(_Commemorazione popolare_).
Invitato a commemorare Giuseppe Garibaldi in questo giorno nel quale
ogni cuore italiano risente più viva la tristezza d'averlo perduto,
non terrò un discorso ampio e ordinato dell'opera e della funzione
storica compiuta da lui, poichè nulla o poco oramai ne rimane a dire
che non torni superfluo a un uditorio di italiani colti. Parlerò il
linguaggio facile e caldo del patriotta, che, invece di dissertare sul
passato, lo risuscita, lo rivive e lascia andar tutta l'anima all'onda
degli affetti e delle memorie. Spero, così parlando, di consentire
alla disposizione d'animo dei miei uditori, ai quali non parrà forse
occasione opportuna d'un ragionamento pacato il primo anniversario di
una morte compianta. In ogni modo io chiedo perdono a voi del mio
ardimento, come già l'ho chiesto, dentro al cuore, alla memoria
augusta e amata, a cui consacro le mie parole.
La miglior prova della grandezza di Garibaldi è questa: che nessuna
narrazione, per quanto diffusa e eloquente delle sue avventure e delle
sue gesta, potrebbe aver mai la efficacia che ha la esposizione
brevissima e nuda dei sommi capi della sua storia.
Concedetemi di farne qui l'esperienza, a modo d'esordio, con quella
semplicità che è una forma di rispetto per l'altezza dell'argomento e
con quella rapidità precipitosa che il cammino lunghissimo impone.
Nasce a Nizza, nel 1807, figliuolo di un modesto capitano di mare, e
comincia la vita, si può dire, con due atti eroici: a otto anni,
salvando da una gora una donna che annega; a tredici, salvando una
barca di compagni dal naufragio. Adora il mare, s'imbarca mozzo in un
brigantino, viaggia in oriente. A diciassett'anni va sulla tartana del
padre a Fiumicino, e visita la prima volta Roma, dove, tra
l'entusiasmo patriottico per le grandi memorie, gli balena la prima
idea dell'incanalamento del Tevere, che propugnerà cinquant'anni dopo,
con ardore ancor giovanile, nella Capitale d'Italia. Continua i
viaggi, è più volte assalito e depredato dai pirati, si riduce povero
a Costantinopoli, dove s'ammala, e fa il precettore di ragazzi per
vivere. Poi, ritornato a Nizza, divenuto capitano di bastimento,
riprende le navigazioni ardite e avventurose, con le quali principia
ad acquistar fama e simpatia; tanto che ad ogni suo ritorno gli corre
incontro sul molo una folla di popolo, a festeggiarlo, a rallegrarsi
con lui, che onora sui mari e fa onorar nei porti d'Italia e di
Francia il nome della sua città nativa. Tale è l'alba della sua
gloria.
In uno dei suoi viaggi in levante ode parlar per la prima volta della
«Giovine Italia», e, tocco dalla fiamma che lo arderà fino alla morte,
tornato appena in Europa, si presenta in Marsiglia a Giuseppe Mazzini,
si ascrive all'associazione, si vota per sempre alla patria. Recatosi
in Liguria, si mette all'opera, stringe relazione coi più arditi
patriotti, si arrola semplice marinaio nella flotta regia per far
propaganda fra gli equipaggi e cooperare con essi al moto imminente di
Genova. Falliti questo e il moto di Piemonte e la spedizione di
Savoia, ripara in Francia, è arrestato, riesce a fuggire, è condannato
a morte, prende altro nome, s'imbarca secondo in un brigantino, e dopo
aver salvato dalle acque un giovinetto nel porto di Marsiglia, salpa
per l'oriente. Ma, tediato della vita mercantile, s'assolda nella
flottiglia del Bey di Tunisi, e scontento anche del nuovo stato, butta
via la divisa, ritorna a Marsiglia desolata dal colèra, si fa
infermiere negli ospedali, compie l'opera pietosa fin che dura la
morìa, e non vedendo luce d'aurora in Italia, s'imbarca sopra un
bastimento di commercio e parte per l'America.
E qui incomincia il suo periodo eroico. Arrivato al Brasile, per
campare, si dà al commercio di cabotaggio; poi, con una barca e sedici
uomini, move guerra di corsaro contro l'impero, per la provincia di
Rio Grande ribelle. Conquistata una goletta, è assalito sul Plata da
due lancioni dell'Uruguay, mandati a arrestarlo; li respinge restando
gravemente ferito; è raccolto quasi morente da una nave brasiliana e
portato prigioniero a Gualeguay; guarisce, fugge, è inseguito,
ripreso, frustato, torturato; ma riesce a tornare a Rio Grande, dove
gli è dato il comando d'una flottiglia. Combatte, vince, naufraga,
riprende il mare e la lotta; ricaccia il nemico dal porto d'Imbituba,
protegge la ritirata dei Riograndesi, resistendo con tre navi a
venticinque, poi con settanta uomini a cinquecento; si batte a Santa
Vittoria, si batte alla stazione di Taquary, si batte all'assedio di
San Josè, e smarriti e ritrovati la sposa Annita e Menotti bambino,
già pianti perduti, a traverso a foreste sterminate, sotto pioggie
dirotte, soffrendo il freddo e la fame, cacciando al laccio e domando
puledri, spingendo davanti a sè un armento di buoi, che gli muoion per
via, riesce finalmente a Montevideo, dove, per guadagnarsi il pane, si
mette a insegnar matematiche.
Non è che una breve tregua. L'Uruguay è in guerra col Rosas, dittatore
dell'Argentina. Stretta dal pericolo, la repubblica ricorre a lui, già
famoso, che accetta il comando d'una flottiglia e s'accinge a
un'impresa disperata. Salpa da Montevideo, sfugge alle batterie di
Martin Garcia, sguiscia fra le navi fulminanti della squadra
argentina, passa sotto una tempesta di fuoco a la Boyada, a las
Concas, a Cerrito, e proseguendo per Corrientes, assalito da forze
superiori a Nueva Cava, dopo una resistenza eroica di tre giorni e tre
notti, si salva coi suoi, incendiando le navi. Incalzato dalle truppe
del Rosas, a cui scampa combattendo, ritorna a Montevideo assediata,
sostiene la difesa guidando a sortite temerarie la legione italiana,
salva l'esercito difensore da una ritirata disastrosa, e assunto il
comando d'una nuova flottiglia e risalito con questa e con parte della
legione l'Uruguay, batte il general Lavalleja all'Eridero, s'avanza
sul fiume fino a Salto, e si spinge per terra fino a Tapevi, dove
vince la terribile battaglia di Sant'Antonio, per cui è proclamato
benemerito della repubblica. E prosegue la lotta intorno a Salto, per
terra e per acqua, finchè, richiamato dal Governo che gli affida nuove
navi e nuove truppe, risale da capo il fiume fino a las Vacas, vince
ancora una volta le schiere riunite dei luogotenenti del Gomez, e
ritorna finalmente nella capitale della repubblica, dove la sua
splendida campagna americana, di cui ogni vittoria ha fatto palpitare
l'Italia, si chiude dopo dieci anni al giungere delle prime notizie
dei moti del quarantotto, che lo richiamano alla patria.
Fa vela per l'Europa con un drappello dei suoi legionari e, salvato il
naviglio da un incendio in alto mare, arriva a Nizza, abbraccia la sua
vecchia madre e va a offrir la sua spada a Carlo Alberto. Non
accettata l'offerta, corre a Milano, dove il governo provvisorio gli
conferisce il comando di cinquemila volontari: troppo tardi. Ma
risoluto a combattere a ogni costo, anche caduta Milano, respinto
l'ordine del duca di Genova di scioglier le bande, richiama il paese
alle armi, arringa le popolazioni, tragitta il Ticino, occupa Arona,
risale il lago Maggiore, sbaraglia una colonna austriaca a Luino,
s'impadronisce di Varese e, stretto infine da tre corpi nemici, s'apre
la via con la baionetta a traverso alle truppe del general d'Aspre, a
Morazzone; donde, travestito da contadino, andando giorno e notte per
rupi e per macchie come una fiera inseguita, ripara in Svizzera ad
aspettare gli eventi.
Ma non li aspetta, li provoca; e va dalla Svizzera a Nizza, e da
Nizza, fra gli applausi di tutta la riviera d'occidente, a Genova, di
dove salpa con cinquecento volontari per portar aiuto alla Sicilia
insorta. Trattenuto dal popolo a Livorno e indotto a prendere il
comando dell'esercito toscano, si conduce a Firenze, donde, mutata
idea, parte con la sua colonna per recar soccorso a Venezia. Fermato
dal generale Zucchi alle Filigare, retrocede e accorre a Roma, e dopo
aver combattuto il brigantaggio e compressa la reazione in quel di
Rieti, nominato generale romano, vince i francesi a Villa Panfili, va
incontro ai Borbonici, li respinge da Palestrina, li batte a Velletri,
s'impadronisce di Rocca d'Arce, ritorna alla città assediata, dirige
con folgorante valore la difesa, e scampata la vita quasi per prodigio
nel combattimento disperato di Villa Spada, esce dalle mura, quando
tutto è perduto, con la sua legione, per risollevare l'Umbria e le
Marche, e sfugge con una marcia maravigliosa d'accorgimenti, di
fatiche e d'audacie a quattro eserciti, il francese, l'austriaco, il
borbonico, lo spagnuolo, che gli dànno la caccia invano per venti
giorni da Monte Rotondo a San Marino, dove, sotto la protezione della
repubblica, depone le armi.
