Quando scoppiò la guerra di Libia fu fatto rimprovero al partito
radicale di non aver preso nell'opinione pubblica una posizione
dirigente e di aver quasi velato il suo pensiero in proposito.
Ma che cosa gli sarebbe convenuto fare o dire? Esso era davvero
equidistante dai due estremi: dal piccolo gruppo della spavalderia
nazionale che andava invocando da tempo la guerra vittoriosa, senza
neanche sapere contro chi, e solo per un rinascente istinto di dominio
e di egoismo (e da questa paternità la parentela, rivelatasi poi, con
il partito clericale, antinazionale per definizione... pontificia),
applicato all'esame dei problemi nazionali; e dal partito socialista
ufficiale, che dell'impresa non volle vedere la necessità storica e
l'importanza--sia pure lontana--per gli ulteriori sviluppi della
cultura italiana ed umana.
Nè amavamo confonderci nei facili entusiasmi della anonima
maggioranza; pensosi soprattutto delle difficoltà che il peso della
guerra poteva creare agli ulteriori sviluppi della politica sociale
nel nostro paese. Poichè, se sarebbe stato indegno dei continuatori
del grande sforzo rivoluzionario non vedere la bellezza ideale e
l'efficacia profonda del gesto di una generazione di italiani che
sacrifica vite e denaro alla continuità ed alla grandezza futura della
patria, era pur doveroso vigilare che il sacrificio fosse strettamente
commisurato alle necessità dell'impresa e non ci conducesse alle
audacie ed ai rischi di una politica spavalda e di crescenti spese
militari.
Chiusa la guerra, noi siam qui per ricordare che la politica italiana
deve essere, dal punto di vista militare, essenzialmente difensiva e
nell'opera diplomatica pacifica e acceleratrice di pacifici accordi,
anche per la limitazione degli armamenti. Gravarci, come pretendono
far i socialisti ufficiali, della responsabilità dei sogni e delle
pretese del «militarismo» è assurdo. Noi sentiamo che le spese
militari schiacceranno l'Europa continentale, che essa va diventando
una grande caserma, che è pazzo profondere tanto denaro negli
armamenti. Ma quale capo di Stato si assumerebbe la responsabilità del
disarmo, anche solo parziale, del suo paese? Faccia ogni gruppo e ogni
partito quello che può per rimuovere ragioni di conflitto, per
moltiplicare rapporti amichevoli, per prevenire le guerre, per
contenere le spese: noi saremo volentieri fra i primi.
Intanto, noi radicali non possiamo consentire, anche per supreme
necessità di esistenza come partito, che le spese militari
compromettano lo sviluppo dei servizi civili e degli ancora invocati
provvedimenti sociali.
_Noi vogliamo quindi che la massima parte degli introiti normali del
bilancio sia assicurata a questa politica di pace operosa; e che a
fronteggiare le spese della guerra passata, che gli avanzi non
copersero, e quelle altre che eventualmente fossero dichiarate
inevitabili per la difesa nazionale, pensino solo le classi ricche,
mediante una imposta progressiva sul reddito_¹.
¹ Un tale punto di vista fu, quando già queste pagine erano scritte
e pubblicate, sostenuto alla Camera per conto del gruppo radicale
ed accettato formalmente dal Governo, quando fu discussa la legge
che modificava il reclutamento militare. Anche dei socialisti
ufficiali taluni, smettendo il pessimismo catastrofico, sembrano
avvicinarsi a un programma di riforme tributarie o sociali
associate.