VIII.

La distruzione delle Pelli Rosse.

Non parliamo poi del modo disumano con cui gli americani del Nord

vanno distruggendo gli ultimi indiani.

Dopo averli confinati in certe zone di terreno chiamate _reservations_

violano i patti; i soldati fanno invasioni continue e si abbandonano

alla caccia del bisonte e degli altri animali, per il solo piacere di

distruggerli, mentre formano l'unico nutrimento del Pelle Rossa; gli

impiegati, poi, rubano quasi tutti i doni e le merci inviate dal

Governo agli indiani.

Le insurrezioni delle Pelli Rosse non sono causate che dalle

violazioni dei confini delle loro riserve per opera dei bianchi.

Vedendosi molestati nelle proprie sedi, gli indiani per vendicarsi

fanno qualche scorreria fuori dei loro confini; allora interviene la

truppa e succedono i combattimenti.

Poi vi sono i preti delle varie religioni che vanno a portare la

discordia fra i Pelli Rosse.

Interessantissime e piene di solennità riescono sempre le conferenze

in cui i capi delle tribù espongono i loro lagni ai rappresentanti del

Governo. In una tenuta a New-York nella gran sala del Cooper

Institute, un capo, chiamato Nube Rossa, diceva con voce lenta,

cadenzata, sonora, accompagnata da gesti pieni di nobiltà:

--Voi siete miei fratelli e amici venuti per sentirmi. Noi tutti siamo

opera del Grande Spirito. Voi non mi pagaste mai le terre che mi avete

prese. Il Grande Spirito vi ha fatti bianchi e ricchi: noi rossi e

poveri. Quande veniste la prima volta in questo paese, voi eravate

pochi e noi molti: oggi siamo noi i pochi. Io rappresento la razza

indigena, la prima che apparve su questo continente. Noi siamo buoni e

non cattivi; vi abbiamo dato le nostre terre. Conoscete qualcheduno

che sia venuto da noi e non sia stato ben trattato?

Nube Rossa si lagnava poi dei trattati violati dalle faccie pallide,

dei cattivi trattamenti inflitti dai coloni bianchi agli indiani che

vollero, secondo i loro consigli, coltivare la terra, e finalmente del

Gran Padre (il presidente della Repubblica) che è a Washington, che

promette sempre di rendere giustizia ai suoi fratelli rossi e non lo

fa mai.

Era la prima volta che Nube Rossa, un capo che disponeva di tremila

uomini, acconsentiva a trattare col governo. Fino allora alle

ambasciate speditegli dai commissari federali egli aveva risposto che

non si degnava d'incomodarsi per andar a vedere i suoi padri bianchi e

per firmare con essi il trattato di pace.

--Faceva freddo, non voleva mettersi in via e preferiva cacciare il

bisonte. A che pro questa visita alle faccie pallide che l'avevano

sempre ingannato e che fabbricavano dei forti sulle sue terre?

In un'altra seduta Nube Rossa diceva:

--Il Grande Spirito mi fece nudo, e nudo mi allevò... Ciò che voglio

dire a voi, a questi uomini e al mio Gran Padre, è questo: Guardatemi,

io era nato dove sorge il sole e ora vengo dal paese dove esso

tramonta. _(Nube Rossa vuol dire che la sua tribù occupava una volta

la riva sinistra dei Missouri e che i bianchi lo respinsero

all'estremo ovest, appiè delle Montagne Rocciose)_. Qual è il popolo

che primo fece sentir la sua voce su questo continente? È il popolo

rosso, che fa uso dell'arco. La nostra nazione si dilegua e sparisce

come la neve sul pendio delle montagne, quando il sole è caldo; invece

il vostro popolo è numeroso come i fili d'erba delle praterie

all'approssimarsi dell'estate... Guardate bene: quando me n'andrò, se

io sono macchiato di sangue; voi, voi avete inaffiato di sangue le

zolle delle grandi pianure sulla linea del forte Fettermann. Voi fate

passare delle strade di ferro attraverso al mio paese, e per la

superficie che esse occupano non ho ricevuto nemmeno il valore d'un

anello di rame. Voi fabbricate ogni sorta di munizioni; perchè non me

ne date? Avete paura che vi faccia la guerra? Voi siete molti e

potenti; noi non siamo che un pugno d'uomini. Non è per farvi la

guerra che voglio munizioni, è per cacciare. Vedo bene che dovrò

finire per coltivare la terra, ma per il momento ciò mi è impossibile.

