Comme un point sur un i

sul carabiniere solitario, ritto davanti al suo casotto, sopra gli

spalti deserti della Cittadella addormentata.

*

Andando innanzi verso ponente, oltrepassato il Borgo di San Donato,

che s'allunga sopra una strada sola, pigliando gradatamente l'aspetto

di un villaggio grazioso, s'entra, per il Corso Principe Eugenio, in

una parte di Torino stranissima, poco nota, nella quale la città si

perde nella campagna, e dove son raccolti i principali istituti di

beneficenza, fra cui il Ritiro del buon Pastore, l'Ospedale di San

Luigi, il Manicomio, lo Stabilimento di don Bosco, l'Ospedale di

Cottolengo; edifizi chiusi e muti, dall'aspetto di conventi e di

carceri, colle persiane rovesciate, coi finestrini ingraticolati, con

porte e porticine sbarrate, che danno al luogo l'aspetto misterioso

d'un quartiere di città orientale. Qui vive un mondo invisibile

d'infermi, di vecchi, di traviate, di «preservande», di ragazze

abbandonate, di bimbi senza parenti, di giovinetti poveri, di maestre

e di suore che pregano, soffrono, studiano, lavorano, si preparano

alla vita e alla morte, separati dal mondo, nel raccoglimento severo

della loro piccola città solitaria. Le strade sono quasi deserte.

Passano carrozze colle tendine calate, s'incontran preti, qualche

monaca, poveri, si sentono canti di bambini, echi lontani di litanie,

rumori di porte interne aperte e chiuse cautamente, e tintinnii di

campanelli di parlatorii, a cui succedono silenzi profondi. Tutto

spira pace, rassegnazione e penitenza. Chi passa di là abbassa la voce

senz'avvedersene; scorda la Torino rumorosa del lavoro e dei piaceri,

e s'abbandona, rallentando il passo, alla meditazione dei dolori e

delle miserie umane, punto da una curiosità triste di penetrare in

quei recinti severi, d'interrogare quelle sventure, di scrutare quel

mondo sconosciuto e nascosto, a cui tanta gente pietosa consacrò la

vita e la fortuna. E alla tristezza di quel quartiere singolare,

corrisponde la campagna circostante, piana e silenziosa, specialmente

d'inverno, all'ora del tramonto, quando al di sopra delle case e dei

campi coperti di neve, già immersi nell'ombra azzurrina della sera,

scintilla ancora sotto l'ultimo raggio del sole l'alta statua dorata

di Maria Ausiliatrice, ritta sulla cupola della sua chiesa solitaria,

colle braccia tese verso le Alpi.

