SCENA IV.

NILS LYKKE _e_ NILS STENSSON.

LYKKE. (mettendo mano alla spada) Che c’è?

STENSSON. (che è saltato nella stanza) Affè! Sono anch’io qui,

finalmente!

LYKKE. (Sommesso) Che vuol dir ciò?

STENSSON. La pace di Dio sia con voi, signore!

LYKKE. Grazie, signore! Voi avete per altro scelto un bizzarro ingresso.

STENSSON. Sì, per tutti i diavoli! Che mi rimaneva del resto? Il

portone era già chiuso. Qui nel castello la gente deve avere un sonno,

come l’orso in inverno.

LYKKE. Dio sia ringraziato! Una coscienza retta è un cuscino soffice,

come voi sapete.

STENSSON. Sì, dev’esser come voi dite; poichè per quanto io martellassi

e bussassi...

LYKKE. Non ostante non vi è stato aperto.

STENSSON. Proprio così. Dissi dunque a me stesso: Poichè stasera

devi trovarti in Östrot anche dovendo passare in mezzo al fuoco ed

all’acqua, puoi benissimo scivolare anche per una finestra.

LYKKE. (sotto voce) Ah, se egli...! (avvicinandosi di un paio di passi)

V’importava d’arrivare in Östrot giusto stasera?

STENSSON. Se m’importava! Sicuro, l’ho dovuto almeno pensare. Dovete

sapere ch’io mi faccio aspettare raramente.

LYKKE. Ah... Dunque la signora Juger Gyldenlöve vi aspetta?

STENSSON. La signora Jnger Gyldenlöve? A questo non posso precisamente

rispondere (con un fino sorriso). Ma vi è forse un altro qui...

LYKKE. (pure sorridendo) Ebbene, vi è fors’anche un altro qui...

STENSSON. Dite su. Appartenete alla casa voi?

LYKKE. Io? Quasi, poichè da questa sera sono ospite della signora Jnger.

STENSSON. Così? Io credo, che noi siamo alla terza notte dopo la festa

di S. Martino.

LYKKE. La terza notte dopo... Sì, voi avete ben ragione... Desiderate

forse di esser condotto subito alla presenza della padrona del

castello? Per quanto io sappia, non si è ancora ritirata. Tuttavia

non vorreste sedervi e riposarvi, mio caro gentiluomo? Vedete, qui è

rimasto ancora un boccale di vino; troverete pure un po’ di mangiare;

servitevene liberamente, dovete aver bisogno di rifocillarvi.

STENSSON. Avete ragione. Questo non sarà male. (siede, mangia e beve

mentre seguita) Arrosto e focaccia dolce! Voi conducete qui una vita da

signore. Se si avesse dormito come me sulla nuda terra, e vissuto con

solo pane ed acqua per 45 giorni...

LYKKE. (lo osserva sorridendo) Sì, questo deve essere assai difficile

per chi è abituato a sedere sull’alta sedia nella sala dei Conti

STENSSON. Nella sala dei Conti...?

LYKKE. Però, ora potete riposarvi qui in Östrot per tutto il tempo, che

vi piacerà.

STENSSON. Ah, lo posso realmente? Non debbo ripartire subito?

LYKKE. Non lo so. A questo potete voi stesso rispondere meglio d’ogni

altro.

STENSSON. (sottovoce) O per tutti i diavoli! (siede comodamente) Sì,

vedete... la cosa non è ancora decisa del tutto. Per conto mio non

avrei niente in contrario per accomodarmi qui pel primo; ma...

LYKKE. Ma voi non siete in tutto e per tutto padrone di voi stesso?

Avete altre commissioni, altre cure...?

STENSSON. Sì, là sta appunto il nodo della questione. Se stesse in me,

mi riposerei senz’altro qui in Östrot per passarvi l’inverno. Io ho

trascorso il tempo per la massima parte sul piede di guerra, quindi...

(s’interrompe d’un tratto, si versa un bicchier di vino e beve). Alla

vostra salute, signore!

LYKKE. Sul piede di guerra? Hem!

STENSSON. Non volevo dir questo. Da lungo tempo ho nutrito il desiderio

di vedere la signora Jnger Gyldenlöve, di cui tanto si parla. Essa deve

essere una eccellente donna. L’unica cosa, dov’io non mi racapezzo, è

che ella non si voglia di buon grado distaccare...

