LA SIGNORA JNGER, NILS LYKKE, NILS STENSSON.

STENSSON. (con voce smorzata) Signor cavaliere, signor cavaliere!

JNGER. (non l’osserva, scrive).

LYKKE. (va a lui; a mezza voce come tutto il seguito) Imprudente! Che

volete voi qui? Non vi avevo detto di aspettarmi là dentro, fintanto

che non vi avessi chiamato?

STENSSON. Come lo potevo? Adesso che mi avete confidato che Jnger

Gyldenlöve è mia madre, adesso non posso star più dall’impazienza di

vederla di faccia a faccia! (s’accorge della signora Jnger) È lei! Come

è fiera e sublime! Io me la sono sempre immaginata così. Non temete,

caro signore, io non mi tradirò. Dacchè ho appreso questo segreto, mi

sento quasi più vecchio e quasi canuto. Io non sarò più nè un selvaggio

nè uno spensierato; io voglio diventare un nobile gentiluomo come gli

altri. Sentite, ditemi però, sa lei che io son qui? L’avete preparata?

LYKKE. Naturalmente, però...

STENSSON. Ebbene?

LYKKE. Essa non vi vuole riconoscere per figlio.

STENSSON. Non riconoscermi? Ma è pure mia madre! O se non vi è

nient’altro... (egli mette fuori un anello che per un filo ha legato

intorno al collo) mostratele questo anello. Io lo porto fin da quando

ero bambino. Essa lo deve riconoscere.

LYKKE. Via quell’anello, incauto! Via, dico. Voi non mi capite. La

signora Jnger non dubita affatto, che voi siate suo figlio, però...

sì, guardatevi intorno, vedete tutte queste ricchezze, tutti questi

potenti antenati, il parentado, di cui i ritratti pendono pomposamente

da per tutto, su tutte le pareti e finalmente guardate lei stessa, la

fiera donna, abituata, come prima fra le gentildonne, a comandare nel

paese. Credete voi, che essa possa essere contenta di mostrare agli

occhi della gente un povero e rozzo garzone e dire: «Ecco, questo è mio

figlio!»

STENSSON. Sì, avete ben ragione. Io sono un povero rozzo. Io non posso

offrirle nulla in ricambio di quel che da lei desidero. Oh non ho mai

sentito l’oppressione della povertà, come in questo momento. Tuttavia

suggeritemi: Che cosa credete ch’io possa fare, per conquistare il suo

affetto? Ditemelo, prezioso amico, voi dovete pure saperlo...

LYKKE. Voi dovete conquistare il paese ed il Regno. Però prima che

ciò vi venga fatto, dovete guardarvi bene d’offendere il suo orecchio

con un’indiscrezione sopra il vostro parentado. Essa farà mostra di

considerarvi pel vero conte Sture, finchè non vi mostriate d’esser

degno di chiamarvi suo figlio.

STENSSON. O, ditemi tuttavia...

LYKKE. Silenzio, silenzio.

JNGER. (si alza e gli porge lo scritto) Signor cavaliere... eccovi la

mia promessa.

LYKKE. Grazie.

JNGER. (osservando Stensson) Ah... questo giovane è...

LYKKE. Sì, signora Jnger, questi è il conte Sture.

JNGER. (lo guarda rapita, a parte) Tratto per tratto, sì per Dio,

questi è il figlio di Steno Sture! (gli s’avvicina e gli dice con

fredda cortesia) Siate il benvenuto sotto il mio tetto, signor conte.

Sta a voi, se noi dovremo prima della fine di questo anno benedire o no

questo incontro.

STENSSON. A me? Oh, ordinatemi, quel che debbo fare. Credetemi, io ho

volontà e coraggio.

LYKKE. (ascolta inquieto) Che cosa è questo correr di gente, questo

fracasso, signora Jnger? Si vuole entrare qui. Che significa ciò?

JNGER. (a voce alta) Sono gli invitati, che si svegliano!

OLAF SKAKTAVL, EJNAR HUK, BJÖRN, FINN, _contadini e servi vengono dalla

porta in fondo a destra_.

La signora Inger di Östrot · 第 48 / 74 题