*

Proseguendo di là per il Corso San Massimo s'arriva alla grande piazza

ottagonale di Emanuele Filiberto. Ma per vederla in tutta la sua

bellezza bisogna capitarvi una mattina di sabato, d'inverno, in pieno

mercato. Uno Zola torinese potrebbe mettere lì la scena di un romanzo

intitolato «Il ventre di Torino». Sotto le vaste tettoie, fra lunghe

file di baracche di mercanti di stoffe, di botteghini di chincaglierie

e d'esposizioni di terraglia all'aria aperta, in mezzo a monti di

frutta, di legumi e di pollame, a mucchi di ceste e di sacchi, tra il

va e vieni delle carrette che portan via la neve, tra il fumo delle

castagne arrosto e delle pere cotte, gira e s'agita confusamente una

folla fitta di contadini, di servitori, di sguatteri, di serve

imbacuccate negli scialli, di signore massaie, di ordinanze colla

cesta al braccio, di facchini carichi, di donne del popolo e di

monelli intirizziti, che fanno nera la piazza. Intorno ai banchi

innumerevoli è un alternarsi affollato e continuo di offerte e di

rifiuti, di discussioni a frasi secche e tronche, di voci di

maraviglia e di sdegno, d'apostrofi e di sacrati, che si confondono

tutti insieme in un mormorìo sordo e diffuso, come d'una moltitudine

malcontenta. Là bisogna andare per vedere le erbivendole famose,

formidabili di tarchiatura, di pugni e di lingua, e per studiare la

potenza insolente del vernacolo, la ferocia spietata dell'ingiuria

plebea, il lazzo che schiaffeggia, il sarcasmo che leva la pelle,

strazia la carne e incide le ossa. Da una parte c'è il mercato delle

contadine, venute da tutte le parti del circondario, partite a

mezzanotte dai loro villaggi per arrivare in tempo a pigliare un buon

posto a destra e a sinistra d'un viale fiancheggiato di platani; e son

là schierate, ritte o sedute, colle loro derrate esposte su mucchi di

neve sudicia, strette le une alle altre come per tenersi calde,

inzoccolate, imbottite, infagottate, fasciate di pezzuole e di

scialli, con guanti di cenci e con fazzoletti attorcigliati intorno

alla fronte, con cappelli da uomini sul capo, con vecchi mantelli da

carrettiere sulle spalle, e lo scaldino fra le mani, coi nasi e i

menti pavonazzi; e in mezzo a loro passa la processione accalcata e

lenta dei compratori. Qui un pretucolo soffia tra le penne d'un pollo

per scoprire le polpe, là una vecchia signora cogli occhiali spera le

uova ad una ad una di contro alla luce, più in là un vecchio celibe,

accompagnato dalla cuoca con la sporta, scruta un formaggio con la

lente; da ogni parte si tasta, si palpa, si soppesa, si fiuta, si

disputa, in un tuono di lamento stizzoso, gesticolando coi cavoli in

mano, brandendo i cardi, scotendo le galline, gettando nelle orecchie

di chi passa frammenti di dialoghi monosillabici, che fanno indovinare

dei tira tira d'un'ora per un centesimo, delle economie disperate,

delle avarizie rabbiose, delle pazienze da santi, delle miserie

segrete di famiglie decorose, tutte le durezze e le angosce della gran

lotta per la vita. Passano signorine eleganti, grossi borghesi

buongustai, cuochi grassi e tronfi, cameriere padrone, curiosi

allegri, una folla continuamente cangiante, fra cui si fanno largo

ogni specie di rivenditori ambulanti, vecchi decrepiti, bambine,

mostriciattoli col botteghino al collo, che offrono un almanacco, un

tartufo, due limoni, una catenella d'acciaio, un pezzo di tela,

facendo un vocìo assordante, dominato dalla voce stentorea del

venditore della «Cronaca dei Tribunali» e dalla cantilena funebre del

sacrestano che scuote un bossolo domandando l'elemosina per le anime

del Purgatorio. Per tutta la piazza è un affaccendamento e un

rimescolìo rumoroso, un farsi e un disfarsi continuo di crocchi

intorno a carrozze di cavadenti, a venditori di specifici, a

strimpellatori di violini, a banditori d'incanti, a ciarlatani

cappelluti che raccontano storie di delitti davanti a grandi quadri

rosseggianti di sangue, a teatrini da burattini, rizzati in mezzo alla

neve, a grandi fiammate di paglia, accese dai fruttaiuoli infreddoliti

per sgranchirsi le membra. E non si può dire quant'è pittoresca e

bizzarra quella confusione di gente e di cose, di lavoro e di festa,

di città e di campagna, vista a traverso la nebbia della mattina, che

lotta ancora col sole, in mezzo a quei grandi alberi sfrondati,

imperlati di brina.

