_Sofr._ Non maraviglia che il mio marito mi sollecitava che io
chiamassi Sostrata di Damone! Ei voleva la casa libera per poter
giostrare a suo modo. Ecco Damone di qua (oh, specchio di questa città
e colonna del suo quartiere!) che accomoda la casa sua a si disonesta
e vituperosa impresa. Ma io li tratterò in modo che si vergogneranno
sempre di loro medesimi; e voglio ora cominciare ad uccellare costui.
_Da._ Io mi maraviglio che Sofronia si sia ferma e non venga avanti a
chiamar la mia donna. Ma ecco che la viene. Dio ti salvi, Sofronia.
_Sofr._ E te, Damone; dov'è la tua donna?
_Da._ Ella è in casa, ed è parata a venire se tu la chiami; perché il
tuo marito me n'ha pregato. Vo io a chiamarla?
_Sofr._ No, no, la debbe aver faccenda.
_Da._ Non ha faccenda alcuna.
_Sofr._ Lasciala stare, io non le vo' dar briga; io la chiamerò quando
fia tempo.
_Da._ Non ordinate voi le nozze?
_Sofr._ Si, ordiniamo.
_Da._ Non hai tu necessità di chi ti aiuti?
_Sofr._ E' vi è brigata un mondo per ora.
_Da._ Che farò ora? Io ho fatto un errore grandissimo a cagione di
questo vecchio impazzato, bavoso, cisposo e senza denti. E' mi ha fatto
offerire la donna per aiuto a costei, che non la vuole, in modo che la
crederà cir io vadia mendicando un pasto, e terrammi uno sciagurato.
_Sofr._ Io ne rimando costui tutto inviluppato. Guarda come ne va
ristretto nel mantello! E' mi resta ora a uccellare un poco il mio
vecchio. Eccolo, che viene dal mercato. Io voglio morire, se non ha
comperato qualche cosa per parer gagliardo e odorifero.
[IV. 5]