La distruzione delle Pelli Rosse.
Non parliamo poi del modo disumano con cui gli americani del Nord
vanno distruggendo gli ultimi indiani.
Dopo averli confinati in certe zone di terreno chiamate _reservations_
violano i patti; i soldati fanno invasioni continue e si abbandonano
alla caccia del bisonte e degli altri animali, per il solo piacere di
distruggerli, mentre formano l'unico nutrimento del Pelle Rossa; gli
impiegati, poi, rubano quasi tutti i doni e le merci inviate dal
Governo agli indiani.
Le insurrezioni delle Pelli Rosse non sono causate che dalle
violazioni dei confini delle loro riserve per opera dei bianchi.
Vedendosi molestati nelle proprie sedi, gli indiani per vendicarsi
fanno qualche scorreria fuori dei loro confini; allora interviene la
truppa e succedono i combattimenti.
Poi vi sono i preti delle varie religioni che vanno a portare la
discordia fra i Pelli Rosse.
Interessantissime e piene di solennità riescono sempre le conferenze
in cui i capi delle tribù espongono i loro lagni ai rappresentanti del
Governo. In una tenuta a New-York nella gran sala del Cooper
Institute, un capo, chiamato Nube Rossa, diceva con voce lenta,
cadenzata, sonora, accompagnata da gesti pieni di nobiltà:
--Voi siete miei fratelli e amici venuti per sentirmi. Noi tutti siamo
opera del Grande Spirito. Voi non mi pagaste mai le terre che mi avete
prese. Il Grande Spirito vi ha fatti bianchi e ricchi: noi rossi e
poveri. Quande veniste la prima volta in questo paese, voi eravate
pochi e noi molti: oggi siamo noi i pochi. Io rappresento la razza
indigena, la prima che apparve su questo continente. Noi siamo buoni e
non cattivi; vi abbiamo dato le nostre terre. Conoscete qualcheduno
che sia venuto da noi e non sia stato ben trattato?
Nube Rossa si lagnava poi dei trattati violati dalle faccie pallide,
dei cattivi trattamenti inflitti dai coloni bianchi agli indiani che
vollero, secondo i loro consigli, coltivare la terra, e finalmente del
Gran Padre (il presidente della Repubblica) che è a Washington, che
promette sempre di rendere giustizia ai suoi fratelli rossi e non lo
fa mai.
Era la prima volta che Nube Rossa, un capo che disponeva di tremila
uomini, acconsentiva a trattare col governo. Fino allora alle
ambasciate speditegli dai commissari federali egli aveva risposto che
non si degnava d'incomodarsi per andar a vedere i suoi padri bianchi e
per firmare con essi il trattato di pace.
--Faceva freddo, non voleva mettersi in via e preferiva cacciare il
bisonte. A che pro questa visita alle faccie pallide che l'avevano
sempre ingannato e che fabbricavano dei forti sulle sue terre?
In un'altra seduta Nube Rossa diceva:
--Il Grande Spirito mi fece nudo, e nudo mi allevò... Ciò che voglio
dire a voi, a questi uomini e al mio Gran Padre, è questo: Guardatemi,
io era nato dove sorge il sole e ora vengo dal paese dove esso
tramonta. _(Nube Rossa vuol dire che la sua tribù occupava una volta
la riva sinistra dei Missouri e che i bianchi lo respinsero
all'estremo ovest, appiè delle Montagne Rocciose)_. Qual è il popolo
che primo fece sentir la sua voce su questo continente? È il popolo
rosso, che fa uso dell'arco. La nostra nazione si dilegua e sparisce
come la neve sul pendio delle montagne, quando il sole è caldo; invece
il vostro popolo è numeroso come i fili d'erba delle praterie
all'approssimarsi dell'estate... Guardate bene: quando me n'andrò, se
io sono macchiato di sangue; voi, voi avete inaffiato di sangue le
zolle delle grandi pianure sulla linea del forte Fettermann. Voi fate
passare delle strade di ferro attraverso al mio paese, e per la
superficie che esse occupano non ho ricevuto nemmeno il valore d'un
anello di rame. Voi fabbricate ogni sorta di munizioni; perchè non me
ne date? Avete paura che vi faccia la guerra? Voi siete molti e
potenti; noi non siamo che un pugno d'uomini. Non è per farvi la
guerra che voglio munizioni, è per cacciare. Vedo bene che dovrò
finire per coltivare la terra, ma per il momento ciò mi è impossibile.
