SCENA III.

_Detti e_ NILS LYKKE.

LYKKE. (rivolgendosi gentile alla signora Jnger) Mi avete fatto

chiamare, nobile dama?

JNGER. Da mia figlia ho saputo, che voi pensate già di lasciarci questa

notte.

LYKKE. Sventuratamente, le mie faccende in Östrot sono adesso finite.

OLAF. Non prima, ch’io abbia ricevute le lettere.

LYKKE. Perfettamente. Quasi quasi, dimenticavo il più importante della

mia missione. Ma la colpa è della padrona di casa. A tavola seppe essa

sì bene saviamente e briosamente intrattenere i suoi ospiti...

JNGER. Che voi dimenticaste, il motivo che vi aveva qui condotto? Me

ne rallegro, poichè questa era appunto la mia intenzione. Ho pensato:

Se il mio ospite Nils Lykke si dovesse trovar bene in Östrot, egli

dovrebbe...

LYKKE. Che cosa, eletta dama?

JNGER. Dimenticare pria di tutto il suo mandato... e tutto ciò, che è

accaduto pria della sua venuta.

LYKKE. (ad Olaf, nel mentre tira fuori il pacco e glielo porge) Ecco

le lettere del cancelliere. Voi vi troverete tutti gli schiarimenti sui

nostri partigiani in Svezia.

OLAF. Questo va bene. (Ei siede su d’una sedia a sinistra, apre il

pacco e sfoglia le carte).

LYKKE. Ed ora, signora Jnger Gyldenlöve, non saprei qual cosa mi resti

ancora da far qui.

JNGER. Voi potreste aver forse ragione, se unicamente i soli affari di

Stato vi avessero qui condotto. Questo non vorrei però crederlo.

LYKKE. Voi pensate...?

JNGER. Io penso, che Nils Lykke non sia venuto ospite da me, soltanto

come consigliere di Stato o alleato del cancelliere. Mi sarei

ingannata, figurandomi, che voi laggiù in Danimarca avete udito alcune

cose, che vi hanno fatto desiderare di conoscere la signora di Östrot?

LYKKE. Lontano da me il negarlo...

OLAF. (cercando nelle carte) Strano! Nessuna lettera.

LYKKE. La fama della signora Jnger Gyldenlöve si è sparsa dapertutto.

Il che mi ha fatto desiderare di conoscerla personalmente.

JNGER. L’ho pensato bene. Però non credo sia sufficiente un’ora

passata alla tavola della sera, per conoscerla. Noi vogliamo cercare

di dimenticare quel che tra noi prima è accaduto. Il Nils Lykke, ch’io

conosco, voglia stendere un velo sopra il rancore, ch’io portai contro

chi non conoscevo. Prolungate il vostro soggiorno tra noi per qualche

tempo ancora, signor consigliere di Stato! Io non tenterò di persuadere

Olaf Skaktavl. Egli ha i suoi incarichi per la Svezia. Al contrario

per quanto riguarda voi, avrete sicuramente tutto in anticipazione

così saggiamente combinato, che la vostra presenza non sarà necessaria.

Credetemi, il tempo non vi parrà lungo presso di noi; in ogni modo io e

mia figlia faremo il possibile, per farvi affettuosa compagnia.

LYKKE. Io non dubito, nè delle vostre buone intenzioni, nè di quelle di

vostra figlia verso di me. Di ciò ho avuto prova a profusione. E se io

debbo non ostante dichiarare adesso, che mi è impossibile di prolungare

il mio soggiorno in Östrot, capirete da ciò che la mia presenza è

assolutamente necessaria altrove.

JNGER. Ebbene! Sapete voi, signor consigliere di Stato, che, s’io fossi

maliziosa, potrei quasi credere, siate venuto in Östrot, per azzardare

una lotta con me. Questa lotta voi credete di averla perduta, e per

questo vi spiace d’indugiarvi più lungamente sul campo di battaglia e

presso il testimone della vostra sconfitta.

LYKKE. (ridendo) A tale spiegazione ci sarebbero parecchie ragioni

da opporre: ma il certo si è, che io non ritengo ancora perduta la

battaglia.

