Io dissi alla Camera, nella discussione del progetto di legge sul
suffragio universale: l'Italia colta, fatta consapevole della sua
insufficienza, chiama gli analfabeti a salvare la patria. La
democrazia, infatti, estende ora il suo processo evolutivo a nuove
masse di incolti, di trascurati, di sopravvenienti; nel fresco istinto
delle necessità varie di queste masse, nell'opera alacre suscitatrice
e direttrice di queste coscienze novelle, l'Italia colta ritroverà, è
da sperare, sè stessa. O il popolo nuovo le dà la sua sanità rude o
essa dà al popolo nuovo i suoi vizi mentali e morali. Noi, il cui
maggiore orgoglio è quello di essere e di sentirci popolo, con queste
masse, di mettere ai loro servizi la cultura e l'esperienza acquisita,
di servire alacremente all'anima popolare che si cerca e si rivela a
sè stessa e conquista la sua vita e la sua storia, noi lavoreremo
perchè la prima delle due cose avvenga.
Questo è l'ufficio dei dirigenti; farsi pedagoghi di libertà e di
autonomia, portare nell'opera pubblica l'espressione nitida e salda.
delle esigenze ed aspirazioni di un popolo che ascende dalla necessità
alla libertà, e rinnova e ravviva ascendendo le glorie di una
tradizione di coltura che è la traccia luminosa della storia della
civiltà europea.
La rampogna che A. Salandra rivolgeva testè al partito liberale
«consideri ognuno di noi lo stato di marasma senile in cui la parte
nostra è da qualche anno caduta», forse tutti gli altri partiti
possono dire a sè stessi. «È tempo che ognuno prenda il suo posto qui
dentro, chiaramente e francamente: siamo vicini a una crisi del
parlamentarismo; è prossimo il _dies irae_».
E questa rampogna, è eco di altre più solenni rampogne.
Scriveva, nel 1878, uno dei nostri più insigni, Agostino Bertani:
«Noi, generazione cospiratrice e rivoluzionaria, vittoriosa per la
fede nell'ideale di un'Italia redenta, scendiamo a giorni affrettati
nel sepolcro, ravvolti nelle bandiere rivendicate; e con noi scompare
un'epoca, un insegnamento, e si perdono nel passato le ultime note di
un inno, che la storia innalzerà alla virtù di un popolo che volle
esser libero e padrone di sè. La generazione che ci segue, guasta
dalla dualità del dogma politico, educata all'utile, al tecnicismo
scientifico, incalzata dai problemi economici, si difende dallo
sgomento del vuoto con l'indifferenza dello spirito e con l'angustia
dei concetti; ma la negazione ha periodi brevi e la generazione futura
comincerà a impensierirsene».
La generazione nuova alla quale il Bertani volgeva l'occhio e le
speranze, al di là di quella che in quegli anni si precipitava nella
vita pubblica, è questa che intorno a noi fa le prime prove.
Essa è torbida e irrequieta, litigiosa e veemente, insofferente di
disciplina, avida di originalità spuria, raccattatrice di cultura
posticcia, per odio delle lunghe vigilie di preparazione; è quello che
si poteva attendere da una generazione che non ebbe maestri, che fu
dissetata di positivismo e di critica, che imparò a schernire i
maggiori e si rispecchiò in D'Annunzio e si disperde in un
individualismo senza freni.
E pure non tutta è guasta; e brividi e fremiti di idealismo vi corrono
dentro.
Ascolti essa una parola di Giovanni Bovio¹:
¹ Discorso citato in morte di B. Cairoli.
«Quando voi vedete qualche straniero indicarvi le nostre piccole lotte
di oggi, le gare personali, lo scetticismo larvato di una classe
dirigente che ogni dì scende, e il potere essere conteso fuori delle
idee, fuori dei metodi oggettivi, innanzi a un popolo che paga, vota e
geme; quando vi si dice che qui il sacerdote è senza Dio, la cultura
senza educazione e il cittadino senza obbiettivo pubblico, per
concludere che una nazione nata ieri è oggi senza giovinezza, levatevi
e costringetelo a voltare la faccia verso Pisa, dove Mazzini muore».
Non lo straniero, oggi, ma noi stessi dobbiamo volgere il viso verso
dove Mazzini muore, verso la luce degli ideali civili e sociali che
egli ed i suoi grandi contemporanei e seguaci accesero nelle
coscienze, inserirono con viva violenza nella vita italiana e dal cui
impulso lentamente degradante essa è stata mossa sino ad oggi.
Oggimai quel moto si arresta e langue e la cultura italiana si va
oscurando e il carattere e l'animo finiscono per corrompersi se un
impeto nuovo di entusiasmi e di ideali non soccorre. Di là dove il
pensiero dei creatori della nostra nuova vita nazionale parve
discendere nell'ombra, ricominciamo.
A noi non il silenzio, custode delle memorie, che pretestavano
tristemente gli ultimi superstiti, a noi la parola e l'azione
evocatrici delle memorie, suscitatrici delle speranze. Fughiamo le
ombre, ripigliamo la battaglia per la sovranità dell'idea sulla
storia, per la democrazia, dalla quale tanta liberazione di umili e
concordia di sforzi nel bene si attende ancora. Più felice, fra noi,
chi getterà nella lotta più di sè stesso e farà della propria anima
ardente la luce sul cammino della folla che sale, che diventa popolo
libero, Italia migliore.
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