Ho detto.
Gli indiani non vogliono sentir parlare di coltivar la terra.
--Noi vogliamo vivere come siamo stati allevati, cacciando gli animali
delle praterie. Non ci parlate dunque di riserve o di coltivazione
della terra!--diceva il gran capo dei Corvi, Piede Nero, ai commissari
adunati nel forte Laramie.
E aggiungeva:
--Lasciateci andare dove va il bisonte. Mandate i vostri agricoltori,
ma non in mezzo a noi. Il Corvo scorre traverso le praterie e caccia
l'antilope e il bufalo: esso non ama altro. Padre, guardate me e tutti
i Corvi; essi non hanno altra opinione che la mia.
Dente d'Orso, altro gran capo che aveva parlato prima di Piede Nero,
non era stato meno esplicito:
--Padri, voi mi dite di coltivare la terra e di allevare il bestiame;
io non voglio sentire di questi discorsi; sono stato allevato col
bisonte e lo amo. Fin dalla mia nascita ho appreso come i nostri capi
a esser forte, a levar la mia tenda quando è necessario e correre
traverso le praterie come mi pare e piace.
* * *
Vi sarebbe uno studio interessantissimo da fare sullo stile oratorio
di questa razza destinata a scomparire e sulle sue leggende, alcune
delle quali sembrano inventate da un Giacosa dei Pelli Rosse.
Eccone un saggio:
«Un capo degli Siù ha una bellissima figlia, la quale s'innamora un
giorno del figlio del capo di una tribù nemica.
«Una notte questo giovane rapisce la fanciulla, la porta in una
caverna, si sposano. Il vecchio capo Siù, appena viene informato del
ratto, monta su tutte le furie, insegue gli amanti, li sorprende e
ordina ai suoi guerrieri di gettare il giovane giù da un burrone, non
lasciandogli che il tempo necessario per intuonar un inno di morte.
«E appena il sole sparì dietro le grandi montagne dell'ovest, mentre
le prime stelle illuminavano il puro firmamento, dietro un segnale del
vecchio capo, quattro guerrieri s'impadronirono del giovane e lo
lanciarono nel burrone. In quell'istante, ratta come il baleno, la
fanciulla si scioglieva dalle braccia di suo padre e gridato per due
volte il nome dell'amante, spiccava un salto e spariva nello stesso
precipizio.»
Un'altra leggenda indiana, intitolata _Il laccio incantato_, dice
così:
«Un povero giovane che non aveva nè parenti nè amici e che si chiamava
Jena, ossia il vagabondo, errava solo soletto di foresta in foresta.
Egli avrebbe desiderato vivamente che una compagna fosse venuta a
consolare la sua vita; ma chi avrebbe voluto dividere la sorte di un
disgraziato il quale non possedeva altro che un vestito di pelli e un
laccio per prendere gli animali?
«Un giorno, partendo per la caccia, Jena sospese il suo laccio a un
albero per non avere il fastidio di portarlo.
«Tornando alla sera nello stesso sito, fu lietamente sorpreso di
trovare, al posto dove aveva lasciato il laccio, una piccola capanna
graziosissima nella quale era assisa una bella giovanetta ai cui piedi
stava il suo laccio da cacciatore.
«Quel giorno Jena portava, fortunatamente, un daino che gettò davanti
alla porta della capanna.
«Subito, senza dare neppure il benvenuto al cacciatore, la giovane
accorse per vedere se il daino ucciso era grasso, e nella sua fretta
fece un passo falso e cadde sul limitare della capanna.
«Jena la guardò con disgusto e pensò:
«--Io credevo di essere felice, ma vedo che mi sono ingannato. Tienti
pure il daino, o donna ingorda: te lo regalo!
«Quindi riprese il suo laccio, e dopo aver camminato per qualche
tempo, arrivò presso un altro albero dove sospese di nuovo il laccio;
e partì in cerca di selvaggina.
