NILS LYKKE _e_ NILS STENSSON.
LYKKE. (mettendo mano alla spada) Che c’è?
STENSSON. (che è saltato nella stanza) Affè! Sono anch’io qui,
finalmente!
LYKKE. (Sommesso) Che vuol dir ciò?
STENSSON. La pace di Dio sia con voi, signore!
LYKKE. Grazie, signore! Voi avete per altro scelto un bizzarro ingresso.
STENSSON. Sì, per tutti i diavoli! Che mi rimaneva del resto? Il
portone era già chiuso. Qui nel castello la gente deve avere un sonno,
come l’orso in inverno.
LYKKE. Dio sia ringraziato! Una coscienza retta è un cuscino soffice,
come voi sapete.
STENSSON. Sì, dev’esser come voi dite; poichè per quanto io martellassi
e bussassi...
LYKKE. Non ostante non vi è stato aperto.
STENSSON. Proprio così. Dissi dunque a me stesso: Poichè stasera
devi trovarti in Östrot anche dovendo passare in mezzo al fuoco ed
all’acqua, puoi benissimo scivolare anche per una finestra.
LYKKE. (sotto voce) Ah, se egli...! (avvicinandosi di un paio di passi)
V’importava d’arrivare in Östrot giusto stasera?
STENSSON. Se m’importava! Sicuro, l’ho dovuto almeno pensare. Dovete
sapere ch’io mi faccio aspettare raramente.
LYKKE. Ah... Dunque la signora Juger Gyldenlöve vi aspetta?
STENSSON. La signora Jnger Gyldenlöve? A questo non posso precisamente
rispondere (con un fino sorriso). Ma vi è forse un altro qui...
LYKKE. (pure sorridendo) Ebbene, vi è fors’anche un altro qui...
STENSSON. Dite su. Appartenete alla casa voi?
LYKKE. Io? Quasi, poichè da questa sera sono ospite della signora Jnger.
STENSSON. Così? Io credo, che noi siamo alla terza notte dopo la festa
di S. Martino.
LYKKE. La terza notte dopo... Sì, voi avete ben ragione... Desiderate
forse di esser condotto subito alla presenza della padrona del
castello? Per quanto io sappia, non si è ancora ritirata. Tuttavia
non vorreste sedervi e riposarvi, mio caro gentiluomo? Vedete, qui è
rimasto ancora un boccale di vino; troverete pure un po’ di mangiare;
servitevene liberamente, dovete aver bisogno di rifocillarvi.
STENSSON. Avete ragione. Questo non sarà male. (siede, mangia e beve
mentre seguita) Arrosto e focaccia dolce! Voi conducete qui una vita da
signore. Se si avesse dormito come me sulla nuda terra, e vissuto con
solo pane ed acqua per 45 giorni...
LYKKE. (lo osserva sorridendo) Sì, questo deve essere assai difficile
per chi è abituato a sedere sull’alta sedia nella sala dei Conti
STENSSON. Nella sala dei Conti...?
LYKKE. Però, ora potete riposarvi qui in Östrot per tutto il tempo, che
vi piacerà.
STENSSON. Ah, lo posso realmente? Non debbo ripartire subito?
LYKKE. Non lo so. A questo potete voi stesso rispondere meglio d’ogni
altro.
STENSSON. (sottovoce) O per tutti i diavoli! (siede comodamente) Sì,
vedete... la cosa non è ancora decisa del tutto. Per conto mio non
avrei niente in contrario per accomodarmi qui pel primo; ma...
LYKKE. Ma voi non siete in tutto e per tutto padrone di voi stesso?
Avete altre commissioni, altre cure...?
STENSSON. Sì, là sta appunto il nodo della questione. Se stesse in me,
mi riposerei senz’altro qui in Östrot per passarvi l’inverno. Io ho
trascorso il tempo per la massima parte sul piede di guerra, quindi...
(s’interrompe d’un tratto, si versa un bicchier di vino e beve). Alla
vostra salute, signore!
LYKKE. Sul piede di guerra? Hem!
STENSSON. Non volevo dir questo. Da lungo tempo ho nutrito il desiderio
di vedere la signora Jnger Gyldenlöve, di cui tanto si parla. Essa deve
essere una eccellente donna. L’unica cosa, dov’io non mi racapezzo, è
che ella non si voglia di buon grado distaccare...
