X.

A bordo del «Pilgrim».

Non ebbi occasione di rivedere la signorina Mary che qualche giorno

dopo, quando con lei e con suo fratello andammo a Boston per assistere

alla inaugurazione dell'Esposizione.

Si va da New-York a Boston in una notte, coi vapori della _Fall River

Line_, che sono capolavori di eleganza e di arte navale. A bordo di

essi si è precisamente come in uno splendido albergo galleggiante, nel

quale si può mangiare e bere quello che si vuole, dormire in

bellissime stanze, radersi la barba, leggere e scrivere in sontuosi

saloni illuminati con la luce elettrica, e ascoltare della musica.

Oltre il _comfort_ di un _hôtel_ di lusso, tali vapori offrono il

vantaggio di far respirare la salubre aria marina e di presentare ad

ogni passo i pittoreschi paesaggi delle rive che costeggiano.

Noi viaggiavamo a bordo del _Pilgrim_, il gioiello della _Fall River

Line_, un bastimento che pare una reggia e che costò cinque milioni di

lire. Chi lo vede per la prima volta, percorrendo le vaste sale, le

scale signorili ed esaminando la ricchezza dei tappeti, la bellezza

dei lampadari e dei mobili, stenta a credere di trovarsi in mare.

Il _Pilgrim_ ha cabine da una e due persone, provvedute perfino del

bagno, per milleduecento viaggiatori; le sue macchine sono della forza

di 5500 cavalli, e corre con una velocità di venti miglia inglesi

all'ora, senza il minimo rullìo.

Dopo aver cenato nel _restaurant_, quella sera andammo a sederci a

poppa, sul ponte, a guardare i lumi delle case tremolanti lungo le

rive, ad ascoltare i fischi dei vapori che incontravamo.

--Con tanto passaggio di vapori in questi paraggi--dissi a

Giorgio--devono essere facili le collisioni, quando c'è la nebbia.

--Ne accadono sovente, pur troppo--rispose--ma se i viaggiatori

conservassero, durante il pericolo, maggior sangue freddo, non se ne

annegherebbero tanti. Vedete, qui, oltre le cinture di salvataggio,

con le quali, dovendo saltar in acqua, potremmo rimaner a galla

diverse ore, e oltre i battelli, abbiamo i materassi dei letti, i

quali sono imbottiti di tal roba che, lanciati in mare, galleggiano

sempre e sono capaci di sostenere il peso di quattro o cinque persone.

Ma negli scontri, invece, il panico fa perdere la testa e i

viaggiatori si affogano a centinaia.

Il _Pilgrim_ filava leggiero e silenzioso; Giorgio era sceso nel

salone più vicino, dal quale non eravamo separati che da una scaletta,

per leggere i giornali della sera. Mary, rimasta a sedere vicino a me,

contemplava l'oscurità circostante e le stelle.

--Sapete--mi disse a un tratto--che per le mie lezioni di francese ho

continuato a tradurre l'articolo del signor Jacolliot sul suo giro in

California? È un lavoro che m'interessa molto, perchè nei panni del

vecchio magistrato francese mi pare di veder voi, arrivato negli Stati

Uniti con tanti pregiudizi europei. Volete sentire ciò che il sindaco

di Meffilld fece vedere al suo compatriota dopo avergli raccontata la

propria storia?

--Sì, sì, con gran piacere.

--Il sindaco di Meffilld, dunque, cominciò col condurre il signor

Jacolliot al _Common Hall_ (casa comunale, municipio) e lo pregò di

assistere ad una seduta, nella quale il _Board of the work_ (comitato

dei lavori) doveva cercare con quali mezzi poteva dare, soddisfazione

al _Board of the health_ (comitato della salute), il quale aveva

dichiarato che le acque di Meffilld erano di cattiva qualità e che

bisognava procurarsene di più pure. Fu una cosa molto spiccia: in

pochi minuti, senza discorsi, senza frasi, il Comitato risolvette di

servirsi delle acque riconosciute ottime di un piccolo lago distante

qualche chilometro e di costruire all'uopo un acquedotto. Siccome del

Comitato facevano parte dei mercanti di pietre e di calce, dei

capimastri muratori e un ingegnere, il conto della spesa fu presto

fatto. E fu deciso di pagarla in parte con sottoscrizioni volontarie e

in parte con una somma inscritta nel bilancio pei lavori comunali. Per

dar subito mano all'opera, poi, in un Comizio che ebbe luogo il giorno

appresso, gli abitanti del Comune s'impegnarono di incaricarsi a loro

spese per tre mesi della manutenzione delle strade, ognuno per la

parte che fiancheggia la sua proprietà. Così si potevano adoperare per

l'acqua i fondi iscritti per le strade.

