considera una grossolana empietà e la più grave offesa verso l'Essere
Supremo il tributargli un culto che non sia quello dei cattolici
romani, e sul suolo di Spagna non v'è altro culto tollerato. Per tutti
i popoli del mezzogiorno d'Europa, un clero ammogliato è non soltanto
irreligioso, ma impudico, indecente, rozzo, disgustante. Che cosa
pensano i protestanti di questi sentimenti perfettamente sinceri e dei
tentativi fatti per applicarli con ogni rigore a quelli che non sono
cattolici?
Tuttavia, se gli uomini possono vicendevolmente turbare la propria
libertà nelle cose che non toccano gli interessi degli altri, per quali
principî si può logicamente escluderne questi casi d'intolleranza? O
chi può biasimare della gente perchè vogliono distruggere ciò ch'essi
considerano come uno scandalo innanzi a Dio e innanzi agli uomini? Non
si possono aver ragioni migliori per vietare ciò che si ritiene una
immoralità personale di quelle che, per sopprimere questi costumi,
abbiano coloro i quali li considerano come empî; e, a meno che noi
vogliamo adottar la logica dei persecutori e dire che noi possiamo
perseguitare perchè abbiamo ragione, e che essi non devono perseguitare
noi perchè hanno torto, dobbiamo ben guardarci dall'ammettere un
principio, la cui applicazione, se si facesse a nostro carico, ci
sembrerebbe una sì grande ingiustizia.
Si può, sebbene a torto, osservare che gli esempî precedenti sono
tratti da eventualità impossibili nel nostro paese, perchè da noi
l'opinione non giungerà fino ad imporre apertamente l'astinenza da
certi cibi o a molestare la gente perchè segue questo o quel culto o
perchè essa si ammoglia o no secondo le sue credenze e le sue tendenze:
ebbene, l'esempio che segue sarà tratto da un attentato alla libertà di
cui non è punto scomparso il pericolo.
Dovunque i puritani sono stati in forza sufficiente, come nella Nuova
Inghilterra e nella Gran Bretagna al tempo della repubblica, hanno
tentato, e con successo, di sopprimere i divertimenti pubblici e quasi
tutti i privati, in ispecial modo la musica, la danza, il teatro, i
giuochi pubblici o qualunque altra riunione a scopo di divertimento.
Vi è ancora nel nostro paese un numero non indifferente di persone,
le cui idee di religione e di moralità condannano queste ricreazioni;
ora, poichè queste persone appartengono sopratutto alla classe media
che ha oggi più influenza di qualunque altra nel nostro paese, non
è punto impossibile che i seguaci di queste opinioni possano un dì o
l'altro disporre di una maggioranza in parlamento. Che cosa dirà il
resto della comunità vedendo i divertimenti ad essa permessi regolati
dai sentimenti morali e religiosi dei calvinisti e dei metodisti più
severi? Non intimerà, e molto risolutamente, a questi uomini così
importunamente pii, di occuparsi degli affari loro? È precisamente
quello che si dovrebbe dire a qualunque governo o pubblico avesse
la pretesa di privare tutti quanti dei piaceri ch'esso condanna.
Ma, se il principio su cui la pretesa si fonda è ammesso, non si può
ragionevolmente opporsi a che la maggioranza o qualunque altro potere
dominante nel paese lo applichi secondo le sue vedute; e ciascuno deve
tenersi pronto ad adattarsi all'idea di una repubblica cristiana, quale
la pensavano i coloni primitivi della Nuova Inghilterra, se una setta
religiosa come la loro rioccupasse mai il terreno perduto, come han
fatto spesso delle religioni che si credevano in decadenza.
Supponiamo ora un'altra eventualità che ha forse probabilità maggiore
di esser mandata ad effetto. Tutti riconoscono nel mondo moderno una
potente tendenza verso una costituzione democratica della società,
sia poi essa accompagnata o no da instituzioni politiche popolari.
