TORINO.

Un Torinese che volesse far da guida ad un Italiano d'un'altra

provincia venuto qui per la prima volta, per metterlo in una

disposizione d'animo favorevole alla città sconosciuta dovrebbe, prima

di lasciarlo entrare in Torino, condurlo diritto a Superga. V'hanno

spettacoli che sono per la vista degli occhi ciò che sono per la vista

della mente quelle grandi intuizioni istantanee del genio, che

abbracciano secoli di storia e regioni d'idee. Lo spettacolo che si

gode da Superga è un di questi, ed è anche più grande e più bello

della sua fama. Dalla sommità della cupola, con un solo giro degli

occhi, in tre secondi, s'abbraccia tutto l'immenso cerchio

dell'Appennino genovese e delle Alpi, dai gioghi di Diego e di

Millesimo alla piramide superba del Monviso, dal Monviso alle porte

della val di Susa, al Gran San Bernardo, al Sempione, al Monrosa, alle

ultime montagne che fuggono verso levante di là del Lago Maggiore;

sotto, tutti i colli di Torino, popolati di ville e di giardini; più

in là i bei poggi del Monferrato, vestiti di vigneti e coronati di

castella, e le colline ubertose della sinistra del Tanaro; e oltre a

queste una successione di tappeti verdi sterminati, una campagna senza

fine, che si perde nelle pianure vaporose della Lombardia, argentata

dalle mille curve del Po, seminata di centinaia di villaggi, rigata di

strade innumerevoli, coperta d'una vegetazione lussureggiante di

boschi, di verzieri e di messi, nettamente visibile in tutti i suoi

rilievi infiniti fino alle più grandi distanze, come se ogni sua parte

ci s'avvicinasse al fissarvi sopra lo sguardo. Ed è una natura così

fresca e così italiana di forme e di colori, così maestosamente serena

nella immensità dei suoi orizzonti azzurrini, e così grande e

terribile d'antiche e di nuove memorie, che dopo averla percorsa

intera, quando si volgon gli occhi giù sulla città tutta piana e

rosseggiante lungo le rive del Po e della Dora, chiusa in un vasto

cerchio di verzura cupa, dominato dal bel monte conico dei Cappuccini,

somigliante a uno smeraldo enorme, viene spontaneo sulle labbra il «Te

beata» che gridò a Firenze Ugo Foscolo, e si resta maravigliati che

tutta quella bellezza non abbia ancora avuto anch'essa da qualche

grande poeta il tributo d'una lode immortale.

Ho cercato molte volte, curiosamente, con uno sforzo

dell'immaginazione, di rendermi conto dell'effetto che può produrre la

città di Torino in un Italiano che la veda per la prima volta....

Certo, un Italiano che arrivi qui coll'idea di trovare una città

uggiosa, e un po' triste, come certi stranieri la definiscono--un

villaggio ingrandito--un mucchio di conventi e di caserme--deve

provare un disinganno piacevole, uscendo dalla stazione di Porta

Nuova, in una bella mattinata di primavera. Alla vista di quel grande

Corso, lungo quanto i Campi Elisi di Parigi, chiuso a sinistra dalle

Alpi, a destra dalla collina, davanti a quell'infilata di piazze, a

quelle fughe di portici, a quel verde rigoglioso, a quella vastità

allegra, piena di luce e di lavoro, deve esclamare:--È bello--o tirare

almeno uno di quei larghi respiri, che equivalgono ad una parola

d'ammirazione. E andando su verso piazza Castello.... Ma un Italiano

che venga a Torino per la prima volta, se appena ha una scintilla

d'amor di patria nel sangue, è impossibile che, addentrandosi nel

cuore della città, serbi tanta freddezza d'animo da non giudicarla che

con l'occhio dell'artista. Egli deve sentirsi sollevato, travolto da

un torrente di ricordi, sfolgorato da una miriade d'immagini care e

gloriose, che trasfigurino la città ai suoi occhi e gli facciano parer

bella ogni cosa. Deve veder Carlo Alberto, affacciato alla loggia del

palazzo reale, in atto di bandire la guerra dell'indipendenza;