LYKKE. Distaccare?
STENSSON. Sicuro, voi mi capite bene: io penso che essa farà
malvolentieri qualcosa, per discacciare i cavalieri stranieri dal
paese.
LYKKE. Sì, per questo avete ragione. Ma ora dovete fare tutto quel che
potete, chi sa che non otteniate forse lo scopo.
STENSSON. Io? Dio buono! Gioverebbe di molto, se io...
LYKKE. Allora è pur strano, che la ricerchiate, se non nutrite migliori
speranze.
STENSSON. Che cosa intendete dire? Sentite, conoscete la signora Jnger?
LYKKE. Certamente... poichè sono suo ospite...
STENSSON. Con questo non è ancor detto, che voi la conosciate. Alla mia
volta sono anch’io suo ospite e non ho ancora vista la sua ombra.
LYKKE. Ma voi sapete tuttavia di raccontare...
STENSSON. Quel che tutti sanno? Naturalmente, su ciò ho spesso udito
abbastanza dal cancelliere... (si ferma confuso e incomincia a mangiare
in fretta).
LYKKE. Volevate dire ancora qualcosa.
STENSSON. (mangiando) Io? O no,... niente d’importante.
LYKKE. (ride).
STENSSON. Di che ridete voi, signore?
LYKKE. Di nulla, signore!
STENSSON. (beve) Voi qui bevete un vino di fuoco.
LYKKE. (accostandosi famigliarmente) Non sarebbe ora tempo di metter
giù la maschera?
STENSSON. (ridendo) La maschera? Potete tenerla, come meglio vi piace.
LYKKE. Da banda la finzione. Voi siete riconosciuto, signor conte Sture!
STENSSON. (con una risata) Conte Sture? Anche voi credete ch’io sia il
conte Sture? (s’alza). Sbagliate, cavaliere. Io non sono quel che dite.
LYKKE. Veramente no? Ed allora chi siete?
STENSSON. Mi chiamo Nils Stensson.
LYKKE. (lo guarda ridendo) Hem! Nils Stensson? E voi non siete Nils,
figlio di Steno Sture? Il nome coincide perfettamente.
STENSSON. È vero. Ma Dio può sapere con qual diritto io lo porti! Io
non ho conosciuto mai mio padre, mia madre era una povera contadina,
la quale in una delle prime ostilità fu saccheggiata ed uccisa. Il
cancelliere Pietro era appunto in quel tempo nelle vicinanze, mi prese
con sè, mi nutrì, e mi ammaestrò nel maneggio delle armi. Come voi
sapete, egli fu per molti anni inseguito dal re Gustavo, ed io l’ho
fedelmente accompagnato, là dove egli è andato.
LYKKE. Il cancelliere Pietro non vi ha insegnato soltanto il maneggio
delle armi, a quanto sembra. Ebbene! Voi dunque non siete Nils Sture?
Voi venite tuttavia dalla Svezia; il cancelliere Pietro vi manda qui,
presso uno straniero, il quale...
STENSSON. (accenna scaltramente) Egli è già trovato.
LYKKE. (un po’ incerto) E voi non lo conoscete?
STENSSON. Così poco quanto voi conoscete me; poichè vi giuro per Dio,
che non sono il conte Sture.
LYKKE. Sul serio, signore?
STENSSON. Per quanto è vero ch’io vivo! Perchè dovrei negarlo, se lo
fossi?
LYKKE. Ma dov’è allora il conte Sture?
STENSSON. (sottovoce) Sì, questo è appunto il mistero...
LYKKE. (mormorando) Che voi conoscete? Nevvero?
STENSSON. (accenna) Ed io debbo parteciparvelo.
LYKKE. A me? Ebbene... dov’è egli?
STENSSON. (addita in alto).
LYKKE. Lassù? Che la signora Jnger lo tenga nascosto nel granaio?
STENSSON. No, davvero; voi non mi capite. (guarda intorno cauto) Nils
Sture è in cielo!
LYKKE. Morto? Dove?
STENSSON. Nel castello di sua madre... già da tre settimane.
LYKKE. Ah! Voi m’ingannate! Da cinque o sei giorni entrava nei confini
della Norvegia.
