Accennare le trote di Cesana e non l'artifizio della loro pesca, non mi
si perdonerebbe da nessuno di quegli alpigiani.
Si accolgono dunque cinque pescatori. Due portano legni resinosi
spiccati dalle prossime foreste, un altro tiene una padella foracchiata
nel fondo, il quarto una rete triangolare, contesta a guisa di un
berretto da notte, sospesa ad un bastone spaccato alle estremità, ed
il quinto brandisce una sciabola. Si mettono legna accese entro la
padella, la quale da uno dei cinque viene pel manico sospesa in su
l'acque, e l'uomo armato di sciabola che gli sta ai fianchi, colla mano
sinistra riparandosi gli occhi da quella luce, aspetta le trote, che,
quasi affatturate dal bagliore della fiamma, si approssimano: allora
egli dà un colpo sul dorso alle improvvide, che, non appena tocche,
salgono a fior di acqua boccheggianti e dalla correntìa sono spinte
nella rete che le fa prigioniere.
Con tali arti si hanno pescagioni abbondanti, e meglio uno spettacolo
che a Gherardo delle Notti avrebbe facilmente inspirato uno di que'
singolari dipinti che gli diedero il nome.
Prendendo commiato dalla modesta locanda, _La Croce bianca_, lessi
nella cameretta da me abitata, in un quadro ben lavorato a ricamo
di seta: _La vertu, la candeur et l'amitié des parens sont le vrai
bonheur_.
Queste parole, affetto e lavoro delle due leggiadre figlie della casa,
mi lasciarono nell'animo una fragranza di caste immagini, come le rose
di Damasco quando io mi allontanava da quella popolosa città della
Siria.