Ma non rinunzia a combattere. Ribelle all'arciduca Ernesto che
gl'impone il ritorno in America, scompare di notte, con duecento fidi,
da San Marino, guizza fra le sentinelle nemiche, perviene alla riva
dell'Adriatico, e tenta, con una squadra di barche a vela, di
raggiunger Venezia. È assalito dagli incrociatori austriaci, si getta
sulla costa di Magnavacca, e fugge tra boscaglie e canneti, braccato
da gendarmi e da croati; e gli muor tra le braccia la moglie, a cui
non può dar sepoltura, e riprende la corsa per le paludi di Ravenna,
e, varcato il confine toscano, riesce a rifugiarsi a Chiavari, dove
l'autorità piemontese l'arresta. Costretto a lasciare il Piemonte,
cerca asilo a Tunisi, ma il Bey gli rifiuta l'asilo; ripara alla
Maddalena, dove salva dal naufragio un canotto sardo, ma il Governo
sardo lo sfratta anche dall'isola e lo manda a Gibilterra; respinto
anche da Gibilterra, si rivolge alla Spagna: lo respinge anche la
Spagna; e allora si raccoglie a Tangeri, dove imprende a scrivere le
sue memorie. Ma tutt'a un tratto getta la penna, e va da Tangeri a
Liverpool, e da Liverpool a Nuova York, dove si mette a fabbricar
candele, e di là, comandante d'un legno mercantile, dopo esser stato
in fin di vita a Panama, al Perù, e dal Perù alla China, e di qui a
Nuova York un'altra volta, e da Nuova York in Europa, dove si da al
cabotaggio da capo, e pianta la tenda nell'isola di Caprera, donde lo
chiama Vittorio Emanuele nel cinquantanove a capitanare i cacciatori
delle Alpi.
Scoppiata la guerra, con una brigata di tremila e cinquecento
cacciatori, senza un solo pezzo d'artiglieria, ributta gli austriaci a
Ponte di Casale, entra in Lombardia, batte il nemico a Varese, lo
batte a San Salvatore, lo batte a San Fermo, entra vittorioso a Como,
a Bergamo, a Brescia, donde la sua presenza sola allontana il nemico;
passa sotto gli ordini del re, e si batte ancora una volta prodemente,
a Rezzato. E appena conchiusa la pace, si rimette all'opera. Chiamato
dal Ricasoli, riordina e rianima l'esercito toscano; eletto secondo
comandante dell'esercito dell'Italia centrale, va con due divisioni,
per provocare l'insurrezione nelle Marche, sui confini pontifici,
donde Vittorio Emanuele lo richiama; e a Genova promove la
sottoscrizione per un milione di fucili, e a Torino fonda
l'«Associazione della nazione armata», e, deputato di Nizza, va a
combattere in Parlamento la cessione della sua città natale alla
Francia. Ma dalla riva del Po lo porta un'ispirazione divina alla riva
del mare. Salpa coi __mille__ da Quarto, sfugge agli incrociatori
borbonici, sbarca a Marsala, vince a Calatafimi, vince a Palermo,
vince a Milazzo, passa lo stretto, s'impadronisce di Reggio, trasvola
come un fulmine, spazzando dinanzi a sè ogni resistenza, da Reggio a
Salerno, entra trionfante in Napoli sotto la minaccia dei forti non
espugnati, sconfigge l'esercito di Francesco II al Volturno, respinge
una sortita da Capua, proclama l'annessione delle due Sicilie, depone
la dittatura, rifiuta ogni ricompensa, e dispare.
Da Caprera, visitata da ammiratori d'ogni popolo, va, deputato di
Napoli, a Torino, a perorar la causa dei suoi volontari alla Camera,
dove solleva una tempesta; ma si riconcilia col Cavour tre dì dopo, e
scampato a un tentativo d'assassinio nella sua isola, rifiutato il
comando dell'esercito offertogli dagli Stati Uniti, composti
nell'assemblea di Genova i dissidi del partito rivoluzionario, compie
un viaggio trionfale nella Lombardia, preparando in segreto un colpo
di mano contro l'Austria. Fallito questo, corre a Palermo a lanciare
il grido: «Roma o morte», attraversa la Sicilia, salpa da Catania,
sbarca con tremila volontari in Calabria. A Aspromonte è arrestato
dall'esercito regio, ferito, imprigionato, prosciolto, ricondotto al
suo scoglio; dove, estrattagli la palla dal piede, ma ridotto sulle
grucce, dolente ancora, promove una spedizione per la Polonia insorta;
dopo di che, invitato, si reca in Inghilterra ed entra in Londra fra
l'entusiasmo frenetico d'un milione di creature umane, che lo salutano
come un dio. Tornato in Italia, va a predisporre all'isola d'Ischia,
sotto gli auspici del re, una spedizione in oriente, per suscitare un
moto contro l'Austria nella Galizia e nell'Ungheria; e il disegno va a
monte; ma un altro campo di guerra lo chiama; e alla testa di
trentamila volontari irrompe nel Trentino, si batte contro gli
austriaci a Monte Suello, dov'è ferito di palla a una gamba, si batte
a Vezza, si batte a Condino, espugna il forte d'Ampola, s'impadronisce
di Monte Notta, conquista Monte Giovo, vince a Bezzecca, e non depone
le armi che alle porte di Trento, dove l'armistizio lo arresta.
Tornato alla sua isola, ne riparte per fare un viaggio nel Veneto e
nella Toscana, predicando una spedizione su Roma; e migliaia di
volontari si movono; ma quando egli sta per varcare i confini, è
arrestato, è tradotto prigioniero in Alessandria, ricondotto a
Caprera, posto sotto la guardia di nove legni da guerra. Ma invano.
Sfugge solo di notte, in una chiatta, alla vigilanza della squadra,
raggiunge la Maddalena, approda in una barca di pescatori in Sardegna,
arriva ignorato a Livorno e a Firenze, vola nello Stato romano, vince
i pontifici a Monterotondo, s'impadronisce di Viterbo, di Frosinone,
di Velletri, e marcia su Roma. Soverchiato a Mentana, in una battaglia
accanita in cui cerca invano la morte, da pontifici e francesi
riuniti, e ripassato il confine, è arrestato alla stazione di Filigne,
messo di forza in un treno, portato prigioniero al Varignano, e
ricondotto un'altra volta a Caprera; di dove un'altra volta fa vela
per accorrere in aiuto alla Francia repubblicana, invasa dai tedeschi.
E batte i tedeschi a Chatillon-sur-Seine, vince a Prenois, vince nelle
fazioni di Saint-Martin e di Saint-Symphorien, difende per tre giorni
Digione, strappa una bandiera al nemico a Pouilly, e glorioso di venti
combattimenti, in cui non toccò una sconfitta, eletto deputato
d'Algeri, pagato d'ingratitudine all'assemblea di Bordeaux, rinuncia
alla deputazione e ritorna, addolorato, ma senza rancori, al suo
scoglio.
Ed ora non combatterà più: la sua grande epopea di capitano è finita.
Ma non quella di tribuno della patria e di apostolo universale di
giustizia e di pace. Parla una parola alta e serena nella quistione
formidabile che sorge con l'«Internazionale», va a Roma a caldeggiare
la sua antica idea dell'incanalamento del Tevere, si pone a capo della
«Lega della democrazia», va ancora una volta a Milano per la
commemorazione solenne di Mentana, tuona di sdegno generoso contro
l'invasione francese di Tunisi, torna per l'ultima volta nella sua
amata Palermo per il festeggiamento dei Vespri, si vale ancora negli
ultimi giorni di ogni ora di respiro che gli dà la malattia di cui
morrà per far sentire la sua voce in pro degli oppressi d'ogni paese e
predicar la speranza d'un miglior avvenire per la sua Italia e pel
mondo; e finalmente, un mese prima di compiere il settantacinquesimo
anno, la sera del due di giugno del 1882, rende l'anima grande
all'infinito. Quanti secoli trascorreranno prima che si chiuda in
un'altra vita umana una così maravigliosa istoria di lotte, d'affanni,
d'ardimenti, di miracoli di prodezza, di genio e di forza, rivolti
tutti a un così santo fine e coronati da una così luminosa fortuna?
Oh, glorifichiamolo pure. Nessuna lode è soverchia sulla sua tomba.
Dante gli avrebbe dedicato un canto, Michelangelo una statua, Galileo
una stella.