Si dice che nel paese dove più prevale questa tendenza, negli Stati
Uniti, dove si hanno la società ed il governo più democratico, il
sentimento della maggioranza, a cui spiace qualunque modo di vivere
troppo brillante o troppo dispendioso perchè essa possa sperar di
uguagliarlo, fa abbastanza bene l'ufficio di una legge suntuaria; e vi
sono, dicesi, molte parti dell'Unione, in cui una persona ricchissima
può difficilmente trovar qualche modo di spendere la sua fortuna senza
attirarsi la disapprovazione popolare. Sebbene, senza alcun dubbio,
questo racconto esageri grandemente i fatti esistenti, tuttavia lo
stato di cose ch'esso descrive non è soltanto concepibile e possibile;
è il più probabile risultato delle idee democratiche alleate a questo
concetto: che il pubblico ha diritto d'imporre il suo veto sul modo
con cui gl'individui spendono le loro rendite. Ora noi non abbiamo
che da supporre una notevole diffusione delle idee socialiste, e
può divenire, agli occhî della maggioranza, infame il possedere
qualcosa di più che una piccolissima proprietà o qualcosa di più che
un salario guadagnato col lavoro manuale. Simili opinioni (almeno in
principio) hanno già fatto grandi progressi nella classe operaja, e
pesano in modo oppressivo sui suoi membri. Dirò una cosa molto nota: i
cattivi operaî (che sono in maggioranza in molti rami dell'industria)
professano fermamente l'opinione ch'essi dovrebbero avere gli stessi
salarî dei buoni operaî, e che non si dovrebbe permettere a nessuno,
sotto pretesto di lavorare a cottimo o altrimenti, di guadagnare
più degli altri, per la sua maggiore abilità o destrezza. Ed essi
impiegano una polizia morale, che all'occasione diviene una polizia
fisica, per impedire agli abili operaî di ricevere e ai padroni di
dare un compenso più grande ai servizî migliori. Se il pubblico ha
la minima giurisdizione negli interessi privati, io non vedo qual sia
la colpa di costoro, nè perchè il pubblico particolare relativo ad un
individuo possa meritare biasimo, quando pretende sulla costui condotta
individuale il diritto preteso dal pubblico in generale sugli individui
in generale.
Ma, per non fermarci alle ipotesi, oggi si invade grossolanamente il
campo della libertà privata. Si minaccia di farlo anche di più con
qualche probabilità di successo, e si predicano delle opinioni che
rivendicano nel pubblico il diritto illimitato di proibire colla legge
non soltanto tutto quello che esso trova cattivo, ma anche, per colpire
più sicuramente quello ch'egli crede tale, molte cose che riconosce
innocenti.
Sotto pretesto d'impedire l'intemperanza, si è vietato per legge
a tutta una colonia inglese e a quasi una metà degli Stati Uniti
di servirsi delle bevande fermentate altrimenti che come medicine;
perchè, in realtà, vietarne la vendita, è proibirne l'uso; e del resto
lo si comprendeva bene così. E sebbene l'impossibilità di eseguire
la legge l'abbia fatta abbandonare dalla maggior parte degli Stati
che l'avevano adottata, compreso quello che le aveva dato il nome,
tuttavia molti dei nostri dichiarati filantropi hanno tentato e
tentano di continuo di ottenere una legge simile nel nostro paese.
L'associazione o _alleanza_, come essa si chiama, che si è formata a
questo scopo, ha avuto della notorietà per la pubblicità data ad una
corrispondenza tra il suo segretario e un uomo di Stato, appartenente
al piccolo numero di quelli che in Inghilterra credono che le opinioni
di un personaggio politico debbano basarsi su principî. La parte che
lord Stanley ha preso in questa corrispondenza rafforzerà le speranze
che già aveva concepite su di lui chiunque sa quanto le qualità di
cui egli, a più riprese, ha dato pubbliche prove siano rare presso i
militanti nella politica. L'organo dell'_Alleanza «condanna altamente
qualunque principio che possa servire a giustificare il fanatismo e
la persecuzione_» e si prova a dimostrarci «_la barriera assolutamente
insuperabile_» che divide questi principî da quelli dell'associazione.