Ho detto.

Gli indiani non vogliono sentir parlare di coltivar la terra.

--Noi vogliamo vivere come siamo stati allevati, cacciando gli animali

delle praterie. Non ci parlate dunque di riserve o di coltivazione

della terra!--diceva il gran capo dei Corvi, Piede Nero, ai commissari

adunati nel forte Laramie.

E aggiungeva:

--Lasciateci andare dove va il bisonte. Mandate i vostri agricoltori,

ma non in mezzo a noi. Il Corvo scorre traverso le praterie e caccia

l'antilope e il bufalo: esso non ama altro. Padre, guardate me e tutti

i Corvi; essi non hanno altra opinione che la mia.

Dente d'Orso, altro gran capo che aveva parlato prima di Piede Nero,

non era stato meno esplicito:

--Padri, voi mi dite di coltivare la terra e di allevare il bestiame;

io non voglio sentire di questi discorsi; sono stato allevato col

bisonte e lo amo. Fin dalla mia nascita ho appreso come i nostri capi

a esser forte, a levar la mia tenda quando è necessario e correre

traverso le praterie come mi pare e piace.

* * *

Vi sarebbe uno studio interessantissimo da fare sullo stile oratorio

di questa razza destinata a scomparire e sulle sue leggende, alcune

delle quali sembrano inventate da un Giacosa dei Pelli Rosse.

Eccone un saggio:

«Un capo degli Siù ha una bellissima figlia, la quale s'innamora un

giorno del figlio del capo di una tribù nemica.

«Una notte questo giovane rapisce la fanciulla, la porta in una

caverna, si sposano. Il vecchio capo Siù, appena viene informato del

ratto, monta su tutte le furie, insegue gli amanti, li sorprende e

ordina ai suoi guerrieri di gettare il giovane giù da un burrone, non

lasciandogli che il tempo necessario per intuonar un inno di morte.

«E appena il sole sparì dietro le grandi montagne dell'ovest, mentre

le prime stelle illuminavano il puro firmamento, dietro un segnale del

vecchio capo, quattro guerrieri s'impadronirono del giovane e lo

lanciarono nel burrone. In quell'istante, ratta come il baleno, la

fanciulla si scioglieva dalle braccia di suo padre e gridato per due

volte il nome dell'amante, spiccava un salto e spariva nello stesso

precipizio.»

Un'altra leggenda indiana, intitolata _Il laccio incantato_, dice

così:

«Un povero giovane che non aveva nè parenti nè amici e che si chiamava

Jena, ossia il vagabondo, errava solo soletto di foresta in foresta.

Egli avrebbe desiderato vivamente che una compagna fosse venuta a

consolare la sua vita; ma chi avrebbe voluto dividere la sorte di un

disgraziato il quale non possedeva altro che un vestito di pelli e un

laccio per prendere gli animali?

«Un giorno, partendo per la caccia, Jena sospese il suo laccio a un

albero per non avere il fastidio di portarlo.

«Tornando alla sera nello stesso sito, fu lietamente sorpreso di

trovare, al posto dove aveva lasciato il laccio, una piccola capanna

graziosissima nella quale era assisa una bella giovanetta ai cui piedi

stava il suo laccio da cacciatore.

«Quel giorno Jena portava, fortunatamente, un daino che gettò davanti

alla porta della capanna.

«Subito, senza dare neppure il benvenuto al cacciatore, la giovane

accorse per vedere se il daino ucciso era grasso, e nella sua fretta

fece un passo falso e cadde sul limitare della capanna.

«Jena la guardò con disgusto e pensò:

«--Io credevo di essere felice, ma vedo che mi sono ingannato. Tienti

pure il daino, o donna ingorda: te lo regalo!

«Quindi riprese il suo laccio, e dopo aver camminato per qualche

tempo, arrivò presso un altro albero dove sospese di nuovo il laccio;

e partì in cerca di selvaggina.