LYKKE. Distaccare?

STENSSON. Sicuro, voi mi capite bene: io penso che essa farà

malvolentieri qualcosa, per discacciare i cavalieri stranieri dal

paese.

LYKKE. Sì, per questo avete ragione. Ma ora dovete fare tutto quel che

potete, chi sa che non otteniate forse lo scopo.

STENSSON. Io? Dio buono! Gioverebbe di molto, se io...

LYKKE. Allora è pur strano, che la ricerchiate, se non nutrite migliori

speranze.

STENSSON. Che cosa intendete dire? Sentite, conoscete la signora Jnger?

LYKKE. Certamente... poichè sono suo ospite...

STENSSON. Con questo non è ancor detto, che voi la conosciate. Alla mia

volta sono anch’io suo ospite e non ho ancora vista la sua ombra.

LYKKE. Ma voi sapete tuttavia di raccontare...

STENSSON. Quel che tutti sanno? Naturalmente, su ciò ho spesso udito

abbastanza dal cancelliere... (si ferma confuso e incomincia a mangiare

in fretta).

LYKKE. Volevate dire ancora qualcosa.

STENSSON. (mangiando) Io? O no,... niente d’importante.

LYKKE. (ride).

STENSSON. Di che ridete voi, signore?

LYKKE. Di nulla, signore!

STENSSON. (beve) Voi qui bevete un vino di fuoco.

LYKKE. (accostandosi famigliarmente) Non sarebbe ora tempo di metter

giù la maschera?

STENSSON. (ridendo) La maschera? Potete tenerla, come meglio vi piace.

LYKKE. Da banda la finzione. Voi siete riconosciuto, signor conte Sture!

STENSSON. (con una risata) Conte Sture? Anche voi credete ch’io sia il

conte Sture? (s’alza). Sbagliate, cavaliere. Io non sono quel che dite.

LYKKE. Veramente no? Ed allora chi siete?

STENSSON. Mi chiamo Nils Stensson.

LYKKE. (lo guarda ridendo) Hem! Nils Stensson? E voi non siete Nils,

figlio di Steno Sture? Il nome coincide perfettamente.

STENSSON. È vero. Ma Dio può sapere con qual diritto io lo porti! Io

non ho conosciuto mai mio padre, mia madre era una povera contadina,

la quale in una delle prime ostilità fu saccheggiata ed uccisa. Il

cancelliere Pietro era appunto in quel tempo nelle vicinanze, mi prese

con sè, mi nutrì, e mi ammaestrò nel maneggio delle armi. Come voi

sapete, egli fu per molti anni inseguito dal re Gustavo, ed io l’ho

fedelmente accompagnato, là dove egli è andato.

LYKKE. Il cancelliere Pietro non vi ha insegnato soltanto il maneggio

delle armi, a quanto sembra. Ebbene! Voi dunque non siete Nils Sture?

Voi venite tuttavia dalla Svezia; il cancelliere Pietro vi manda qui,

presso uno straniero, il quale...

STENSSON. (accenna scaltramente) Egli è già trovato.

LYKKE. (un po’ incerto) E voi non lo conoscete?

STENSSON. Così poco quanto voi conoscete me; poichè vi giuro per Dio,

che non sono il conte Sture.

LYKKE. Sul serio, signore?

STENSSON. Per quanto è vero ch’io vivo! Perchè dovrei negarlo, se lo

fossi?

LYKKE. Ma dov’è allora il conte Sture?

STENSSON. (sottovoce) Sì, questo è appunto il mistero...

LYKKE. (mormorando) Che voi conoscete? Nevvero?

STENSSON. (accenna) Ed io debbo parteciparvelo.

LYKKE. A me? Ebbene... dov’è egli?

STENSSON. (addita in alto).

LYKKE. Lassù? Che la signora Jnger lo tenga nascosto nel granaio?

STENSSON. No, davvero; voi non mi capite. (guarda intorno cauto) Nils

Sture è in cielo!

LYKKE. Morto? Dove?

STENSSON. Nel castello di sua madre... già da tre settimane.

LYKKE. Ah! Voi m’ingannate! Da cinque o sei giorni entrava nei confini

della Norvegia.