*

D'in fondo alla piazza, scendendo per una gradinata, si riesce in una

larga strada ricurva, che va verso la Dora, davanti a un altro

spettacolo curiosissimo. La strada è tutta da un capo all'altro una

sola enorme bottega di rigattiere all'aria libera, un'esposizione

grandiosa e compassionevole di miserie, di cui non è possibile farsi

un'immagine fuorchè supponendo che un intero quartiere di Torino,

invaso da un furore di distruzione, abbia rovesciato giù dalle

finestre tutte le masserizie delle sue case, dai solai alle cantine,

fino all'ultima carabattola dell'ultimo armadio. E tutto è ordinato,

pulito, messo in vista, con una cura scrupolosa, come la merce più

rara, e accanto a ciascuna delle cento rigatterie, che formano

quell'interminabile bazar di cenci e di tritumi, siede il venditore

meditabondo, appoggiato alla sua carretta, in atteggiamento

filosofico, cogli occhi fissi sulle rovine da cui ricava la vita. La

varietà e la stranezza degli oggetti è maravigliosa. È una confusione

di cose e d'avanzi di cose da far impazzire il disgraziato che ne

dovesse far l'inventario. La pianeta del prete, il cappello sfondato

del bersagliere, la marionetta rotta del teatrino di San Martiniano,

il vestito di seta lacerato al veglione del teatro Scribe, la

serratura del cinquecento, il romanzo incompiuto di Eugenio Sue, il

chiodo rotto, il basto dell'asino, il quadro a olio, il berretto

piumato del tenore, denti finti, spille scapocchiate, padelle senza

manico, elmi, mappamondi, gambe di tavola, spogli d'alcove, di

salotti, di studi d'avvocato, di soffitte, d'officine, di taverne,

muffiti, sbrindellati, rosicchiati dai topi, bucati dalle tignole,

marciti dalla pioggia, smangiati dal fango, consunti dalla ruggine,

senza colore, senza forma, senza nome, senza prezzo: c'è tutto quello

che il mare agitato della vita umana rigetta da sè, tutto quello che

la mente può immaginare di più miserabile, di più inutile, di più

spregevole, di più rifinito e di più snaturato dal tempo, dall'uso e

dalla violenza. In quello strano mercato comincia il lavoro nel cuor

della notte, al lume delle lanterne, e il formicolìo della folla allo

spuntare dell'alba. Là va la sartina, furtivamente, a cercare lo

scialle smesso; ci va il padre di famiglia, corto a quattrini, a

comprare il lume a petrolio; ci va l'artista a scovar l'abito per il

modello; ci va l'antiquario, il bibliomane, l'attore spiantato,

l'ebreo rigattiere, una processione di collettori di bagattelle e di

curiosi d'ogni specie, impazienti tutti d'arrivare i primi a pescare

in quel mare magno in cui si nascondono qualche volta tesori

sconosciuti e piccole fortune insperate; e tutti girano e cercano

avidamente fino a giorno alto, in mezzo a un via vai di contadini e di

contadine che contrattano panni logori, di cenciaiuoli girovaghi,

carichi di stivali sdrusciti e di pentole fesse, di facchini, di

raccoglitori di cicche e di carte, di guardie municipali, di donne di

servizio, di bottegai, di sensali, che fluttuano in due opposte

correnti fra il mercato dell'erbe e il gran pandemonio della piazza

vicina.