STENSSON. Oh, quegli ero io.
LYKKE. Ma poco tempo prima il conte si era mostrato in Dalekarlia.
Il popolo, che di già era inquieto, si mise in aperta ribellione e lo
voleva proclamare re.
STENSSON. Ah, ah, ah! quegli ero io!
LYKKE. Voi?
STENSSON. Adesso vi voglio raccontare, come è avvenuto. Un giorno il
cancelliere mi chiamò a sè e mi diede ad intendere che si preparavano
grandi avvenimenti. Egli mi comandò di partire per Östrot in Norvegia,
dove mi sarei trovato in un tempo stabilito...
LYKKE. (accenna) Il terzo giorno dopo la fiera di San Martino?
STENSSON. Là, io avrei trovato uno straniero...
LYKKE. Giusto... quello sono io!
STENSSON. Da lui avrei saputo, quel che mi rimarrebbe a fare. Io debbo
dire a lui, che il conte è morto improvvisamente; ma che nessuno lo
sa ancora, fuori che sua madre e la contessa, e con loro alcuni vecchi
servitori dello Sture.
LYKKE. Capisco. Il conte era il capo dei contadini. Se la sua morte
vien conosciuta, essi si dividono e tutto l’affare va in malora.
STENSSON. Può essere. Io non sono molto in dentro nella cosa.
LYKKE. Ma come vi è potuto accadere di esser preso per il conte?
STENSSON. Come mi è potuto accadere? Per quel che so!... Mi è
accaduto già altre volte nella vita questa stupidaggine. Non è
del resto invenzione mia; quando andai in Dalekarlia, mi venne il
popolo unitamente incontro e mi salutò come conte Sture. Non giovò
a nulla quel che anche ho potuto loro dire per dissuaderli. Essi mi
raccontarono che il conte era stato tra loro due anni prima, ed il più
piccolo dei bambini mi riconosceva. Ebbene, sia pur così, pensai: tu
non sarai mai conte in tua vita, provalo una volta, che cosa può essere
un conte.
LYKKE. Ebbene, eppoi come faceste?
STENSSON. Io? Mangiai e bevei e mi feci trattare bene. Peccato però
ch’io dovetti andar subito via. Quando fui al confine... ah, ah,
ah... Allora promisi loro, che io sarei tosto ritornato con tre o
quattro mila uomini, o come più sarebbe stato possibile e poi avremmo
ricominciato davvero.
LYKKE. E non vi è capitato mai più di agire storditamente?
STENSSON. Di poi, sì, capitò, ma veramente era già tardi.
LYKKE. Mi duole per voi, mio giovine amico; ma sentirete presto le
conseguenze della vostra stoltezza. Io posso avvertirvi che voi siete
stato inseguito. Una divisione della cavalleria svedese vi sta alle
calcagna.
STENSSON. A me? ah, ah, ah. Ma, questa è splendida. E se essi vengono e
presumono di aver nelle unghie il conte Sture... ah, ah, ah!
LYKKE. (serio) Allora sarebbe finita per voi.
STENSSON. Per me...? Io non sono il conte Sture.
LYKKE. Ma voi avete chiamato il popolo alle armi. Avete fatta una
promessa ribelle; voi avete fomentata la discordia.
STENSSON. Ma questo è stato per scherzo soltanto.
LYKKE. Il re Gustavo vedrà la cosa sott’altro aspetto.
STENSSON. Affè, vi è qualcosa di vero, in quel che dite. Ch’io abbia
potuto essere così stolto? Ebbene, mi discolperò! Voi prenderete a
cuore il mio affare, e del resto i cavalieri non mi sono ancora alle
calcagna.
LYKKE. Che cosa avete ancora da dirmi?
STENSSON. Io? Nulla! Quando vi avrò consegnato questo pacchetto...
LYKKE. (inconsideratamente) Un pacchetto?
STENSSON. Sicuro, voi sapete...
LYKKE. Ah, giusto; le carte del cancelliere...
STENSSON. Vedete, eccole insieme e molte (egli porge a lui un pacco che
aveva tratto fuori prima dal farsetto).
LYKKE. (sommesso) Lettere e pergamene al signor Olaf Skaktavl!? (a
Stensson) Il pacco è aperto, come vedo. Voi quindi ne conoscete il
contenuto.