--In Italia o in Francia per decidere un simile lavoro occorrono molti

mesi e una quantità di permessi e di autorizzazioni.

--È quello che rilevò il sindaco di Meffilld, il quale disse che tutte

le leggi e i decreti che chiamate il vostro diritto amministrativo

sarebbero un'opera di follia, se non fossero un istrumento di

dispotismo. Perchè mai un comune, che a proprie spese vuole costruire

una scuola, un ponticello, un lavoro qualunque, che deve servire ad

esso solo, ha da chiedere tanti permessi al prefetto, ai ministeri?

Tutte le formalità burocratiche, con l'aiuto delle quali si paralizza

in Europa la libertà comunale, sono altrettante catene che, riunite in

una sola mano, servono a tenere obbediente un popolo di schiavi.

--Queste sono verità sacrosante.

--Il sindaco di Meffilld faceva questo ragionamento semplicissimo:

l'uomo ha diritto di contrattare, di acquistare, di vendere, di donare

e via dicendo. Nessuno glielo impedisce, nevvero? Quando dieci, cento,

mille individui sono riuniti in un Comune, in virtù di qual principio

si viene a paralizzare il loro diritto di occuparsi dei propri affari,

e a sottometterli per ogni atto della vita comune all'autorizzazione

del potere centrale, il quale non è altro che il loro mandatario?

--Siamo perfettamente d'accordo.

--Fate il Comune libero nello Stato (provincia o gruppo di provincie)

sovrano--diceva il vecchio di Meffilld a Jacolliot--e voi la finirete

per sempre con quello che chiamate le rivoluzioni. La rivoluzione non

è altro che il movimento di un corpo il quale cerca il proprio

equilibrio.

Mentre la signorina Mary così parlava, io non potevo trattenere un

sentimento di ammirazione per il sistema americano di educazione col

quale, prima che le costituzioni di Sparta e di Atene, gli scolari

imparano a conoscere quella vigente nel proprio paese e a parlarne

come si parla degli interessi di famiglia.

--Mary s'è data alla politica--disse sorridendo Giorgio, che era

tornato sul ponte.

--No--rispose la sorella--mi sono semplicemente entusiasmata

all'apologia che quel vecchio di Meffilld fa delle istituzioni

nord-americane. Ma pensate: in Francia scrivono su tutti i pubblici

edifici la parola libertà fra quelle di fratellanza e di eguaglianza e

non hanno neppure la libertà comunale, come se vi potesse essere

repubblica senza il comune libero e senza il federalismo.

--Non tocchiamo l'unità nazionale!--vi risponderebbero da noi.

--E che c'entra l'unità politica coll'amministrazione dei comuni? Il

sindaco di Meffilld osservava giustamente che l'accentramento

esagerato del potere è il dissolvente più rapido di ogni spirito

patriottico. Voler regolare con le stesse leggi perfino nei più

piccoli bisogni dei comuni, trenta o quaranta milioni di cittadini, è

una cosa insensata. Alla minima ruota che si rompe, tutto il sistema

va a catafascio. Infatti ogni quindici o vent'anni si fa in Francia

una rivoluzione che termina invariabilmente con fucilazioni e

deportazioni, e i cadaveri delle vittime non sono ancora raffreddati

che quegli uomini politici non trovano nulla di meglio da fare che di

rabberciare la vecchia macchina sotto l'intelligente protezione di

trecentomila baionette. Nessuno pensa a costruire una macchina nuova

nella quale l'equilibrio delle forze sia meglio distribuito.

--Voi parlate, cara Mary, come un vecchio filosofo. Ma circa alla

perfezione del sistema politico americano, io ho da esporvi un'idea

che risponde anche alla lezione che mi avete fatta quel giorno che

andammo a pescare insieme.

--Sentiamo, sentiamo.