JNGER. Come che sia, se voi vi trattenete con noi un paio di giorni

ancora, potete eventualmente riguadagnarla. Del resto vedete voi

stesso, com’io sia titubante e irrisoluta nel bivio... di persuadere

il mio pericoloso assalitore a non abbandonare il campo. Ebbene,

parlandoci chiaro, la cosa è così: la vostra alleanza coi malcontenti

in Svezia mi sembra anche un po’... come debbo chiamarla... ecco un po’

strana, signor consigliere di Stato! Io vi dico questo senza giro di

parole, caro signore! Il pensiero che ha spinto il consigliere del re a

questo passo clandestino, mi sembra molto prudente; ma contraddice coi

precedenti dei vostri compatrioti durante l’anno scorso. Non dovete per

questo avervela a male, se la mia fiducia nelle vostre belle promesse,

ha bisogno di più forti garanzie, prima che io metta in vostra mano la

mia sicurezza ed i miei beni.

LYKKE. A questo scopo una più lunga dimora in Östrot sarebbe di poca

utilità, poichè io penso di non fare alcun altro tentativo per smuovere

la vostra decisione.

JNGER. Allora vi compiango sinceramente di cuore. Sì, signor

consigliere di Stato, è ben vero che io sono una vedova priva di

consiglieri, ma bisogna che crediate alle mie parole, se io vi

profetizzo che dal vostro viaggio in Östrot nasceranno delle cose poco

piacevoli per voi.

LYKKE. (con un sorriso) Mi profetizzate ciò, signora Jnger?

JNGER. Certamente. Che cosa si dirà, nobil cavaliere? Gli uomini

al giorno d’oggi malignano così volentieri! Più di un bello spirito

scriverà su voi delle canzoni ingiuriose. In meno di mezzo anno sarete

sulla bocca di tutti: la gente si fermerà per via, vi guarderà dietro

e dirà: «Vedete, vedete; ecco il cavaliere Nils Lykke, che è andato in

Östrot per sorprendere la signora Jnger Gyldenlöve ed invece è rimasto

preso nella sua stessa rete.»

LYKKE. (fa un movimento d’impazienza).

JNGER. Bene, bene signor cavaliere, non siate così impaziente! Questa

non è la mia opinione, però i cattivi ed i maligni giudicheranno così.

E di questi per disgrazia ve ne sono anche troppi. Sì, questo è il

male; ma è sicuro e vero che la vostra ricompensa sarà lo scherno.

Scherno, perchè una donna fu più accorta di voi. «Scaltro come una

volpe, egli s’introdusse in Östrot» si dirà; «ritornò da quel luogo

vergognoso come un cane.» Ed ancora una: Credete voi che il cancelliere

ed i suoi amici vi ringrazieranno per la vostra assistenza, se si dirà,

ch’io non oso combattere sotto la vostra bandiera?

LYKKE. Voi parlate saggiamente, nobile signora! E per non espormi allo

scherno, e più ancora, per non alienarmi l’appoggio di tutti i buoni

amici di Svezia, sono costretto...

JNGER. (gaia) Di prolungare il soggiorno in Östrot?

OLAF. (che ha ascoltato, a parte) Adesso casca egli nell’agguato!

LYKKE. No, nobile signora; io sono costretto, di conchiudere con voi un

concordato.

JNGER. E se non vi riescisse?

LYKKE. Riescirò.

JNGER. Siete sicuro del fatto vostro, a quanto pare!

LYKKE. Che cosa scommettiamo che voi consentirete alla proposizione mia

e del cancelliere?

JNGER. Il castello di Östrot contro la vostra testa!

LYKKE. (si batte sul petto e chiama) Olaf Skaktavl... vedete in me il

signore di Östrot!

JNGER. Signor consigliere di Stato!...

OLAF. (alzandosi) Ebbene, che cosa c’è?

LYKKE. (alla signora Jnger) Io non accetto la scommessa, poichè fra

momenti mi regalerete volentieri Östrot ed anche dippiù, per tirarvi

fuori dalla rete, nella quale voi siete caduta, non io.

JNGER. Il vostro scherzo incomincia a diventare assai divertente,

signor cavaliere.

LYKKE. E lo sarà più ancora... almeno per me. Voi vi siete insuperbita,

per avermi soperchiato. Voi minacciate perciò di accumulare su me

il ludibrio e lo scherno di tutti gli uomini. Ah vi dovete piuttosto

guardar voi, dal risvegliare la mia brama di vendetta, poichè con due

parole io vi posso costringere a cadermi in ginocchio.