*

Chi ha fatto questo giro, e s'è ancora spinto poi, per il corso San

Maurizio, fino in faccia al Borgo Po, che chiude come uno scenario

graziosissimo il grande palcoscenico della piazza Vittorio Emanuele, ha

visto la città di Torino. Ma gli resta da studiare il movimento e l'aspetto

della popolazione, che è pure curioso. Il più grosso torrente della vita

scorre dalla stazione di Porta Nuova fino a Piazza Castello, dove arriva

gonfiato dall'affluente di via Santa Teresa; e là si rispande per via di Po

e per via Dora Grossa, e serpeggia in mille rigagnoli per le vie strette

della vecchia Torino, fino al gran lago ondeggiante della piazza Emanuele

Filiberto. La gente si perde nella vastità delle piazze, dove non si vedono

che «rari nantes»; presenta un aspetto generale d'eleganza nell'ultimo

tratto di via Roma e sotto i portici, e piglia gradatamente un colore

modesto e popolano, via via che scende verso il fiume o risale verso i

quartieri di settentrione e di ponente. L'ordine è nella folla come

nell'architettura: passa una processione a destra e una processione a

sinistra d'ogni strada, l'una opposta all'altra: da una parte non si vedono

che nuche, dall'altra non si vedono che visi. Certi personaggi si succedono

con una frequenza che si nota subito: il vecchio giubilato, sbarbato e

pulito, che va rasente il muro; il giovane ufficiale d'artiglieria della

Scuola d'applicazione; lo studente vestito con una certa sprezzatura

d'artista; la sartina dal corpicino snello e asciutto, con quattro cenci

addosso, messi con garbo signorile e aggraziati da un'andatura capricciosa

insieme e composta; l'operaio di statura media, d'aspetto rude, di membra

solide, di movimenti da soldato; l'uomo nuovo, l'industriale, il

commerciante, l'agente d'affari, fra i trenta e i quarant'anni, trascurato

nel vestire, di viso serio, grigio innanzi tempo, leggermente invermigliato

dal Barolo vecchio, col sigaro di Cavour spento fra le dita della mano

inquieta, e un pensiero fisso sulla fronte; il grosso padre di famiglia,

borghese benestante, con un viso benevolo, che manifesta poche idee, ma

quelle poche nette e salde, e inchiodate profondamente nel cervello, nella

coscienza e nel cuore, e tratto tratto qualche signora alta, sottile e

bianca, coll'occhio azzurro e il piede patrizio, che fa col suo mantello di

velluto nero una macchietta vigorosa e pomposa nel grigio volgare della

folla. Tutti camminano guardando diritto davanti a sè; si discorre senza

rallentare il passo; poche conversazioni ad alta voce; nessuna apostrofe da

un lato all'altro della strada; si parla a mezza voce, a frasi spedite,

gesticolando in uno spazio circolare di non più di due palmi di raggio, e

risalendo prontamente sul marciapiede, per forza d'abitudine, ogni volta

che s'è stati costretti a discendere. E già, nelle strade frequentate, si

vede, come nelle grandi città del nord, una gara ad arrivare i primi, a

lasciarsi indietro chi ci cammina accanto, come se ogni vicino fosse un

concorrente in affari. Tutte le scorciatoie sono utilizzate, si svolta

rasente i muri, s'attraversa la strada di corsa, s'inseguono i tranvai, si

fa folla agli incrociamenti delle carrozze e dei carri, e s'apostrofano

carrettieri e cocchieri con voci e gesti impazienti di gente che ha i

minuti contati. Ma una certa apparenza di gentilezza corregge il carattere

un po' aspro di questa vita frettolosa di città industriale. I saluti sono

premurosi, i cappelli s'abbassano profondamente, la gente si scansa con

giri svelti e larghi, i bottegai riaccompagnano i compratori alla porta in

atto cerimonioso, il cameriere si inchina all'avventore sulla soglia della

trattoria, il fiaccheraio riverisce la «pratica», il venditore di giornali

ringrazia del soldo con un buon augurio, le erbivendole si chiamano

«madama», le due frasi spicciole del galateo torinese «ca fassa grassia» e

«ca scusa» si sentono da ogni parte e ad ogni proposito come il «pardon» e

il «s'il vous plait» a Parigi; la città fa i suoi affari alla lesta, ma con

dignità, da signora educata, non da rozza merciaia. E come Parigi ha l'«ora

dell'assenzio», Torino ha l'ora del vermut, l'ora in cui la sua faccia si

colora e il suo sangue circola più rapido e più caldo. Allora le scuole

riversano per le strade nuvoli di ragazzi, dagli opifici escono turbe di

operai, i tranvai passano stipati di gente, gli equipaggi s'inseguono, le

botteghe dei liquoristi s'affollano, un esercito d'ufficiali e di soldati

d'ogni arma si spande in ogni parte e mette un soffio di gioventù per le

vie, e nella mezza oscurità della sera par di vedere Torino come

all'immaginazione piace di raffigurarsela in un avvenire lontano: una

Torino di cinquecentomila abitanti, che riempia la sua cinta daziaria, con

un nuovo centro e nuovi sobborghi, tutta sonante di lavoro e rigurgitante

di vita.

Ma il più bello spettacolo vivo, e nello stesso tempo il più originale, che

offra Torino, è la passeggiata sotto i portici di Po, le sere d'inverno. I

portici sono i «boulevards» di Torino. L'albergo d'Europa può rappresentare

il «Grand Hôtel»; la chiesa dell'Annunziata, la «Madeleine»; il caffè

Fiorio, «Tortoni»; il Teatro Regio, il «Grand Opéra». Anche qui la folla

maggiore, e il fiore dell'eleganza e del lusso passano a destra. La prima

cosa che dà agli occhi è il contrasto della bottega splendida col baraccone

da villaggio che le sorge in faccia, nello stesso tempo officina e negozio;