Ma l'ora s'era fatta tarda, e i camerieri, camminando senza rumore

sopra i tappeti, spegnevano le lampade elettriche dei corridoi.

Lasciammo andare i discorsi e scambiandoci un cordiale _good night_

entrammo nelle nostre rispettive cabine.

* * *

La mattina seguente sbarcavamo a Boston. Era una domenica di settembre

e, secondo le sue vecchie tradizioni, la capitale del Massachussets,

in omaggio al riposo festivo, sembrava un cimitero; la solitudine poi

appariva ancora maggiore del solito correndo una stagione in cui le

migliori famiglie sono in campagna.

L'Esposizione internazionale che si doveva inaugurare il giorno

seguente era stata organizzata modestamente, non con le proporzioni

grandiose di quella precedente di Filadelfia e della successiva di

Chicago, per solennizzare il primo centenario del trattato di pace

firmato a Parigi da D. Hurtley per Sua Maestà Britannica, e da

Beniamino Franklin, John Adams e John Jay per gli Stati Uniti.

Muniti delle carte di _reporters_ che ci davano accesso ai locali

della mostra prima dell'apertura, dopo aver fatto colazione al _Yung's

Hôtel_, ci recammo al _Charitable Mechanic's Association Building_,

vasto edificio tutto imbandierato. Le esposizioni delle nazioni

europee non erano ancora pronte: nella sezione italiana si vedevano i

soliti mosaici di Venezia e una cinquantina di quadri.

Trovammo all'ordine invece la esposizione indigena, nella quale ci

divertimmo a esaminare la sezione dei _cow-boys_, dei celebri

guardiani d'armenti dell'ovest, tutta piena dei loro originali costumi

alla messicana, di grandi selle e di lacci.

Il _cow-boy_ non somiglia affatto ai pastori dei nostri paesi, che

conducono la vita più pacifica del mondo. Per fare il _cow-boy_ nelle

immense pianure del Texas, del Kansas, dell'Arkansas e negli altri

Stati dell'Unione ricchi di pascoli, non basta esser buon cavaliere e

saper guidare i branchi di buoi e di vacche nei terreni più

favorevoli, provveduti di acqua e di erba buona: bisogna essere

giovani robusti e arditi, capaci di tener testa ai ladri o agli

indiani e di sostenere talvolta dei veri combattimenti a colpi di

carabina e di revolver.

Il vestito del _cow-boy_ consiste in un paio di stivaloni dai larghi

speroni, in una camicia di lana, in pantaloni e giacca di velluto o di

pelle adorni di frangie lungo le cuciture, e di un cappello di feltro

dalle larghissime falde alla messicana.

D'estate il _cow-boy_ fa a meno anche della giacca. Egli è molto

semplice nel vestire, ma sfoggia un vero lusso nelle armi. Alla

cintura, accanto alla cartucciera, tiene sempre uno e anche due

revolvers delle migliori fabbriche e ad armacollo una carabina di gran

valore. Esercitandosi fin da ragazzi e quotidianamente, i _cow-boys_

diventano tiratori d'una abilità e d'una precisione meravigliose. I

loro divertimenti abituali nelle praterie consistono tutti in gare

alla corsa o al tiro.

Gettano sull'erba dei fazzoletti e poi lanciandosi a corsa sfrenata li

raccolgono curvandosi da un lato senza rallentare minimamente

l'andamento del cavallo. Gettano in aria delle uova correndo e le

colpiscono col fucile prima che ricadano. Il colpo cosidetto di

Guglielmo Tell, di levare un piccolo oggetto dalla testa di uno con

una revolverata, è per loro un vero giuocattolo. Solamente questa

grande famigliarità con le armi fa sì che essi mettano mano al

revolver a ogni piccolo diverbio.

Un'altra loro abilità è quella di adoperare il laccio, una lunga

striscia di pelle che tengono sempre attaccata alla sella, per fermare

i buoi che si sbrancano.