incontrar sotto i portici il conte Cavour, che va al Ministero,

dandosi la storica fregatina di mani; vedere i Commissari austriaci

del 59 che portano l'«ultimatum» al Presidente del Consiglio; i

corrieri che divorano la via Nuova recando le notizie delle battaglie

di Goito, di Pastrengo e di Palestro; le deputazioni dell'Italia

centrale che vanno a presentare i voti dei plebisciti; una legione di

vecchi generali predestinati a morire sui campi di battaglia; a una

cantonata Massimo d'Azeglio, in fondo a una strada Cesare Balbo, qui

il Brofferio, là il Berchet, laggiù il Gioberti; visi tristi e

gloriosi di prigionieri dei Piombi e di Castel dell'Uovo; giovani a

cui brilla sulla fronte, come un raggio, il presentimento dell'epopea

dei Mille; battaglioni abbronzati di bersaglieri della Crimea che

passano di corsa e stormi di giovani emigrati che sbarrano la strada,

agitando i cappelli, alla carrozza di Vittorio Emanuele; in ogni parte

cento immagini di quella vita ardente e tumultuosa, piena di speranze

e d'audacie, di __grida di dolore__, di canti di guerra e di fanfare

trionfali, che s'agitò per quindici anni fra queste mura.

Il centro di Torino ha una bellezza sua propria, invisibile allo

straniero indifferente, ma che deve affascinare l'Italiano nuovo

arrivato. Ogni suo angolo, ogni sua casa parla, racconta, accenna,

grida; ogni arco de' suoi portici è stato l'arco di trionfo d'un'idea

vittoriosa; sopra ogni pietra del suo lastrico si sono incontrati e

stretti la mano per la prima volta due italiani di provincie diverse,

due esuli, due soldati della grande causa comune; tutto v'è ancora

caldo del soffio immenso di amor di patria che vi passò, infiammando e

travolgendo ogni cosa, come un uragano di fuoco. Quale Italiano può

arrivar là senza sentirsi commosso? In poche città i luoghi e i

monumenti più memorabili si trovano meglio disposti per colpire

tutt'insieme lo sguardo e la mente: in un giro di pochi passi, intorno

al Palazzo Madama, si vede e si ricorda tutto. Ed è anche bella per

l'artista e per il poeta quella piazza vastissima, che arieggia il

cortile d'un palazzo smisurato. Quella reggia severa e nuda, dietro a

cui s'innalza la cupola grigia della vecchia cattedrale, il Palazzo

Madama, grave come una fortezza, sorvolato da nuvoli di colombi, il

tendone bianco delle Alpi che chiude via Dora Grossa, la cortina verde

delle colline che chiude via di Po, quel contrasto di baracconi da

fiera e di palazzi austeri, di folla e di strepito da un lato e di

solitudine tranquilla dall'altro, danno a quella parte di Torino un

aspetto misto così stranamente di città nuova e di città vecchia, di

gaiezza meridionale e di gravità nordica, di maestà di metropoli e di

semplicità provinciale, da far pensare a due città lontane che un

prodigio abbia ravvicinate e congiunte.

Ma qui non può farsi un'idea di Torino il forestiero. Quietato il

tumulto dei ricordi, bisogna ch'egli s'inoltri in quella parte della

città che è compresa fra via di Po, via Roma, il Corso del Re e il

fiume. S'egli non è mai uscito d'Italia, ne avrà senza dubbio

un'impressione nuova. La città par fabbricata sopra un immenso

scacchiere. Per quanto si giri, non si riesce che a descrivere una

greca continua. Tutte le strade, a primo aspetto, si rassomigliano:

