In mezzo ai terrori del medio evo non di rado i monisteri furono asilo
di pace e di santità, e sede nobilissima della scienza. Tale fu quello
di S. Michele della Chiusa. Basti ricordare i preclari uomini che lo
fondarono, governarono e protessero, e tosto all'ingresso del cenobio
voi vedrete svolgersi ricca di splendori la storia di dieci secoli,
da Arduino il generoso e sventurato re d'Italia, lontana imagine di
Carlo Alberto, al monarca Vittorio Emanuele II, che l'uno e l'altro
vendicando, alla trionfante nostra Penisola restituì più splendida e
sicura la regal corona dei marchesi d'Ivrea.
Sedendo su gli scaglioni della roccia presso la porta simbolica del
medio evo, nell'ora vespertina, io vidi aprirmisi lo storico volume di
un millennio. Risorti nella mia mente agitata dalla maestà del luogo e
dall'ora conveniente alle meditazioni salivano per que' scaglioni, e
per la porta misteriosa entravano nel tempio uomini di grande autorità.
Saliva il magnanimo marchese Arduino, accompagnato dal fondatore e
dal primo abate del monistero, Ugone e Adverto; e li seguivano il
beato Giovanni di Ravenna, ed Amisone, vescovo di Torino. Salivano gli
abati Benedetto il Seniore e il Giuniore, e con essi l'Ildebrando, il
restitutore della libertà alla Chiesa e combattitore delle superbie e
simonie imperiali del tedesco Enrico IV. Santo Anselmo, l'arcivescovo
di Cantorbery, congiunto di sangue coi principi di Savoia, e il
venerabile cardinale Pier Damiani salivano ragionando insieme della
fede, della ragione, della scolastica e del ristauramento della
ecclesiastica disciplina. Il beato Umberto III saliva accompagnato dal
suo diletto monaco Antoniano Giovanni Gerson, che gli andava recitando
alcuni versetti del suo libro _De imitatione Christi_. In seguito nella
chiesa odorosa d'incenso e sonante di cantici io vedeva affollarsi
lunghe schiere di monaci venerati, e famosi principi, fra i quali
Eugenio di Savoia, abate commendatario della Sagra, prima di essere
il vindice capitano delle milizie subalpine, e l'immortale Giacinto
Gerdil, precettore di Carlo Emanuele IV, l'ultimo abate, quando allo
scorcio del secolo passato la Rivoluzione francese abbatteva il vecchio
edifizio sociale per ringiovanirlo.
La mia mente non riposava, ed ultimo vedeva salire il glorioso
martire dell'indipendenza italiana, re Carlo Alberto, che tornò in
onore la deserta Abazia, e fece rivivere quello stupendo monumento di
antichità cristiana. Egli mi apparve accompagnato dal sommo filosofo
Rosmini-Serbati, al cui sodalizio della Carità affidò la cura della
risorta Abazia, divenuta, come Superga ed Altacomba, sepoltura dei
principi della R. Casa di Savoia.