JNGER. Ah, ah...! (essa s’arresta subitaneamente, come presa da un

presentimento). E queste due parole, Nils Lykke? queste due parole...?

LYKKE. Sono il segreto del figlio vostro e di Steno Sture.

JNGER. (con un grido) Oh Dio!...

OLAF. Il figlio di Jnger Gyldenlöve! Che dite voi mai?

JNGER. (cadendo per metà in ginocchio davanti a Lykke) Perdono! Siate

pietoso...!

LYKKE. (l’alza) Tornate in voi e discorriamo posatamente insieme.

JNGER. (con voce sommessa, come lontana) Avete sentito, Olaf Skaktavl?

Od è stato soltanto un sogno? Avete sentito ciò che egli ha detto?

OLAF. Non è stato un sogno, signora Jnger!

JNGER. (batte le mani insieme) E voi lo sapete! Voi... voi...! Però

dove l’avete nascosto? Dov’è? Che cosa ne volete fare? (gridando) Non

l’ammazzate, Nils Lykke! Restituitemelo! Non me lo ammazzate!

OLAF. Ah, incomincio a capire...

JNGER. E quest’affanno... e questa paura che mi tormenta! L’ho tenuto

nascosto per tanti lunghi anni... ed adesso tutto ad un tratto si svela

ed io debbo sopportare tanta pena e tormento! Signore Iddio, è giusto

quello che fai? Non me l’hai dato tu? (raccoglie tutte le sue forze e

con penosa, abbattuta voce dice) Nils Lykke, ditemi soltanto... Dove lo

tenete? Dov’è egli?

LYKKE. Presso il suo bailo.

JNGER. Ancora dal suo bailo! O quest’uomo è inesorabile! Egli me lo ha

sempre ricusato!... Ma così non può restare più lungamente. Aiutatemi,

Olaf Skaktavl!

OLAF. Io?

LYKKE. Non ne avrete affatto di bisogno, se voi soltanto...

JNGER. Uditemi, signor consigliere di Stato. Ciò che voi sapete, voglio

che lo sappiate pienamente. E voi pure vecchio e fedele amico! Ebbene!

Voi mi ricordaste poco fa lo sventurato giorno, in cui fu ammazzato

presso Oslo Knut Alfson. Voi mi ricordaste un giuramento ch’io feci,

quando io, circondata dai più valorosi uomini della Norvegia, stavo

presso la sua bara. Allora io era quasi una bambina. Ma allora sentivo

in me la potenza di Dio ed io credetti, ciò che molti dopo di me hanno

creduto, che lo stesso Signore mi avesse impresso il suo segno sulla

fronte, e mi avesse scelta, per combattere avanti tutto pel paese e pel

Regno. Era questa una temerità ovvero era una rivelazione dall’alto?

Io non l’ho mai approfondito. Però guai a chi ha da compiere una

grande opera! Durante sette lunghi anni, posso dire d’aver mantenuto

fedelmente la parola. Nei momenti di bisogno e nelle angustie mi

mantenni fedele ai miei compatrioti. Tutte le mie compagne erano

divenute mogli e madri. Solo a me non era permesso di prestare orecchio

a nessun amante, a nessuno. Questo lo sapete assai bene, Olaf Skaktavl!

Fu allora che vidi per la prima volta Steno Sture. Io non avevo giammai

veduto per lo innanzi un uomo più bello.

LYKKE. Adesso mi si fa tutto chiaro. Steno Sture si trovava in Norvegia

in missione segreta. Noialtri Danesi non potevamo sapere che egli

pensasse bene dei vostri partigiani.

JNGER. Travestito da semplice soldato, passò tutto un inverno con me

sotto il mio tetto. Durante quell’inverno ho pensato poco, poco alla

prosperità del Regno... Un uomo più bello non l’avevo per lo innanzi

mai veduto! Ed avevo quasi venticinque anni!... L’autunno dopo,

Steno Sture ritornò e quando andò via, portò seco un tenero bambino,

segretamente. Non che io non paventassi la mala lingua degli uomini —

ma avrebbe nuociuto al nostro affare, se fosse diventato pubblico che

Steno Sture mi era stato così vicino. Il bambino fu consegnato, per

esser allevato al cancelliere Pietro. Io sperai in tempi migliori, che

dovevano venir presto; ma non vennero mai! Steno Sture si ammogliò due

anni dopo in Svezia, e quando egli morì, lasciò una vedova...