La vita avventurosa di questi guardiani, i romanzi pubblicati negli

Stati Uniti sul loro coraggio, sulle loro lotte con gli indiani, sui

loro duelli, fanno sì che una quantità di giovani spostati, di

mattoidi, vanno nell'ovest a fare i _cow-boys_. E così avviene che

fermandosi in qualcheduna di quelle stazioni della ferrovia del

Pacifico, dove si caricano lunghi treni di buoi, il viaggiatore trova

con sorpresa, fra i guardiani che accompagnano gli armenti, dei

giovani _cow-boys_ che hanno veramente maniere da gentiluomo, parlano

correntemente due lingue e sembrano cacciatori, _touristes_, anzichè

butteri. Un giorno ne fu veduto uno che leggeva un numero della _Vie

Parisienne_ di cui era abbonato; egli faceva ogni settimana non so

quante miglia a cavallo per andarsi a prendere la posta nella più

prossima stazione.

Accanto al _cow-boy_ romantico c'è naturalmente quello brutale,

maleducato, vero brigante delle praterie, che qualche volta lascia il

suo mestiere per fare il ladro da strada, per organizzare grossi furti

di bestiame o per mettersi a barare nelle case da giuoco, nelle

piccole città di legno che s'improvvisano nel _far-west_.

Dopo aver lavorato qualche mese nelle praterie, lontani da città e da

villaggi, i _cow-boys_ si procurano qualche giorno di permesso e vanno

a divertirsi nella capitale dello Stato in cui si trovano, capitale

che spesso non conta più di quaranta o cinquanta mila abitanti, ma che

ha in abbondanza teatri, birrerie, caffè-concerti, case da giuoco,

ecc.

Allora essi somigliano ai marinai che toccano il porto dopo una lunga

traversata: sono avidi di donne, di liquori, di spettacoli d'ogni

genere, impazienti di spendere il denaro di cui hanno piene le tasche.

Dopo essersi comperato qualche oggetto di vestiario, una sella, armi,

munizioni, entrano nei _bar-rooms_ e si abbandonano all'orgia. Di

notte si vedono con la bocca piena di tabacco, andar in visibilio

davanti ai _cancans_ primitivi di orribili cantanti intonacate di

belletto, contendersi a manate di dollari nelle birrerie i favori di

certe chellerine che sono il rifiuto delle grandi città, o farsi

pelare nelle case da giuoco fino all'ultimo pezzo da _five cents_.

Quand'è rimasto senza un soldo, il _cow-boy_ inforca il cavallo, torna

a' suoi armenti e alle sue tende sognando il giorno in cui potrà di

nuovo ubbriacarsi in braccio di una Jennie quarantenne o di una Minnie

che gli darà da intendere di aver cantato a Parigi.

* * *

Una mostra più interessante era quella del giornalismo. Alcuni dei

principali giornali degli Stati Uniti avevano fatto l'esposizione

dello sviluppo raggiunto in pochi anni dal loro formato e dalla loro

diffusione.

Il _New-York Herald_ aveva mandato il suo primo numero, un foglietto

magro magro, scritto da Bennett padre in una soffitta di Ann Street, e

l'ultimo numero della domenica, di sette grandi fogli, la maggior

parte dei quali pieni d'annunzi, stampato da sette macchine doppie,

che non solo stampano ma tagliano e piegano 2333 copie al minuto,

senza arrivare quasi in tempo per soddisfare a tutti gli ordini dei

committenti.

Quel numero, eguale del resto ai fascicoli domenicali di vari grandi

giornali americani, si componeva di centosettantotto colonne, per la

cui composizione erano occorse più di duemila libbre di caratteri e

per la cui stereotipia s'erano fuse dieci tonnellate di metallo.

Alla prosperità della stampa nord-americana tre cose hanno

principalmente contribuito: la libertà completa, il fatto che in

nessun altro paese del mondo si legge come negli Stati Uniti, e il

grande uso che si fa della _réclame_.

Dall'Atlantico al Pacifico non si è mai saputo che cosa siano nè

gerenti responsabili, nè la censura preventiva, nè l'obbligo di

presentare la prima copia al procuratore del re o della repubblica. I

reati che si possono commettere col mezzo della stampa sono preveduti

e puniti dal codice senza bisogno di leggi speciali.

E bisogna confessare che gli Stati Uniti dimostrano come nessun

inconveniente possa venire dalla completa libertà di stampa. I

giornali libelli non attecchiscono là, perchè se i libellisti fanno

nomi e specificano fatti, vi sono i tribunali che li fanno smettere, e

se calunniano con vaghe allusioni non compromettenti, i loro fogli non

vengono letti e cadono ben presto sotto il peso del pubblico

disprezzo.