«Egli fu ancora fortunato, tornò con un daino e trovò che una capanna

si era innalzata accanto all'albero. Guardò dentro e vide una

magnifica ragazza che stava seduta in un angolo col suo laccio allato.

«Essa si alzò per esaminare il daino deposto sulla porta, mentre Jena,

stanco della sua caccia che l'aveva condotto molto lontano, entrò

nella capanna e si riposò accanto al fuoco.

«La giovane non tornava: Jena si domandava quale motivo poteva

trattenerla fuori; si alzò per guardare attraverso la porta, e la vide

intenta a mangiare avidamente tutto il grasso del daino.

«Allora esclamò:

«--Io speravo di essere felice, ma invece mi sono ingannato.

«Poi, rivolgendosi alla donna:

«--Povera faina--disse--non disturbatevi e divorate pure tutta la

cacciagione che ho portato.

«Prese nuovamente il suo laccio e se ne andò; poi, secondo il solito,

lo sospese a un albero prima di allontanarsi per cercare della

selvaggina. Tornò alla sera recando un superbo daino. Una capanna

aveva sostituito l'albero e attraverso una feritoia Jena scorse

un'altra incantevole giovinetta che accudiva al fuoco.

«Appena egli entrò, essa si alzò con aria gentile, gli diede il

benvenuto, e senza perdere tempo si mise a scuoiare il daino come si

deve, e ne sospese la carne per affumicarla. Quindi ne apparecchiò un

pezzo per il cacciatore che avea molta fame. Allora il nostro giovane

disse fra sè:

«--Adesso finalmente ho trovato la vera felicità.

«Ogni sera, quando suo marito ritornava dalla caccia, la buona sposa

lo accoglieva, con piacere, gli faceva trovare tutto in ordine, si

prendeva cura della cacciagione, preparava il desinare, e da allora in

poi Jena fu l'uomo più felice del mondo.»

Aveva trovato una moglie--serva ideale!

* * *

Qualche tribù indiana conserva l'uso di celebrare ogni anno certe

feste religiose con danze che sono spettacoli di fanatismo barbaro e

feroce e che l'autorità di Washington è riuscita a impedire quasi

completamente.

La festa principale solennizzata dagli Siù con scene di sangue è

quella del sole o del serpente. Ai bianchi che cercavano di

dissuaderlo dall'orribile costume, il vecchio Orso Veloce rispondeva:

--Voi avete avuto un Cristo che morì sulla croce per voi e ne menate

gran rumore. Noi facciamo quello che voi non osate fare: ci leghiamo

noi stessi sulla croce del nostro dio e soffriamo con lui: voi non

avreste il coraggio di fare altrettanto!

Ora però l'antica cerimonia ha perduto molto del rigore con cui veniva

osservata. Una volta i giovani guerrieri erano obbligati a prender

parte alla danza: ora vi intervengono solo coloro che devono

sciogliere un voto a Wkaortaorka, il Grande Spirito. Tali voti sono di

più maniere: un indiano si obbliga di ballare durante le danze del

sole o del serpente se guarisce un suo figlio, un amico, una persona

cara, oppure se ottiene un successo in qualche sua impresa, anche se

questa sia di un genere non ammesso dal codice penale.

Un araldo, vestito di pelli di bufalo, annunzia il giorno e il luogo

del trattenimento alle varie bande indiane. Il campo che viene

preparato è ordinariamente di cinque miglia di circonferenza: alla

festa accorrono da otto a dieci mila indiani. Davanti alla tenda, dove

i danzatori devono aspettare gli ordini per eseguire il loro

programma, giace un cranio di bufalo contornato da erbe selvatiche e

da altri emblemi strani e misteriosi.

Pochi giorni prima della festa un drappello di cavalieri va a cercare

un tronco conveniente da piantare nel centro del campo riservato al

ballo. Si sceglie di solito un olmo gigantesco, che viene tagliato da

una vergine indiana espressamente consacrata a quell'ufficio.

