XIX.

I giorni dell'inverno son brevi e se le cure d'un amore infelice

assorbono alcune ore e i bisogni della vita alcune altre, che cosa

resta per lo studio? Aggiungete il tempo perduto in pensieri amorosi ed

artistici, i sogni del cuore, i voli della fantasia, ed anche il timore

di non riuscir bene nel lavoro. Certi giovani pensano sempre alle

grandi difficoltà di compiere un'opera perfetta, all'ingratitudine del

mondo che non tiene conto delle privazioni, delle pene, delle fatiche

dell'artista, e così via fino al disprezzo della gloria, fino al

disprezzo della vita. Sono le solite idee di chi non ha voglia di far

niente.

Canova in Roma non pensava a queste cose; egli era invaso da una specie

di febbre, e gli pareva di non mai lavorare abbastanza; non pensava

alle difficoltà che per vincerle, e alla gloria che per meritarla.

Modellando la creta egli sentiva nell'animo il sublime entusiasmo di

colui che vede il suo pensiero trasformarsi in realtà, e si agitava

sotto la foga d'una ispirazione più pronta della mano. Nelle ore che

riposava dal lavoro della plastica, si dedicava allo studio delle

lingue straniere, alla lettura delle opere classiche, letterarie,

erudite ed artistiche, o delineava degli studi dagli antichi modelli

o dal nudo, apparecchiandosi così un vasto terreno sul quale potesse

spaziare il suo genio.

Valdrigo studiava in altro modo; passeggiando per Venezia, osservando

gli effetti della luce sulle sculture dei palazzi, ammirando i colori

del tramonto sulle nuvole e sull'acque, cercando i motivi delta

tavolozza della veneta scuola sulle figure dei passanti, sulle quali

non trovava più le robuste tinte che si ammirano nei quadri degli

illustri maestri.

O percorreva la laguna sulla barca di Beppo osservando da lontano lo

stupendo spettacolo della città, che pareva galleggiante sulle acque

trasparenti, come un'isola fantastica, troppo bella per rimanere sulla

terra, troppo grave di peccati per salire verso il cielo. Un giorno

invaso da' suoi sogni poetici, rimase lungamente immobile nella barca a

contemplare Venezia lontana immersa in un velo di nebbia che la rendeva

più bella del solito, e ritornando alla riva si trovò tutte le membra

intirizzite dal freddo. Entrò allora in una bettola, e per riscaldarsi

tracannò in tutta fretta uno dopo l'altro alcuni bicchieri di vino di

Dalmazia, e uscì tosto a passeggiare al sole sulla riva. Vagando da una

strada all'altra si trovò in Campo San Giovanni e Paolo, e sentendosi

stanco entrò in chiesa ove andava sovente ad ammirare le cospicue opere

d'arte che abbondano in quel Pantheon delle Venete glorie.

La luce esterna entrava nel tempio illanguidita e variopinta

attraversando le ampie invetriate a colori; le lampade accese

davanti gli altari gettavano un riflesso rossastro sulla penombra dei

monumenti, l'odore dell'incenso si spandeva nella grave atmosfera, e

contribuiva a rendere misterioso e solenne il sacro luogo. Valdrigo

entrando a destra si sedette dirimpetto al monumento lavorato da

Pietro Lombardo, e si mise a contemplare con un occhio istupidito

l'urna sepolcrale, portata sul dorso da tre guerrieri, sulla quale

s'erge la statua del doge Pietro Mocenigo. Tutto ad un tratto gli

parve di vedere che i guerrieri si movessero, e che il principe

scosso dal lungo sonno aprisse gli occhi. Un brivido gli passò per il

corpo, si levò in fretta, fece alcuni passi e si sedette nuovamente

in faccia al Mausoleo del generale Orsino, ma levato lo sguardo vide

le statue della Prudenza e della Fede che si abbassavano per salutare

la statua equestre dell'eroe, il quale agitando leggermente le gambe

sembrava voler conficcare gli sproni nel ventre del cavallo per farlo

avanzare. Valdrigo, sbalordito, mandò un grido di sorpresa, poi chiusi

gli occhi si mise a urlare di spavento. Poco dopo sentendosi cadere

dell'acqua sulla fronte riaperse gli occhi e si trovò circondato da una

folla d'individui. Allora parve si facesse animo perchè ringraziava

gli astanti, ma poco dopo soggiunse: — Voi siete certamente gli

eroi di queste tombe mossi a pietà del mio male. Grazie, Capitano

Orazio Baglioni, grazie, illustre Bragadino, e voi che mi guardate,

serenissimi principi Vendramino, Loredano, Morosini, Cornaro,

lasciatemi in riposo, e ritornate in pace ai vostri Mausolei...

Il dolce far niente: Scene della vita veneziana del secolo passato · 第 22 / 46 题