VI.

Per Gustavo Modena.

_(Inaugurandosi un suo busto in Torino.)_

Ecco quale fu, nella maturità degli anni e del genio, effigiato

mirabilmente, l'artista grande, il cittadino fortissimo. Per tutt'e

due questa è un'ora di gloria. Come l'attore vedeva nel suo uditorio

un popolo e di là dal teatro l'Italia, noi vediamo nel suo simulacro

l'apostolo e il soldato della libertà, e sopra la corona dell'artista,

l'aureola del patriotta.

L'Italia e l'arte furono i suoi affetti supremi, alla redenzione

d'entrambe consacrò ogni sua forza; ma non di pari affetto le amò:

risolutamente, in ogni evento, antepose la Madre alla Dea.

Simbolo della doppia opera sua fu egli stesso quando in Roma

assediata, confidente del Mazzini triumviro, recitò a beneficio dei

feriti, mentre tuonava il cannone alle mura e nelle vie dintorno

squillavano le trombe. Fra le ansie e i cimenti della guerra compiva

un atto benefico, in pro della patria, col mezzo dell'arte: tale fu la

sua vita. E così strettamente si congiunsero in lui l'ideale

dell'artista e l'intento del cittadino, la potenza del genio e la

fortezza dell'animo, che non può nessuno, senza offender la ragione e

la giustizia, scindere virtù da virtù nell'ammirazione che gli

tributa.

Nel Davide ventenne che esordisce superbamente a Venezia due anni dopo

che è nata Adelaide Ristori, quattro anni prima che nasca Tommaso

Salvini, palpita ancora l'intrepido studente di Padova che una santa

indignazione avventa, inerme, contro le baionette tedesche da cui ha

le carni lacerate. Nel Cittadino di Gand, spregiatore della morte,

freme il patriotta del 1831 che vuol morire sotto le rovine d'Ancona e

che nella difesa sanguinosa di Cesena arrischia fra i più temerari la

vita. Vestito del lucco fiorentino, quando primo fra gli stranieri dà

volto e voce alle ire magnanime di Sordello e Farinata, egli è l'esule

doloroso che Dante perscruta «scendendo in sè stesso» e nelle calamità

dell'Italia dei suoi giorni comprende lo spirito del poema sacro. Ed è

ancora il difensore valoroso di Treviso e di Palmanova che ci appare

sotto l'assisa del sergente Guglielmo; è il potente oratore

dell'assemblea costituente toscana, propugnante l'unione immediata a

Roma, che tuona nell'eloquenza infiammata di Caio Gracco; e nel

diacono di Ravenna, che narra a re Carlo il passaggio ardimentoso

delle Alpi, mentre l'autor dell'«Adelchi» ascolta ed ammira, parla il

fuoruscito senz'asilo, che valica a piedi le montagne del Giura,

lacero e digiuno, ma non prostrato dell'animo, divorato dalla febbre,

ma sorridente d'amore alla sposa eroica e dolce che lo accompagna.

Dubbio è veramente sotto quale aspetto gli si debba oggi onoranza

maggiore. Nobile, ammirabile è l'artista sommo che, offertagli la

direzione della regia Compagnia sarda, ricusa per coscienza

repubblicana il lucro e l'onore, e va di città in città, di villaggio

in villaggio, principe ramingo e solitario dell'arte, non chiedendo

all'arte che la vita, e trascinando la sua gloria come una croce. Ma

ammirabile non men dell'artista è il ribelle che, minacciato dal

capestro austriaco e dalla mannaia romana, tradotto in catene a

Messina, scampato per miracolo in Francia, ritorna a sfidare il

carnefice nella Romagna insorta, donde non porta in salvo la testa che

per avventurarla un'altra volta tra i primi nell'insurrezione di

Savoia. Ma ammirabile non men del ribelle è il cooperatore proscritto

della «Giovine Italia» che, scacciato da Marsiglia a Berna, da Berna a

Bruxelles, da Bruxelles a Londra, esercitando i commerci più umili,

rifiutando i sussidi, stentando il pane, porta alta fra ogni gente la

dignità della sua bandiera e della sua sventura. E più grande

dell'attore trionfante, nel pieno splendore della sua fama, fra gli

applausi frenetici di Milano redenta, è l'attore del 1848, al quale i

primi annunzi del ridestarsi d'Italia confondono il cuore e troncano

la parola alla ribalta; è il direttore di Compagnia che scrive al

compagno d'arte e d'affari:--«Guerra e rivoluzione sciolgono ogni

contratto»--e calpestando danaro e corone accorre per la quarta volta,

soldato della patria, dove fuma la polvere e il sangue.