«Egli fu ancora fortunato, tornò con un daino e trovò che una capanna
si era innalzata accanto all'albero. Guardò dentro e vide una
magnifica ragazza che stava seduta in un angolo col suo laccio allato.
«Essa si alzò per esaminare il daino deposto sulla porta, mentre Jena,
stanco della sua caccia che l'aveva condotto molto lontano, entrò
nella capanna e si riposò accanto al fuoco.
«La giovane non tornava: Jena si domandava quale motivo poteva
trattenerla fuori; si alzò per guardare attraverso la porta, e la vide
intenta a mangiare avidamente tutto il grasso del daino.
«Allora esclamò:
«--Io speravo di essere felice, ma invece mi sono ingannato.
«Poi, rivolgendosi alla donna:
«--Povera faina--disse--non disturbatevi e divorate pure tutta la
cacciagione che ho portato.
«Prese nuovamente il suo laccio e se ne andò; poi, secondo il solito,
lo sospese a un albero prima di allontanarsi per cercare della
selvaggina. Tornò alla sera recando un superbo daino. Una capanna
aveva sostituito l'albero e attraverso una feritoia Jena scorse
un'altra incantevole giovinetta che accudiva al fuoco.
«Appena egli entrò, essa si alzò con aria gentile, gli diede il
benvenuto, e senza perdere tempo si mise a scuoiare il daino come si
deve, e ne sospese la carne per affumicarla. Quindi ne apparecchiò un
pezzo per il cacciatore che avea molta fame. Allora il nostro giovane
disse fra sè:
«--Adesso finalmente ho trovato la vera felicità.
«Ogni sera, quando suo marito ritornava dalla caccia, la buona sposa
lo accoglieva, con piacere, gli faceva trovare tutto in ordine, si
prendeva cura della cacciagione, preparava il desinare, e da allora in
poi Jena fu l'uomo più felice del mondo.»
Aveva trovato una moglie--serva ideale!
* * *
Qualche tribù indiana conserva l'uso di celebrare ogni anno certe
feste religiose con danze che sono spettacoli di fanatismo barbaro e
feroce e che l'autorità di Washington è riuscita a impedire quasi
completamente.
La festa principale solennizzata dagli Siù con scene di sangue è
quella del sole o del serpente. Ai bianchi che cercavano di
dissuaderlo dall'orribile costume, il vecchio Orso Veloce rispondeva:
--Voi avete avuto un Cristo che morì sulla croce per voi e ne menate
gran rumore. Noi facciamo quello che voi non osate fare: ci leghiamo
noi stessi sulla croce del nostro dio e soffriamo con lui: voi non
avreste il coraggio di fare altrettanto!
Ora però l'antica cerimonia ha perduto molto del rigore con cui veniva
osservata. Una volta i giovani guerrieri erano obbligati a prender
parte alla danza: ora vi intervengono solo coloro che devono
sciogliere un voto a Wkaortaorka, il Grande Spirito. Tali voti sono di
più maniere: un indiano si obbliga di ballare durante le danze del
sole o del serpente se guarisce un suo figlio, un amico, una persona
cara, oppure se ottiene un successo in qualche sua impresa, anche se
questa sia di un genere non ammesso dal codice penale.
Un araldo, vestito di pelli di bufalo, annunzia il giorno e il luogo
del trattenimento alle varie bande indiane. Il campo che viene
preparato è ordinariamente di cinque miglia di circonferenza: alla
festa accorrono da otto a dieci mila indiani. Davanti alla tenda, dove
i danzatori devono aspettare gli ordini per eseguire il loro
programma, giace un cranio di bufalo contornato da erbe selvatiche e
da altri emblemi strani e misteriosi.
Pochi giorni prima della festa un drappello di cavalieri va a cercare
un tronco conveniente da piantare nel centro del campo riservato al
ballo. Si sceglie di solito un olmo gigantesco, che viene tagliato da
una vergine indiana espressamente consacrata a quell'ufficio.