«_Tutte le materie relative al pensiero, all'opinione, alla coscienza,
mi sembrano — dice — al di fuori del dominio legislativo. Le cose
soltanto che appartengono alla condotta sociale, ai costumi, alle
relazioni mi sembrano soggette ad un poter discrezionale posto nella
legge e non nell'individuo._»
Qui non si fa alcuna menzione d'una terza classe di atti diversa dalle
due ricordate: le azioni e le abitudini non sociali ma individuali,
quantunque a questa classe appartenga senza dubbio il bere liquori
fermentati. Ma mi si dirà che vendere bevande fermentate è commerciare,
e che commerciare è un atto sociale.
Ancora, noi ci lagniamo d'una limitazione illecita delle libertà non
del venditore, ma del compratore e del consumatore, perchè lo Stato
potrebbe allo stesso modo proibirgli di bere del vino che rendergli
impossibile di procurarselo. Tuttavia il segretario continua: «_Io
esigo come cittadino il diritto di fare una legge dovunque l'atto
sociale d'un altro invade il campo dei miei diritti sociali._» Ed ecco
la descrizione di questi _diritti sociali_: «_Se qualcosa vi è che
invada questo campo, è, senza dubbio alcuno, il commercio dei liquori
spiritosi. Esso distrugge il mio fondamental diritto di sicurezza,
creando e stimolando continuamente disordini; viola il mio diritto
d'eguaglianza, con lo stabilire dei profitti che creano una miseria per
sollevar la quale si fa contribuire anche me; annulla il mio diritto ad
un libero sviluppo intellettuale e morale, circondandomi di pericoli
e indebolendo e rendendo immorale la società, da cui ho diritto di
esigere ajuto e soccorso_.» Tale sistema dei diritti sociali, che
giammai senza dubbio era stato così nettamente formulato, si riduce,
in sostanza, a questo: diritto sociale assoluto per ciascun individuo
di esigere che tutti gli altri agiscano in ogni cosa precisamente come
dovrebbero: chiunque manca menomamente al suo dovere, viola il mio
diritto sociale e mi dà ragione di chiedere alla legge un rimedio a
questo male. Un principio così mostruoso è infinitamente più pericoloso
che qualunque isolata usurpazione a danno della libertà; non v'è
violazione di questa che con esso non si possa giustificare. Esso
non riconosce nessun diritto a nessuna libertà salvo forse quella di
professare in segreto delle opinioni senza palesarle mai; perchè dal
momento che alcuno emette una opinione che io considero dannosa, viola
i _diritti sociali_ dall'_Alleanza_ riconosciutimi. Questa dottrina
accorda a tutti gli uomini vicendevolmente un interesse determinato
nella loro perfezione morale, intellettuale e persino fisica, che
ciascun d'essi deve definire secondo il proprio criterio.
Un altro esempio notevole di violazione della giusta libertà
dell'individuo, che non è una semplice minaccia, ma una pratica
dominante ed antica, è la legislazione del riposo festivo. Senza dubbio
alcuno, astenersi dalle occupazioni ordinarie un giorno la settimana,
per quanto lo concedono le esigenze della vita, è un'abitudine
altamente salutare, sebbene non sia un dovere religioso che per gli
Ebrei. E poichè questo costume non può essere osservato senza il
consenso generale delle classi operaje, e qualcuno lavorando potrebbe
imporre agli altri la necessità di fare lo stesso, è forse ammissibile
e giusto che la legge garantisca a ciascuno l'osservanza generale
dell'abitudine sospendendo in un dato giorno le principali operazioni
dell'industria. Ma questa giustificazione, fondata sul diretto
interesse che hanno gli altri o che ciascuno segua tale costume, non si
applica alle occupazioni che una persona si sceglie da sè e a cui crede
conveniente dedicare le sue ore d'ozio; aggiungo che non si applica
menomamente di più alle restrizioni legali imposte ai divertimenti.