Cittadino e artista, ebbe due grandi intenti: innalzar l'arte ad

apostolato di risorgimento nazionale, facendo del palco tribuna

all'amor patrio, altare all'eroismo, gogna alla tirannide, e rigenerar

l'arte stessa riconducendola al vero, senza deviarla da quell'ideale

del bello e del grande, cha fu il sole dell'anima sua.

Ma convien ricordare quali fossero l'arte e il teatro quando, reduce

dall'esilio, egli s'accinse all'opera, per comprendere qual cumulo di

difficoltà gl'ingombrasse la via, quanto vigor di coraggio e di

costanza gli occorresse a superarle, e come fosse da tanto egli solo

che, già chiaro per ardimenti, dolori e invitta fede italiana,

raccoglieva in sè il rispetto e la simpatia delle varie classi

cittadine, nel sentimento della patria concordi, nel sentimento

dell'arte divise.

Cadente il regno della tragedia classica e della commedia goldoniana e

non ancor pregiate che dalla schiera colta le opere italiane dei nuovi

ingegni e le poche buone che venivan d'oltralpe; appassionata la

moltitudine per un bastardo romanticismo drammatico, nel quale ai

pochi attori eletti che, pur piegando al falso, intendevano al vero,

prevaleva un branco d'istrioni manierati e gonfi come il linguaggio

dei loro eroi; miserrimo non per tanto lo stato della più parte delle

compagnie comiche, preferendo l'aristocrazia il teatro francese e la

borghesia la musica, a cui il teatro di prosa era anche peggio d'ora

immolato; disparatissimi infine, senza confronto più che al presente,

per essere smembrata l'Italia, i gusti delle varie cittadinanze, che

dalla scena distraeva il presentimento, la preparazione, l'incalzarsi

dei grandi avvenimenti politici: tali erano il teatro, l'arte, il

pubblico quando Gustavo Modena sorse.

In così aspro campo, in contro a tante forze ebbe a combattere, e

combattè tutta la vita.--Memorando ardimento!--come disse dell'Alfieri

il Leopardi. Gli è strappato il frutto di otto anni di fatiche dalla

confisca austriaca del suo podere di Treviso; da una città all'altra

d'Italia è costretto a viaggiare con le cautele d'un fuggiasco per

evitar gli Stati donde è bandito; è relegato da ultimo dentro ai

confini del Piemonte e della Liguria dove gli è forza di scendere fino

ai teatri più miseri, e dalla salute mal ferma è ricondotto ogni

inverno al suo romitorio di Torre Pellice, donde lo ricaccia alla

scena, e dalla scena al commercio, il bisogno; ma non si perde d'animo

mai. Altero e indomabile, egli lotta con le censure dispotiche, coi

municipii gretti, con gli appaltatori ingordi, con le compagnie

privilegiate, con cittadinanze indifferenti o, per ragion di parte,

malevole, che gli avvelenano la gioia dei trionfi, e, pure lottando e

peregrinando senza tregua, lavora e crea senza posa. Crea personaggi,

educa alunni, divina ingegni, incoraggia autori, propone e discute

soggetti di dramma, ricorre tutte le letterature drammatiche, commenta

e traduce, scrive di politica e d'arte, vagheggia fino agli ultimi

giorni, per il risorgimento del teatro, il suo sogno d'una Compagnia

libera, e soltanto sul letto di morte, e dopo aver provveduto alla

sorte della moglie adorata che gli singhiozza sul cuore, trova

finalmente riposo. Quanto fu tempestosa la sua vita, tanto la sua

morte è serena; affranto da tante fatiche, egli s'addormenta

senz'affanno, e sul suo viso tragico, ultimo riflesso della coscienza

intemerata, resta un sorriso.

Quale fu l'arte sua? Audacia sarebbe il tentar di descriverla con

ricordi vaghi dell'adolescenza. Ma chi lo potrebbe far degnamente?