STENSSON. Oh, quegli ero io.

LYKKE. Ma poco tempo prima il conte si era mostrato in Dalekarlia.

Il popolo, che di già era inquieto, si mise in aperta ribellione e lo

voleva proclamare re.

STENSSON. Ah, ah, ah! quegli ero io!

LYKKE. Voi?

STENSSON. Adesso vi voglio raccontare, come è avvenuto. Un giorno il

cancelliere mi chiamò a sè e mi diede ad intendere che si preparavano

grandi avvenimenti. Egli mi comandò di partire per Östrot in Norvegia,

dove mi sarei trovato in un tempo stabilito...

LYKKE. (accenna) Il terzo giorno dopo la fiera di San Martino?

STENSSON. Là, io avrei trovato uno straniero...

LYKKE. Giusto... quello sono io!

STENSSON. Da lui avrei saputo, quel che mi rimarrebbe a fare. Io debbo

dire a lui, che il conte è morto improvvisamente; ma che nessuno lo

sa ancora, fuori che sua madre e la contessa, e con loro alcuni vecchi

servitori dello Sture.

LYKKE. Capisco. Il conte era il capo dei contadini. Se la sua morte

vien conosciuta, essi si dividono e tutto l’affare va in malora.

STENSSON. Può essere. Io non sono molto in dentro nella cosa.

LYKKE. Ma come vi è potuto accadere di esser preso per il conte?

STENSSON. Come mi è potuto accadere? Per quel che so!... Mi è

accaduto già altre volte nella vita questa stupidaggine. Non è

del resto invenzione mia; quando andai in Dalekarlia, mi venne il

popolo unitamente incontro e mi salutò come conte Sture. Non giovò

a nulla quel che anche ho potuto loro dire per dissuaderli. Essi mi

raccontarono che il conte era stato tra loro due anni prima, ed il più

piccolo dei bambini mi riconosceva. Ebbene, sia pur così, pensai: tu

non sarai mai conte in tua vita, provalo una volta, che cosa può essere

un conte.

LYKKE. Ebbene, eppoi come faceste?

STENSSON. Io? Mangiai e bevei e mi feci trattare bene. Peccato però

ch’io dovetti andar subito via. Quando fui al confine... ah, ah,

ah... Allora promisi loro, che io sarei tosto ritornato con tre o

quattro mila uomini, o come più sarebbe stato possibile e poi avremmo

ricominciato davvero.

LYKKE. E non vi è capitato mai più di agire storditamente?

STENSSON. Di poi, sì, capitò, ma veramente era già tardi.

LYKKE. Mi duole per voi, mio giovine amico; ma sentirete presto le

conseguenze della vostra stoltezza. Io posso avvertirvi che voi siete

stato inseguito. Una divisione della cavalleria svedese vi sta alle

calcagna.

STENSSON. A me? ah, ah, ah. Ma, questa è splendida. E se essi vengono e

presumono di aver nelle unghie il conte Sture... ah, ah, ah!

LYKKE. (serio) Allora sarebbe finita per voi.

STENSSON. Per me...? Io non sono il conte Sture.

LYKKE. Ma voi avete chiamato il popolo alle armi. Avete fatta una

promessa ribelle; voi avete fomentata la discordia.

STENSSON. Ma questo è stato per scherzo soltanto.

LYKKE. Il re Gustavo vedrà la cosa sott’altro aspetto.

STENSSON. Affè, vi è qualcosa di vero, in quel che dite. Ch’io abbia

potuto essere così stolto? Ebbene, mi discolperò! Voi prenderete a

cuore il mio affare, e del resto i cavalieri non mi sono ancora alle

calcagna.

LYKKE. Che cosa avete ancora da dirmi?

STENSSON. Io? Nulla! Quando vi avrò consegnato questo pacchetto...

LYKKE. (inconsideratamente) Un pacchetto?

STENSSON. Sicuro, voi sapete...

LYKKE. Ah, giusto; le carte del cancelliere...

STENSSON. Vedete, eccole insieme e molte (egli porge a lui un pacco che

aveva tratto fuori prima dal farsetto).

LYKKE. (sommesso) Lettere e pergamene al signor Olaf Skaktavl!? (a

Stensson) Il pacco è aperto, come vedo. Voi quindi ne conoscete il

contenuto.

