Alla vigilia del primo esperimento del suffragio universale, è
necessità di vita pei partiti italiani accingersi alla conquista delle
nuove masse elettorali; e, poichè esse hanno scarsa o nulla la cultura
e la preparazione politica, trovar nelle file degli antichi elettori e
fra i giovani e i fervidi un fascio di volontà animose nelle quali
rinnovare e ravvivare la persuasione del proprio programma, per poi
lanciarle alla paziente conquista della massa anonima e delle folle.
Ma la crisi dei partiti italiani non fu forse mai più grave e
profonda. Di tutti meno che del clericale; il quale se, per i
conflitti interni che lo agitano e per la lenta inesorabile
dissoluzione del cattolicismo romano, dovrebbe essere in peggiori
condizioni degli altri, riposa sulla attività di molti per i
quali--rimossa, ogni intima inquietudine religiosa--clericalismo e
sacerdozio sono solo un affare ed una professione, e sulla docile
acquiescenza di masse nella cui coscienza non è ancora accesa, con la
luce di una nascente consapevolezza di sè e della propria storia, la
fiamma della libertà.
Di questa crisi dei partiti si è tanto parlato dal 1876 ad oggi, che
essa è divenuta un luogo comune; e s'intende bene che una crisi la
quale dura da quarant'anni non è più crisi ma un ciclo; e come tale,
nelle condizioni oggettive che la provocarono, va esaminata.
Ma un tale esame sarebbe la storia di questo periodo di vita italiana;
storia la quale, per quel che riguarda l'Estrema sinistra, può essere
idealmente divisa in due periodi: quello della difesa, del
consolidamento, dell'estensione delle libertà civili, che va sino alle
elezioni politiche del 1900 e ai cento deputati di Estrema dinanzi ai
quali cadde il ministero Pelloux; e l'altro che incomincia molto
innanzi, con l'oscura intuizione e il precorrimento di una nuova
rivoluzione sociale che ebbero già i maggiori uomini della Estrema, da
Garibaldi a Bovio, segue e si svolge con il nascere e il crescere del
partito socialista e assicura a questo, con l'opera politica e
parlamentare, le condizioni essenziali di vita e di sviluppo dinanzi
alla reazione delle classi minacciate, sinchè lo risolve in una
politica positiva di riforme sociali da chiedere e raggiungere
mediante l'accordo del proletariato con le più avanzate frazioni di
estrema, e ricaccia i riluttanti verso il rivoluzionarismo.
In questo schema, sostanzialmente così semplice, si svolsero i
contrasti e le lotte, solo a brevi tratti vivaci ed appassionate, dei
partiti politici italiani. Il lento ma sicuro progresso delle idee
democratiche affaticava nelle profondità, onde l'opera superficiale
dei partiti emergeva a tratti, avvivava la coscienza nazionale, e
celebrava silenziosamente le sue conquiste, spostando insensibilmente
i partiti e conducendoli a contatti e a fusioni ed a cozzi
(Cavallotti-Di Rudinì, Sonnino-Pantano, Luzzatti-Sacchi) che la loro
logica avrebbe poco innanzi ripudiati e trovati assurdi.
Poichè, nel parlar di partiti, noi cadiamo sovente in due illusioni;
l'una, suggeritaci dalla storia costituzionale inglese, che essi sieno
o debbano essere unità permanenti e parallele entro le quali si
svolga, in contrasti ed alternative normali, la vita politica di un
paese; cosa che è realmente avvenuta in Inghilterra, ma solo in essa.
L'altra illusione, anche più pericolosa, è quella di applicare alla
storia e allo studio dei partiti, realtà perennemente mutevole e
fluente, schemi, idee astratte, tradizioni, programmi irrigiditi in
formule, i quali sieno venuti perdendo il loro significato sino a non
averne più alcuno o quasi.
Per giudicare utilmente e saggiamente di un partito, bisogna, dunque
riferirsi a tutto il complicato processo della vita sociale e politica
di un paese, al cozzo degl'interessi sociali, alla dialettica
immanente delle grandi idee rinnovatrici, e vedere se di questa
vivente realtà sociale esso si nutre, se per essa mantiene intatte le
sue ragioni di essere, parola e strumento efficace di lotta.
Con questo criterio io esaminerò, come il lettore vedrà, rapidamente
le tradizioni, lo stato attuale, il programma del partito radicale e
del radicalismo italiano.
Del radicalismo, dico, e non solo del partito radicale; poichè quello
è un fatto assai più vasto e profondo che non sia questo. Nel partito
degli ultimi tempi mal si cercherebbe--chi non lo riconosce?--intiera
l'anima del radicalismo italiano; esso fu cosa troppo strettamente
politica e parlamentare: non si arricchì delle nuove correnti ideali,
non partecipò ai moti spirituali che affaticarono profondamente e
rinnovarono in parte la coscienza italiana, non seppe veder subito
quello che, nel socialismo, era cosa e compito suo, non osò erigersi
giudice del parlamento e dello Stato nel nome di un diritto nuovo che
si andava lentamente facendo.
