A dieci miglia da Torino, nella Valle della Dora, a guisa di promontôri
irti e scabri, sorgono due monti, Pirchiriano e Caprasio, che separati
dalle acque del fiume si guardano davvicino fra mezzodì e tramontana,
come se da potenza misteriosa dovessero venir congiunti per impedire
all'avido straniero l'entrata in Italia. I due monti abbondano di
leggende, e specialmente il Pirchiriano per la famosa Badìa che
gl'incorona il capo, già abitata da monaci Benedettini, ed ora da preti
Rosminiani, uno de' quali mi è stato benevola guida al salire.
Quel Rosminiano, Clemente di nome, avea in cervello tutte quante le
cronache e tradizioni del Pirchiriano e de' luoghi circostanti, e mi
aperse i tesori della sua erudizione.
--Sino dal secolo nono dell'êra cristiana, egli mi diceva, le
nostre giogaie furono abitate da penitenti cenobiti, che sulle cime
di questo monte costruirono un oratorio all'Arcangelo S. Michele.
Invitato sullo scorcio del decimo secolo a consacrare l'oratorio,
venne Amisone vescovo di Torino. Si narra, che nella notte precedente
alla consacrazione, a lui ed ai molti del suo seguito dormenti in
Avigliana apparisse vivida luce sull'Oratorio e per le rupi del monte;
e che pieno la mente di tal visione il vescovo, giunto all'Oratorio,
incontrasse schiere luminose di angeli con insegne pontificali, e una
colomba, che scesa dal cielo volava intorno all'alpestre tempietto.
Entrato nella chiesuola vide i candelabri per prodigio accesi, e il
pavimento sparso di cenere, e su le pareti le croci stillanti di olio,
e l'altare eretto dagli angeli tutto fragrante di balsamo e d'incenso
e radioso di luce sovrumana. Allora il buon vescovo si chiarì che il
tempietto di S. Michele era stato già dagli angeli consacrato, ond'egli
ne rese grazie a Dio, offerendogli il santo sacrificio della messa su
l'altare taumaturgico.
--Voi davvero mi narrate mirabili cose, io lo interruppi: ma da qual
fonte mai traeste codeste memorie?
--Non v'ha alcun dubbio intorno alla consacrazione degli angeli,
ripigliò il prete Clemente: ne parlano con fede la Cronaca Clusina e
la Malleacense, e l'Ughelli ed Agostino della Chiesa e il Terraneo ed
altri gravi scrittori la confermano; ed anzi vi aggiungerò che i devoti
della Valle qui concorrono ogni anno a celebrare il 29 maggio, giorno
del miracolo.
Ma se desiderate udire altro di questi luoghi, vi narrerò cose non meno
mirabili, che vi tempreranno le noie dell'aspra salita.
--Sì sì, proseguite, ve ne prego, io gli risposi.
--Ebbene udite. Fra i cenobiti che assistettero alla costruzione
dell'Oratorio di S. Michele vuolsi ricordare il santo romito di
Ravenna, Giovanni Vincenzo. Il bravo prevosto di S. Ambrogio vi avrà
fatto leggere nei codici membranacei dell'archivio parrocchiale, che
Giovanni, essendo arcivescovo di Ravenna, nel conferire la cresima
dimenticò il fanciullo di una povera vedova, il quale morì senza il
sacramento della confermazione. L'arcivescovo ne fu addolorato, e colla
preghiera ottenne da Dio la risurrezione del fanciullo, onde lo potè
rendere, subito cresimato, alla madre. Salito in fama di santo per
così segnalato miracolo, a fuggire le tentazioni della vanità, lasciò
il seggio episcopale e si chiuse nella solitudine delle Alpi. Visse
penitente sul Caprasio e poi tramutossi al Pirchiriano fra i cenobiti
di S. Michele. Vien tuttavia ricordato sul Caprasio da una cappella
alla B. Vergine, ch'egli eresse, e lo ricordano le sue spoglie mortali
venerate nella chiesa di Sant'Ambrogio. Ma la più splendida memoria di
lui è la Badìa, di cui lassù appariscono le rovine, che fu edificata
col suo consiglio e patrocinio.
A que' tempi fu veduto salire per questi greppi un francese di grande
autorità, Ugone di Montboissier, gentiluomo dell'Alvernia, detto lo
_Scucito_. Avea seco la sposa Isengarda e sèguito numeroso; e veniva
da Roma, dove erasi prostrato innanzi alla tomba degli Apostoli ad
invocare dalla Chiesa perdono di gravi peccati. La Chiesa gli perdonò,
ingiungendogli a penitenza, o di vivere sette anni esule dalla patria,
o di edificare sulle Alpi un monistero.
--Edificherò un monistero--egli disse; e secondando la voce del cielo,
ed animato da angeli apparsigli in sogno, venne fra queste Alpi, e
andò sul Pirchiriano a richiedere di consiglio il romito Giovanni.
Lascio nella loro integrità le pie tradizioni del luogo, per cui vi
dirò che il signore d'Alvernia, giunto a questi dirupi, franto dai
disagi delle salite e bisognevole di ristoro per sè e i suoi, aveva
soltanto un'ampollina di vino, che però benedetta dal romito Giovanni
si converti in vena inesauribile da dissetare la stanca compagnia.
Ugone d'Alvernia a tale prodigio sempre più si accese nella
deliberazione di erigere il promesso monistero presso il miracoloso
Oratorio, spendendo in tale impresa i molti suoi tesori,
coll'assistenza del romito Giovanni, e coll'assenso di Arduino marchese
d'Ivrea, dipoi re d'Italia, sedente allora nel castello d'Avigliana.
Sorse infatti sul finire del decimo secolo, o nei primi anni
dell'undecimo il magnifico monistero, che _Abbazia della Stella_
fu nominato, ed _Abbazia di S. Michele della Chiusa_ dallo storico
paesello alle falde occidentali del monte, e più comunemente per
antonomasia la _Sagra di S. Michele_.
Papa Silvestro II, compiacendo al vescovo Amisone, fu largo di
privilegi alla Badìa di S. Michele che, per le donazioni de' fedeli
cresciuta di ricchezze, colla preghiera e coll'opera de' suoi trecento
monaci Benedettini si segnalò per santità e dottrina fra le quattro
prime badìe d'Italia, emula delle più cospicue nella cristianità.--
Mentre queste e simili altre cose mi andava raccontando il prete
Rosminiano, io non soddisfatto della cavalcatura salivo a piedi,
soffermandomi di tanto in tanto a guardare i pittoreschi dintorni, e
pensavo che gli scrittori di que' luoghi farebbero meglio a distinguere
la schietta storia dalle vane leggende, che ad accozzare un indigesto
ammasso d'incondita erudizione, come fece l'Avogadro nella sua _Storia
dell'Abbazia di S. Michele_[23], per cui si direbbe ch'egli fosse un
cronista de' tempi barbari, anzi che uno storico nella piena luce del
secolo XIX.