Appena il tronco è rizzato e adorno di fronzoli e nastri, ha luogo la

corsa del palo. Mille guerrieri a cavallo si precipitano in una corsa

vertiginosa giù pel ripido pendio di una vicina collina verso

l'albero, e siccome il terreno è reso artificialmente liscio e

sdrucciolevole, uomini e cavalli cadono in grande quantità,

fracassandosi le gambe e qualcheduno anche l'osso del collo, con

immensa soddisfazione del pubblico.

All'ultima gran festa del sole celebratasi vicino all'Agenzia Indiana

di Rosebud, Dakota, mentre io attraversavo quelle regioni, la schiera

dei mille guerrieri era composta di quegli stessi indiani che

sorpresero e massacrarono la brigata dell'infelice generale Custer:

molti avevano ancora le selle e le armi che furono il loro bottino

dopo la triste giornata di Yellowstone.

A mezzogiorno preciso di un lunedì di luglio, arrivarono i danzatori

del Sole, quindici in tutto, per sciogliere i loro differenti voti.

Essi si chiamavano: _Segue una donna, Vive nell'aria, Buco

grandissimo, Vitello bianco, Segna a tre, Cane maschio, Piccolo

giorno, Ragazzino, Corno vuoto, Aquila, Tettoia, Aquila doppia,

Giallo, Povero cane e Falcone battagliero_.

I guerrieri erano nudi fino alla cintola e portavano fascie fatte con

scialli rossi. Dalle loro cinture pendevano nastri azzurri davanti e

di dietro. Sul capo s'erano messi come ornamento dei mazzi d'erba e

dei corni di bufalo. Sul petto avevano dipinte immagini del sole e

allacciati ai polsi vari amuleti ed emblemi distintivi di famiglia.

I cantanti cominciarono a strillare accompagnati da una specie di

tamburi scordati. I danzatori accostarono alle labbra il loro

fischietto d'osso d'oca ornato della rara piuma dell'_uccello medico_,

e si misero a ballare in su e in giù. Essi dovevano seguitar a

fischiare finchè duravano a ballare, cioè fino al tramonto del giorno

successivo. Alcune donne supplivano alla musica difettosa col cantare,

con voce stridula, battendo il tempo coi piedi.

Venuta la notte non c'era un lume in tutto il recinto. L'albero

coperto di pezzi di stoffa, era illuminato dal chiaro della luna:

verso la sua cima era attaccato in senso orizzontale un fascio di

vimini che gli dava così una certa rassomiglianza con la croce

cristiana. Da quel fascio pendevano varie figure tagliate nel cuoio e

rappresentanti il Sole, lo Spinto buono, lo Spirito cattivo e altri

simboli.

I danzatori resistettero tutta la notte e finchè risplendette la luna

si volsero con la faccia e coi gesti ad essa; ma appena spuntò il

sole, _Gheezis_, voltarono le spalle alla luna e si misero a

complimentare l'astro maggiore. Così seguitarono tutto il giorno. Se

uno mostrava stanchezza, veniva condotto all'ombra e gli si permetteva

di aspirare due o tre boccate di fumo da una pipa, oppure gli si

faceva masticare un pizzico di salvia selvatica per facilitargli la

salivazione.

Intorno ai danzatori, gli indiani se ne stavano spettatori

indifferenti, rosicchiando pan nero e bollito di cane portato dalle

loro donne in sudici recipienti di latta. Al di fuori del recinto i

ragazzi giuocavano, i piccoli correndosi dietro e gettandosi per terra

l'un l'altro; i grandi facendo all'amore, pigliando qualche bruna

ragazza e avvolgendosi con essa nella medesima coperta che serve loro

di scialle e di vestito.

Durante la danza del Sole gli indiani adolescenti vengono introdotti

nell'arena per aver bucate le orecchie, cerimonia che conferisce loro

i diritti civili nella tribù. Questa operazione richiede da parte del

candidato un piccolo sacrifizio, che ordinariamente è quello di un

puledro: nella festa di cui parlo i puledri offerti furono circa

settecento.

Verso mezzodì del secondo giorno il medico capo dipinse gli uomini che

dovevano essere legati all'albero. Ciò fatto, essi furono guidati

successivamente verso i quattro punti cardinali; indi si recitò la

preghiera seguente:

--Dio, noi siamo venuti per festeggiare il giorno che tu ci hai dato.