OLAF. E con lei un legittimo erede del suo nome e dei suoi diritti.

JNGER. Scrissi innumerevoli volte al cancelliere, supplicandolo di

ridarmi il mio bambino. Ma egli si è ricusato sempre: «Stringetevi a

noi con nodo saldo ed indissolubile» rispondeva egli «ed io manderò

in Norvegia a voi vostro figlio, prima no.» Come potevo io arrischiare

questo? Noi malcontenti eravamo allora guardati di traverso dai molti

paurosi qui in paese. Essi ricevevano notizie delle cose... o io lo so

bene! per colpire la madre, avrebbero preparato al bambino la stessa

sorte, incontrata dal re Cristiano, se questi non si fosse salvato con

la fuga. Ma oltre a ciò i Danesi non perdevano il loro tempo. Essi non

tralasciavano nè minaccie, nè promesse per tirarmi dalla loro...

OLAF. Ben inteso. Tutti gli occhi erano rivolti su voi come sopra una

banderuola, verso la quale essi volevano far vela.

JNGER. Allora accadde la ribellione di Herulf Hydefad. Ricordate quel

tempo, Olaf Skaktavl? Fu, come se un’aprica primavera fosse venuta

su tutto il paese! Moltissime voci mi gridarono di farmi innanzi,

ma non ne ebbi il coraggio. Io rimasi irresoluta, lontana dal campo,

nella mia solitaria Corte. Alle volte mi pareva, come se Dio stesso mi

chiamasse; ma d’allora mi rivenne quella mortale angoscia, che fiaccò

ogni mia volontà. «Chi vincerà?.» Vedete, questa era la domanda che

continuamente mi risuonava all’orecchio. Ma, hai! durò poco quella

primavera, allora in Norvegia. Herulf Hydefad e molti altri con lui

il mese seguente furono arrotati. Da me nessuno potè pretender nulla.

E non ostante la Danimarca non tralasciò di minacciare per altra via.

Come se essi sapessero del segreto? In conclusione io non potevo che

pensare a questo. In quel momento pieno di tormenti capitò qui in

Östrot il governatore del Regno Gyldenlöve e mi chiese in matrimonio.

Mettete al mio posto una madre addolorata come me! Un mese dopo ero

la moglie del governatore del Regno... e da’ miei compatrioti creduta

senza più affetti di patria. D’allora scorsero gli anni tranquilli. Non

si sollevò più nessuno. I potenti ci poterono opprimere nel modo più

severo ed avvilente che a loro piacque. Venne un momento, in cui ebbi

disgusto di me stessa. Perchè? Che cosa avevo io fatto? Niente, fuor

che tormentarmi con affanni, farmi schernire, e dare al mondo delle

figlie. Le mie figlie! Dio mi voglia perdonare se non ho per loro alcun

cuore di madre. Il dovere della moglie era per me una servitù imposta.

Come potevo amare le mie figlie? O con mio figlio era tutt’altro!

Egli era il figlio prediletto dell’anima mia! Egli era l’unico che mi

ricordava il tempo felice, poichè io ero donna, nient’altro che donna.

E me lo avevano preso! Egli cresceva in mezzo a gente estranea, che

forse gli stillava nell’anima il seme della corruzione! Olaf Skaktavl,

se io avessi dovuto, come voi, cacciato co’ bracchi e solitario,

correre per monti e valli, in mezzo al vento e alla tempesta ed avessi

avuto con me il mio bambino in braccio, credetemi, non avrei sparse

tante lagrime amare, quanto ne ho sparse per lui dal giorno della sua

nascita fin’oggi, nè mi sarei tanto addolorata.

OLAF. Qua la mano. Io vi ho giudicato troppo severamente, signora

Jnger. Disponete di me sempre, come fin’oggi. Io vi obbedirò. Sì, per

tutti i Santi, io so che cosa sia portare il lutto pel proprio figlio!

JNGER. Le vostre violenze lo hanno ucciso. Ma che cosa è la morte in

confronto al tormentoso dolore per tanti lunghi anni?