tagliano tutte un lunghissimo rettangolo di cielo con due file di case

di color uniforme, su cui lo sguardo scivola dal cornicione al

marciapiede senza che nulla l'arresti, allineate a corda com'erano i

vecchi reggimenti piemontesi, coi guidoni e le guide sulla linea, dopo

un'ora di lavoro. Si va avanti, e par sempre di passare e di ripassare

nei medesimi luoghi. Si può camminare a occhi chiusi: non c'è da

sbagliare: ogni tanti passi, riaprendo gli occhi, si vedranno due

interminabili vie diritte a destra e a sinistra, l'una chiusa dalle

Alpi, l'altra chiusa dalle colline. Qualche somiglianza con altre

città ci si trova: si ricorda via Toledo di Palermo, Livorno, certi

quartieri di Marsiglia e di Barcellona. Ma qui c'è qualche cosa di

particolare, difficile a definirsi: non so che di più rigido e di più

corretto. Non son le case francesi, gabbioni con faccia di palazzi,

parate di decorazioni posticce; bottegaie rinfronzolite. Sono file di

«umiliate», schiere d'alunne di collegio-convitto, grosse massaie

benestanti, tarchiate, in veste da camera, che si danno francamente

per quello che sono, e spirano un'aria di bontà contegnosa, l'amor

della vita regolare, l'abitudine delle passioni contenute. Il color

giallo impera, con tutte le sue sfumature, dal calcare cupo all'oro

pallido, misto d'innumerevoli tinte verdognole e grigie, che però si

perdono in una tinta generale giallastra, un po' sbiadita, che dà alla

città un certo aspetto tranquillo di decoro ufficiale. Qua e là spicca

la nota ribelle d'una casa azzurra, in qualche punto scoppia il grido

acuto d'un edifizio rosso che fa un po' di scandalo in quel silenzio

di colori modesti; ma subito dopo si ristabilisce la disciplina in due

lunghe file di case della solita tinta, un po' imbroncite, che han

l'aria di disapprovare quelle pazzie. Percorse le prime strade, si

comincia a notare qualche corrispondenza tra la forma della città e il

carattere della popolazione. C'è espressa una certa ostinazione in

quella uniformità, c'è un'idea di schiettezza in quello sdegno d'ogni

ostentazione, un certo indizio di procedere aperto in quell'ampiezza

di spazi, un'immagine di forza in quella tarchiatura di edifizi, una

perseveranza che va dritta allo scopo in quella rettitudine di linee.

Passando per quelle vie si ricorda involontariamente la disciplina

dell'antico esercito sardo, le antiche abitudini militari della

cittadinanza, la rigidezza della burocrazia, l'onnipotenza dei

regolamenti, lo stile duro dell'Alfieri, la semplicità nuda di Silvio

Pellico, la correttezza un po' pedantesca d'Alberto Nota, l'andamento

cadenzato e simmetrico dei lunghi periodi oratorii di Angelo

Brofferio, e la chiarezza ordinata degli articoli di don Margotti, di

Giacomo Dina e del dottore Bottero. S'indovina la vita della città a

primo aspetto. Non c'è, come a Firenze, il piccolo crocicchio,

l'angoletto, la piazzetta, dove ognuno si pare a casa sua, dove è

possibile il dialogo tra la strada e la finestra e la fermata d'un'ora

con le spalle alla cantonata. Qui c'è per tutto la città aperta,

larga, pubblica, che vede tutto, che non si presta al crocchio, che

interrompe le conversazioni intime, che dice continuamente, come il

poliziotto inglese:--Circolate, lasciate passare, andate pei vostri

affari.--Si può essere usciti col miglior proposito di andare a zonzo:

si finisce sempre con fissarsi una meta. A un certo punto si sente un

po' di sazietà; l'artista si rivolta contro quella regolarità

compassata. S'ha la testa così piena di angoli retti, di parallelismi,

di simmetrie, di omologie, che, per dispetto, si vorrebbe poter

scompigliare tutta quella geometria con un colpo di bacchetta fatata,

che mettesse Torino sottosopra. Ma a poco a poco, come certi motivi

monotoni, che, a furia di sentirli ripetere, ci si fissano nel capo

irresistibilmente, così quella regolarità, a grado a grado, fa forza

al gusto e soggioga la fantasia. Si prende amore a quell'uniformità

che lascia la mente libera, a quella specie di dignità edilizia, non

ancora offesa dall'insolenza ciarlatanesca della réclame colossale, a

quelle corrispondenze di prospetti che s'indovinano prima di vederli,

come le rime delle strofe metastasiane, a quella nettezza rigorosa, a

quei grandi lembi rettangolari di cielo che ci si stendono sul capo, e

a quelle vie lunghissime in cui insensibilmente il passo s'affretta,

lo sguardo s'acumina, il petto si dilata, la mente si rischiara, e a

quelle grandi piazze e a quei grandi giardini che fanno qua e là un

largo squarcio improvviso, pieno d'aria e di verde, nella rete uggiosa

delle strade gemelle. La città sonnecchia un poco tra via di Po e via

San Lazzaro, dove grandi isolati di color cupo gettano come un'ombra

di tristezza nelle vie larghe e solitarie, nelle quali non si sente

strepito di lavoro, e la pedata di chi passa risuona sotto le vôlte

dei portoni muti e nei cortili erbosi; ma si ravviva sui confini di

Borgo Nuovo, dove per sei vie allegre e chiare, piene di popolo

minuto, si vede il verde fitto del Corso del Re, e ringiovanisce

all'estremità di tutte le strade che van da ponente a levante dove le

colline del Po mettono un riflesso di serenità e di grazia campestre.

E quanto più si va lontano dal centro, tanto più la città si fa varia

e amena. Si trovano degli angoli ariosi, tranquilli e simpatici, che

fanno pensare alla vita raccolta d'un buon capo-sezione giubilato, che

vada ogni giorno a quell'ora a leggere il giornale al caffè vicino e a

far la passeggiata igienica nel viale accanto, ed abbia la sua oretta

fissa per la visita galante a una buona amica di quarant'anni; piccoli

crocicchi puliti, d'aspetto giovanile, formati da alte case poderose,

che dominano un vasto orizzonte, dentro alle quali par di vedere le

camerette di tanti studenti di provincia, poveri, ma di buona razza

piemontese, che martellino ostinatamente sui libri, menando una vita

di sacrifizi, per prepararsi un avvenire onorato e lucroso; grandi

case aperte ad angolo verso la strada con cinque ordini di terrazzini,

che mostrano mille piccoli particolari intimi della vita torinese, dal

servitore che innaffia i fiori della contessa al primo piano, su su,

scendendo per la scala sociale via via che si sale per la scala della

casa, fino all'impiegatuccio tirato che legge il giornale sotto i

tetti e alla moglie dell'operaio che stende i suoi cenci fuori della

soffitta. Le strade essendo lunghissime, presentano successivamente

aspetti diversi: andando avanti diritto per una strada sola, si

attraversa una piccola parte di Torino commerciale, una parte di

Torino elegante, un quartiere povero, un quartiere affollato, un

quartiere deserto; si vede la città in tutti i suoi aspetti, senza

svoltare una volta sola. E non si trovan grandi contrasti. I palazzi

schierati alla pari con le grandi case borghesi, alcuni anche

dissimulati da una facciata comune, come il Palazzo dell'Università e

il Palazzo dell'Accademia filarmonica, non servono a dar carattere

alle strade. Non c'è il palazzo vistoso del gran signore, che

schiaccia gli edifizi circostanti, e dà l'immagine d'una vita

splendida e superba. L'architettura è democratica ed eguagliatrice. Le

case possono chiamarsi fra loro:--Cittadina--e darsi del tu. La

distribuzione delle classi sociali a strati sovrapposti, dal piano

nobile ai tetti, toglie alla città quelle opposizioni visibili di

magnificenza e di miseria che accendono nell'immaginazione il

desiderio inquieto e triste delle grandi ricchezze. Girando per

Torino, si prova piuttosto un desiderio di vita agiata senza sfarzo,

d'eleganza discreta, di piccoli comodi e di piccoli piaceri,

accompagnati da un'operosità regolare, confortata da un capitale

modesto, ma solido come i pilastri dei suoi portici, che dia la

sicurezza dell'avvenire.

Questo carattere apparente di Torino muta tutt'a un tratto all'entrare

in quella parte della città che si stende fra via Santa Teresa e

piazza Emanuele Filiberto. Qui la città invecchia all'improvviso di

parecchi secoli, si oscura, si stringe, s'intrica, si fa povera e

malinconica. Il forestiero che vi capita per la prima volta ne rimane

stupito, come dalla trasformazione istantanea d'una scena teatrale.

Appena v'è entrato, la città gli si chiude intorno, intercettandogli

la vista da tutte le parti, ed egli vi resta preso come in un agguato.