il banco della fruttaiola di fronte alla trattoria aristocratica; il

rivenditore d'almanacchi e di libri usati in faccia al grande libraio

signorile. La contessa vestita in gala passa accanto ai banchi di legumi e

di caci, la conversazione leccata dei __dandy__ è interrotta dall'urlìo

plebeo dei cavamacchie e dei venditori di fotografie; tutto il mondo

elegante sfila in mezzo a quella lotta muta e continua del grande e del

piccolo commercio, schierati l'uno di fronte all'altro, in atteggiamento

ostile, come due catene di sentinelle avanzate dei due grossi eserciti

nemici della borghesia e della plebe. Qui la folla è fitta e nera, divisa

in due correnti, che si toccano, e spesso si confondono, e straripano fuori

dei portici. In alcuni punti è un vero serra serra, come all'uscita da un

teatro, tanto che nello spazio di tre braccia quadrate si ritrovano spesso

un capitano d'artiglieria, una coppia matrimoniale, un prete, un

accademista, una crestaia, un operaio, stretti in un mazzo, che paiono una

famiglia sola. Qualche volta per pigliar spazio la folla è costretta a

fermarsi, e tutti «segnano il passo» come una colonna di soldati. L'aspetto

e il contegno generale è grave, come l'andatura, e come disse un professore

arguto, sembra che tutti «meditino un regolamento». La gente gira

tutt'intorno alla Galleria Subalpina, a passi lenti, processionalmente,

come nella sala d'un museo, non facendo che un leggiero bisbiglio, che

lascia sentire distintamente le note acute dei cantanti nella sala

sotterranea del Caffè Romano. Sotto i portici non si sente che un mormorìo

sordo ed eguale, fra cui risuonano forte, qua e là, le sciabole degli

ufficiali e le risa argentine delle fioraie e delle sartine, che fanno una

scappata a traverso al bel mondo, coll'involtino in mano, prima di tornare

a casa, e i colpi secchi delle porte dei caffè aperte e richiuse

bruscamente per timore del freddo. Par di essere in una galleria d'un

palazzo grandissimo, dove i convitati sfilino rispettosamente al cospetto

d'un principe. E siccome gl'incontri sono frequentissimi e si ripetono,

così è un salutarsi continuo di militari, un continuo scappellarsi d'amici

e di conoscenti, di studenti e di professori, di grossi e di piccoli

impiegati, che si voltano obliquamente, passandosi accanto, per non urtarsi

nel petto. Della gente non si vede che il viso e i fiati fumano. Ma i

baracconi riparano dal freddo. Si sta bene in quella calca, così stretti,

l'uno addosso all'altro, e pare che tutti provino piacere a pigiarsi, a

sentirsi davanti, dietro e dai lati dei pesanti pastrani, dei grandi

mantelli d'ufficiali, dei grossi borghesi ben pasciuti e caldi, usciti

allora da una sala da desinare. Da tutte le strade laterali arriva gente,

chiudendo l'ombrello, pestando i piedi, scuotendo i panni bianchi di neve,

e tutti si ficcano in quella folla, con gusto, tirando un respiro, come se

entrassero in casa. E la folla essendo così pigiata, si colgono a volo da

tutte le parti, passando, brani di dialoghi sommessi, frammenti di

discussioni scientifiche, giudizi letterari di studenti, notizie sullo

stato dei fondi pubblici, qualche volta frasi staccate di confidenze di

signorine, che un'ondata di gente ha separate dai parenti che vengon

dietro, conversazioni francesi e tedesche, parole dolci vibrate a

bruciapelo nei momenti di maggior confusione: specialmente allo svolto dei

portici in faccia alla Galleria, dove accade spesso d'incontrarsi faccia a

faccia con marito e moglie, e sentirsi ad un punto il fumo del sigaro del

marito negli occhi, il manicotto della signora contro le mani e la testa

del bimbo in un fianco. Chi non c'è abituato, può seccarsi sulle prime, e

impazientarsi di quello strano modo di passeggiare; ma tutti, prima o poi,

ci pigliano piacere. C'è non so che idea di intimità domestica in quel

lento va e vieni di gente affollata sotto quegli archi, dinanzi a quelle

vetrine splendide, che finiscono con lo stamparsi nella memoria, ad una ad

una, come i mobili della casa propria; c'è un'apparenza come di

affratellamento e di buon accordo universale, un'immagine viva di

quell'unanimità di sentimenti e di propositi che fece forte e ammirato il

popolo piemontese, qualche cosa di geniale e di benevolo, che non si sa ben

dire, ma che mette un calor salutare nel petto, dalla parte sinistra.

Torino, però, si presenta in molti aspetti molto diversi, che un

forestiero non può osservare in pochi giorni. Ci son poche città che

cambino viso così stranamente col cambiare della stagione e del tempo.

