Entrati nel palazzo dei Re d'Italia, l'animo nostro è compreso di
maraviglia salendo il maestoso scalone di bianchi marmi, che per doppio
ordine di gradini mette ai regali appartamenti.
Diverse belle statue ricordano illustri nomi: il Conte di Carmagnola,
lavoro del Dini, il Principe Tommaso, scoltura dell'Albertoni, e Re
Carlo Alberto, statua del Vela, rimpetto ad una nicchia vuota, che
aspetta dal Varni quella di Emanuele Filiberto.
Nei quattro campi laterali allo scalone veggonsi dipinti ad olio
quattro quadri, ne' quali sfavilla la mente italiana.
In uno de' campi Gaetano Ferri rappresentò il matrimonio di Adelaide
Contessa di Torino con Oddone di Savoia. Presso a quello il Gastaldi
dipinse Tommaso I, che concede carte di libertà a parecchi Comuni
dello Stato. Di rincontro a questo quadro Enrico Gamba, l'autore dei
_Funerali di Tiziano_, ritrasse il magnanimo Carlo Emanuele I, il
quale, per vendicare la indipendenza d'Italia, pronto alle battaglie,
sdegnosamente restituisce a Don Luigi Cajetano, ambasciatore di Spagna,
il Toson d'oro, e gli ordina di partire nel termine di ventiquattro
ore. Nel quarto campo il Bertini ritrasse nella villa del Parco presso
Torino Filippo d'Este che presenta Torquato Tasso al Duca Emanuele
Filiberto, il quale graziosamente lo accoglie fra personaggi delle
Corti di Savoia e d'Este, e della Repubblica di Venezia.
Ebbi un dì la grata ventura di rivedere la tela del Bertini mentre un
bel raggio di sole vividamente illuminava il mesto volto del poeta a
cui stringe amorevolmente le mani Emanuele Filiberto, in segno del
patrocinio onde i Principi di Savoia sempre furono larghi verso nobili
ingegni.
Levando gli occhi dal Tasso vidi irradiata nella volta l'apoteosi di
Carlo Alberto, affresco dal Morgari; e guardando attentamente allo
scalone e all'atrio, comechè spaziosi, mi sembrarono angusti a tanta
dovizia ivi accolta di sculture e di dipinti.
Entrato nei reali appartamenti saluto l'Hayez che in ampia tela
pennelleggiò la sete tormentosa dei Crociati presso Gerusalemme, ed il
Podesti nel _Giudizio di Salomone_. Quindi errando di sala in sala fra
arazzi di antica fabbrica piemontese, fra madreperle e fra maioliche
del Giappone e di Sèvres, fra vasi di malachite e lavori di tarsia, fra
dorature ed intagli di ogni maniera in legno, e fra bianche colonne di
marmo coi dorati capitelli corinzii, oh! spesse volte mi è dolce fra
tanta luce venerare l'Arte e la Patria.
Re Carlo Alberto volle che l'Arte fosse messaggiera del risorgimento
d'Italia, e nel 1845 commetteva al lombardo Carlo Arienti di
rappresentare in una tela, da collocarsi nella sala de' Paggi,
la Cacciata del Barbarossa da Alessandria. L'Arienti nell'opera
commessagli pel regale palazzo sè medesimo dipinse vestito da popolano
nell'atto di lanciare una pietra contro il barbaro Federico; e in tal
guisa l'inclito professore dell'Accademia Albertina diceva a' suoi
colleghi che gli artisti deggiono suscitare, e all'uopo anco eseguire
le difficili imprese per la patria.
La commissione data all'Arienti nel 1845 era il primo squillo delle
prossime battaglie nazionali; e nel 1850 quando si lamentavano le
recenti sventure dell'Italia caduta nella battaglia di Novara, ed
erano assai dubbie le speranze del nostro avvenire, Re Vittorio
Emanuele II nella pubblica mostra di Belle Arti al Castello del
Valentino, a far manifesta la perseveranza della sua fede politica,
avendo a' fianchi il Presidente del Consiglio de' Ministri e sommo
artista, Massimo d'Azeglio, per aggiungere decoro alla Reggia
acquistava il quadro di Felice Biscarra rappresentante Cola da Rienzo
che parla di libertà al popolo di Roma; e quindi acquistava pure, ad
ornare il Reale Palazzo, la tela di Gaetano Ferri che ritrae il lutto
del Piemonte per la morte di Carlo Alberto, quadro che all'autore valse
il premio della medaglia d'oro nell'Esposizione di Parigi del 1855. Lo
stesso magnanimo Re nel 1858 accogliendo ospitalmente nella Reggia la
tela del Gastaldi, in cui è raffigurato il Barbarossa vinto a Legnano,
si apparecchiava all'eroica impresa, per cui avrebbe veduto i nipoti
del Barbarossa vinti e scombuiati fuggire dai poggi di Solferino.
Andiamo a visitare le stanze regali, e vedremo l'amore del Bello
espresso da ingegni valenti e forti di patria carità. Quivi si veggono
in quattro quadri di Massimo D'Azeglio le imprese del conte Verde, di
Amedeo VII e di Emanuele Filiberto; Vittorio Amedeo II, re di Sicilia,
che sale alle pittoresche rovine di Taormina, mentre vaghissime donne
gli offrono corone di fiori. Si piange la morte di Carlo Alberto
effigiata da Francesco Gonin, e si ammirano i busti in marmo del nostro
Re, del suo Genitore e delle figlie, lodate sculture del Varni; e, a
sempre più dimostrare che la Reggia Sabauda fu ognora ospitale agli
alti ingegni, la fulgida galleria, ove il Monarca imbandisce i solenni
conviti, è riccamente adorna di cinquantaquattro ritratti di uomini
illustri del Piemonte, fra i quali in particolar modo io amo inchinare
il Maestro delle sentenze, figlio d'una lavandaia di Lomellogno, Pietro
Lombardo.
Al reale palazzo mancava la facciata corrispondente, ma non tarderà
a cominciarsi il desiderato lavoro secondo il disegno di Domenico
Ferri, che la modellò, stando allo stile barocco della Reggia, però
ingentilendolo maestrevolmente.
La facciata abbonderà di marmi e graniti con pilastri e balaustri, e
con quattro giganti colonne scanalate di ordine ionico composito, che
s'innalzeranno sino al ballatoio del secondo piano.
Per compiere la facciata con un concetto degno della Reggia e del
popolo italiano, torna bene il ricordare quanto proponeva il conte
Oprandino Arrivabene nel febbraio del 1863[46].
Egli proponeva, che il bellissimo Alfiere del Vela fosse trasferito ad
uno dei lati innanzi alla Reggia, e che gli si mettesse di rimpetto
la statua di Alessandro Lamarmora, lo strenuo institutore dei
Bersaglieri. Questo concetto è bello artisticamente, come con acconcie
parole dimostra l'Arrivabene; ed io aggiungerò che quelle due statue
rappresenterebbero l'esercito italiano, fedele custode della memorabile
reggia, da cui uscirono armati i destini d'Italia.