Le vie serpeggiano e si spezzano bizzarramente, fiancheggiate da case

alte e lugubri, divise da una striscia sottile di cielo, nelle quali

non s'aprono che portoni bassi e cavernosi, per cui si vedono cortili

neri, scalette cupe, anditi bui, vicoli senz'uscita, sfondi umidi e

tristi di chiostro e di prigione. Par di essere discesi in una Torino

sotterranea, dove non scenda che una luce riflessa. E andando avanti

verso il Palazzo Municipale, tutto si fa più stretto, più nero e più

vecchio. Si riesce in crocicchi angusti che ricordano le scene del

Goldoni, dove si spettegola tra la strada e le finestre, in angoli di

viuzze raccolte e sinistre, in cui pare che tutte le famiglie che

v'abitano debbano far vita comune, come una tribù di gitani: si vedono

dei chiassuoli misteriosi, chiusi fra alti muri senza finestre, d'un

grigio sudicio, coperti di grandi macchie diaboliche; e là immagini di

madonne agli spigoli delle case, botteghe di barbiere col lume acceso

di mezzogiorno, covi di rigattieri che paiono vani di cantine,

albergucci di villaggio, con insegne grottesche, e cortiletti coperti

di tettoie rustiche, ingombri di carri di mercanti di campagna, e

caffè sepolcrali, che quattro avventori riempiscono. E si gira in

mezzo a file di bottegucce che han tutto fuor dell'uscio fra odori di

formaggi, di scarpe, d'olio, d'acciughe, in un puzzo di stantìo e di

rinserrato, in una mezza luce di crepuscolo, fra un va e vieni fitto

di gente affrettata che si stringe al muro per lasciar passare carri e

carrette, che ingombrano tutta la strada, e si vedono fra quella gente

certe figure che non si ritrovano che là: beghinette incartocciate a

cui si domanderebbero i connotati di Carlo Emanuele III, droghieri

vecchi come le strade, che han l'aria di aver militato contro la

Spagna, mummie d'orefici secolari, a cui vien voglia di dare,

passando, la notizia fresca dell'unificazione d'Italia. C'è in tutta

quella parte di Torino un malumore d'antica cittaduzza fortificata,

una tristezza di museo archeologico, un tal vecchiume di muri, di

merci, di facce, d'esalazioni, di tinte, che vien fatto di guardarsi

intorno coll'idea di veder ancora gl'Israeliti col nastro giallo al

braccio o di tender l'orecchio per sentir se la campana dell'antica

torre di Dora Grossa annunziasse per caso un'esecuzione capitale o la

raccolta del Consiglio decurionale della città. E quest'illusione si

fa più viva arrivando sulla piazza del Municipio. Davanti a quel

palazzo giovine di due secoli, ma d'aspetto già antico, in quella

piazzetta ombrosa affollata di gente della campagna, circondata di

portici ingombri di banchi di merciaie, attraversata dalla folla che

va al mercato di Porta Palazzo, in mezzo alle statue colossali di

Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele, fra il Duca di Genova che

brandisce la spada e la figura atletica del Conte Verde che atterra i

Saraceni, di fronte alla via stretta e austera per cui lo sguardo va

diritto al palazzo silenzioso delle antiche Segreterie, si rimane

presi così strettamente dalle memorie e dalle immagini d'un altro

tempo che par di riviverci e di vedere e di capire fin nelle sue più

intime cose l'antica capitale del Piemonte, quella piccola città rude,

severa, soldatesca, cocciuta, che preparò ostinatamente, in silenzio,

la grande lotta, e si cacciò per la prima, a capo basso, contro il

colosso nemico, coll'impeto del toro da cui ha tolto lo stemma. E si

scorda quasi, stando in quel punto, la bella Torino vasta, gaia,

crescente, che le si allarga intorno da ogni parte, e par di fare un

salto miracoloso, al rientrare improvvisamente in via Dora Grossa, che

spande un torrente d'aria e di vita nuova a traverso a quel mondo

invecchiato.

Come canzoni monotone e tristi che finiscano in una risata argentina,

tutte quelle vecchie strade che corrono da levante a ponente, vanno a

riuscire in istrade spaziose e chiare, sboccano in piazze e in

giardini, conducono ad una nuova Torino giovanile, attraversata da

larghi viali, piena di verde, ribelle all'antica disciplina

architettonica, dove al grande isolato succede la casa geniale, al

grosso pilastro la colonna snella, al terrazzino a ringhiera il

terrazzo a balaustri, al giallo tedioso mille colori ridenti e

leggieri, a una Torino simmetrica sempre, ma senza monotonia, che

spalanca verso le Alpi la gran bocca di piazza dello Statuto, come per

aspirare a grandi ondate l'aria sana e vivificante della montagna.