E ora che altro si può dire, se non quello che tutti sanno: che il
merito supremo di Garibaldi fu di aver reso popolare il movimento
italiano? E diciamolo pure, poichè è una di quelle verità che il
consenso comune appunto rende sempre grato il ripetere. Togliamo col
pensiero Garibaldi dalla storia della nostra rivoluzione. Non si può
giudicare storicamente impossibile che la liberazione e l'unificazione
d'Italia si compissero senza il concorso dell'opera sua. Noi possiamo
supporre l'esercito dei Borboni vinto e disperso in tre grandi
battaglie successive dall'esercito di Vittorio Emanuele, sceso dalle
Marche, o l'insurrezione di Sicilia vincitrice, qualche anno più
tardi, con l'aiuto di quella stessa brigata Reggio che Garibaldi aveva
chiesto al re, comandata da un generale dell'esercito, e sbarcata a
Marsala dalla regia flotta. Ma che immenso vuoto non ci ritroveremmo
dinanzi! Possiamo raffigurarci Napoli senza il Vesuvio e Venezia senza
San Marco? Il popolo italiano sarebbe ugualmente redento e uno; ma
quasi ci pare che sarebbe un altro popolo; poichè nè Vittorio
Emanuele, nè il Cavour, nè il Mazzini avrebbero potuto destargli
nell'animo la fiamma per cui la nostra rivoluzione divampò davanti al
mondo come un incendio. E in fatti: il Mazzini era un apostolo, non
potente che per la forza della parola, la quale nè a tutti giunge, nè
da tutti è intesa, ed ha effetti sparsi e lenti; oltrechè al Mazzini
mancò la virtù abbagliante della fortuna. Il Cavour era un grande uomo
di Stato; ma solitario e quasi invisibile al popolo nella sua
altezza; nè la natura del suo genio nè quella della sua opera eran
tali da essere pienamente comprese e da poter suscitare l'entusiasmo
delle moltitudini lontane dal campo in cui egli operava. Vittorio
Emanuele era un re popolare e guerriero; ma non era figlio del popolo;
e la sua forza, la sua azione era così complessa e commista con quella
del suo governo, informata d'elementi così diversi, palesi ed occulti,
facili e non facili a comprendersi e a valutarsi, che non potevano le
plebi, in specie quelle del mezzogiorno, vedere come incarnata in lui
la rivoluzione d'Italia e quasi inviscerarsi la sua gloria e sentire
nel proprio sangue il suo sangue. Ora Garibaldi raccolse in sè tutto
quello che a quei tre italiani insigni mancò. Ebbe la fortuna che
fallì al Mazzini, l'aureola maravigliosa che non ebbe il Cavour, e
quel fascino di guerriero combattente per impulso e vincente per genio
e per valore proprio che non poteva avere Vittorio Emanuele; e
aggiunse a tutto ciò una potenza infinita di farsi amare. Questo era
necessario all'Italia. Dieci milioni d'italiani, sciogliendosi
dall'odio mortale che li aveva scatenati contro la tirannia borbonica,
si ritrovarono con l'immenso amore di Garibaldi nel cuore. Egli non fu
soltanto una grande forza: fu l'originalità, la bellezza, la poesia
della rivoluzione italiana. Egli ebbe questo grande merito in faccia
alla storia, come disse in Germania un illustre apologista del conte
Cavour: quello d'insegnare ai suoi contemporanei e alle future
generazioni la consolante verità: «che anche in tempi grandemente
civili la santa energia d'una passione primitiva è una potenza fra gli
uomini».
E quale potenza! Essa fu tale che l'averne veduto i segni incantevoli
è per gli italiani della generazione che tramonta uno dei più grandi
conforti della vita. E giova notare prima d'ogni cosa che Garibaldi
rinfiammò all'improvviso l'entusiasmo delle moltitudini in un momento
in cui ve n'era bisogno supremo. La pace di Villafranca, troncando
all'improvviso sul Mincio la guerra che doveva «liberar l'Italia fino
all'Adriatico» ci aveva posti in condizioni difficili e tristi.
Minacciati dall'Austria, con la quale, anche più forte sul Mincio che
sul Ticino, non potevamo misurarci da noi soli; diffidenti della
Francia, che si temeva non paga della Savoja e di Nizza, ma intesa a
chiedere nuove terre in compenso della sua protezione necessaria;
irritati contro il governo di Torino che pareva peritoso, quasi
restìo, per ragioni non da tutti comprese, all'annessione delle
provincie centrali; ci trovavamo in uno stato tanto più intollerabile
in quanto, pure avendo coscienza che non potesse durare, non vedevamo
per qual via si potesse uscirne. Giorno per giorno sbollivano gli
entusiasmi, crescevano i sospetti e s'inasprivano le passioni
partigiane, aggravando le difficoltà che già da ogni parte premevano
l'opera amministrativa del nuovo Stato, sospinto avanti e rattenuto a
un punto da forze opposte. A noi che non misuriamo il tempo con la
impazienza ardente che agitava gli animi allora pare un assai breve
tratto quello che trascorse dal luglio del '59 all'aprile del '60; ma
allora i mesi contavano per anni. Parevan già tanto lontane, dopo men
d'un anno, le belle vittorie di Palestro e di San Martino, dopo le
quali nessun fatto era più seguito che facesse rialzar la fronte agli
italiani, e riaccendesse la loro fede nel proprio ideale e nella
propria forza! Che erano i moti per cui s'eran liberate le provincie
centrali? Avvenimenti fausti e onorevoli; ma non glorie guerriere.
Dopo quella grande ebbrezza dei trionfi sul campo riusciva meschina e
quasi vile l'azione diplomatica lenta, circospetta, coperta, che dava
alimento ai più strani timori e offriva bersaglio alle più nere
accuse. Occorreva qualche grande cosa. Il popolo, la gioventù sentiva
questo bisogno, e fremeva, e si volgeva intorno, rodendo il freno,
aspettando che da qualche parte s'alzasse una bandiera e suonasse uno
squillo di tromba. Era un ribollimento di desideri, d'ire, di
rammarichi, di discordie, che, se tra poco non si fosse aperto loro
una via di fuga, sarebbero forse scoppiati in guerra civile.
E allora comparve Garibaldi. Diciamo: comparve allora, perchè la sua
vera e grande popolarità non cominciò per tre quarti d'Italia che nel
1860. Allora si sentì quella sua voce magica che a traverso al mar
Tirreno chiamava la gioventù italiana alla santa crociata di Sicilia,
e c'era giunta appena la notizia del suo ardimento, che due vittorie
inaspettate, l'una sull'altra, come due colpi di fulmine, facevano
un'eco immensa al suo grido. Chi era questo Garibaldi? Molti, nel
popolo, non lo sapevano ancora che vagamente. Un nizzardo, un soldato,
che aveva combattuto in America e a Roma, quello che aveva condotto
gli emigrati lombardi nel '59, un uomo biondo, vestito di rosso,
buono, intrepido, povero, con una voce e uno sguardo che
affascinavano, un paladino di tutti gli angariati, un vendicatore di
tutte le ingiustizie, che con una mano gittava davanti a sè delle
folgori e con l'altra accarezzava la fronte ai feriti e spandeva
consolazioni e speranze. E allora si videro prodigi. Il suo nome
passava come un soffio di fuoco sul paese, e per lui gli operai
lasciavano le officine, gli studenti disertavano le scuole, i signori
abbandonavano i palazzi e le ville, e le spose dicevano:--Va!--le
madri non osavano di piangere, le fidanzate baciavano la sua immagine,
i vecchi benedicevano, i fanciulli fremevano. Partire, raggiungerlo,
attirare un suo sguardo combattendo, una sua parola cadendo, morire
vedendolo passar vittorioso da lontano, era il sogno di tutti i
giovani d'Italia. L'entusiasmo per lui spegneva in ogni parte passioni
ignobili e bassi pensieri, rialzava cuori di scettici e anime di
disperati, suscitava come nembi di scintille propositi di sacrificio e
virili ambizioni in tutti gli strati del mondo sociale. Ed anche fuori
della società. E si videro in conventi solitari monaci rozzi e inerti,
che non avevano mai amato nè compreso la patria, comprenderla ed
amarla per la prima volta nel suo nome, e compiere o meditare il
proponimento d'andar a combattere al suo fianco. E perfino nelle
carceri e nelle galere, dove freme l'omicida non pentito, meditando
nuovi delitti, si vide qualche volta anche in quel fango umano, tocco
dal caldo raggio della sua gloria, sbocciare il fiore d'un entusiasmo
generoso, si sentì anche dalle bocche più nefande pronunciare il suo
nome come una parola di redenzione e d'amore. Se altro egli non avesse
fatto sulla terra, avrebbe diritto per questo solo alla benedizione
della patria e alla gratitudine del mondo.
E tutto questo, che par leggenda, è storia, o meglio: è l'una e
l'altra cosa ad un tempo, poichè di leggenda la vita di Garibaldi
presenta già la vaga e grandiosa bellezza, nè ha più bisogno, come
quella d'altri uomini somiglianti, d'acquistar nulla col tempo
dall'immaginazione umana. Che cosa le potrebbe aggiungere, in fatti,
la fantasia popolare se già ora la mente del popolo stenta a crederla
e ad abbracciarla intera nella sua realtà quasi ancora parlante e
visibile? E la maggior prova di questa apparenza di prodigio storico
che ebbe Garibaldi nel tempo nostro è la difficoltà quasi insuperabile
che trovarono molti contemporanei della classe colta, anche
d'intelligenza non volgare, ma chiusa in uno stretto cerchio di idee,
e d'animo non ignobile, ma freddo, a comprenderlo e ad ammirarlo. Non
iscoprivano la ragion vera della sua enorme potenza, che attribuivano
a una quasi miracolosa cospirazione di fortune propizie, in cui non
avesse parte alcuna, o poco più che nulla, la virtù sua; scambiavano i
suoi eroici errori di fanciullo sublime con aberrazioni vanitose d'un
cervello angusto; giudicavano mostruosità quello che in lui era
grandezza, e su questa pedanteggiavano, giungendo fino a riprovare
come sconveniente e risibile la sua foggia singolare di vestire,
divenuta ora gloriosa e incancellabile dalla mente delle generazioni
come la divisa del Buonaparte, poichè non comprendevano da che varie e
intime ragioni di sentimento poetico della vita, di amabile giovinezza
d'animo, di sprezzo istintivo d'ogni servitù e d'intuito dell'istinto
artistico del nostro popolo anche quella sua originalità derivasse.