Ha una bellezza sua propria quando è coperta di neve, quando le Alpi

son tutte bianche, le colline bianche, i giardini, gli alberi dei

viali lunghissimi, i larghi corsi, le grandi piazze, tutto bianco;

specialmente di notte, quando a traverso la neve fitta, che vela la

luce delle file interminabili dei lampioni, non si riconoscono più le

vie, si confondono i crocicchi, la città sembra immensa, e nei vasti

spazi deserti regna un silenzio cupo di città disabitata, in cui

fuggono e spariscono come ombre impaurite le carrozze e la gente, e vi

par spenta la vita per sempre. È bella anche nelle mattinate d'inverno

grigie e rigide, quando il cielo coperto piglia successivamente mille

colori strani di viola, d'oro e di porpora, che paiono riflessi di

grandi incendi lontani, e ogni strada è chiusa da una cortina di

nebbia, come dal fumo del fuoco di fila d'una barricata, nel quale i

monumenti si drizzano come larve, e le persone appariscono

all'improvviso, come se sbucassero di terra, e tutta la popolazione

affaccendata della mattina, morsa dal freddo, precipita il passo,

batte i piedi, stropiccia le mani, soffia sulle dita, saltella e

scantona ad un angolo retto, con le spalle ingobbite e il gomito al

muro, come se fosse inseguita e sferzata da una legione d'aguzzini

invisibili, e par che i raggi del sole s'arrestino intimiditi sui

cornicioni delle case, e che la città sia condannata al gelo e alla

mezza luce d'un'alba perpetua. Ma è bella sopra tutto di primavera, in

quei giorni che da un inverno lungo e uggioso si salta improvvisamente

nella bella stagione, e si sente la verità di quello che disse George

Sand: la primavera dell'Italia settentrionale è la più bella del

mondo. Allora Torino si riscuote tutta, e par che ringiovanisca in

poche ore; la popolazione si spande per i giardini e per i viali, come

a una festa; per le grandi strade passano torrenti di luce e d'aria; a

ogni cantonata par che soffi una brezza nuova; si sentono ondate

d'odor di campagna e di fragranze alpine, che dànno una scossa al

sangue; il cielo, le montagne, le colline, gli sfondi lontani delle

vie, tutto è terso, netto, fresco, allegro; Torino ha l'aria d'una

città americana, venuta su da pochi anni, nel primo sboccio della sua

verde adolescenza; ma dorata da un raggio di bellezza italiana.

Ma per veder Torino nel suo più bell'aspetto, bisogna vederla

nell'occasione d'una di quelle grandi feste nazionali, in cui

accorrono qui Italiani d'ogni provincia, vecchi ministri che vi

passarono i più belli anni della loro età matura, deputati maturi che

vi passarono gli anni più belli della gioventù, giornalisti che vi

fecero le prime armi, ricchi che ci vissero nella strettezza, antichi

emigrati, senatori, generali, tutti i superstiti di quella grande

legione di uomini di Stato, di scrittori, di lottatori, di soldati, di

tribuni, che preparò e iniziò qui la rivoluzione italiana, e se n'andò

con la capitale. È bello e commovente quel ritorno. Tutti hanno qui

mille memorie; sparpagliandosi per la città, ne ritrovano una ad ogni

passo; riconoscono luoghi e persone, rivedono col pensiero gli amici e

i compagni perduti, ricordano alla svolta d'ogni via, si può dire, un

avvenimento e una commozione. Il popolo torinese è tutto in giro, e in

quei giorni rivive anch'esso in quel bel tempo, che par già tanto

lontano, in quei begli anni di speranze e d'entusiasmi; anch'esso

riconosce a ogni passo un ospite antico, deputati incanutiti, generali

incurvati, gravi pubblicisti di cui ha letto le prime appendici

letterarie, ministri che vivevano in una cameretta al quarto piano in

via Dora Grossa, visi, voci, gesti che ravvivano tutti i suoi più cari

ricordi e gli fanno battere il cuore. Allora certi luoghi della città,

certi angoli storici ripigliano per qualche ora l'aspetto antico; si

rivedono nei vecchi caffè i personaggi e i crocchi d'una volta; da

ogni parte si stringono mani d'amici, si alternano esclamazioni di

stupore e di piacere, e conversazioni concitate, piene di domande, di

date, di nomi, di parole tristi e affettuose, e di echi sonori delle

antiche passioni giovanili; e piazza Castello si rianima, e sotto i

portici ripassa un soffio del cinquantanove, e tutta la città si sente

rifluire al cuore il suo vecchio sangue di guerriera e di regina, e

apparisce più bella e più altiera in mezzo alla vasta cintura verde

dei suoi platani e al grande anfiteatro azzurro delle sue Alpi.

Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma · 第 23 / 36 题