Dicendo, come altri disse, che classico e realista ad un tempo, e

novatore senza infrangere ogni tradizione della scuola antica,

studiava i grandi personaggi nella storia, nella letteratura,

nell'anima propria, e li coloriva giovandosi con sagacia acutissima

della sua varia e profonda esperienza della vita, e dava loro con

efficacia insuperabile il grido delle sue gagliarde passioni, si dice

l'armonia e la profondità delle sue facoltà artistiche, non

l'originalità stupenda della sua recitazione.

Dicendo che, maestro impareggiabile nell'arte di modulare il verso e

il periodo e di dare allo studio faticoso l'apparenza dell'ispirazione

spontanea, egli accoppiò a una mobilità maravigliosa del volto una

voce a cui erano concessi i passaggi più ardui e le note più alte e

terribili che possano erompere dal petto umano, che la sua persona

poderosa si ergeva come la forma ideale della maestà e della forza e

si piegava e immeschiniva fino all'aspetto più compassionevole

dell'infermità e della miseria, e che il suo passo parlava e il suo

gesto scolpiva e i suoi occhi fulminavano, si dice quello che d'altri

grandi attori fu detto.

E chi anche lo descrivesse nella rappresentazione intera d'un

personaggio, rammentando, come altri fece, le voci, i gesti, i passi,

ogni idea sua propria, renderebbe pur sempre una sola delle cento

facce del suo genio; il quale da Lindoro a Saul, da Luigi undecimo a

Edipo, ascese tutta quanta, la scala smisurata del dramma, come nella

dizione magistrale della «Divina Commedia» risalì da Vanni Fucci a San

Pietro.

Potremmo accumulare immagini sopra immagini, e faremmo per chi non

l'intese opera vana, come il definir con parole a chi non lo vide ciò

che distingue dagli altri mille il viso d'un uomo. Non v'è giudizio di

posteri per l'arte che rifà più vivamente la vita. Grida di dolore e

di sdegno a cui sobbalzava la folla come alla voce stessa della patria

e in cui pareva espandersi l'odio d'un'intera generazione contro la

tirannide, scoppi di pianto disperato onde mille visi impallidivano,

lampi della parola che illuminavano recessi ignorati dell'anima e

altezze non prima vedute del pensiero ond'egli era interprete, e

atteggiamenti nobili e superbi come forme statuarie di Michelangelo,

voi non siete più che nella mente d'alcuni, nati nella prima metà del

secolo, e sarete fra pochi anni scomparsi affatto anche dalla memoria

degli uomini.

Scomparsi, ma non perduti.

Come non si perde l'acqua fecondatrice che la terra beve e rispande in

umor vitale su per le fibre dell'erbe e degli alberi, tale è di tutto

ciò, che fu la grande arte sua: gli accenti, gli atti, gli sguardi,

tramutati in forza di passione e di idee nella generazione che li vide

e li udì, operano ancora, eredità ignorata, nella generazione

presente, e in mille echi e riverberi vivono tuttavia nell'arte

d'oggi, e nell'arte avvenire perdureranno. L'arte si trasforma e

procede, ma Gustavo Modena non muore. Sulla fronte dei novatori più

arditi brilla ancora un raggio del suo spirito, e fin che nel teatro

italiano avranno culto la verità e la grandezza, ad ogni

rappresentazione dei capolavori ch'egli segnò del suggello del suo

genio, si vedrà passare in fondo alla scena l'ombra enorme del suo

capo.

Ma non nell'arte soltanto e nel nostro spirito: rimane gran parte

dell'anima sua in quell'epistolario incomparabile, nel quale, più che

l'arguzia inesausta e la cultura varia e l'agile vigore d'uno stile

esuberante di vita, anche i suoi più fieri avversali politici son

forzati ad ammirare la sincerità profonda e la saldezza incrollabile

della sua fede.