Tutta questa parte di Torino riceve un riflesso particolare di

bellezza dalla grande catena alpina che corona l'orizzonte delle sue

smisurate piramidi bianche. Pare che le Alpi mettano nelle sue piazze

e nelle sue strade tranquille il sentimento del silenzio immenso delle

loro solitudini. Da ogni parte spuntano le loro cime; tutto si disegna

sulla loro bianchezza; le ultime case della città sembrano fabbricate

alle loro falde; in meno d'un'ora pare che si debba arrivare ai piedi

delle prime montagne. Al levar del sole tutta la grande catena si

tinge d'un colore di rosa leggerissimo, d'una grazia infinita, che

impone quasi il silenzio all'ammirazione, come se la parola dovesse

rompere l'incanto, e far svanire la visione. E durante il giorno lo

spettacolo cangia ad ogni ora. A momenti si vedono appena dietro a un

velo di nebbia, come una linea misteriosa, i contorni altissimi delle

cime che paiono profili di nuvole enormi ed immobili. Poi la catena

immensa passa, per tutte le sfumature più fresche e più pompose

dell'azzurro, presentando tutta una tinta unita senz'ombre, che le dà

l'apparenza d'una prodigiosa muraglia verticale e merlata che separi

due mondi. Ora le montagne appariscono vicinissime, a traverso

all'aria limpida, variate d'infiniti contrasti d'ombra e di luce, per

cui si discernono nettamente tutte le creste, tutti i dorsi, tutte le

gole, tutti gli scoscendimenti, i più piccoli rilievi e le più

leggiere ondulazioni dei loro fianchi mostruosi, come si vedrebbero

col telescopio; ora svaniscono quasi nel chiarore bianco del

mezzogiorno, smisuratamente lontane, d'una tinta vaporosa che si

confonde col cielo, e ingannano l'occhio che le cerca con profili

fantastici d'altezza soprannaturale, che si dileguano quando si crede

d'averli afferrati. Alle volte si mostrano qua e là a larghi tratti,

come inquadrate negli squarci delle nuvole dopo un rovescio d'acqua,

nette e fresche sul cielo terso e profondo; altre volte cinte di

immensi viali bianchi, coronate d'aureole candide, impennacchiate di

nuvolette luminose, che danno un aspetto più solenne, con quel sorriso

di grazia passeggiera, alla maestà impassibile della loro grandezza.

Ma lo spettacolo, sempre bellissimo, è maraviglioso verso sera, quando

la luce calda del tramonto retrocede di altura in altura, e tutte

quelle vette superbe si disegnano a contorni bruni sul cielo purpureo,

come le guglie d'una città favolosa sullo splendore d'un incendio, e

quando tutto il grande cerchio delle montagne essendo già immerso

nell'ombra, il monte Rosa solitario brilla ancora della sua bella luce

rosata, come se vi battesse il raggio d'un altro sole, e le sue cime

gloriose fossero privilegiate d'un'aurora eterna.