Facevano rispetto a lui come gli accademici arcigni che appuntano
trionfando le offese alla geografia nell'Ariosto e gli errori di gusto
nello Shakespeare. Guardandolo con occhio falso vedevano un Garibaldi
falso, un grand'uomo sbagliato, portato sugli altari dalla passione di
parte degli astuti e dall'idolatria cieca degl'ingenui. E di costoro
non è tutta spenta la razza. Ma furono o saranno severamente puniti
dal loro medesimo errore: morirono, moriranno senz'aver amato
Garibaldi.
Tutti costoro, e anche molti di quelli che nel campo politico opposto
l'ammirarono, avrebbero voluto un Garibaldi prudente e docile, una
specie di «generale a disposizione del ministero» che non movesse
passo se non per ordine e parlasse il linguaggio ponderato d'un
diplomatico; che non fosse altro, insomma, che una bella insegna di
rivoluzione, la quale il Governo potesse sventolare a tempo opportuno
e ripiegare quando gli paresse. Ma il Garibaldi potato e castigato che
essi sognavano era un Garibaldi impossibile. Egli non poteva essere se
non quello che fu. Alle sue biasimate ribellioni egli fu mosso da
quella stessa virtù che lo spinse a tutti quegli altri atti audaci,
fortunati e lodati, coi quali rese i più grandi servigi al proprio e
ad altri paesi; e quella virtù era una fede assoluta nella forza
d'entusiasmo e di sacrificio del suo popolo, nella invincibilità della
causa della giustizia e nel favore della fortuna che fin dalla prima
giovinezza gli aveva «porto la chioma». Egli credeva fermamente che
allo scoppiar di una guerra contro l'Austria, contro la Francia, anche
contro l'Europa intera confederata a comprimere il nostro diritto,
sarebbero sorti dalla terra italiana milioni di uomini prodi come lui,
risoluti a una resistenza disperata, lieti come lui di dar la vita
alla patria. Capace egli di far miracoli, credeva nei miracoli della
sua nazione. Come pretendere che un tal uomo avesse dell'opportunità
politica, dell'importanza dei trattati, della necessità delle
alleanze, delle tradizioni, della legalità, delle convenienze
diplomatiche lo stesso concetto che n'avevano i ministri della
monarchia? E anche nelle due imprese temerarie che gli fallirono, e
per cui fu tre volte prigioniero, per quanta parte non fu indotto a
lanciarsi avanti e a persistere dall'incertezza ambigua del governo,
che non s'oppose ai principii, e gli gridò:--Indietro!--troppo tardi,
lasciando credere fino all'ultimo a milioni d'italiani che sotto al
divieto palese ci fosse un consenso occulto, conforme alla doppia
politica ch'egli aveva seguìto anche riguardo all'impresa di lui più
fortunata? Fu chiamato Garibaldi __fulmine di guerra__, e ai suoi scoppi
improvvisi e agli incendi che suscitò e alle distruzioni che fece
l'Italia deve in parte la propria redenzione; ma il fulmine nè si
guida nè si corregge; non si doma che disperdendone la forza nella
terra. In verità, noi crediamo che, considerando l'indole e le virtù
senza le quali Garibaldi non sarebbe stato chi fu, e i procedimenti
dei governi ai quali egli servì e disobbedì a volta a volta, e la
forza immensa ch'ebbe nel pugno, le generazioni venture si
maraviglieranno che ei non abbia fatto della legge un assai maggior
strazio di quello che fece.
Ma non è che le sue intemperanze e le sue temerità, perchè furon
cagioni di turbamenti e di pericoli, non abbiano recato al paese altro
che danno. Chi non comprende ora quanto abbia giovato ad affrettare il
compimento della liberazione della patria quella voce che gridava
infaticabilmente:--Armiamoci, scotiamoci, operiamo,--che manteneva in
continuo fermento la gioventù come il tonare non interrotto d'un
cannone, che, predicando senza posa la fede e l'audacia, faceva
l'effetto come d'uno sprone infocato, perpetuamente confitto nel
fianco della nazione? Chi può negare che abbian concorso a persuadere
il mondo che Roma era necessaria all'Italia anche quelle due disperate
imprese del sessantadue e del sessantasette con le quali egli provò
che l'Italia non avrebbe avuto mai pace senza la sua capitale storica,
che l'incendio cento volte soffocato si sarebbe cento volte riacceso,
che Roma non italiana sarebbe stata un'eterna minaccia di guerra
all'Europa? Chi può affermare che l'esercito sparso degl'impazienti e
degli audaci non sarebbe stato causa di ben più gravi turbamenti
interni se non l'avesse contenuto la speranza, anzi la certezza che
nessuna occasione d'operare, anche arrischiatissima, egli avrebbe
lasciato sfuggire, che, lui vivente, una politica indietreggiante non
sarebbe stata possibile mai, e una politica immobile non avrebbe mai
potuto durare, se anche fossero saliti al potere dei nemici mascherati
della rivoluzione? Ogni volta che il paese, irritato degl'indugi e
della pazienza dei governanti, incominciava ad agitarsi, egli si
gittava innanzi a capo basso, urtava contro un muro di bronzo, e
cadeva: era per molti un delitto, per tutti un dolore; ma era uno
sfogo, una protesta, una sfida, un grido che non moriva senz'eco nel
mondo. Caduto il ribelle, riusciva a tutti più evidente e imperiosa la
necessità di raggiunger lo scopo comune, una scintilla della fiamma
soffocata penetrava anche nell'animo dei più freddi, la diplomazia si
riscoteva come per una sferzata, sulle traccie dell'audacia fallita
faceva un passo innanzi perfin la prudenza, e la paura si vergognava.
Egli viveva ancora, che già ci appariva sotto un tutt'altro aspetto
anche quello che fu giudicato il suo più grande errore. Nel 1870, su
tutte le vie per cui l'esercito italiano moveva a Roma, precedeva le
colonne, avanguardia ideale, Garibaldi, e segnavano loro il cammino le
gocce di sangue stillanti otto anni innanzi dalle sue carni.
Ma anche quelli che giudicano più severamente le sue temerità e le sue
ribellioni sono forzati a riconoscere l'alta chiaroveggenza politica
di cui egli diè prova, il sapiente impero che seppe esercitare sulle
proprie passioni nei momenti supremi. È questo uno dei caratteri
singolari della sua grandezza: di essere ammirabile per le virtù
opposte. Quando è necessaria l'unione di tutte le forze della patria
contro lo straniero, egli, __nemico della causa dei re__, offre il suo
braccio e quello dei suoi soldati d'America a un re, che «s'è fatto il
rigeneratore della penisola» e per quel re «è pronto a versare tutto
il suo sangue». Dieci anni dopo, per la stessa necessità della patria,
è tra i primi a fondare quel nuovo «partito nazionale» che stringe
intorno alla monarchia i più alti ingegni e le spade più prodi, devote
fino a quel giorno all'idea repubblicana. Con la bandiera di Vittorio
Emanuele parte per la grande impresa, nel 1860, e, non accecato, ma
illuminato dalla fortuna, opera per modo in Sicilia che basta per due
mesi la sua autorità a tenervi luogo di governo e di leggi; onde il
conte di Cavour, che da prima temeva, finisce con scrivere al
Persano:--Se Garibaldi non vuole l'annessione immediata, sia lasciato
libero di fare a suo talento.--Nell'ottobre dell'anno stesso, a
Napoli, in quel momento terribile, in cui, disputandosi l'animo suo i
fautori del plebiscito immediato e quelli dell'elezione di
un'assemblea, corse pericolo l'unità nazionale, fu la sua improvvisa
ispirazione:--«non voglio assemblea, si faccia l'Italia»--fa questo
grido suo che salvò l'Italia. Fu nel 1861 l'inaspettata, saggia,
nobilissima temperanza con la quale egli rispose a una lettera dura e
provocante del più popolare generale dell'esercito, quella che troncò
sull'atto un conflitto che poteva esser principio d'un periodo funesto
di discordie e di guai. Nel 1862, dopo il fatto di Sarnico,
spontaneamente egli si ricrede intorno all'opportunità d'una
spedizione contro l'Austria, desiste dal proposito, sconsiglia gli
arrolamenti, e con saggie parole dissipa dall'orizzonte ogni nube.
Quattro anni dopo, quando riceve l'ordine di ritirarsi dalla frontiera
del Tirolo, nel punto che gli si apre dinanzi, dopo tanti stenti e
sacrifici sanguinosi, il periodo più facile e splendido della guerra,
con infinito rammarico, ma senza un momento d'esitazione, senza una
parola di lagnanza, obbedisce. E durante il suo viaggio trionfale in
Inghilterra, benchè porti in cuore un alto proposito, benchè patriotti
ardenti d'ogni paese lo stringano e mille occasioni lo tentino, non
profferisce una sola parola che possa provocare contro lo Stato che
l'ospita la più lieve lagnanza dei governi contro i quali è solito
scatenare i suoi sdegni. E anche nell'ultimo anno della sua vita,
quando ancora bollente d'ira per l'offesa subita dall'Italia a Tunisi,
giunge a Palermo per la commemorazione dei Vespri, quando si teme da
tutti gli amanti della pace ch'egli prorompa contro la Francia in
parole terribili, per cui si risollevino le passioni che già s'eran
quietate, egli, con sovrana saggezza, rivolge al popolo palermitano un
discorso, nel quale della Francia non pronuncia il nome e della
quistione di Tunisi tace. Bene dice il più appassionato dei suoi
apologisti che egli «poteva inveire, minacciare, gittare in mezzo alla
nazione parole tremende ch'eran pericolosi tizzoni d'incendio, ma che
quando li vedeva divampare in fiamme minacciose al sacro edificio
della patria, accorreva per il primo a soffocarli col piede» e vero è
ciò che quegli soggiunge che «anche i suoi più esaltati e temerari
seguaci non avrebbero osato mai di lanciare il grido ultimo della
discordia, di dare il segnale irrevocabile della guerra civile, mai,
fin ch'egli viveva». Sangue di guerra civile corse una volta sola
sotto i suoi occhi, a Aspromonte. Ma egli ordinò di cessare il fuoco
ai primi colpi, e con che nobili parole, pure giustificandosi in
parte, confessò il suo errore nelle sue __memorie__.--«Io dovevo andarmene
prima dell'arrivo della truppa, __e non lo feci__.--Avrei dovuto anche
frazionare di più la gente--__e non lo feci__.--Tutte le misure che
potevano allontanare la catastrofe io avevo in mente di eseguire, ma
ciò doveva essere eseguito con la celerità che mi aveva servito in
altre occasioni.... __e non lo feci__».--Quanta tristezza, che sincero e
profondo rammarico nella ripetizione di quelle tre semplici parole!