Rimane la questione politica, l'offesa al capo dello Stato, alle

istituzioni e via dicendo. Ebbene, o il giornalista calunnia, e

allora, come per i privati, c'è il giudice; o dice la verità, e in

questo caso ha il diritto di stamparla. Un esempio fra mille che si

potrebbero citare. Quando risultò che il presidente Hayes era riuscito

eletto per frode in luogo di Tilden, il _Sun_ di New-York un bel

giorno stampò un gran ritratto del presidente, sulla cui fronte era

incisa a grossi caratteri la parola _Fraud_: l'immagine di Hayes, con

la taccia di ladro scolpita in fronte, circolò così a migliaia di

copie in tutti gli Stati Uniti. Se l'Hayes non era realmente un

imbroglione, avrebbe permesso lo scandalo? No, certo; ma si sapeva

colpevole degli intrighi addebitatigli e dovette tacere, sicuro che,

citato in tribunale, il _Sun_ gli avrebbe provato con le cifre di

avere stampata la sacrosanta verità.

La stampa, dicono gli americani, non è altro che la pubblica

manifestazione delle opinioni. Se le opinioni sono libere, se in un

paese retto da una data forma di governo si è padroni di patteggiare

per un'altra, perchè non si deve essere liberi di stampare ciò che si

pensa, ciò che si dice tutti i giorni conversando in pubblico?

Non è per la morale, aggiungono, o per proteggere l'onore delle

persone che in Europa s'inceppa la libertà della stampa; è perchè si

teme la propaganda di quelle idee coll'avanzarsi delle quali certi

governi devono inevitabilmente cadere. Libero intieramente non è quel

paese dove gli onesti cittadini d'ogni partito non possono liberamente

manifestare i loro pensieri su qualsiasi argomento e su quello

politico in ispecie.

La grande diffusione e i guadagni che in ragione di essa procura la

pubblicità, permettono ai giornali americani di eccitare, pagando

bene, le attitudini di una quantità di bravi _reporters_, ognuno dei

quali ha una specialità--_sport, hig-life_, descrizioni di feste

pubbliche, descrizioni di delitti e inchieste sui medesimi,

descrizioni degli incendi, resoconti di _meetings_, di processi, di

sedute del Consiglio comunale, della legislatura dello Stato o del

Congresso di Washington, teatri, bassifondi, curiosità d'ogni

genere--e tutte queste qualità di _reportage_ formano poi una delle

specialità della stampa americana.

Il vero _reporter_, quello che ha intelligenza, vocazione e passione

per il suo mestiere, sta sempre all'erta, come una sentinella, come un

agente di polizia o un pompiere, in attesa di una parola, di

un'informazione, di un dispaccio o di un avvertimento telefonico che

gli segnalino il fatto del giorno riguardante il servizio a cui è

addetto. Ricevuta la prima notizia, egli entra in un periodo febbrile

di attività. Dimenticando fame, sonno e qualunque altra cosa, corre

col mezzo più rapido sul luogo dove è successo il dramma, il furto,

l'incendio, lo scontro ferroviario, la collisione nella baia,

l'avvenimento qualunque esso sia; si scolpisce in mente la scena con

la precisione di una macchina fotografica; interroga i superstiti, i

testimoni, i feriti, gli agenti della forza pubblica, e con un

pezzetto di lapis, con pochi segni quasi stenografici, nota ogni cosa,

raccogliendo i particolari più minuti, frettoloso e diligente nello

stesso tempo, in preda sempre a uno strano orgasmo, smanioso di

arrivare il primo e di avere la maggior copia di informazioni, e

conservando contemporaneamente una flemma, un sangue freddo che gli

permettono di non dimenticare la più piccola circostanza.

In quel momento il buon _reporter_ è come la personificazione della

curiosità pubblica; egli sente istintivamente la sua importanza di

rappresentante di un giornale, il quale ha migliaia di lettori avidi

di essere ben informati, e reputa come un diritto la facoltà di

entrare dappertutto, di interrogare, di investigare, come se fosse un

_detective_ o un giudice istruttore.

