divisioni, nè odii, e la Repubblica

si fondò senza sforzi, come un semplice risultato della situazione.

--Se non avevano degli uomini come Washington e compagni, stavano

freschi anche qui!

--Oh! meno male. Chi ha studiato un po' la nostra storia, sa che,

all'indomani della pace, esercito e Congresso entrarono in lotta:

vincitore dello straniero, l'esercito aveva la velleità di

rappresentare una parte all'interno; lo spirito pretoriano

s'infiltrava nei ranghi dei soldati, gli ufficiali volevano conservare

e gradi e paghe, e vivere sul bilancio; essi mantenevano l'agitazione

mentre il Congresso, il quale aveva imparato dalla Storia come si

svegliano le nazioni che s'addormentano fra le braccia dei militari,

voleva licenziare l'esercito. Due volte l'esercito si ammutinò,

rifiutando di riconoscere l'autorità del Congresso. E due volte

Giorgio Washington, suo capo supremo, approfittando della sua

influenza e del culto fanatico che l'ultimo dei soldati professava per

lui, lo fece tornare al dovere.

--Se non c'era lui!

--Un giorno un proclama anonimo chiama l'esercito a un _meeting_ e lo

invita a offrire la dittatura al suo capo; Giorgio Washington accorre

e rivolgendosi ai suoi soldati, grida: «Non crediate che io acconsenta

ad accendere la discordia e la guerra fra l'esercito e l'autorità

civile. L'Europa ha ammirato il vostro coraggio e il vostro

patriottismo; distruggerete voi in un istante una riputazione

acquistata con tanta fatica? In nome della vostra patria comune, in

nome dell'onore vostro che deve esservi sacro, in nome dell'umanità,

se ne rispettate i diritti, in nome dell'onore nazionale e militare

dell'America, esprimete l'orrore che deve ispirarvi l'uomo, il quale

con speciosi pretesti tentasse di distruggere i fondamenti della

nostra libertà, di suscitare la guerra civile e di annegare nel sangue

un impero appena nato.» Fu in questi termini che Washington rispose

all'offerta di un trono appoggiato sull'esercito.

--Se egli fosse stato un avventuriero, un ambizioso, addio libertà

nord-americana!

--L'istituzione della repubblica negli Stati Uniti si deve realmente

in gran parte all'onestà di un uomo. Passato quel pericolo, si dovette

lottare cogli interessi differenti e spesso contrari degli Stati e con

le varie teorie degli uomini politici. Dal 1783 al 1789 l'America del

Nord visse schiacciata dai debiti, senza unità all'interno e senza

prestigio all'estero. Invitato da Henry Lee ad accorrere per salvare

la patria, Washington rispondeva invariabilmente che bisognava fare

una costituzione, la quale conservando l'indipendenza degli Stati,

creasse l'unità dei popoli nord-americani, la forza federale. E fu

solo quando si diede retta a Washington e gli Stati nominarono un

Congresso incaricato di redigere quella costituzione, che l'America

trovò la pace. Non si venga a dire, dunque, che la repubblica degli

Stati Uniti si è fatta facilmente e senza disordini, quando per venti

volte corse pericolo di fallire.

--Negli Stati Uniti il federalismo ha costituito l'unità del paese, e

in Europa c'è un partito numeroso che lo respinge come pericoloso per

l'unità nazionale!

--È l'osservazione precisa fatta da Jacolliot a Jackson Davis, il

quale gli rispose che questo partito è quello che tenta continuamente

di far l'avvenire con l'aiuto della leggenda del passato, e che, erede

delle dottrine dei giacobini, sogna una repubblica autoritaria con un

presidente dai poteri estesi. Ora è stato precisamente questo partito

che coi suoi eccessi ha ucciso il movimento pacifico delle idee

dell'ottantanove: è questo partito, che, con la sua ignoranza, con la

mancanza di spirito politico e col sangue sparso inutilmente e

stupidamente, raggruppò la Francia intiera e l'esercito intorno a

Cesare. Fu ancora questo partito che perdette la Francia nel giugno

1848, il 4 settembre 1870 e il 18 marzo 1871. Esso non respinge il

federalismo (il quale creando l'indipendenza e l'autonomia completa

dello Stato-Provincia e del Comune per tutte le questioni

d'amministrazione interna, distruggerebbe per sempre l'idea

monarchica) se non che per governare a sua volta il paese,

imponendogli le sue idee.