STENSSON. Nossignore, io non leggo volentieri lo scritto: ciò ha anche

il suo motivo.

LYKKE. Capisco. Voi vi siete occupato di più del maneggio delle

armi. (siede colla sedia a destra della tavola e scorre le carte)

ah! Schiarimenti più che sufficienti per comprendere ciò che si sta

operando. Questa piccola lettera con un cordoncino di seta intorno...

(esamina la soprascritta). Anche al sig. Olaf Skaktavl. (apre la

lettera ed esamina rapidamente il contenuto). Del cancelliere Pietro.

Me lo dovevo immaginare (legge mormorando): «Io sono in grande affanno,

poichè...» Sì, perfettamente, qui sta così «il giovine Sture è andato

segretamente da’ suoi parenti, proprio nel momento, quando doveva

scoppiare la ribellione... ma ancora tutto può rifarsi bene.» Ma che

cosa sarà ciò? (s’interrompe e legge avanti) «Voi dovete adesso sapere,

sig. Olaf Skaktavl, che il giovane, che vi porta questa lettera, è

un figlio di...» Cielo e terra! questo sta scritto qui. Sì, per il

sangue di Nostro Signore Crocifisso, è qui scritto! (con uno sguardo

a Stensson) Egli sarebbe...? Ah, se ciò fosse! (legge avanti) «Io

l’ho cresciuto fin dai suoi primi anni; ma fino al giorno d’oggi mi

son sempre ricusato di restituirlo, poichè ho pensato di aver in lui

un sicuro ostaggio, che ci assicura la fedeltà della signora Jnger

Gyldenlöve per noi e per i nostri amici. Però egli ci ha giovato poco

a questo scopo finora. Voi dovete esser meravigliato che io non vi ho

confidato questo segreto, quando foste mio ospite qui, poco tempo fa,

ed io voglio confessarvi onestamente, ch’io temetti lo poteste ritenere

come me per lo stesso motivo. Adesso invece che vi siete trovato colla

signora Jnger, vi sarete probabilmente accertato, come essa abbia

poca volontà di approvare il nostro affare; riconoscerete che sarà

molto savio di rendere a lei, quel che le appartiene. Potrebbe essere

probabile forse, che la gioia e la riconoscenza... questa è la nostra

ultima speranza» (siede un po’ come vinto dalla sorpresa, quindi d’un

tratto, a parte). Ah, qual lettera! Essa vale tant’oro!

STENSSON. A quanto mi sembra, il messaggio che v’ho portato è ben

importante. Sì, sì, il cancelliere ha parecchi di tali ferri al fuoco,

come suol dirsi.

LYKKE. Che farò io di tutto questo? Si possono prendere mille vie...

Se io...? No, questo sarebbe molto incerto. Ma se...? Ah, nel caso

che io...? Bisogna essere audaci. (straccia la lettera per mezzo,

conservandone le parti nel farsetto, ripone le altre carte nel

pacchetto e se l’infila nella cintola, ed alzandosi dice). Una parola

ancora, mio giovine amico.

STENSSON. Ebbene, avete letto come il giuoco va bene?

LYKKE. Sì, lo dovevo immaginare. Voi mi avete dato del buon giuoco in

mano.

STENSSON. Ma io, che v’ho portato tutte queste buone notizie, non ho

piò da far nulla?

LYKKE. Voi? Dovevo pur pensarlo. Voi entrate nel giuoco. Voi siete il

Re e per soprappiù il trionfo.

STENSSON. Io? O sì, ora vi capisco; voi pensate forse all’elevazione...

LYKKE. Qual’elevazione?

STENSSON. Se la gente di re Gustavo riescisse a prendermi, voi mi

profetate che... (fa il segno di chi viene impiccato).

LYKKE. È pur vero... ma non vi lasciate più a lungo tentare; a voi sta

adesso, se prima della fine del mese vorrete cingere il vostro collo di

un nodo scorsoio, ovvero d’un’aurea catena.

STENSSON. Un’aurea catena? E questo dipende da me?

LYKKE. (accenna di sì).

STENSSON. Allora, ci penserà pure il diavolo! Ditemi soltanto, come mi

debbo comportare.

LYKKE. Ecco. Prima però prestatemi sacro giuramento che nessuno al

mondo saprà, quel che io vi confiderò.