Il forestiero deve cogliere quel momento, quando è tutto compreso

della bellezza formidabile delle Alpi, e di quel sentimento affettuoso

e triste che si prova alla vista dei confini della patria, per andare

a cercare il più piacevole degli effetti di contrasto di cui si possa

godere a Torino. Deve salire in una carrozza, e farsi condurre

rapidamente, per la via più dritta, sulla riva sinistra del Po. Là era

il poema, qui è l'idillio, davanti al quale il pensiero, che già

vagava di là delle Alpi, ritorna tutto in Italia. È un paesaggio tutto

verde, pieno di grazia, e un po' teatrale, tanto ogni sua parte è in

vista, si mostra, si porge quasi allo sguardo, e par che tradisca

l'intenzione d'un artista, più che l'opera della natura. Le colline

schierate sulla sponda opposta s'avanzano sul fiume, si ritraggono, si

dispongono ad anfiteatro, si risospingono innanzi, s'innalzano le une

sulle altre a curve leggiere e gentili, che si fanno accompagnare con

uno sguardo carezzevole e con un atto di consenso del capo; e sono

coperte di vigneti, ombreggiate di boschetti di pini, sparse di case e

di ville, non tante fitte da toglier loro la grazia della solitudine

campestre, simili qua e là nella vegetazione e nelle forme a certi

tratti delle colline del Bosforo e del Reno. Una schiera di case da

villaggio si stende lungo la riva; da una parte il Castello rosso del

Valentino specchia nelle acque le sue mura severe e i suoi tetti

acuti, e il fiume s'allunga fra due sponde romite, che si curvano in

mille piccoli seni folti di salici e d'ontani; dalla parte opposta il

paesaggio s'apre in una grande chiarezza, e s'alza in disparte, a

grandi curve riposate e superbe, la collina di Superga, coronata della

sua Basilica solitaria, accesa dal sole. Lo strepito d'un mulino, il

mormorio di una cascatella del fiume e le voci delle lavandaie

inginocchiate lungo le sponde, sono i soli rumori che turbino il

silenzio di quel vasto giardino pieno di gentilezza e di pace, dinanzi

al quale il più prosaico Prudhomme torinese si arresta, ammirando. E

il vecchio Po, largo e lento, spande in mezzo a quella gentilezza la

poesia guerriera dei suoi ricordi e delle sue glorie.

*

Ma non ha visto Torino chi non ha visto i suoi sobborghi, ciascuno dei

quali ha un carattere suo proprio, non abbastanza osservato, forse,

neppure dagli stessi Torinesi. C'è da fare un giro curiosissimo,

partendo da San Salvario, e andando su per l'antica piazza d'Armi e

per il Borgo San Donato, fino a Borgo Dora. Il Borgo San Salvario è

una specie di piccola «city» di Torino, dalle grandi case annerite,

velato dai nuvoli di fumo della grande stazione della strada ferrata,

che lo riempie tutto del suo respiro affannoso, del frastuono

metallico della sua vita rude, affrettata e senza riposo; una piccola

città a parte, giovane di trent'anni, operosa, formicolante di operai

lordi di polvere di carbone e di impiegati accigliati, che

attraversano le strade a passi frettolosi, fra lo scalpitìo dei

cavalli colossali e lo strepito dei carri carichi di merci che fan

tintinnare i vetri, barcollando fra gli omnibus, i tranvai e le

carrette, sul ciottolato sonoro. L'aspetto del sobborgo è ancora

torinese, ma arieggia la «barriera» di Parigi. I portici sono

affollati di gente affaccendata, che si disputa lo spazio; le scale

delle case risuonano di passi precipitosi; nei caffè si parla

d'affari; tutto dà l'indizio di una vita più concitata che nelle altre

parti di Torino. È una piccola Torino in «blouse», che si leva di

buon'ora, e lavora coll'orologio alla mano, senza perdere tempo; che

frequenta il teatro Balbo, passeggia sul Corso del Re e va a prendere

la tazza al Caffè Ligure, allegra e chiassosa la sera, democratica, un

po' rozza, piena di buone speranze, ariosa e pulita, e affaticata, ma

che par contenta di sè, in mezzo alla verzura e ai larghi viali che le

fanno corona, davanti alla stazione che l'assorda coi suoi fragori e i

suoi sbuffi di gigantesca officina.