Rammarico tanto più generoso in quanto egli avrebbe invece potuto
dire:--Se m'avessero intimato la resa prima d'assalire, io mi sarei
arreso, avanti che partisse un colpo di fucile.--Se non ci fossero
corsi addosso appena ci videro, non si sarebbe sparso sangue.--A farci
deporre le armi bastava che ci lasciassero il tempo di riaverci dalla
sorpresa.... e non lo fecero.
L'impero ch'egli esercitò sulle proprie passioni nei momenti
supremi--si disse. Ma noi crediamo che questa espressione non dica il
vero. A ciascuno di quegli atti che furon detti di ribelle e
pericolosi alla patria egli fu mosso dalla profonda coscienza di far
cosa utile alla patria, che è quanto dire, di compiere un dovere che a
lui solo era imposto; e non desistette, non si ritrasse mai se non
quando fu persuaso d'essere in errore. Quando la somma idea del vero,
del giusto, dell'utile gli balenava, cessava in lui ogni conflitto
della volontà con la passione, poichè una passione che la sua
coscienza giudicasse contraria all'interesse della patria nell'anima
sua non capiva. Non domò sè stesso in quei momenti supremi; ma
comprese, si ravvide e cedette senza sforzo agl'impulsi mutati e
concordi della sua ragione e del suo cuore. Ricordiamo quello che fu
uno dei giorni più gloriosi della sua vita e dei più fortunati della
nostra storia, quello splendido 26 ottobre del 1860, quando nel
piccolo villaggio di Cajanello le avanguardie delle sue legioni
vittoriose, venendo da Capua, e i primi battaglioni dell'esercito
regio, calando da Venafro, s'incontrarono. Mai non rischiarò il sole
d'Italia un così bello e fausto incontro di vincitori. Smontato di
sella, in mezzo ai suoi ufficiali immobili, Garibaldi aspettava.
L'alba imbiancava l'Appennino e il vecchio castello di Teano e tutto
quel bel paese austero della Campania, su cui da pochi giorni, dopo
molti secoli, spirava l'aria della libertà. Qua e là per la campagna,
tra i vapori del mattino, fiammeggiavano da una parte le divise dei
volontari, sventolavano dall'altra i pennacchi dei bersaglieri. Era da
un lato la rivoluzione, dall'altro la monarchia, tutt'e due coronate
dalla vittoria, piene di forza e di alterezza, memori entrambe di
gelosie e di contrasti recenti, non riconciliate in fondo al cuore,
presaghe di discordie e di conflitti futuri. Nell'uno e nell'altro
esercito regnava il silenzio di un'aspettazione solenne. E Garibaldi,
chiuso nei suoi pensieri, aspettava e taceva. A un tratto echeggiarono
le fanfare reali e corse un fremito per i due campi. Che sarà passato
per il cuore di Garibaldi, sia pure per la durata d'un lampo, al suono
di quelle trombe? A quell'annuncio che segnava la fine del suo comando
supremo, che suonava come un superbo alto là opposto al suo corso di
trionfatore e gli metteva di fronte un'altra gloria a cui era
necessità di vita l'offuscare la sua, forse a quell'annunzio egli si
sentì rialzare nell'anima tutto il suo passato, e il rancore per la
sua Nizza perduta, e l'ira per la via di Roma preclusa, e la coscienza
d'aver ancora nel pugno mezza Italia, tutto questo forse, confuso in
un impeto di ambizione e d'orgoglio, gli sollevò il sangue e gli velò
la ragione.... Certo, ciò supponendo, può parer più ammirabile lo
slancio con cui, cacciato avanti il cavallo, egli tese la mano e
gridò:--Salute al re d'Italia!--e si comprende come s'induca più d'un
oratore a trarre da una tal supposizione un forte effetto drammatico
in onore di lui. Ma noi crediamo che non uno di quei pensieri, non
un'ombra di quei sentimenti sia passata nel suo cuore in quel punto.
La sua volontà era già ferma, il suo animo era già quieto fin da
quando un'illuminazione improvvisa della mente gli aveva fatto dire a
Napoli:--«Non voglio assemblea, si faccia l'Italia».--No, il suono di
quelle trombe non turbò neppure un istante la serenità dell'anima sua,
lo spettro della guerra civile non s'affacciò neppure alla sua mente;
non ebbe bisogno di riflettere, non gli occorse di vincer sè stesso;
egli fu grande senza lotta. Un solo pensiero egli ebbe in quel
momento, e lo espresse: il desiderio d'affratellare sui campi di
battaglia i volontari e i soldati, di proseguir la guerra alla testa
dei liberatori di Napoli, al fianco dei liberatori delle Marche,
avanguardia di Vittorio Emanuele, antesignano degli eserciti uniti.
Presentendo imminente una battaglia al Garignano, chiese al re l'onore
del primo scontro. Non l'ebbe. «Egli si batteva da troppo lungo tempo,
le sue truppe erano stanche, si doveva mettere alla riserva». Questo
solo gli turbò la serenità dell'anima. Ma fu grande anche allora. Più
grande d'ogni più sdegnoso sfogo di dolore fu la tristezza rassegnata
di quelle semplici parole:--«Ci hanno messi alla coda»--con le quali
egli annunciò la sera ai suoi fidi il suo splendido sogno svanito.
Singolarissima natura, semplice nell'apparenza, ma nel fondo così
complessa, dotata di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi
congiunte in un uomo, che, vivo ancora, egli può esser giudicato a
volta a volta dagli stessi giudici in cento modi dissimili, apparire
ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che
è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole
inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di sè stesso,
essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso,
levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e
segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una
calamità incarnata della sua patria. Lo credono i più d'animo incerto,
pieghevole a tutte le pressioni di chi lo circonda, operante quasi
sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così
tenace nelle sue idee e forte nelle sue volontà, e sta così fieramente
in difesa dell'indipendenza loro, che il discutere con lui--come dice
uno dei suoi biografi--anche per chi egli più stima ed ascolta, è la
più ardua, la più erculea delle imprese.--E così forte di volontà
nelle cose grandi, è nelle piccole il più arrendevole uomo che sia
stato mai, incapace di rifiutare un favore, che anche gli costi un
sacrificio, a chiunque lo chiegga con dolcezza, facile come un
fanciullo a lasciarsi ingannare da ogni più lieve apparenza di
generosità e di rettitudine. Ha trascorso quasi tutta la sua vita fra
le lotte e il sangue, in faccia alla morte, esperimentando tutte le
forme dell'iniquità e dell'efferatezza umana; e ha serbato una così
dolce mitezza d'animo che si leva una notte d'inverno per andar a
cercare un'agnella smarrita, di cui ha udito il belato fra le rocce
della sua isola, e ama gli alberi e i fiori come creature vive, e si
arresta commosso davanti alla bellezza d'un'aurora o al canto d'un
usignuolo, ed espande in versi i suoi affetti come un innamorato di
venti anni. Il fulminatore del Papato, che vuol fondare la religione
del Vero, il flagellatore furibondo d'ogni superstizione, che è per
milioni di credenti il più sacrilego propagatore di miscredenza
demagogica, crede fermamente in Dio, crede nell'efficacia delle
preghiere di sua madre morta, che gli appare davanti di pieno giorno,
crede trasmigrate in due uccelli che si posano ogni giorno sul suo
balcone le anime delle sue bambine perdute. L'uomo che par fatto dalla
natura alle battaglie e alle tempeste, che fa sua la sentenza del
capitano spagnuolo:--«la guerra è il vero stato dell'uomo»,--e al
quale si direbbe che l'alito immenso delle moltitudini debba essere un
elemento necessario dell'aria che respira, ama invece di così profondo
amore il raccoglimento e la solitudine, che, ogni volta ch'ei possa,
frappone il mare fra sè e il mondo, e vive per mesi e per anni nel
silenzio d'un'isola deserta come chi a una tal vita, e non ad altra,
sia nato, e da quella non uscito mai che per forza degli eventi, a
malgrado proprio, e facendo violenza alla sua natura. E quest'uomo
stesso, che ha un così grande bisogno di pace e di riposo del corpo e
dello spirito, nè l'uno nè l'altro riposa neppur nella solitudine
della sua isola, dove lavora infaticabilmente del braccio e del
pensiero: studia agricoltura, dissoda la terra, alleva animali, scrive
romanzi e memorie, risponde a epistole infinite, volge in mente mille
disegni, tenta tutti i problemi, incita all'opera quanti conosce. E
questo, finalmente, è anche più mirabile. Salito da natali oscuri a
un'altezza che nessuno raggiunse nell'età sua, vissuto tanto da veder
avverato, e in gran parte per sua virtù, quello che alla sua
giovinezza era parso un sogno, la redenzione d'Italia, divenuto
oggetto d'ammirazione e d'amore a tutti i popoli, egli che potrebbe
godere serenamente la sua gloria, considerando la propria missione
compiuta e confidando che quanto rimane a fare altri faranno, egli no,
egli, più grande dell'opera propria, dello stato presente non
s'appaga; e non solo dello stato del suo paese, che non vede potente e
felice come aveva sognato, ma dell'andamento delle cose nel mondo
intero; e d'ogni grande quistione che resti a risolvere in Italia o
altrove si affanna, e ad ogni grido di sventurati e d'offesi che da
qualunque parte gli giunga s'impietosisce e si accora, e impreca ai
violenti, tuona contro i ricchi, saetta gl'ignavi, lancia anatemi,
invoca riforme; e dimentico della sua gloria, parendogli di non aver
fatto nulla perchè non ha fatto tutto, si tormenta, si rattrista,
s'inasprisce il sangue, è infelice. Maravigliosa l'anima sua come la
sua vita. Marinaio, negoziante, maestro di scuola, lavoratore della
terra, cospiratore e generale, corsaro e dittatore, liberator di
popoli e scrittore di romanzi, seguìto come un nume e arrestato come
un bandito, potente come un re e povero come Giobbe, chiamato il
leone, il filibustiere, «Santo Garibaldi», eroe, fanciullo, mago,
matto, anticristo, mandato da Dio. Avranno ragione i posteri che
diranno:--è un mistero.