Ma se è facile criticare ed attaccare il partito radicale per quello
che esso non fu e non fece, la critica è sterile e diventa malvagia
quando non riconosce che esso ha conservato una tradizione ed un
organismo, che è un istituto politico nel quale il radicalismo diffuso
e disperso, cercante ancora le sue espressioni e la coesione politica,
può e deve precipitarsi, per rinvigorire il partito e rinnovarlo e
muovere per mezzo di esso alla conquista della vita pubblica.
Abbondano in Italia gl'ingegni e gli animi fervidi e si discute, assai
più vivacemente--ed è buon segno--da qualche tempo, di problemi
pubblici e delle direttive che è necessario imprimere alla nostra vita
nazionale, e gruppi di volonterosi si formano intorno a vecchi
combattenti o ad uomini nuovi e cercano animosamente di chiarire a sè
e al paese e definire le fedi intorno alle quali, come a bandiere,
raccogliersi¹.
¹ Ricordiamone alcuni dei più recenti: riformisti di destra,
nazionalisti, liberisti--i quali hanno recentemente costituito un
comitato di azione--salveminiani, raccolti intorno
all'_Unità_--comitato per il mezzogiorno anche esso costituito nel
giugno scorso in Roma.--E i vecchi partiti di Estrema si vanno
dividendo e suddividendo in frazioni, per l'affannosa ricerca di
un programma. E questo idealismo rinascente ha una grande cura,
pressochè in tutti, di affermarsi realistico e studiare problemi
pratici; segno di promettente maturità... quando non è indizio di
superstite positivismo.
Ma nessun uomo è così alto da aver l'autorità di un maestro e segno
dell'idea nazionale, quale lo invocava, negli anni della decadenza,
Agostino Bertani¹. E i gruppi e le scuole e le iniziative sorgono e si
moltiplicano e si spezzano e si disperdono perchè, purtroppo, i
giovani italiani non hanno ancora acquistato o educato in sè il senso
della disciplina, della lealtà (la _loyalty_ che è, in Inghilterra, la
base dei partiti e la forza della vita pubblica), del sacrificio che
ciascuno il quale lavora veramente per un'idea deve pur fare ad essa
di una parte di sè, delle sue ambizioni, di ciò che la coscienza gli
dice non esser la sostanza e la ragione della lotta, ma modo
occasionale e personale di vedere.
¹ Scrive L. Fera nella prefazione ai discorsi parlamentari di
Agostino Bertani, pubblicati testè in grosso volume per
deliberazione della Camera dei deputati:
«Vigile e severo non mancò di resistere alle deviazioni degli
uomini e dei partiti nel periodo incerto del trasformismo e in un
momento rapido di depressione degli spiriti e di smarrimento degli
ideali proruppe in un grido dell'anima offesa:--Al governo manca
il sacerdote dell'idea nazionale, che interpreti i plebisciti e
compia tutto quello che possa giovare alla nuova Italia.--
«Il sacerdote dell'idea nazionale è l'invocazione fulgida e
solenne che erompe dall'anima eroica della generazione che ha
partecipato alla formazione del colossale edificio della patria e
dovrebbe essere il monito suggestivo delle generazioni che
all'opera mirabile intendono portare il contributo di nuove
energie e di nuove speranze».
Le salde coesioni di uomini si formano là dove taluno dirige nel quale
traspare da tutta la vita la devozione generosa ad un grande ideale e
molti seguono, condotti e disciplinati dalla potenza dell'eroe. Dove
questo manca, dove al difetto dei grandi agitatori e conduttori non
supplisce in parte la disciplina dell'unità dello sforzo, non sono che
labili coesioni d'interessi, tentennamenti e discordie, transazioni e
piccole viltà e opportunismi male velati di saggezza politica.
Quelli che anche al partito radicale rimproverano questo oscillare ed
oscurarsi dell'idea in coscienze fiacche ed opache e, dinanzi
all'avvento di cinque milioni di elettori nuovi alla vita pubblica,
invocano una nuova e più vigorosa attività che dirozzi questa massa e
la educhi e trovi nelle sue confuse aspirazioni il segreto di un
programma di nuova attività sociale e politica, debbono più che ogni
altro curar di risalire alla visione della democrazia come di affanno
e slancio e programma di un partito di avanguardia, ricollegarsi con
commosso fervore e ricordo agli uomini eroici che così la intesero e
praticarono, frugar la viva anima popolare per sprigionarne, con la
luce di un programma, l'entusiasmo vittorioso, darsi, con tenace
operosità, ad un lavoro di organizzazione.