È vero che il divertimento di qualcuno può essere, nel giorno di
festa, il lavoro di qualche altro; ma il piacere, per non dire l'utile
ricreazione d'un gran numero, val bene il lavoro di qualcuno, purchè
l'occupazione sia scelta liberamente e possa essere liberamente
abbandonata. Gli operaî hanno perfettamente ragione di pensare che se
tutti lavorassero la domenica, si darebbe il lavoro di sette giorni
pel salario di sei: ma dal momento che la gran massa delle operazioni
è sospesa, quel piccolo numero di persone che deve continuare il
lavoro pel piacere degli altri, ottiene un proporzionale accrescimento
di salario e nessuno è obbligato a continuare nelle sue occupazioni
se preferisce il riposo al guadagno. Chi voglia cercare un altro
rimedio, lo potrà trovare nello stabilire un giorno di vacanza durante
la settimana per queste classi speciali di persone. Per giustificare
adunque le restrizioni poste ai divertimenti della domenica, bisogna
confessare che essi sono riprovevoli dal punto di vista religioso — un
motivo di legislazione contro di cui non si protesterà mai abbastanza.
«_Deorum injuriae Diis curae_.» Resta a stabilire che la società,
o qualcuno dei suoi funzionarî, abbia ricevuto di lassù l'incarico
di vendicare qualunque supposta offesa alla potenza suprema, che
non sia anche un torto fatto ai nostri simili. L'idea che è dovere
dell'uomo rendere religioso il suo prossimo fu la causa di tutte
le persecuzioni religiose che mai siano state ordinate; e, se fosse
ammessa, le giustificherebbe pienamente. Quantunque nel sentimento che
si rivela coi tentativi spesso ripetuti d'impedire alle ferrovie di
far servizio, ai musei d'essere aperti la domenica, ecc., non vi sia
la crudeltà degli antichi persecutori; tuttavia v'è l'indizio di uno
stato di spirito assolutamente identico a quello. È la decisione di non
tollerare negli altri quello che la loro religione permette, ma che la
religione del persecutore vieta; è la persuasione che Dio non soltanto
detesta l'atto del miscredente, ma non avrà per innocenti neppur noi,
se permettiamo che si commetta.
Io non posso astenermi dall'aggiungere a queste prove del poco conto
in cui generalmente è tenuta la libertà umana, il linguaggio di franca
persecuzione che la stampa del nostro paese si lascia sfuggire tutte
le volte che deve rivolger la sua attenzione sul notevole fenomeno
del mormonismo. Si potrebbe parlare a lungo assai su questo fatto
inatteso e pieno d'insegnamenti che una pretesa rivelazione e una
religione la quale su questa base riposa (ciò è quanto dire il frutto
di una evidente impostura, che non è neppur sostenuta dal fascino
di alcuna qualità straordinaria nel suo fondatore) è oggetto di fede
per moltitudini ed è stato il fondamento di una società, nel secolo
dei giornali, delle ferrovie e dei telegrafi. Quello che ci riguarda
si è che questa religione, come molte altre e migliori, ha i suoi
martiri; che il suo profeta e fondatore fu mandato a morte in una
sommossa a causa della sua dottrina, e che molti fra i suoi seguaci
perdettero allo stesso modo la vita; che la loro setta fu espulsa
dal paese ov'era nata e che ora, mentre essa è stata cacciata in un
solitario rifugio, in mezzo ad un deserto, molti inglesi dichiarano
apertamente che sarebbe bene (solamente non sarebbe comodo) fare una
spedizione contro i Mormoni ed obbligarli colla forza ad accettare
opinioni diverse. La poligamia adottata dai Mormoni è la cagion
principale di questa antipatia contro le loro dottrine, con cui si
violano così le leggi della tolleranza religiosa; la poligamia, sebbene
permessa ai Maomettani, agl'Indiani, ai Chinesi, sembra eccitare una
implacabile animosità quando è praticata da gente che parla inglese e
che dice di essere una specie di cristiani. Nessuno può disapprovare
più energicamente di me questa istituzione dei Mormoni: ciò per
molte ragioni, e fra le altre perchè, lungi dall'essere basata sul
principio di libertà, essa ne è una diretta violazione poichè non fa
che rafforzare le catene di una parte delle collettività ed esimere
l'altra da ogni reciprocità di obblighi. Tuttavia, conviene ricordare
che questa relazione è tanto volontaria da parte delle donne che ce ne
sembrano le vittime, quanto qualunque altra forma dell'instituzione
del matrimonio; e del resto, per quanto la cosa possa sembrare
sorprendente, essa ha la sua spiegazione nelle idee e nelle abitudini
generali del mondo: si insegna alle donne a considerare il matrimonio
come l'unica cosa necessaria: ed è ben naturale così che molte di
esse preferiscano sposare un uomo che ha parecchie altre mogli, a non
maritarsi del tutto. Non si domanda ad altri paesi di riconoscere tali
unioni o di permettere che una parte dei loro cittadini abbandoni la
legge nazionale per seguir la dottrina dei Mormoni; — ma quando dei
dissidenti hanno concesso ai sentimenti ostili dei loro avversarî
assai più di quello che si potesse, in istretta giustizia, esigere,
quando essi hanno abbandonato i paesi che non potevano tollerare le
loro dottrine e si sono stabiliti in un remoto angolo della terra, che
sono stati i primi a rendere abitabile, è difficile scorgere secondo
quali principî (salvo quelli della tirannia) si possa impedir loro di
viverci come loro garba, purchè essi non commettano aggressioni contro
altri paesi, e lascino ai malcontenti la piena libertà di andarsene.