--Ma chi le insegna al popolo queste cose?

--Eh! pur troppo, son pochi gli onesti e i disinteressati che vogliano

presso voi farsene banditori. Jackson Davis dice che c'è una storia da

rifare in Europa per il popolo ed è quella della rivoluzione dell'89.

La massa, nel suo insieme, ignora il lavoro di preparazione di tutti i

grandi spiriti del secolo decimottavo; essa non sa a che punto le idee

di eguaglianza e di libertà avevano fatto strada nel mondo, e che la

maggior parte dei troni erano occupati da principi molto più liberali

della maggior parte dei loro sudditi; essa non sa che il lavoro delle

riforme era finito il 4 settembre 1791 e che la Convenzione,

innalzando la forca sulle pubbliche piazze e terrorizzando, uccise la

libertà. Ebbene, se il popolo ignora queste cose, se è sempre pronto a

imitare gli eccessi della Convenzione, se la Comune fucila e incendia,

se migliaia di poveri diavoli sono morti sotto la mitraglia nelle

giornate di giugno come in quelle di maggio, di chi la colpa, se non

di quegli uomini che per quindici o vent'anni hanno lusingato la folla

per farsene un piedestallo, parlandole continuamente della sua

sovranità, dei suoi diritti imprescrittibili, dei principî della

immortale rivoluzione, senza farle conoscere che tutti questi diritti

hanno come corollario altrettanti doveri e che nulla si acquista nè si

conserva senza la saggezza e la moderazione?

--Ah! i demagoghi: ha ragione Dario Papa che li odia tanto.

--Jackson Davis diceva a Jacolliot che lasciando l'America del Nord

avrebbe portato con sè una provvista di odio vigoroso contro gli

ambiziosi che insanguinano periodicamente la Francia. E tornava a

battere quel chiodo, che in Europa non avete degli uomini politici, ma

degli agitatori, i quali quando hanno rovesciato un governo, credono

d'aver fatto tutto inalberando sui muri le insegne della repubblica,

invece di preoccuparsi, sopratutto e innanzi tutto, di cambiare le

istituzioni. Le riforme verranno un po' alla volta, essi dicono;

bisogna tener conto dei pregiudizi e degli interessi; e, mentre

distribuiscono i portafogli e mandano i loro amici nelle prefetture,

tutti gli ingranaggi monarchici che essi non hanno osato di spezzare,

si muovono....

--E continua a funzionare la macchina di prima!

--Come americano, conchiudeva Jackson Davis, io non sono partigiano

delle rivoluzioni; credo che il progresso si possa conquistare con le

lotte intelligenti e pacifiche, e che non vi sia governo, il quale non

sia obbligato di seguire il movimento delle idee. Noto che in Europa i

popoli i quali non fanno rivoluzioni a mano armata, l'Inghilterra, il

Belgio, la Danimarca, la Svezia, l'Olanda, la Svizzera, sono i più

liberi.

A questo punto la signorina Mary, che con tanta foga e convinzione mi

aveva riassunto le sue lezioni ed esposte le idee e le osservazioni di

Jacolliot e di Jackson Davis, s'interruppe e mi guardò.

--Ma io mi accorgo--mi disse di lì a un momento--che voi ascoltate

senza manifestarmi il vostro intimo pensiero. Mostrate di approvare,

sì, ma con qualche restrizione.--Che cos'è che avete ancora da dire a

carico degli Stati Uniti dove io sono nata, contro la mia patria?

Stavo finalmente per rispondere ed esporre ciò che mi veniva con

insistenza alla mente durante gli istruttivi discorsi della mia brava

amica, quando il treno dell'_Elevated_, che ci trasportava a casa

dalla passeggiata, si fermò alla stazione vicino all'abitazione di

Mary. Dovemmo scendere in fretta.

--A dopo domani, dunque--mi disse Mary mentre io la salutavo.--Le mie

lezioni sono finite e voglio assolutamente sentire quello che finora

mi avete taciuto.

Nel paese dei dollari Tre anni a New-York · 第 20 / 25 题