STENSSON. Nossignore, io non leggo volentieri lo scritto: ciò ha anche
il suo motivo.
LYKKE. Capisco. Voi vi siete occupato di più del maneggio delle
armi. (siede colla sedia a destra della tavola e scorre le carte)
ah! Schiarimenti più che sufficienti per comprendere ciò che si sta
operando. Questa piccola lettera con un cordoncino di seta intorno...
(esamina la soprascritta). Anche al sig. Olaf Skaktavl. (apre la
lettera ed esamina rapidamente il contenuto). Del cancelliere Pietro.
Me lo dovevo immaginare (legge mormorando): «Io sono in grande affanno,
poichè...» Sì, perfettamente, qui sta così «il giovine Sture è andato
segretamente da’ suoi parenti, proprio nel momento, quando doveva
scoppiare la ribellione... ma ancora tutto può rifarsi bene.» Ma che
cosa sarà ciò? (s’interrompe e legge avanti) «Voi dovete adesso sapere,
sig. Olaf Skaktavl, che il giovane, che vi porta questa lettera, è
un figlio di...» Cielo e terra! questo sta scritto qui. Sì, per il
sangue di Nostro Signore Crocifisso, è qui scritto! (con uno sguardo
a Stensson) Egli sarebbe...? Ah, se ciò fosse! (legge avanti) «Io
l’ho cresciuto fin dai suoi primi anni; ma fino al giorno d’oggi mi
son sempre ricusato di restituirlo, poichè ho pensato di aver in lui
un sicuro ostaggio, che ci assicura la fedeltà della signora Jnger
Gyldenlöve per noi e per i nostri amici. Però egli ci ha giovato poco
a questo scopo finora. Voi dovete esser meravigliato che io non vi ho
confidato questo segreto, quando foste mio ospite qui, poco tempo fa,
ed io voglio confessarvi onestamente, ch’io temetti lo poteste ritenere
come me per lo stesso motivo. Adesso invece che vi siete trovato colla
signora Jnger, vi sarete probabilmente accertato, come essa abbia
poca volontà di approvare il nostro affare; riconoscerete che sarà
molto savio di rendere a lei, quel che le appartiene. Potrebbe essere
probabile forse, che la gioia e la riconoscenza... questa è la nostra
ultima speranza» (siede un po’ come vinto dalla sorpresa, quindi d’un
tratto, a parte). Ah, qual lettera! Essa vale tant’oro!
STENSSON. A quanto mi sembra, il messaggio che v’ho portato è ben
importante. Sì, sì, il cancelliere ha parecchi di tali ferri al fuoco,
come suol dirsi.
LYKKE. Che farò io di tutto questo? Si possono prendere mille vie...
Se io...? No, questo sarebbe molto incerto. Ma se...? Ah, nel caso
che io...? Bisogna essere audaci. (straccia la lettera per mezzo,
conservandone le parti nel farsetto, ripone le altre carte nel
pacchetto e se l’infila nella cintola, ed alzandosi dice). Una parola
ancora, mio giovine amico.
STENSSON. Ebbene, avete letto come il giuoco va bene?
LYKKE. Sì, lo dovevo immaginare. Voi mi avete dato del buon giuoco in
mano.
STENSSON. Ma io, che v’ho portato tutte queste buone notizie, non ho
piò da far nulla?
LYKKE. Voi? Dovevo pur pensarlo. Voi entrate nel giuoco. Voi siete il
Re e per soprappiù il trionfo.
STENSSON. Io? O sì, ora vi capisco; voi pensate forse all’elevazione...
LYKKE. Qual’elevazione?
STENSSON. Se la gente di re Gustavo riescisse a prendermi, voi mi
profetate che... (fa il segno di chi viene impiccato).
LYKKE. È pur vero... ma non vi lasciate più a lungo tentare; a voi sta
adesso, se prima della fine del mese vorrete cingere il vostro collo di
un nodo scorsoio, ovvero d’un’aurea catena.
STENSSON. Un’aurea catena? E questo dipende da me?
LYKKE. (accenna di sì).
STENSSON. Allora, ci penserà pure il diavolo! Ditemi soltanto, come mi
debbo comportare.
LYKKE. Ecco. Prima però prestatemi sacro giuramento che nessuno al
mondo saprà, quel che io vi confiderò.