Uno scrittore moderno di merito, per qualche rispetto notevole, propone
(usiamo le sue parole) una spedizione non di crociati, ma di pionieri
della civiltà contro questa comunità politica, per metter fine a ciò
che a lui sembra un passo addietro nel cammino del progresso. Io penso
la stessa cosa — ma non credo che alcuna comunità abbia diritto di
forzare un'altra ad essere civile. Dal momento che le vittime di una
legge cattiva non invocano i soccorsi di altre comunità, io non posso
ammettere che persone completamente estranee abbiano il diritto di
esigere la cessazione di uno stato di cose che pare soddisfaccia tutte
le parti interessate, soltanto perchè si tratta di uno scandalo per
gente lontana qualche migliajo di miglia, e perfettamente al di fuori
della questione. Spedite loro, se vi pare cosa buona, dei missionari,
che predichino sull'argomento, ed impiegate tutti i mezzi leali (fra
cui non è quello d'imporre silenzio ai novatori) per impedire nel
vostro paese il progresso di tali dottrine. Se la civiltà ha prevalso
sulla barbarie, quando la barbarie dominava il mondo incontrastata, è
eccessivo temere che la barbarie, sconfitta una volta, possa rivivere
e riprendere il predominio sulla civiltà. Una civiltà che potrebbe
soccombere così davanti al suo nemico già sbaragliato, deve essere
talmente degenerata che nè i suoi sacerdoti nè i suoi institutori
ufficiali nè alcun altro abbiano la capacità o si vogliano dar
l'incomodo di difenderla. Se così è, quanto più da questa civiltà si
sarà lontani, tanto meglio: essa non può se non proseguire di male in
peggio, finchè sia distrutta e rigenerata (come l'impero d'Occidente)
da più energici barbari.
FINE DEL CAPITOLO QUARTO
CAPITOLO QUINTO.
APPLICAZIONI.
I principi in questo lavoro sostenuti devono essere ammessi in
generale, come fondamento di una discussione particolareggiata, prima
di poterli applicare, con qualche speranza di buon esito, ai varî rami
della politica e della morale. Le poche osservazioni che mi propongo
di fare su questioni speciali sono destinate a rischiarare i principî
piuttosto che a trarne le conseguenze; io non offro tanto delle
applicazioni; quanto degli esempî di applicazioni, i quali possono
servire a gettar maggior luce sul senso e sui limiti delle due massime
che sono la base di questo saggio: inoltre, queste applicazioni possono
giovare all'equità del giudizio quando non si sappia bene quale delle
due massime convenga applicare.
Ecco, intanto, i principî: 1.º l'individuo non è responsabile verso
la società delle sue azioni, finchè queste non riguardano se non i
suoi personali interessi: — i consigli, l'istruzione, la persuasione,
l'isolamento anche, se gli altri credono necessario pel loro bene
di ricorrere a quest'ultimo mezzo: — ecco le sole maniere con cui
la società può legittimamente dimostrare il suo disgusto o la sua
disapprovazione della condotta dell'individuo: 2.º delle azioni
ritenute dannose agli interessi altrui, l'individuo è responsabile e
può esser sottomesso alle punizioni sociali e legali, se la società
giudica le une o le altre necessarie alla propria protezione.
