STENSSON. (con voce smorzata) Signor cavaliere, signor cavaliere!
JNGER. (non l’osserva, scrive).
LYKKE. (va a lui; a mezza voce come tutto il seguito) Imprudente! Che
volete voi qui? Non vi avevo detto di aspettarmi là dentro, fintanto
che non vi avessi chiamato?
STENSSON. Come lo potevo? Adesso che mi avete confidato che Jnger
Gyldenlöve è mia madre, adesso non posso star più dall’impazienza di
vederla di faccia a faccia! (s’accorge della signora Jnger) È lei! Come
è fiera e sublime! Io me la sono sempre immaginata così. Non temete,
caro signore, io non mi tradirò. Dacchè ho appreso questo segreto, mi
sento quasi più vecchio e quasi canuto. Io non sarò più nè un selvaggio
nè uno spensierato; io voglio diventare un nobile gentiluomo come gli
altri. Sentite, ditemi però, sa lei che io son qui? L’avete preparata?
LYKKE. Naturalmente, però...
STENSSON. Ebbene?
LYKKE. Essa non vi vuole riconoscere per figlio.
STENSSON. Non riconoscermi? Ma è pure mia madre! O se non vi è
nient’altro... (egli mette fuori un anello che per un filo ha legato
intorno al collo) mostratele questo anello. Io lo porto fin da quando
ero bambino. Essa lo deve riconoscere.
LYKKE. Via quell’anello, incauto! Via, dico. Voi non mi capite. La
signora Jnger non dubita affatto, che voi siate suo figlio, però...
sì, guardatevi intorno, vedete tutte queste ricchezze, tutti questi
potenti antenati, il parentado, di cui i ritratti pendono pomposamente
da per tutto, su tutte le pareti e finalmente guardate lei stessa, la
fiera donna, abituata, come prima fra le gentildonne, a comandare nel
paese. Credete voi, che essa possa essere contenta di mostrare agli
occhi della gente un povero e rozzo garzone e dire: «Ecco, questo è mio
figlio!»
STENSSON. Sì, avete ben ragione. Io sono un povero rozzo. Io non posso
offrirle nulla in ricambio di quel che da lei desidero. Oh non ho mai
sentito l’oppressione della povertà, come in questo momento. Tuttavia
suggeritemi: Che cosa credete ch’io possa fare, per conquistare il suo
affetto? Ditemelo, prezioso amico, voi dovete pure saperlo...
LYKKE. Voi dovete conquistare il paese ed il Regno. Però prima che
ciò vi venga fatto, dovete guardarvi bene d’offendere il suo orecchio
con un’indiscrezione sopra il vostro parentado. Essa farà mostra di
considerarvi pel vero conte Sture, finchè non vi mostriate d’esser
degno di chiamarvi suo figlio.
STENSSON. O, ditemi tuttavia...
LYKKE. Silenzio, silenzio.
JNGER. (si alza e gli porge lo scritto) Signor cavaliere... eccovi la
mia promessa.
LYKKE. Grazie.
JNGER. (osservando Stensson) Ah... questo giovane è...
LYKKE. Sì, signora Jnger, questi è il conte Sture.
JNGER. (lo guarda rapita, a parte) Tratto per tratto, sì per Dio,
questi è il figlio di Steno Sture! (gli s’avvicina e gli dice con
fredda cortesia) Siate il benvenuto sotto il mio tetto, signor conte.
Sta a voi, se noi dovremo prima della fine di questo anno benedire o no
questo incontro.
STENSSON. A me? Oh, ordinatemi, quel che debbo fare. Credetemi, io ho
volontà e coraggio.
LYKKE. (ascolta inquieto) Che cosa è questo correr di gente, questo
fracasso, signora Jnger? Si vuole entrare qui. Che significa ciò?
JNGER. (a voce alta) Sono gli invitati, che si svegliano!
OLAF SKAKTAVL, EJNAR HUK, BJÖRN, FINN, _contadini e servi vengono dalla
porta in fondo a destra_.