*

Di là andando su per il Corso Vittorio Emanuele, si arriva alla

vecchia piazza d'Armi, in mezzo a una cittadina nata ieri, a una

specie di giardino architettonico, pittorescamente disordinato, dove

ogni settimana sboccia una casa; dove si ritrova l'«hôtel» dei Campi

Elisi, la palazzina del Viale dei Colli, la villetta genovese, il

casino svizzero, un vero visibilio di capricci sfarzosi, ciascuno dei

quali par la protesta d'una bella signora contro l'antica tirannia

dell'architettura regolamentare. Le strade strette e discrete, dove il

silenzio non è interrotto che raramente dal rumore di qualche carrozza

privata, si biforcano e serpeggiano fra i muri variopinti e le

cancellate eleganti dei giardini, girando intorno alle case mute in

curve rispettose e cortesi, e formando crocicchi simpatici, da cui si

vedono qua e là spicchi obliqui di villette lontane, terrazze a

balaustri, piccoli portici, giardinetti d'inverno coperti di vetrate,

padiglioncini e chioschetti coloriti; dietro ai quali appaiono e

dispaiono livree di cocchieri e cuffiette bianche di governanti. Si

dimenticherebbe di essere a Torino, se tutti quei tetti acuti, quei

cornicioni frangiati, quei camini di forme graziose e bizzarre, non si

disegnassero sulla bianchezza delle Alpi. È un quartiere ridente,

misto di città e di campagna, pieno di fragranze d'erbe e di fiori,

con un leggero color di mistero, un po' femmineo, che fa venir sulle

labbra dei versi di Alfredo De Musset, e sveglia mille fantasie

voluttuose di amori aristocratici, di scalette di seta e di duelli

all'ultimo sangue nel silenzio dei giardinetti chiusi, al chiarore

della luna. I giovani romanzieri di Torino si serviranno largamente,

senza dubbio, nei loro romanzi avvenire, di questa piccola città

pomposa e gentile; e intanto essa s'allarga rapidamente, e si popola

da ogni parte, aspettando il Re gigantesco destinato a torreggiare

sulle sue case.

*

Poco lontano di là, girando a destra, tutto cambia: s'entra in una

città militare. L'Arsenale, i Magazzini d'Artiglieria, il Laboratorio

pirotecnico, l'Opificio militare meccanico, la Cittadella, la grande

Caserma della Cernaia, si stendono in lunga catena da piazza Solferino

a piazza San Martino, e danno a quella parte della città un aspetto

tutto soldatesco, compiuto dai tre monumenti guerreschi del Duca di

Genova, d'Alessandro Lamarmora e di Pietro Micca, che brandiscono le

spade e la miccia. Qui a certe ore del giorno par d'essere in una

città forte, in tempo di guerra. I coscritti fanno l'esercizio sui

viali e sulla piazza Venezia, per le strade passano i picchetti di

guardia, i carri di viveri e le vetture d'ambulanza, passano ordinanze

del treno a cavallo e ordinanze di fanteria coi bimbi degli ufficiali

per mano, escono frotte di carabinieri dalla Cittadella, stormi

d'ufficiali dalla Scuola d'equitazione, sciami d'operaie dagli opifici

militari; e qualche volta, mentre l'Arsenale d'Artiglieria riempie le

strade vicine dei suoi rumori minacciosi, dal Laboratorio pirotecnico

si sentono delle detonazioni, la Caserma della Cernaia echeggia di

canti e di squilli di tromba, le bande dei reggimenti passano

suonando, e le macchine a vapore del genio militare percorrono le

strade, facendo tremare le case. Compiscono il quadro i vecchi

ufficiali giubilati che leggono la gazzetta all'ombra dei platani, e

le lunghe processioni di «figlie di militari», vestite di nero e

d'azzurro, che passano sui viali, in doppia fila, per ordine di

statura. Tutto quel quartiere di Torino piglia colore dall'esercito.

Sotto i portici ci son le piccole trattorie che tengon pensione,

affollate d'ufficiali verso l'imbrunire, camere mobiliate e libere ai

mezzanini, gran quadri di fotografi, pieni di militari puliti e

lustri, voltati tutti di prospetto, piccoli banchi di merciaiuoli,

dove il soldato va a comprare lo specchietto, la pipa, il foglio di

carta da lettera e la matassina di filo, e pilastri tappezzati di

giornali popolari illustrati, per chi vuole ingannare il tempo nel

corpo di guardia e nella stanza di picchetto. La popolazione ha pure

il suo carattere speciale. La gente di bottega conosce i segnali delle

trombe e gli orari, le erbivendole parlano di «traslocazioni di corpi»

e di «campi d'istruzione», e i monelli fischiano le arie della

ritirata. È una piccola Torino in armi, balda e allegra, nella quale

s'incontra una sentinella a ogni passo, e si cammina, la notte, sotto

la perpetua minaccia del «chi va là»; bella e pittoresca sopra tutto

di notte; coi suoi lunghi muri silenziosi, coi suoi vasti cortili

nascosti, quando la luna batte sui merli della grande caserma di

Alfonso Lamarmora, e pende

Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma · 第 22 / 36 题