LYKKE. Ebbene, dipende da voi di por fine a questo tormento. Conciliate

i partiti combattenti, ed allora a nessuno di loro verrà più in mente

di trattenere vostro figlio in ostaggio, in garanzia della vostra

fedeltà.

JNGER. (a parte) Questa è una vendetta del cielo! (guardandolo) Dite

breve e chiaro che cosa pretendete!

LYKKE. Prima desidero che chiamiate al Nord sotto le armi il popolo,

per sostenere i malcontenti in Svezia.

JNGER. E poi...?

LYKKE. Che voi vi adoperiate in modo, che il giovine conte Sture sia

messo nel diritto della sua discendenza come sovrano di Svezia.

JNGER. Egli? Voi volete che io...?

OLAF. (sommesso) È il desiderio di molti Svedesi. Ciò sarebbe anche

utile a noi.

LYKKE. Voi esitate, nobile dama? Voi tremate per la sicurezza di vostro

figlio? Che cosa potete desiderare di meglio dal vedere sul trono suo

fratello?

JNGER. (pensierosa) È ben vero... è ben vero!...

LYKKE. (la guarda severamente) Se doveste maturare voi un altro

progetto...

JNGER. Che cosa credete voi?

LYKKE. Che Jnger Gyldenlöve mediti sopra... di diventare madre di re.

JNGER. No, no! Restituitemi il figlio mio, e date pure la corona a chi

volete. Tuttavia, sapete voi per caso se il conte Sture ha intenzione,

di...

LYKKE. Su questo può darvene la certezza egli stesso.

JNGER. Egli stesso? E quando?

LYKKE. Anche adesso.

OLAF. Come ciò?

JNGER. Che dite?

LYKKE. In una parola, il conte Sture si trova in Östrot.

OLAF. Qui?

LYKKE. (a Jnger) Vi sarà stato forse riferito ch’io cavalcavo insieme

con un altro, venendo verso il castello. Il mio compagno era il conte

Sture.

JNGER. (sottovoce) Io sono in suo potere! Non mi rimane alcuna scelta.

(lo guarda e dice) Ebbene, signor consigliere di Stato... vi garantisco

il mio appoggio.

LYKKE. Per iscritto?

JNGER. Come desiderate. (va al tavolo a sinistra, siede e alza il

coperchio della cassetta del _necessaire_ da scrivere).

LYKKE. (a destra della tavola, a parte) Finalmente la vittoria è mia!

JNGER. (dopo un momento di riflessione, si volta prontamente e mormora

ad Olaf Skaktavl fra il tavolo) Olaf Skaktavl, adesso son sicura che

Nils Lykke è un traditore.

OLAF. (sottovoce) Come? voi credete?

JNGER. Ei medita un inganno. (mette in ordine la carta ed intinge la

penna).

OLAF. (vuole andare).

JNGER. No, rimanete e udite ancora... (essa parla sottovoce con lui).

OLAF. E voi vorreste dargli per iscritto questa assicurazione, che

potrebbe essere la vostra rovina?

JNGER. Zitto, lasciatemi fare.

LYKKE. (la guarda negli occhi, quindi sottovoce) Ah, consultatevi pure,

quanto volete. Adesso ogni pericolo è passato. Colla sua promessa

scritta in tasca, io posso ad ogni ora sollevare di nuovo l’accusa.

Tuttavia questa notte manderò un messo segreto a Jens Bielke... Io non

mancherò alla mia parola, se io lo assicuro che il giovane conte Sture

non è in Östrot. E poi domani, se la strada è libera, verso Droutheim

col giovine gentiluomo. Di là per mare verso Copenaghen con lui,

come prigioniero. Quando egli sarà in prigione, potremo ordinare alla

signora Jnger ciò che più ci piacerà. Ed io... dopo ciò, penso, che il

Re in nessun’altra mano che la mia affiderà l’ambasciata di Francia.

JNGER. (sempre conferendo con Olaf Skaktavl) Ebbene, mi avete dunque

capito?

OLAF. Perfettamente. Sia dunque fatto come volete. (via dalla porta in

fondo a destra).

STENSSON. (viene avanti dalla prima porta a destra, senza esser visto

dalla signora Jnger).

La signora Inger di Östrot · 第 46 / 74 题