E qui ci arrestiamo perchè a spingerci più oltre nello studio
dell'anima di Garibaldi ci manca l'ardimento e l'ingegno. Per compiere
questo studio degnamente, per illuminare tutta quanta agli occhi
nostri la grande figura di lui, dovremmo, prima di tutto, andar a
cercare l'origine della maggior parte delle sue idee politiche,
sociali, morali, e anche di molte consuetudini della sua vita privata,
in quella specie di evo medio del nuovo mondo, in quel caos ardente di
popoli giovani, selvaggiamente indomiti, spensierati ed eroici,
agitantisi nella ricerca tumultuosa d'una forma civile di società e di
governo e lottanti a un tempo contro la natura, la barbarie,
l'anarchia e la tirannide; in mezzo ai quali egli temprò l'animo e la
spada e si vestì d'un'armatura di gloria per le future guerre
d'Italia. Dovremmo spiegare come nei grandi viaggi oceanici, nei
lunghi silenzi pensieroi di marinaio innamorato del mare e del cielo,
e uso a contemplare la società di lontano, a traverso al desiderio e
alle immagini dolci e care dei ritorni, sia potuto sorgere in lui e
farsi così saldo, da resistere all'urto d'ogni più dura esperienza
delle cose e degli uomini, quel suo ideale d'un'umanità semplice e
buona, d'una società rinnovata dalle fondamenta, retta dall'amore più
che dalle leggi, e quasi vivente nell'innocenza dell'età primitiva; al
quale accennava di continuo in forma vagamente profetica, quasi che
temesse, determinando i propri pensieri, di distruggere in sè
l'illusione amata. E ancora, in questo suo ideale splendido e fermo
dovremmo dimostrare la ragione prima di quello sdegno amaro e generoso
che lo dominò nell'ultimo periodo della vita, quando, dopo aver tanto
operato per la patria, egli vide il moto maraviglioso della
rivoluzione nazionale arrestarsi all'unità e alla libertà politica,
lasciando qual'era la miseria delle plebi, permanenti l'ignoranza e la
superstizione, intatti istituti decrepiti e privilegi odiosi e mille
avanzi enormi e sinistri del passato, ch'egli credeva possibile
spazzare a colpi di decreti e di leggi; e che questo non si facesse,
gli pareva delitto di principi, tradimento di ministri, perfidia di
parlamenti, stoltezza e ignavia codarda di popoli. E in fine, in
quella sua cultura varia e strana, piena di oscurità e di lacune,
nella quale s'univano la poesia, l'agronomia e la matematica, cinque
lingue viventi, molte e lucide cognizioni di scienza militare e di
storia antica, e canti interi di Dante e del Tasso, e con la
predilezione del Foscolo, dell'Hugo e del Guerrazzi l'ammirazione
gentile che lo condusse ad abbracciare Alessandro Manzoni, in quella
cultura multiforme e incompiuta, che gli consentiva le simpatie
intellettuali più disparate e i tentativi letterari più arditi e
diversi, dovremmo rintracciar le sorgenti della sua eloquenza
singolarissima di parlatore e di scrittore, di quel suo stile ingenuo
insieme ed enfatico, rotto e tormentato, splendente non di rado di
selvatica bellezza, e qualche volta terribile, del quale egli diede
saggi indimenticabili in pagine che corruscano e scrosciano come
cateratte di lava, e, supremo saggio, la sfolgorante allocuzione
guerriera ai suoi legionari romani del '49. E quando il patriotta,
l'idealista, l'apostolo, l'oratore, lo scrittore fossero sviscerati,
rimarrebbe pur sempre, oggetto ammirando di studio, il capitano. E non
già per risolver la quistione, tante volte posta innanzi durante la
sua vita da ammiratori e avversari, se d'un grande capitano egli
avrebbe spiegato le vaste facoltà quando avesse condotto un grande
esercito: quistione accademica e vana. Ma per dimostrare come dagli
stratagemmi fortunati che gli soccorrevano nei combattimenti d'un
pugno d'uomini sulle rive dei fiumi e nelle foreste dell'America,
risalendo a mano a mano alla condotta meravigliosa della ritirata da
Roma, alla mossa stupenda sopra Palermo, alla battaglia ammirabile del
Volturno e alle sapienti campagne del Tirolo e di Francia, le sue
facoltà potenti di capitano si andassero allargando con l'allargarsi
dei campi d'azione, e sorgessero nuove facoltà sulle antiche con
l'ingrandir delle imprese.
Ma dopo tutto ciò, una cosa ancora rimarrebbe a spiegarsi, la quale
sarà oggetto di curiosità grande ai nostri nipoti: da che nascesse
veramente la virtù fascinatrice della sua persona prima ch'egli
possedesse quella che gli venne dalla fortuna e dalla gloria delle sue
gesta maggiori. E anche questa spiegazione, come quella di molte
qualità singolari della sua indole, dovremmo andarla a cercare di là
dall'Oceano. Poichè là la cercai e la trovai in parte, concedetemi qui
di evocare un ricordo personale. Un giorno, in una delle più grandi e
belle città del Rio della Plata, fui condotto, senza preannunzio, alla
sede d'un'associazione popolare; dove, in due piccole sale bianche
s'accalcavano molti uomini silenziosi. V'era a una parete un ritratto
di Garibaldi, e alcune sue parole di saluto, inquadrate; sulla parete
opposta una vecchia bandiera nera spiegata, con l'effigie del Vesuvio
fiammeggiante. Quell'adunanza era tutta composta di vecchi, i più tra
i sessantacinque e i settant'anni, parecchi ottuagenari; erano antichi
coloni, operai, artefici, commercianti; pochi mulatti e creoli; tutti
gli altri italiani; liguri e piemontesi la più parte: facce brune,
solcate di rughe profonde, grandi barbe canute, rozze mani e rozzi
panni, fronti severe, corpi ancora gagliardi. L'aspetto di tutti quei
vecchi immobili, anche prima di saper chi fossero, mi destò un vivo
sentimento di simpatia e di reverenza. Immaginate quale fa l'animo mio
quando mi si disse:--Questi sono gli avanzi dell'antica legione di
Montevideo e questa è la loro bandiera: sono i superstiti di quella
memorabile battaglia di Sant'Antonio, di cui fu salutato l'annunzio in
Italia con un grido d'entusiasmo, come quello d'una prima vittoria
della nostra causa: sono quei legionari garibaldini che, moribondi di
fame e di sete, circondati d'agonizzanti e di morti, trincerati dietro
a mucchi di cavalli uccisi, combatterono da mezzogiorno a mezzanotte
contro un nemico quattro volte più forte e uscirono vittoriosi da una
delle più disperate strette che la storia delle guerre ricordi. La mia
commozione di quel momento ve la potrei esprimere; ma ciò che in alcun
modo non saprei rendere è l'alterezza, l'ardore, l'irruente eloquenza
con cui tutti quegli uomini carichi d'anni, provati da mille vicende,
occupati alcuni di gravi cure, e parecchi poveri e costretti a un duro
lavoro per vivere, si misero, quasi improvvisamente ringiovaniti, a
parlare del loro antico capitano, prima l'un dopo l'altro, poi dieci
insieme, poi tutti in coro, raccontando, descrivendo, imitando.--Tale
era il suo viso, in questo modo egli camminava e gestiva, così portava
il mantello di «gaucho», così si gettava a nuoto, così mulinava la
carabina.--Io son quello che gli resse la staffa quando saltò a
cavallo per slanciarsi a Las Cruces a salvare il colonnello Nera,
ferito a morte.--Io ero presente quando prese prigioniero quel
carnefice del Millan che lo aveva messo alla tortura, e disse:--non
voglio vederlo: liberatelo!--Io gli stavo accanto a Sant'Antonio
quando quel cavaliere indemoniato del Gomez si slanciò solo sopra di
noi per dare il fuoco alle nostre tettoie, e Garibaldi ci
gridò:--Risparmiate la vita a quel bravo!--E si vedeva che quei
ricordi erano il loro orgoglio e la loro gioia, che non li avrebbero
dati, come diceva Garibaldi, «per un globo d'oro», che se ne pascevano
da quarant'anni come d'una passione che raddoppiasse loro la vita. E
io li guardavo, li ascoltavo, maravigliato, e mi veniva alla mente il
proverbio turco:--chi ha bevuto una volta alla fontana di Tofanè è
innamorato della regina del Bosforo per tutta la vita.--Così quegli
uomini, che avevano bevuto da giovani l'incanto di Garibaldi, dopo
quasi mezzo secolo lo sentivano ancora. Egli aveva segnato a fuoco
sulle loro fronti il suo nome, per la vita intera. E via via che
s'infervoravano nel risuscitare memorie, nelle loro parole, nei loro
occhi, nei loro gesti l'immagine del Garibaldi antico mi appariva e
con essa la ragione intima e prima della sua potenza. Sì, era quella
faccia leonina, che accoppiava alla forza d'una testa romana la
bellezza d'un profilo greco, eran quegli occhi azzurri che mandavano
baleni di spada e raggi d'amore, era quella bocca fremente da cui
uscivano squilli di tromba e accenti di bontà infantile,
quell'entusiasmo che non contava i nemici, quella fortezza che
sorrideva fra gli spasimi, quella gaiezza che cantava in faccia alla
morte; e sopra tutto questo, come disse Giorgio Sand, qualche cosa
d'arcano, per cui non gli somigliava nessuno, e che faceva pensare: la
irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione
interna d'un mondo. Sì, era tutto questo. E dissi a quei
vecchi:--Continuate: voi siete le prove palpitanti della sua
grandezza; egli è più vivo nelle vostre parole che in mille pagine di
storia; parlatene ancora; io porterò l'eco della vostra voce nella
nostra patria lontana.--E oggi per la prima volta adempio la mia
promessa. Mandiamo un saluto insieme a quei prodi veterani, di cui la
maggior parte vive ancora: fra venticinque giorni essi l'avranno, e
sarà come un bacio della patria sulla loro fronte gloriosa.