Appena il tronco è rizzato e adorno di fronzoli e nastri, ha luogo la
corsa del palo. Mille guerrieri a cavallo si precipitano in una corsa
vertiginosa giù pel ripido pendio di una vicina collina verso
l'albero, e siccome il terreno è reso artificialmente liscio e
sdrucciolevole, uomini e cavalli cadono in grande quantità,
fracassandosi le gambe e qualcheduno anche l'osso del collo, con
immensa soddisfazione del pubblico.
All'ultima gran festa del sole celebratasi vicino all'Agenzia Indiana
di Rosebud, Dakota, mentre io attraversavo quelle regioni, la schiera
dei mille guerrieri era composta di quegli stessi indiani che
sorpresero e massacrarono la brigata dell'infelice generale Custer:
molti avevano ancora le selle e le armi che furono il loro bottino
dopo la triste giornata di Yellowstone.
A mezzogiorno preciso di un lunedì di luglio, arrivarono i danzatori
del Sole, quindici in tutto, per sciogliere i loro differenti voti.
Essi si chiamavano: _Segue una donna, Vive nell'aria, Buco
grandissimo, Vitello bianco, Segna a tre, Cane maschio, Piccolo
giorno, Ragazzino, Corno vuoto, Aquila, Tettoia, Aquila doppia,
Giallo, Povero cane e Falcone battagliero_.
I guerrieri erano nudi fino alla cintola e portavano fascie fatte con
scialli rossi. Dalle loro cinture pendevano nastri azzurri davanti e
di dietro. Sul capo s'erano messi come ornamento dei mazzi d'erba e
dei corni di bufalo. Sul petto avevano dipinte immagini del sole e
allacciati ai polsi vari amuleti ed emblemi distintivi di famiglia.
I cantanti cominciarono a strillare accompagnati da una specie di
tamburi scordati. I danzatori accostarono alle labbra il loro
fischietto d'osso d'oca ornato della rara piuma dell'_uccello medico_,
e si misero a ballare in su e in giù. Essi dovevano seguitar a
fischiare finchè duravano a ballare, cioè fino al tramonto del giorno
successivo. Alcune donne supplivano alla musica difettosa col cantare,
con voce stridula, battendo il tempo coi piedi.
Venuta la notte non c'era un lume in tutto il recinto. L'albero
coperto di pezzi di stoffa, era illuminato dal chiaro della luna:
verso la sua cima era attaccato in senso orizzontale un fascio di
vimini che gli dava così una certa rassomiglianza con la croce
cristiana. Da quel fascio pendevano varie figure tagliate nel cuoio e
rappresentanti il Sole, lo Spinto buono, lo Spirito cattivo e altri
simboli.
I danzatori resistettero tutta la notte e finchè risplendette la luna
si volsero con la faccia e coi gesti ad essa; ma appena spuntò il
sole, _Gheezis_, voltarono le spalle alla luna e si misero a
complimentare l'astro maggiore. Così seguitarono tutto il giorno. Se
uno mostrava stanchezza, veniva condotto all'ombra e gli si permetteva
di aspirare due o tre boccate di fumo da una pipa, oppure gli si
faceva masticare un pizzico di salvia selvatica per facilitargli la
salivazione.
Intorno ai danzatori, gli indiani se ne stavano spettatori
indifferenti, rosicchiando pan nero e bollito di cane portato dalle
loro donne in sudici recipienti di latta. Al di fuori del recinto i
ragazzi giuocavano, i piccoli correndosi dietro e gettandosi per terra
l'un l'altro; i grandi facendo all'amore, pigliando qualche bruna
ragazza e avvolgendosi con essa nella medesima coperta che serve loro
di scialle e di vestito.
Durante la danza del Sole gli indiani adolescenti vengono introdotti
nell'arena per aver bucate le orecchie, cerimonia che conferisce loro
i diritti civili nella tribù. Questa operazione richiede da parte del
candidato un piccolo sacrifizio, che ordinariamente è quello di un
puledro: nella festa di cui parlo i puledri offerti furono circa
settecento.
Verso mezzodì del secondo giorno il medico capo dipinse gli uomini che
dovevano essere legati all'albero. Ciò fatto, essi furono guidati
successivamente verso i quattro punti cardinali; indi si recitò la
preghiera seguente:
--Dio, noi siamo venuti per festeggiare il giorno che tu ci hai dato.
