_Ni._ Oh, come è ella ita bene! Hai tu veduto come la brigata sta
malinconosa; come mogliema sta disperata? Tutte queste cose accrescono
la mia allegrezza; ma molto più sarò allegro, quando io terrò in
braccio Clizia; quando io la toccherò, bacerò e stringerò. Oh, dolce
notte, giugnerovvi io mai? E questo obbligo che io ho teco, io sono per
pagarlo a doppio.
_Cle._ O vecchio impazzato!
_Pir._ Io lo credo; ma io non credo già che voi possiate far cosa
alcuna questa sera, né ci veggo comodità alcuna.
_Ni._ Come no? Io ti vo' dire come io ho pensato di governare la cosa.
_Pir._ Io l'arò caro.
_Clc._ E io molto più, che potrei udire cosa, che guasterebbe i fatti
d'altri e racconcerebbe i miei.
_Ni._ Tu conosci Damone nostro vicino, da chi io ho tolto la casa a
pigione per tuo conto?
_Pir._ Si, conosco.
_Ni._ Io fo pensiero che tu la meni stasera in quella casa, ancora che
egli vi abiti e che non l'abbia sgombera; perché io dirò che io voglio
che tu la meni in casa, dove ella ha a stare.
_Pir._ Che sarà poi?
_Cle._ Rizza gli orecchi, Oleandro.
_Ni._ Io ho imposto a mogliema che chiami Sostrate moglie di Damone,
perché gli aiuti ordinare queste nozze ed acconciare la nuova sposa;
e a Damone dirò che solleciti che la donna vi vadia. Fatto questo, e
cenato che si sarà, la sposa da questa donna sarà menata in casa di
Damone, e messa teco in camera e nel letto. E io dirò di voler restare
con Damone albergo, e Sostrata ne verrà con Sofronia qui in casa. Tu,
rimaso solo in camera, spegnerai il lume, e ti baloccherai per camera,
facendo vista di spogliarti; intanto io pian piano me ne verrò in
camera, mi spoglierò, ed entrerò a lato a Clizia. Tu ti potrai stare
pianamente sul lettuccio. La mattina avanti giorno io mi uscirò dal
letto, mostrando di voler ire ad orinare, rivestirommi, e tu entrerai
nel letto.
_Cle._ Oh, vecchio poltrone! Quanta è stata la mia felicità intendere
questo tuo disegno! Quanta la tua disgrazia, che io l'intenda!
_Pir._ E' mi pare che voi abbiate divisata bene questa faccenda. Ma e'
conviene che voi vi armiate in modo che voi paiate giovane, perch'io
dubito che la vecchiaia non si riconosca al buio.
_Cle._ E' mi basta quel ch'io ho inteso; io voglio ire a ragguagliare
mia madre.
_Ni._ Io ho pensato a tutto, e fo conto, a dirti il vero, di cenare con
Damone, e ho ordinato una cena a mio modo. Io piglierò prima una presa
di un lattovaro, che si chiama satirione.
_Pir._ Che nome bizzarro è cotesto?
_Ni._ Egli ha più bizzarri i fatti; perché gli è uno lattovaro che
farebbe, quanto a quella faccenda, ringiovenire un uomo di novanta
anni, non che di settanta, come ho io. Preso questo lattovaro, io
cenerò poche cose, ma tutte sustanzievoli. In prima una insalata di
cipolle cotte; dipoi una mistura di fave e spezierie.
_Pir._ Che fa cotesto?
_Ni._ Che fa? Queste cipolle, fave e spezierie, perché sono cose
calde e ventose, farebbero far vela a una caracca genovese. Sopra
queste cose si vuole uno pippione grosso, arrosto cosi verdemezzo, che
sanguigni un poco.
_Pir._ Guardate che non vi guasti lo stomaco, perché bisognerà che vi
sia masticato, o che voi lo ingoiate intero; non vi veggo io tanti o si
gagliardi denti in bocca.
_Ni._ Io non dubito di cotesto, che, bench'io non abbia molti denti, io
ho le mascelle che paiono d'acciaio.
_Pir._ Io penso che, poi che voi ne sarete ito, e io entrato nel letto,
ch'io potrò fare senza toccarla, perch'io ho viso di trovare quella
povera fanciulla fracassata.
_Ni._ Bastiti ch'io arò fatto l'uffizio tuo e quel d'uno compagno.
_Pir._ Io ringrazio Iddio, poiché mi ha data una moglie in modo fatta
ch'io non arò a durare fatica né a impregnarla né a darle le spese.
_Ni._ Vanne in casa, sollecita le nozze, e io parlerò un poco con
Damone, che io veggo uscir di casa sua.
_Pir._ Cosi farò.
[IV. 3]