Repubblicano fu, nel fondo dell'anima, dalla prima giovinezza alla

morte, e propugnatore d'una politica audacemente rivoluzionaria,

aborrente da ogni aiuto straniero, che non procedesse anch'esso da

rivoluzione, intendendo a una confederazione europea di repubbliche. E

certo è che quanto ei voleva sarebbe stato saggio e attuabile se tutti

gli italiani avessero avuto mente e fibra pari alla sua. Questo

appunto egli credè fermamente, come lo credè il suo maestro; onde gli

parve verità afferrabile quell'ideale che, giusta la sentenza d'un

grande, è la verità veduta di lontano; e lontana facevano allora la

verità dalla sua fede le moltitudini immature a quella forma di

reggimento liberissimo e impotenti a quell'azione indipendente,

unanime, eroica, fuor della quale egli non vedeva salute. Il

disinganno lo trafisse; ma da quello ch'ei stimò errore e sventura del

suo popolo, non da misere ambizioni deluse, non da angusto

risentimento d'orgoglio offeso, derivò l'amarezza iraconda che lo fece

così fieramente severo coi suoi contemporanei e con l'opera loro. E

però il suo dolore è nobile, l'ira generosa, e il grido che s'alza

dalla sua coscienza spartana contro la servilità e la corruzione che

dànno di sè i primi segni, è grido di profeta. E fa professione di

scettico invano: egli infuria e impreca perchè soffre, e soffre perchè

ama ancora; e nel suo riso di disprezzo trema un ruggito e il sarcasmo

atroce che gli scatta dalle labbra stilla sangue del suo cuore.

Ah, quanto è diversa l'opera dell'uomo dalla parola della sua collera!

Dice:--Disprezzo il mio prossimo, sono nauseato di tutti e d'ogni

cosa;--ma, stanco e infermo, e bastante appena a provvedere a sè

stesso, recita a beneficio di compagni d'arte e di Società operaie,

soccorre emigrati e proscritti, e fino a pochi giorni prima di morire

porge la sua povera borsa a quanti naufraghi del teatro gli tendon la

mano. Scrive:--L'Italia è morta; stoltezza è sacrificare i moltissimi

buoni alla rigenerazione dei molti vilissimi;--ma sottoscrive a

prestiti per la causa italiana, sussidia giornali, fonda tiri a segno,

dà il suo obolo e il suo consiglio per affrettare ogni moto in cui

appaia un barlume di speranza, e la notizia dei supplizi di Mantova

gli strappa dall'anima dilaniata lacrime di sangue. Afferma--che il

nome della sua patria gli s'è fatto odioso e che vuol rifugiarsi e

farsi seppellire in un angolo della Svizzera dove non ne giunga più il

suono;--ma, invitato a recarsi in America, dove potrebbe assicurar

l'agiatiezza della sua vecchiaia, dalla patria non ha il coraggio di

staccarsi e, indispettito contro sè medesimo, rifiuta, e resta nel suo

eremo, dove si leva innanzi giorno per attinger l'acqua e accendere il

fuoco. Grida in un impeto di rabbia:--Meglio la casa d'Absburgo che ci

trattava a ragione come negri;--ma quando in nome dell'arciduca

Massimiliano gli sono offerti salvacondotto, onori e guadagni perchè

vada a recitare in Milano austriaca--No--risponde--piuttosto la fame.

Tale era in fondo questo povero grande cuore ferito che, a parole,

malediceva la patria e rinnegava l'umanità; tale era quest'anima in

stato di procella perpetua, quest'artista glorioso e sdegnoso che, se

il teatro gli fosse stato precluso, sarebbe riuscito uno scrittore

illustre, che, se a più alte prove lo avessero posto gli eventi,

sarebbe stato un eroe, che se avesse sortito la ricchezza l'avrebbe

usata come quei benefattori insigni che la storia ricorda e il popolo

benedice.

Bello è che sorga un monumento in suo onore nella Capitale del

Piemonte, che fu ultimo rifugio alla sua vita errante e campo dei suoi

ultimi trionfi. Non meno di quello che sorgerà nella sua Venezia

nativa sarà rispettato e amato questo dal popolo, che per trent'anni

lo attese. E la gioventù verrà con reverenza a contemplare questa

fronte che non piegò mai, questi occhi in cui rifulse il genio, questa

bocca che non macchiò nè adulazione nè menzogna, questo petto nel

quale fremettero tutti i dolori e tutte le ire della patria oppressa,

e che con pari coraggio sfidò la tirannia, sopportò la povertà, lottò

per l'ideale e affrontò la morte....

Resti qui dunque perpetuamente, o Maestro venerato, la tua immagine,

fidata alla guardia amorosa di questa Torino che raccolse il tuo

ultimo sospiro e custodisce le tue ossa; resti invulnerata dai secoli

al bacio del sole e della gloria, e dalla bocca di pietra spiri ancora

alle generazioni venture il soffio della libera e grande anima tua.

Speranze e glorie; Le tre capitali: Torino, Firenze, Roma · 第 18 / 36 题