È in tale periodo che il _reporter_ non conosce ostacoli e che, per

saper tutto nel più breve tempo possibile, diventa astuto, audace,

indiscreto e magari anche arrogante. Non è più lui che agisce, lui,

che magari nella vita privata è un tranquillo e indifferente

giovanotto: egli corre e lavora mosso, come per una misteriosa

suggestione, dalle esigenze della stampa moderna, da quella forza che

è il giornale diffuso. La sua personalità sparisce completamente:

dimentica la salute e la famiglia e affronta qualsiasi pericolo colla

massima indifferenza. In una guerra, marcia coll'avanguardia, sotto le

prime palle, per descrivere le prime scaramuccie; nelle epidemie va a

visitare i malati nei centri più infetti; negli incendi si spinge coi

pompieri nei punti più minacciati da scoppi o da crolli di mura; nelle

pubbliche dimostrazioni deve essere alla testa, fra gli spintoni e

magari le schioppettate; nei tempi ordinari bazzica ogni giorno negli

ospedali, nelle sale anatomiche, nelle camere mortuarie, nelle

prigioni e nei luoghi meno puliti, nello stesso modo con cui va ad

assistere a un processo celebre o ad una festa di lusso.

Vi sono dei _reporters_ specialisti per inchieste segrete, per

investigazioni su misteri che la stessa polizia non è stata capace di

scoprire, pronti a tutto per ottenere lo scopo.

Un giorno si sparse a New-York la voce che gli alienati rinchiusi in

un manicomio municipale erano vittime di sevizie e di violenze da

parte dei medici e degli inservienti. I giornali ardevano dal

desiderio di pubblicare informazioni esatte in proposito; ma come

ottenerle? Il personale sanitario e di servizio si guardava

naturalmente dal dire la verità e alla testimonianza di qualche pazzo

guarito non si poteva attribuire molta fede.

Il _city editor_ (cronista) del _New-York Herald_ convocò la squadra

dei suoi _reporters_ e disse che bisognava ad ogni costo penetrare nel

manicomio e sorprenderne i misteri. I bravi giovani, che già avevano

fatto e girato molto invano, si torturavano il cervello, quando uno di

essi si avanzò calmo e sereno e annunziò d'aver trovato il modo di

saper esattamente quanto avveniva fra le mura del manicomio in

questione.

--Come? In che maniera?--gli si domandò.

--Ecco:--egli rispose tranquillamente--io fingerò d'essere diventato

pazzo, mi farò rinchiudere là dentro cogli alienati; appena avrò visto

e notato tutto, guarirò; e il pubblico sarà informato d'ogni cosa.

Silenzio e prudenza!

E, salutati i colleghi, corse a casa e si chiuse a chiave nella sua

stanza.

A mezzanotte si odono in quella casa delle grida furiose, degli urli

disperati. Tutti i vicini si svegliano; la vecchia signora, presso la

quale il _reporter_ dell'_Herald_ abitava, corre alla stanza da cui

proveniva il baccano, trova l'uscio chiuso, bussa, e non ottenendo

risposta mentre le grida continuavano terribili, fa aprire da un

fabbro la porta e vede il _reporter_ che si rotolava in camicia sul

pavimento, cogli occhi stralunati, con la schiuma alle labbra.

Interrogato, il _reporter_ non risponde; urla sempre in modo

compassionevole, e nei rari intervalli di calma non pronunzia che

frasi insensate.

Si chiama un'ambulanza e il giovane viene condotto alle prigioni e

rinchiuso in una cella delle _Tombs_--il carcere principale di

New-York. Dopo tre giorni un medico constata che egli è pazzo, con

accessi furiosi, e lo manda a quel tale manicomio municipale.

I giornali cittadini raccontano il fatto e deplorano con vivo

dispiacere che un collega, così buono e valente, sia stato colpito da

una simile disgrazia. Passano tre mesi: le voci che circolavano sui

misteri del manicomio parevano svanite, quando una mattina il

_New-York Herald_ esce con una relazione in minutissimo carattere che

occupava due pagine intiere, nella quale il _reporter_ «guarito»

narrava diffusamente ciò che accadeva nel manicomio: le voci corse

erano vere ed egli raccontava storie di sequestri di persone sane, di

torture, di fame, di sete, di patimenti atroci, inauditi.

La relazione finiva coll'invitare gli increduli a visitare il

_reporter_ stesso, il quale era uscito dal manicomio magro, pallido,

sfigurato, che pareva un _Ecce Homo_. Non occorre dire che le

rivelazioni dell'_Herald_ provocarono una rigorosa inchiesta che pose

fine agli abusi e ai mali trattamenti.