Anzitutto non è affatto da credere che un danno o il pericolo di
un danno fatto agli altrui interessi possa sempre giustificare
l'intervento della società: questo è vero solo in certi casi. In un
gran numero di casi, un individuo, nel proseguire un legittimo fine
cagiona necessariamente, e di conseguenza legittimamente, un danno o un
dispiacere ad altri individui, o intercetta un bene che essi potevano
ragionevolmente sperare. Tali opposizioni d'interessi tra gli individui
derivano spesso da cattive instituzioni, ma sono inevitabili finchè
queste instituzioni durano; qualcuna anche sarebbe inevitabile sotto
qualunque forma d'instituzioni. Chiunque riesca in una professione
che molti occupano o in un concorso; chiunque sia preferito ad un
altro in qualunque lotta per uno scopo che due persone desideravano di
raggiungere, trae profitto dalla perdita degli altri, dai loro sforzi
riusciti vani e dal loro dispiacere. Ma è una cosa che tutti ammettono:
è meglio, nell'interesse generale dell'umanità, che gli uomini
continuino i loro sforzi senza esserne distolti da questo genere di
conseguenze. In altri termini, la società non riconosce ai competitori
disgraziati alcun diritto morale o legale ad essere esenti da questa
specie di dolore; essa non si sente chiamata ad intervenire se non
quando i mezzi impiegati per raggiungere lo scopo sono di quelli che
l'interesse generale non può permettere; la frode o il tradimento, e la
violenza.
Commerciare — ripetiamolo ancora — è un atto sociale. Chiunque si mette
a vendere una merce qualunque fa una cosa che tocca gl'interessi altrui
e la società in generale; dunque la sua condotta è, per principio,
sotto la giurisdizione della società: di conseguenza, si considerava
in altri tempi come dovere del governo fissare il prezzo e regolare il
modo di fabbricazione delle manifatture. Ma ora si riconosce, sebbene
soltanto dopo una lunga lotta, che il buon prezzo e la buona qualità
delle merci si garantiscono più efficacemente lasciando produttori e
venditori perfettamente liberi, senz'altro freno che l'uguale libertà
pei compratori di provvedersi altrove. Tale è la dottrina detta del
libero scambio, la quale riposa su basi non meno solide, ma diverse
da quelle del principio di libertà individuale proclamato in questo
saggio. Le restrizioni poste al commercio o alla produzione per
ragioni di commercio sono in realtà coazioni; e qualunque coazione, in
quanto è coazione, è un male: ma esse toccano soltanto quella parte
della condotta umana che la società ha diritto di sorvegliare e non
hanno altro torto tranne quello di non produrre i risultati che se
ne attendevano. Dappoichè il principio della libertà individuale non
è uno dei fondamenti della dottrina del libero scambio, non lo è di
più nella maggior parte delle questioni che si elevano a proposito
dei limiti di questa dottrina: per esempio, quando si tratta di
sapere quanto di pubblica sorveglianza sia ammissibile per impedire
la frode con falsificazione, o fino a qual punto si debbano imporre
ai padroni delle precauzioni igieniche o dei mezzi di protezione per
gli operai impiegati ad occupazioni pericolose. Tali questioni non
comprendono considerazioni di libertà se non in un senso: che, _cæteris
paribus_, è sempre preferibile abbandonare gli uomini a sè stessi
piuttosto di sorvegliarli: ma, come principio, non è contestabile
ch'essi legittimamente possano essere per simili fini sorvegliati.
D'altra parte vi sono delle questioni relative all'intervento pubblico
nel commercio, che sono essenzialmente questioni di libertà: tali,
la _legge di Maine_[10], a cui si è già alluso, la proibizione
dell'importazione dell'oppio in China, la restrizione imposta alla
vendita dei veleni, e in generale tutti i casi in cui lo scopo
dell'intervento è di rendere difficile o impossibile la vendita di
certe merci. Questo intervento è biasimevole come una violazione, non
già della libertà del produttore o del venditore, ma di quella del
compratore.