Ma, come suole accadere delle persone amate e perdute, che noi
rivediamo sempre col pensiero nel loro ultimo aspetto, più spesso che
l'immagine del Garibaldi fiorente e potente di America, di Roma, di
Palermo, ci si riaffaccia alla mente quella del Garibaldi degli ultimi
anni: quanto mutato! Durante i suoi anni migliori, noi avevamo sognato
per lui una vecchiezza vegeta e lieta, che fosse come uno sfiorire
lento e quasi insensibile della sua maturità poderosa, una discesa
trionfale e serena come d'un astro che tramonta. E la sua vecchiezza
fu invece travagliata e dolorosa. Noi dovemmo vedere l'infermità che
lo torturava alterare a poco a poco, violare i lineamenti, diventati
sacri per noi, del suo viso, e stender quasi sulla sua fronte il velo
della morte prima che ne fuggisse il lume della vita. Tutti i milanesi
e migliaia d'altri cittadini ricordano, come una delle commozioni più
profondamente pietose della loro vita, lo spettacolo dell'ultima
entrata ch'egli fece nella capitale lombarda per la commemorazione
dell'ultima sua battaglia italiana. Il popolo, che da anni non l'aveva
più veduto, credeva di rivedere, se non il Garibaldi antico,
un'immagine ancora risplendente di lui. Lo vide invece avanzarsi,
portato lentamente da una grande carrozza, disteso sopra un letto come
un ferito a morte, col viso consunto e cereo, con le mani rattratte e
fasciate, col corpo immobile, che a stento girava ancora il capo
bianco e lo sguardo svanito.--Pareva,--disse uno degli spettatori,--la
salma d'un santo portato a processione da un popolo di devoti, più che
il corpo vivo d'un uomo.--Non era più Garibaldi. La folla immensa,
ch'era preparata a festeggiarlo con la sua gran voce di mare in
tempesta, taceva, costernata, e lo guardava con un senso di stupore e
di sgomento. No, nessuno poteva rassegnarsi a credere che Garibaldi
non si sarebbe più levato da quel simulacro di feretro su cui si
mostrava. Che la legge della vita colpisse inesorabilmente tutti gli
altri, che la vecchiaia, che le infermità atterrassero col tempo ogni
pianta umana più salda e più superba, si capiva; ma che avessero
incatenato anche quel braccio, spento anche quello sguardo, prostrato
anche quella forza, pareva quasi un errore, una violenza crudele della
natura. Pareva di vedere la gioventù stessa d'Italia e tutti i nostri
passati entusiasmi distesi là moribondi sotto quella specie di
mantello funebre che avvolgeva il corpo dell'eroe. Le fronti si
scoprivano, le mani si tendevano verso di lui, gli occhi lo
accompagnavano, umidi di pianto; ma le bocche rimanevan mute. Solo un
mormorio diffuso e dolcissimo, come una preghiera sommessa della
moltitudine, lo precedeva e lo seguiva. Eran le voci dei giovani della
nuova generazione, che mormoravano:--Noi che non abbiamo combattuto,
non combatteremo più oramai al suo fianco.--Eran le voci delle donne
del popolo che dicevano ai ragazzi:--Guardatelo bene perchè presto
morirà.--Erano i suoi vecchi compagni d'armi che sospiravano:--Non lo
rivedremo mai più!--Era la città delle cinque giornate che dava al
capitano delle trenta vittorie l'addio supremo!
E dopo d'allora noi numerammo trepidando i suoi giorni; ripigliando
speranza, non di meno, e rallegrandoci ogni volta che la gagliarda
vitalità del suo spirito usciva ancora in qualche manifestazione
improvvisa; come avvenne per l'oltraggio fatto a noi dalla Francia col
trattato del Bardo, quando dal suo orgoglio lacerato d'italiano
proruppero quelle parole terribili che scossero per un momento
l'Italia, come un fulmine scoppiato fuor da una tomba. Ma l'opera
della natura proseguiva, senza tregua, spietata e rapida: dopo ognuno
di quegl'impeti, egli ripiegava il suo bel capo stanco sopra il
guanciale come il pensiero nel passato. Perchè accompagnarlo con la
parola fino all'ultimo istante? Quella camera nuda dove pende a una
parete il ritratto di sua madre, quella finestra per cui appare il
cielo sereno e la marina immobile, le due capinere che, come sempre,
si vengono a posare sul davanzale, e che egli, con voce spenta,
raccomanda ai suoi, perchè continuino a nutrirle quando sarà morto,
l'ultimo sforzo del capo con cui si volta a domandare del suo piccolo
Manlio lontano, l'ultimo atto convulso col quale si asciuga la fronte,
l'ultimo sguardo lento e sorridente che volge ai suoi figli e al suo
mare.... questo quadro è vivo nella memoria del mondo. Anche nella sua
morte, come dice il Thiers della morte di Napoleone a Sant'Elena,
«tutto fu grande, solenne e semplice».
Ed ora quale ultimo omaggio più degno possiamo rendere alla sua
memoria che di rappresentarci al pensiero quella che dev'essere la
prediletta delle sue visioni nel mondo sovrumano dov'egli sperava di
rivedere sua madre? Rappresentiamoci questa visione, che è della
nostra storia di ieri, e par già d'uomini e di gesta di secoli remoti;
passino a lui dinanzi, ed a noi, i suoi dieci eserciti, le sue
bandiere lacere, i suoi eroi, i suoi fratelli, i suoi figli, e dai
loro cuori valorosi, commossi dal ricordo delle battaglie sacre, non
dalle nostre povere labbra, erompa l'inno della gratitudine e della
gloria.
Ritto, immobile sopra una roccia, che sovrasta al flutto delle
generazioni, bello, biondo, superbo come negli anni più fiorenti della
sua giovinezza, alzando il viso splendido e dolce di redentore,
sorridendo dai fieri e profondi occhi celesti, con le braccia erculee
incrociate sul petto vermiglio e i capelli d'oro e il mantello grigio
dati al vento, egli li vede trascorrere ai suoi piedi, e rivive con
tutta l'anima nel passato.
Qual capitano al mondo assistette mai a una sfilata più maravigliosa
di armati e di memorie?
Al primo manipolo di combattenti ch'egli trasse con sè sulla piccola
flottiglia della repubblica di Rio Grande contro i trenta navigli
della squadra imperiale brasiliana, a quello scarso drappello
temerario, così stranamente svariato di riograndesi, d'italiani, di
spagnuoli, di mulatti, di negri, infiammati dal suo primo grido di
guerra per la libertà, fra i quali brilla il viso ardito e onesto del
Carniglia, il gigante genovese, fedele a lui fino alla morte,--tien
dietro impetuosamente, cantando l'inno nazionale del Figuerroa,
sventolando lo stendardo nero in cui fiammeggia il Vesuvio, la bella
legione di Montevideo, dalle assise verdi, bianche e purpuree, che va
a combattere in difesa della sua «patria d'esiglio»;--italiani d'ogni
provincia, ricchi e poveri, commercianti e avventurieri, antichi
sergenti dell'esercito sardo, futuri generali dell'esercito italiano:
il giovane Medici, che porterà trent'anni dopo alla tomba del Pantheon
la spada del primo re d'Italia, Francesco Anzani, suo fratello
d'anima, un secondo Garibaldi, cui non mancò che la fortuna, Gaetano
Sacchi, il suo primo alfiere, i primi compagni, i primi spettatori
della sua aurora gloriosa, quelli ch'ei ricorderà per tutta la vita
con la più dolce predilezione del suo cuore d'eroe.
