Quanti lezii ha fatto questa mia pazza! Ell'ha mandato le fante a casa
la madre, e il famiglio in villa. Di questo io la laudo; ma io non la
lodo già, che innanzi che la ne sia voluta ire al letto, ell'abbi fatto
tante schifiltà. Io non voglio... Come farò io... Che mi fate voi
fare?... O me! mamma mia... E se non che la madre le disse il padre
del porro, la non entrava in quel letto. Che le venga la contina! Io
vorrei ben vedere le donne schizzinose, ma non tanto; ché ci ha tolta
la testa, cervello di gatta! Poi chi dicessi: impiccata sia la più
savia donna di Firenze, la direbbe: che t'ho io fatto? Io so che la
Pasquina entrerà in Arezzo, e innanzi che io mi parta da giuoco, io
potrò dire come Monna Ghinga: di veduta con queste mane. Io sto pur
bene! Chi mi conoscerebbe? Io paio maggiore, più giovane, più scarzo; e
non sarebbe donna che mi togliessi danari di letto. Ma dove troverò io
costoro?
[IV. 9]
LIGURIO, MESSERE MICIA, FRATE _travestito,_ SIRO.
_Li._ Buona sera, messere.
_Ni._ Oh, eh, eh!
_Li._ Non abbiate paura, no' sian noi.
_Ni._ Oh! voi siete tutti qui. Se io non vi conoscevo presto, io vi
davo con questo stocco el più diritto che io sapevo. Tu se' Ligurio? E
tu Siro? E quello altro, el Maestro? ah!
_Li._ Messere, sì.
_Ni._ Togli. Oh! s'è contraffatto bene, e non lo conoscerebbe. Va qua
tu.
_Li._ Io gli ho fatto mettere dua noce in bocca, perché non sia
conosciuto alla voce.
_Ni._ Tu se' ignorante.
_Li._ Perché?
_Ni._ Che non me'l dicevi tu prima? Ed are'mene messo anch'io dua, e
sai se l'importa non essere conosciuto alla favella.
_Li._ Togliete, mettetevi in bocca questo.
_Ni._ Che è ella?
_Li._ Una palla di cera.
_Ni._ Dalla qua, ca, pu, ca, co, co, cu, cu, spu. Che ti venga la
seccaggine, pezzo di manigoldo!
_Li._ Perdonatemi, che io ve ne ho data una in scambio, che io non me
ne sono avveduto.
_Li._ Ca, ca, pu, pu. Di che, che, che, era?
_Li._ D'aloe.
_Ni._ Sia in malora! spu, spu. Maestro, voi non dite nulla?
_Fra._ Ligurio mi ha fatto adirare.
_Ni._ Oh! voi contraffate ben la voce.
_Li._ Non perdiam più tempo qui. Io voglio essere el capitano, e
ordinare l'esercito per la giornata. Al destro corno sia preposto
Callimaco, al sinistro io, intra le due corna starà qui el dottore.
Siro fia retroguardo, per dare sussidio a quella banda che inclinassi.
El nome sia San Cucù.
_Ni._ Chi è San Cucù?
_Li._ È el più onorato santo che sia in Francia. Andian via, mettian l'
agguato a questo canto. State a udire: io sento un liuto.
_Ni._ Egli è esso. Che vogliam fare?
_Li._ Vuolsi mandare innanzi uno esploratore a scoprire chi egli è, e
secondo ei referirà, secondo faremo.
_Ni._ Chi v' andrà?
_Li._ Va via, Siro. Tu sai quello hai a fare. Considera, esamina, torna
presto, referisci.
_Si._ Io vo.
_Ni._ Io non vorrei che noi pigliassimo un granchio, che fussi qualche
vecchio debole o infermiccio; e che questo giuoco si avesse a rifare
domandassera.
_Li._ Non dubitate, Siro è valente uomo. Eccolo, e' torna. Che truovi,
Siro?
_Si._ Egli è el più bel garzonaccio che voi vedessi mai. Non ha
venticinque anni, e viensene solo in pitocchino, sonando il liuto.
_Ni._ Egli è el caso, se tu di' el vero; ma guarda, che questa broda
sarebbe tutta gittata addosso a te.
_Si._ Egli è quel che io v' ho detto.
_Li._ Aspettiamo ch'egli spunti questo canto, e subito gli saremo
addosso.
_Ni._ Tiratevi in qua, maestro; voi mi parete un uom di legno. Eccolo.
_Ca._ «Venir ti possa el diavolo allo letto. Da poi che io non ci posso
venire io».
_Li._ Sta forte. Da' qua questo liuto.
_Ca._ Ohimè! che ho io fatto?
_Ni._ Tu el vedrai. Cuoprigli el capo, imbavaglialo.
_Li._ Aggiralo.
_Ni._ Dagli un'altra volta, dagliene un'altra, mettetelo in casa.
_Fra._ Messere Nicia, io m'andrò a riposare, che mi duole la testa, che
io muoio. E se non bisogna, io non tornerò domattina.
_Ni._ Sì, maestro, non tornate; noi potrem fare da noi.
[IV. 10]