Noi ci teniamo in piedi per dare a te la nostra carne. Abbi cura delle

nostre mogli, dei nostri figli ed amici, e aiutaci a sostenere questa

prova.

E la prova orribilissima cominciò. Il primo a essere martorizzato fu

_Segue una donna_. Venne gettato a terra e il medico con un acuto

coltello gli praticò due incisioni sopra ambo le mammelle. Nei buchi

così aperti furono introdotti due pezzi di legno attaccati a una

corda, e il paziente venne alzato da terra e sospeso all'albero per

rimanere in quella posizione finchè il suo proprio peso, stracciando

le carni, l'avesse fatto ricadere sull'erba.

Benchè abbattuto da quindici ore di fatica, sfinito dalla fame e dalla

sete, il giovane guerriero sopportò, senza mostrare la minima

debolezza, l'atroce tortura. Essa fu breve: le carni si lacerarono in

cinque minuti ed egli cadde a terra e si rimise immediatamente a

ballare cogli altri.

_Vive nell'aria_ venne dopo _Segue una donna_, e penò più di

quest'ultimo, avendo dovuto rimanere sospeso più di dieci minuti prima

che gli si rompesse la carne. Il più disgraziato di tutti, come se il

nome gli avesse portato sventura, fu _Poor Dog_ (_Povero cane_). Le

incisioni praticategli erano state troppo profonde: per quanto egli

sgambettasse in aria per circa mezz'ora, la carne resisteva. I muscoli

del petto gli si staccavano dalle ossa; le stesse donne indiane

piangevano nel vederlo; eppure durante una così dolorosa agonia, non

uscì dalle sue labbra una parola di lamento.

V'erano anche penitenze d'altre specie, non meno crudeli. _Giallo_,

per esempio, fu forato in una spalla, e nel buco s'introdusse una

corda che dall'altro capo era attaccata al collo di un cavallo. Si

batteva quest'ultimo, che scalpitava e scuoteva la testa, lacerando le

carni del paziente e si continuò così finchè la corda stracciò del

tutto la carne, lasciando libero il prigioniero.

Molti indiani poi, di quelli che non prendevano parte alla danza,

facevano differenti sacrifici tagliandosi dei pezzi di carne dalle

braccia.

I danzatori intanto offrivano uno spettacolo orribile: essi

continuavano a saltare, esausti, coperti di sangue, col fischietto

sempre stretto fra le labbra inaridite. Nessuno si ritirò se prima non

compì il voto e non sopportò la sua pena fino all'ultimo. Nessuno

domandò soccorso nè si lasciò sfuggire un gemito. Chi l'avesse fatto,

avrebbe perduto per sempre il suo posto fra i guerrieri: sarebbe stato

messo fra le donne e anche queste l'avrebbero disprezzato.

* * *

A proposito degli indiani. Dacchè l'America fu scoperta gli scienziati

si scervellarono per sapere quali popoli l'abitarono per i primi.

Ora un fatto semplicissimo è venuto a sconvolgere diverse teorie e a

dar ragione a coloro che sostengono essere stata l'America popolata da

gente sbarcata da altri continenti.

Poco tempo fa in una miniera della Columbia Inglese, alla profondità

di sei metri sotto la superficie, furono trovate alcune monete chinesi

riunite con un filo di ferro. Appena toccato ed esposto all'aria, il

fil di ferro si sciolse in polvere; ma non così avvenne delle monete,

le cui iscrizioni provano che furono coniate da oltre tremila anni.

Cosicchè qualche secolo prima di Colombo i caudati figli del Celeste

Impero avrebbero scoperto l'America, e, se non ne furono i primi

abitatori, aprirono la via a qualche altro popolo dell'Asia. I vecchi

messicani e gli indiani discesero probabilmente da qualche famiglia

asiatica trasportata in America dai venti, sopra una zattera di

tronchi d'albero.

Due o tremila anni fa fra l'Asia e l'America esistevano forse altre

terre, altre isole, che facilitavano le comunicazioni e che successivi

sconvolgimenti e terremoti sommersero poi nelle profondità

dell'Oceano.

Nel paese dei dollari Tre anni a New-York · 第 17 / 25 题