STENSSON. Altrimenti nulla? Se volete, ve ne faccio dieci dei

giuramenti.

LYKKE. Un po’ di serietà, signore! Io non scherzo con voi.

STENSSON. Bene, bene: eccomi serio.

LYKKE. In Dalekarlia vi hanno chiamato figlio del conte...; non è egli

vero?

STENSSON. Eh, adesso ricominciate daccapo. V’ho già onestamente

confessato...

LYKKE. Non mi capite. Quel che avete detto là, era verità.

STENSSON. Verità? A che volete riescire? Ma tuttavia mi dite...!

LYKKE. Prima il giuramento! Per tutto ciò che avete di più sacro ed

inviolabile.

STENSSON. Ne avete tutto il diritto. Là, dalla parete pende il ritratto

della Vergine Maria...

LYKKE. La Vergine Maria in quest’ultimi tempi ha perduto molto del suo

credito. Non avete sentito, ciò che afferma il monaco di Wittemberg?

STENSSON. Via! Come potete prestar fede al monaco di Wittemberg. Il

cancelliere dice, che egli è un eretico.

LYKKE. Non litighiamo ora su questo. Però vi voglio qui mostrare un

preziosissime santo, sul quale dovete giurare. (addita ad un quadro

attaccato ad una colonna del muro). Venite qua... e promettetemi il

silenzio, fintantochè io stesso non vi sciolga dal vostro giuramento.

Silenzio per tutto quello che voi sperate di felicità nel cielo per voi

stesso e per quello che è nel quadro...

STENSSON. (avvicinandosi al quadro) Lo giuro... e che Dio e la sua

santa parola mi sovvenga! (tirandosi indietro sorpreso). Ma Cristo, mio

Redentore!...

LYKKE. Che avete?

STENSSON. Quel quadro là,... quello è il mio ritratto!

LYKKE. Egli è il vecchio Steno Sture al tempo della sua giovinezza.

STENSSON. Steno Sture! Ed il presentimento...? E... Ditemi, ho detto la

verità quando mi son chiamato figlio del conte? Non è vero?

LYKKE. Appunto.

STENSSON. Ah, ecco, ecco! Io sono...

LYKKE. Voi siete figlio di Steno Sture, signore!

STENSSON. (rimane vinto da muta sorpresa) Io figlio di Steno Sture!

LYKKE. E da parte di madre siete nobile. Il cancelliere non vi ha

detto il vero, quando vi ha affermato, che vostra madre era stata una

contadina.

STENSSON. Strano, meraviglioso! Posso mai crederci?

LYKKE. Potete credere tutto quel che vi dico. Ma pensate bene, che

questo sarà la vostra rovina, se dimenticate quel che avete giurato

sulla salute di vostro padre.

STENSSON. Dimenticarlo? No, siatene sicuro, non lo farò mai! Però voi,

cui ho data la mia parola chi siete? Dite!

LYKKE. Il mio nome è Nils Lykke.

STENSSON. (sorpreso) Nils Lykke? Non però il consigliere di Stato

danese.

LYKKE. Appunto quello.

STENSSON. E voi dovete...? Strano! Come c’entrate voi...?

LYKKE. A ricevere il messaggio del cancelliere? Vi meraviglia?

STENSSON. Non posso negarvelo. Egli vi ha chiamato sempre il suo più

acerrimo avversario...

LYKKE. E per questo diffidate di me?

STENSSON. No, niente affatto; ma... affè, il diavolo mi danni!

LYKKE. Avete ragione. Se seguite ciò che vi dice la vostra testa, la

corda di canape non vi mancherà certamente, nello stesso modo che non

vi mancherà il nome di conte e l’aurea catena, se vi fidate di me.

STENSSON. In tutto e per tutto! Eccovi la mia mano, caro signore!

Consigliatemi, finchè ce ne sarà di bisogno. Se capitasse di battermi,

saprò ben io difendermi.

LYKKE. Bene. Seguitemi adesso in quella stanza, là vi dirò, come tutto

è combinato e ciò che vi resta a fare. (via dalla destra).

STENSSON. (con uno sguardo al ritratto) Io figlio di Steno Sture!

Meraviglioso come un sogno! (segue Lykke).

La signora Inger di Östrot · 第 41 / 74 题