Noi ci teniamo in piedi per dare a te la nostra carne. Abbi cura delle
nostre mogli, dei nostri figli ed amici, e aiutaci a sostenere questa
prova.
E la prova orribilissima cominciò. Il primo a essere martorizzato fu
_Segue una donna_. Venne gettato a terra e il medico con un acuto
coltello gli praticò due incisioni sopra ambo le mammelle. Nei buchi
così aperti furono introdotti due pezzi di legno attaccati a una
corda, e il paziente venne alzato da terra e sospeso all'albero per
rimanere in quella posizione finchè il suo proprio peso, stracciando
le carni, l'avesse fatto ricadere sull'erba.
Benchè abbattuto da quindici ore di fatica, sfinito dalla fame e dalla
sete, il giovane guerriero sopportò, senza mostrare la minima
debolezza, l'atroce tortura. Essa fu breve: le carni si lacerarono in
cinque minuti ed egli cadde a terra e si rimise immediatamente a
ballare cogli altri.
_Vive nell'aria_ venne dopo _Segue una donna_, e penò più di
quest'ultimo, avendo dovuto rimanere sospeso più di dieci minuti prima
che gli si rompesse la carne. Il più disgraziato di tutti, come se il
nome gli avesse portato sventura, fu _Poor Dog_ (_Povero cane_). Le
incisioni praticategli erano state troppo profonde: per quanto egli
sgambettasse in aria per circa mezz'ora, la carne resisteva. I muscoli
del petto gli si staccavano dalle ossa; le stesse donne indiane
piangevano nel vederlo; eppure durante una così dolorosa agonia, non
uscì dalle sue labbra una parola di lamento.
V'erano anche penitenze d'altre specie, non meno crudeli. _Giallo_,
per esempio, fu forato in una spalla, e nel buco s'introdusse una
corda che dall'altro capo era attaccata al collo di un cavallo. Si
batteva quest'ultimo, che scalpitava e scuoteva la testa, lacerando le
carni del paziente e si continuò così finchè la corda stracciò del
tutto la carne, lasciando libero il prigioniero.
Molti indiani poi, di quelli che non prendevano parte alla danza,
facevano differenti sacrifici tagliandosi dei pezzi di carne dalle
braccia.
I danzatori intanto offrivano uno spettacolo orribile: essi
continuavano a saltare, esausti, coperti di sangue, col fischietto
sempre stretto fra le labbra inaridite. Nessuno si ritirò se prima non
compì il voto e non sopportò la sua pena fino all'ultimo. Nessuno
domandò soccorso nè si lasciò sfuggire un gemito. Chi l'avesse fatto,
avrebbe perduto per sempre il suo posto fra i guerrieri: sarebbe stato
messo fra le donne e anche queste l'avrebbero disprezzato.
* * *
A proposito degli indiani. Dacchè l'America fu scoperta gli scienziati
si scervellarono per sapere quali popoli l'abitarono per i primi.
Ora un fatto semplicissimo è venuto a sconvolgere diverse teorie e a
dar ragione a coloro che sostengono essere stata l'America popolata da
gente sbarcata da altri continenti.
Poco tempo fa in una miniera della Columbia Inglese, alla profondità
di sei metri sotto la superficie, furono trovate alcune monete chinesi
riunite con un filo di ferro. Appena toccato ed esposto all'aria, il
fil di ferro si sciolse in polvere; ma non così avvenne delle monete,
le cui iscrizioni provano che furono coniate da oltre tremila anni.
Cosicchè qualche secolo prima di Colombo i caudati figli del Celeste
Impero avrebbero scoperto l'America, e, se non ne furono i primi
abitatori, aprirono la via a qualche altro popolo dell'Asia. I vecchi
messicani e gli indiani discesero probabilmente da qualche famiglia
asiatica trasportata in America dai venti, sopra una zattera di
tronchi d'albero.
Due o tremila anni fa fra l'Asia e l'America esistevano forse altre
terre, altre isole, che facilitavano le comunicazioni e che successivi
sconvolgimenti e terremoti sommersero poi nelle profondità
dell'Oceano.