Il giornalismo americano ha molti difetti che facilmente si perdonano

quando si vede che sua cura principale è di descrivere e raccontare

tutto ciò che succede in modo imparziale, non preoccupandosi che

dell'esattezza e della sollecitudine. Quelli che da noi si chiamano

articoli di fondo e che spesso non sono che noiose tiritere e

soliloqui di redattori che pretendono di giudicar tutti e di parlare

di tutto, anche delle questioni che meno conoscono, nei giornali

nord-americani si riducono a brevi e succose note, a commenti

stringati, nei quali sono espressi sulle cose del giorno i pareri di

uomini competenti. Negli Stati Uniti si crede che il giornale debba

essere quasi unicamente un bollettino delle notizie di tutto il mondo,

un resoconto preciso di ciò che succede: i giudizi devono essere

lasciati al gran pubblico. Se il giornale ne vuole esprimere, devono

provenire da gente che conosce a fondo l'argomento.

--In quanto ai commenti sulle questioni del giorno che non implicano

speciali conoscenze--diceva un giorno il signor Dana, direttore del

_Sun_, in una riunione di giornalisti--per dare efficacia alle note

editoriali occorrono i seguenti ingredienti: buon senso; fede sincera

nei principî democratici e in quella grande esposizione dei diritti

dell'uomo che è la costituzione degli Stati Uniti; l'abilità di

esprimere le idee chiaramente, senza ambiguità; il tutto condito da

una dose abbondante di umorismo e di spirito.

Con lo sviluppo preso dalla stampa negli Stati Uniti è naturale che i

giornalisti americani parlino con compassione dei loro confratelli

d'Europa.

--Tutti i giornali parigini--mi diceva un redattore del _Cornhill

Magazine_--pubblicano molte appendici e nessuno di essi dà una

relazione esatta, imparziale, coscienziosa, di un _meeting_ politico.

Alcuni hanno adesso qualche _reporter_ cosidetto all'americana. Ohimè,

quale meschinità! Il sedicente _reporter_ all'americana ha la

specialità delle interviste colle celebrità del momento, di strappare

i segreti dal petto dei diplomatici e degli uomini di Stato, e di

corrompere i camerieri dei re in viaggio per sapere quello che il

monarca mangia a colazione. Il _reporter_ all'americana giunge

certamente a sapere una quantità di fatti interessanti, ma i resoconti

che scrive o che telegrafa sono troppo pieni della sua personalità.

Uno dei più giovani giornali di New-York che in pochi anni seppe

raggiungere una tiratura media quotidiana di trecento mila copie, è il

_N. Y. World_, fondato e diretto da Joseph Pulitzer, il quale,

all'angolo di Park Row e di Frankfort Street, si è costruito un

ufficio che costa due milioni di dollari, altissimo, di tredici piani,

sormontato da una torre di cinque piani e del diametro di cinquanta

piedi.

Gli uffici di redazione e di _reportage_ si trovano appunto in quella

torre che è il _building_ più alto della metropoli, dove sono anche i

locali pei compositori, con ampi finestroni tutto all'intorno e il

_restaurant_ cooperativo per gli impiegati del giornale.

A pianterreno sono situati gli uffici per l'amministrazione, per le

inserzioni a pagamento, per la distribuzione e la spedizione del

giornale; nel _basement_ (sotterranei) una macchina motrice della

forza di mille cavalli; la macchina per gli _elevators_ (ascensori);

l'officina per la stereotipia delle forme; le dieci macchine

quadruple, della forza di seicento cavalli, che stampano il giornale;

la macchina elettrica, che alimenta 3500 lampade; quattro _elevators_

pneumatici per portare la carta.

Gli altri undici piani sono destinati a uso di uffici, di cui

centocinquanta sono affittati.

L'edifizio è provveduto di sei ascensori: due pei compositori

tipografi; tre per gli uffici appigionati, e uno che parte dal

pianterreno, e, senza fermarsi, va direttamente al piano decimottavo,

riservato esclusivamente ai _reporters_ e ai redattori.

Le spese di redazione del _New-York World_ oltrepassano di molto il

milione di dollari all'anno.

Nel paese dei dollari Tre anni a New-York · 第 19 / 25 题