Passa la legione di Montevideo, e un altro esercito viene innanzi, più
tumultuoso, più ardente, più italiano, che agita in alto la bandiera
di Giuseppe Mazzini: la legione dei Vicentini, il battaglione dei
Pavesi, le reliquie dei suoi commilitoni d'America, il fiore dei prodi
delle Cinque giornate, uno stuolo di signori lombardi, uno sciame di
nizzardi e di liguri, un'accolta di combattenti di tutti i Corpi
franchi dell'alta Italia, in divisa di soldati e in panni di
cittadini, chiusi in casacche strappate ai Croati, vestiti del costume
italico con la giacca di velluto e il cappello piumato, armati di
fucili e di sciabole d'ogni forma e di spiedi e di bastoni e di scuri:
l'esercito dei volontari del '48 che passa e lo saluta d'un evviva
frenetico, rammentandogli il primo sangue italiano sparso su terra
italiana sotto le ali vittoriose del nome suo....
Ed ecco un altro esercito più bello, più potente, più glorioso:
l'esercito di Roma: i suoi valorosi di Villa Panfili e di Villa Spada,
il battaglione dei Reduci, i quattrocento universitari, i trecento
doganieri, i trecento emigrati, la sua brava legione del quarantanove;
e primi tra i primi l'eroico Luciano Manara, stretto al fianco
d'Emilio Dandolo sanguinante, nelle cui braccia rese l'anima; Goffredo
Mameli, bello come un dio risorto; Emilio Morosini, l'eroe di
diciott'anni, grondante sangue da tre ferite; il prode Dalla Longa,
morto salvando il cadavere d'un fratello; e in mezzo alle schiere,
piantala in groppa a un puledro, la sua Annita intrepida e amata che
frustò i codardi sulla via d'Orvieto, e il suo fido Ugo Bassi,
coronato a Bologna dalla morte che ambiva, e il gentile Luigi
Montaldi, il gemello del Mameli, crivellato dalle baionette dei vinti
del 30 aprile, e il Montanari, e l'Isnardi e il Marocchetti, che
accettarono il suo fiero invito sulla piazza del Vaticano, e gli
furono compagni in tutte le vicende dell'epica ritirata. E:--Gloria a
te,--gli gridano--o grande rivendicatore di Roma!--e l'inno immortale
del biondo fratello caduto ascende dall'anima loro al suo cuore.
Le note dei «fratelli d'Italia» si perdon nell'aria, e un altro
esercito s'inoltra, d'aspetto diverso e nuovo, ordinato e disciplinato
come un vecchio esercito, una fiumana di cappotti grigi e di berretti
turchini, segnati dalla croce di Savoia, battaglioni serrati e rapidi
di studenti, d'artisti, di dottori, di patrizi, d'operai, di poeti,
comandati da antichi ufficiali di Venezia, di Roma e del Tirolo,
l'esercito del '59, i valorosi Cacciatori delle Alpi; e tra le prime
file il tenente Pedotti con una palla nel cuore, e il Guerzoni con la
spalla infranta, e il De Cristoforis col ventre lacerato, e Narciso
Bronzetti, superbo di tre ferite mortali, sorridono al loro generale
adorato, e agitando le carabine e le spade vittoriose gli gridano i
nomi delle loro tre battaglie, e al suono dei tre nomi benedetti
balena la fronte augusta tre volte....
Ed ora: tre volte gloria! Ecco l'esercito leggendario, i trentamila
vincitori del '60, un torrente color di fuoco, i «mille» immortali,
soldati di tutti i popoli, centinaia di giovinetti e d'uomini canuti,
stormi di calabresi e di «picciotti», una pleiade di generali
registrati dalla storia, il Sirtori, il Cosenz, il Turr, il Lamasa,
l'antico campione del Vascello; e in capo alle file dei più bravi, i
morti venerabili e i feriti memorandi: il Tukery, fulminato
all'assalto di Palermo, Benedetto Cairoli che gitta sangue dalla
fronte, Nino Bixio che si strappa dal petto con le proprie mani la
palla borbonica, Deodato Schiaffino, bello come una figura del Da
Vinci, caduto sotto un'intera scarica di plotone a Calatafimi, Achille
Majocchi che agita tra il fumo il braccio troncato, l'Elia che
ricevette nella bocca il piombo diretto al cuore di Garibaldi, e
Filippo Migliavacca, l'eroe di Varese, morto come un romano antico a
Milazzo, e Pilade Bronzetti, il cui sacrificio sublime al Volturno
salvò l'esercito da un colpo mortale. E tutti passano lanciando le
note trionfali dell'inno del Mercantini all'immagine luminosa del loro
dio.
E un altro esercito si avanza, quanto diverso da quello che
s'allontana! ma pure bello e solenne nella sua austera tristezza: due
legioni di soldati agguerriti d'ogni terra d'Italia, il battaglione
eletto dei Palermitani, una moltitudine d'inermi, stuoli di ragazzi
scalzi, di veterani coi capelli grigi e il petto scintillante di
medaglie, laceri, infraciditi dalle lunghe pioggie, stremati dalle
marce forzate e dalla fame, pensierosi tutti e taciturni come chi
porta nell'anima una santa speranza uccisa; ma alla vista del grande
caduto d'Aspromonte rialzan tutti insieme la testa e gli gettano
l'antico motto: «Roma o morte!» con l'alterezza e con l'entusiasmo
antico, e gli gridano:--Benedetta la tua ferita, o nostro capitano e
nostro padre, poichè fu il piombo fraterno a cui t'offristi quello che
ruppe, in un colle tue carni, la prima pietra delle mura di Roma!--Ed
egli risponde loro dolcemente:--Benedetta la mia ferita!
E altri tre eserciti s'avanzan di corsa, empiendo il cielo del loro
grido. Passano i venti reggimenti rossi del '66, fiancheggiati dalle
artiglierie dell'esercito regio, portando in trionfo l'intrepido
Lombardi, grondante d'acqua del Chiese, tinta del sangue della sua
fronte spaccata, e il fortissimo Chiassi ferito nel cuore, e il
temerario Castellina, crivellato di palle a Vezza, e le sue guide e i
suoi aiutanti che fecero una barriera di petti fra lui e la morte
sulla via di Tiarno, e lo stuolo eroico ch'egli spinse all'ultimo
assalto di Bezzecca. E poi un'altra grande ondata di divise purpuree,
biancheggianti di polvere, i bersaglieri del Burlando e dello Stallo,
i carabinieri genovesi del Mayer, ultimi a lasciare il campo fatale, i
lombardi e i romagnoli del Missori, e sovrastanti a tutti, soffocati
dalla rabbia e dal dolore, risoluti a morire, il vecchio Fabrizi,
Alberto Mario, il Friggeri, il Pezzi, il Cantoni morto, il conte Bolis
morto, il Giovagnoli morto; tutto l'esercito di Monterotondo e di
Mentana, illuminato da un raggio d'oro della gloria di Roma. E
finalmente l'esercito internazionale dei Vosgi, vestito di mille fogge
e armato d'ogni forma d'arme, una folla tempestosa d'italiani, di
francesi, di spagnuoli, di greci, di polacchi, d'algerini, di soldati
stanziali e di volontari e di franchi tiratori e di guardie mobili,
che sollevano in alto anch'essi i loro morti gloriosi e le loro
bandiere insanguinate, e confondono la loro voce con le voci lontane
di quelli che passarono, gridando:--Gloria a te, che ci guidasti per
tante vie e su tante terre a combattere, sempre per una causa grande
come l'anima tua. Gloria a te, sempre il primo ad assalire, sempre
l'ultimo a cedere, sempre il più forte nella sventura, sempre il più
mite nella vittoria, sempre grande egualmente nell'ira e nell'amore,
nella oscurità e nella potenza, nel trionfo e nella morte! Gloria a
te, tribuno infaticato di tutti i popoli, cavaliere generoso di tutte
le patrie, amore e vanto del sangue tuo e della razza umana!
E quando le ultime grida dell'ultimo esercito muoion nello spazio,
un'altra folla s'avanza ancora col dolce mormorio d'un fiume
tranquillo, e son le creature sconosciute a cui egli salvò la vita, i
nemici a cui fu benigno, gli offensori a cui perdonò, e i feriti che
rialzò da terra sul campo, e i moribondi a cui resse il capo negli
ospedali, e le madri orbate a cui terse le lacrime e fece risollevare
la fronte, e le fidanzate a cui tolse un fanciullo e restituì un eroe,
e gli umili e gl'infelici d'ogni terra ch'egli soccorse e carezzò e
benedisse; e--Gloria a te--gli gridano anch'essi, levando il volto e
le mani--e sia benedetta la gloria tua!
Rimani dunque eternamente, sulla tua roccia solitaria, bello, biondo,
superbo come negli anni fiorenti della tua giovinezza, col tuo viso
splendido e dolce di redentore, sorridente dai profondi occhi celesti,
con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio e i capelli
d'oro e il mantello grigio dati al vento, e passi reverente ai tuoi
piedi, rispecchiando la tua grande immagine, l'onda infinita della
posterità.