STENSSON. Altrimenti nulla? Se volete, ve ne faccio dieci dei
giuramenti.
LYKKE. Un po’ di serietà, signore! Io non scherzo con voi.
STENSSON. Bene, bene: eccomi serio.
LYKKE. In Dalekarlia vi hanno chiamato figlio del conte...; non è egli
vero?
STENSSON. Eh, adesso ricominciate daccapo. V’ho già onestamente
confessato...
LYKKE. Non mi capite. Quel che avete detto là, era verità.
STENSSON. Verità? A che volete riescire? Ma tuttavia mi dite...!
LYKKE. Prima il giuramento! Per tutto ciò che avete di più sacro ed
inviolabile.
STENSSON. Ne avete tutto il diritto. Là, dalla parete pende il ritratto
della Vergine Maria...
LYKKE. La Vergine Maria in quest’ultimi tempi ha perduto molto del suo
credito. Non avete sentito, ciò che afferma il monaco di Wittemberg?
STENSSON. Via! Come potete prestar fede al monaco di Wittemberg. Il
cancelliere dice, che egli è un eretico.
LYKKE. Non litighiamo ora su questo. Però vi voglio qui mostrare un
preziosissime santo, sul quale dovete giurare. (addita ad un quadro
attaccato ad una colonna del muro). Venite qua... e promettetemi il
silenzio, fintantochè io stesso non vi sciolga dal vostro giuramento.
Silenzio per tutto quello che voi sperate di felicità nel cielo per voi
stesso e per quello che è nel quadro...
STENSSON. (avvicinandosi al quadro) Lo giuro... e che Dio e la sua
santa parola mi sovvenga! (tirandosi indietro sorpreso). Ma Cristo, mio
Redentore!...
LYKKE. Che avete?
STENSSON. Quel quadro là,... quello è il mio ritratto!
LYKKE. Egli è il vecchio Steno Sture al tempo della sua giovinezza.
STENSSON. Steno Sture! Ed il presentimento...? E... Ditemi, ho detto la
verità quando mi son chiamato figlio del conte? Non è vero?
LYKKE. Appunto.
STENSSON. Ah, ecco, ecco! Io sono...
LYKKE. Voi siete figlio di Steno Sture, signore!
STENSSON. (rimane vinto da muta sorpresa) Io figlio di Steno Sture!
LYKKE. E da parte di madre siete nobile. Il cancelliere non vi ha
detto il vero, quando vi ha affermato, che vostra madre era stata una
contadina.
STENSSON. Strano, meraviglioso! Posso mai crederci?
LYKKE. Potete credere tutto quel che vi dico. Ma pensate bene, che
questo sarà la vostra rovina, se dimenticate quel che avete giurato
sulla salute di vostro padre.
STENSSON. Dimenticarlo? No, siatene sicuro, non lo farò mai! Però voi,
cui ho data la mia parola chi siete? Dite!
LYKKE. Il mio nome è Nils Lykke.
STENSSON. (sorpreso) Nils Lykke? Non però il consigliere di Stato
danese.
LYKKE. Appunto quello.
STENSSON. E voi dovete...? Strano! Come c’entrate voi...?
LYKKE. A ricevere il messaggio del cancelliere? Vi meraviglia?
STENSSON. Non posso negarvelo. Egli vi ha chiamato sempre il suo più
acerrimo avversario...
LYKKE. E per questo diffidate di me?
STENSSON. No, niente affatto; ma... affè, il diavolo mi danni!
LYKKE. Avete ragione. Se seguite ciò che vi dice la vostra testa, la
corda di canape non vi mancherà certamente, nello stesso modo che non
vi mancherà il nome di conte e l’aurea catena, se vi fidate di me.
STENSSON. In tutto e per tutto! Eccovi la mia mano, caro signore!
Consigliatemi, finchè ce ne sarà di bisogno. Se capitasse di battermi,
saprò ben io difendermi.
LYKKE. Bene. Seguitemi adesso in quella stanza, là vi dirò, come tutto
è combinato e ciò che vi resta a fare. (via dalla destra).
STENSSON. (con uno sguardo al ritratto) Io figlio di Steno Sture!
Meraviglioso come un sogno! (segue Lykke).